Archivio per Marzo 2008

06
Mar
08

Un libro sulla giustizia

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Ripuliamoci tutti, dice Gherardo Colombo

Ha 62 anni, ma anche 33. I primi anagrafici, i secondi sono gli anni in cui è stato giudice. Gherardo Colombo, che nel 2007 aveva appeso la toga al chiodo, ha scritto il libro Sulle regole, presentandolo in anteprima agli studenti di Scienze Politiche di Padova il 6 marzo nel giorno dell’uscita nelle librerie italiane.

Sentendolo parlare si capisce subito che è giovanissimo dentro, come lo sono le menti che credono negli ideali e quindi aspirano all’utopia. E infatti è di utopia che parla. “Si perché se non facciamo di tutto per realizzare le idee utopiche, la società non migliorerà mai. Se nell’America prima del 1865 aveste criticato la schiavitù o se nell’antica Grecia aveste detto basta ai sacrifici umani o se 200 anni fa vi foste sognati di contestare le torture come metodo di punizione dei condannati, vi avrebbero risposto che eravate dei pazzi. Eppure queste pratiche oggi non ci sono più (o quasi)”.

Perché un libro sulle regole? Perché in Italia ci sono regole e leggi. E luoghi in cui alcune regole valgono più delle leggi dello Stato. “Se in certi paesi campani girate in motorino col casco, rischiate di farvi sparare. Lì rispettare la legge della sicurezza significa andar contro una regola della camorra che impone di girare a viso scoperto così che tutti sappiamo chi hanno di fronte, evitando quindi la presenza di killer o poliziotti. Ecco perché nessuno mette il casco e le autorità non fanno niente”.

“Nel 1992 abbiamo scoperto che la regola della corruzione era una prassi nelle amministrazioni pubbliche e nei partiti e nella sola Milano sono risultate coinvolte nell’inchiesta Mani pulite 5.000 persone- prosegue l’ex giudice, che spiega – Le norme sono importanti finché vengono condivise, altrimenti muoiono”.

Poi parla di società verticale, di antica concezione, che protegge chi ha potere; e di società orizzontale nata dopo la seconda guerra mondiale con la Carta dei diritti dell’uomo e con la nostra Costituzione, mettendo bene in chiaro il valore della vita umana e dell’uguaglianza. “La condanna a morte, ma anche il carcere così come oggi lo concepiamo, sono figlie della società verticale che mira a neutralizzare chi arreca danno. Mi chiedo però perché far soffrire gli individui invece che semplicemente tenerli lontano dalla società. La pena deve rieducare, preparando il reo a quando sarà di nuovo in mezzo agli altri. Gli stessi americani si sono accorti che devono cambiare qualcosa nel loro sistema carcerario: non sono più in grado di mantenere 2.300.000 detenuti. Sarebbe come, in rapporto alla popolazione, in Italia avessimo 550.000 carcerati quando ne abbiamo invece 52.000”.

Così come le idee utopiche hanno cambiato effettivamente il mondo, Gherardo Colombo nel libro suggerisce uno sguardo cristiano (pur senza dirlo) verso chi ha sbagliato: “La nostra giustizia sembra finalizzata a soddisfare la vittima, attraverso la pena del reo. Ma difficilmente la vittima trae effettivo beneficio dalla sofferenza di chi gli ha fatto del male”. Basta vedere quanto saggia ed efficace sia stata in Sudafrica la Commissione per la riconciliazione che ha mandato liberi gli aguzzini bianchi (e neri) rei confessi dei loro crimini in un processo mediatico a contatto con i familiari delle loro vittime. La richiesta di perdono, accordato o meno, è stata un’espiazione che ha evitato la guerra civile. “Dove sta scritto che al male si deve rispondere col male? Se al male rispondiamo col bene, otteniamo risposte enormemente migliori” assicura Colombo.

“In galera c’è davvero gente che ha rubato una scatoletta di tonno al supermercato, l’ho vista io. Ma questo succede perché nella nostra società orizzontale abbiamo una giustizia verticale. E non pensiate che la durezza della pena sia un deterrente: non può esserlo nei casi di raptus e neanche per le menti criminali. Al contrario il carcere abitua al crimine, specie se uno ci finisce più volte”.

Perché un magistrato impegnato come lui ha lasciato la magistratura? Lo dice molto chiaramente: “Mi sono reso conto che se non cambia il modo di pensare, la giustizia non può funzionare. La colpa non è solo dei politici che noi votiamo e che sono riusciti a far uscire da Mani pulite un 70% di indagati (oltre che per prescrizione dei termini, cambiando le leggi e depenalizzando i loro reati). Finché il perito si fa pagare per assicurare che la fabbrica rispetta le norme di sicurezza, finché il vigile urbano fa la spesa gratis per chiudere un occhio sugli abusi, allora non avremo giustizia. Ci vorranno 20-30 anni. Ricordatevi. Chi ruba al supermercato va in galera”.

Ma non facciamo tutti le anime belle che si stracciano le vesti per il ministro che fa l’autostop sull’aereo di Stato per andare a vedersi la formula uno, conclude Gherardo Colombo: “Quanti possono dire di pagare sempre il biglietto del bus o di rispettare tutte le leggi? Cominciamo noi dalle piccole cose, se vogliamo che la società diventi davvero pulita”.

(Seguono tabelle tratte da Wikipedia)

Pool di Mani pulite di Milano (17 febbraio 1992-6 marzo 2002)
Inchieste
Persone inquisite oltre 5000
tra le suddette, le posizioni considerate sono state 4520
tra le posizioni considerate, quelle che il pool di Mani pulite ha trasmesso ad altre Procure per competenza territoriale sono state 1320
tra le posizioni considerate, quelle per cui il pool di Mani pulite ha richiesto il rinvio a giudizio sono state 3200
Rielaborazione dei dati ufficiali provenienti dalla Procura della Repubblica di Milano
Pool di Mani pulite di Milano (17 febbraio 1992-6 marzo 2002)
Esiti delle richieste di rinvio a giudizio
Persone condannate dal Gup o dal Tribunale 1254 (55,29%)
…… tra le persone condannate dal Gup o dal Tribunale, quelle con patteggiamento sono state … 847 (37,35%)
…… tra le persone condannate dal Gup o dal Tribunale, quelle in rito abbreviato (Gup) o dibattimento (Tribunale), sono state … 407 (17,95%)
Persone prosciolte dal Gup o dal Tribunale (la media nazionale attuale è del 30%) 910 (40,12%)
…… tra le persone prosciolte, quelle per estinzione del reato dovuta a prescrizione sono state … 422 (18,61%)
…… tra le persone prosciolte, quelle per estinzione del reato dovuta a morte del reo, amnistia, oblazione o ne bis in idem sono state … 58 (2,56%)
…… tra le persone prosciolte, quelle assolte nel merito da Gup o Tribunale sono state … 430 (18,96%)
Altre posizioni (nullità, restituzioni, stralci, ..) 104 (4,59%)
Totale procedimenti conclusi davanti a Gup o Tribunale 2268 (100%)
ancora pendenti davanti a Gup o Tribunale 467
trasmesse ad altre sedi/autorità da Gup o Tribunale 465
Totale 3200
Rielaborazione dei dati ufficiali provenienti dalla Procura della Repubblica di Milano

05
Mar
08

Vota Antonio, vota Antonio!

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Totò, principe di Costantinopoli ecc. ecc.

Il 15 aprile 1967 a 69 anni moriva a Roma Totò, ‘o principe. E infatti era principe per davvero. A 48 anni (nel ’46) il Tribunale di Napoli gli consentì di fregiarsi dei titoli nobiliari ereditati da suo padre naturale (marchese Giuseppe de Curtis) che lo riconobbe come figlio quando Totò aveva 30 anni, ma soprattutto dal marchese Francesco Gagliardi Foccas che lo adottò quando Antonio era 35enne. Da allora l’attore divenne Antonio Griffo Focas Flavio Dicas Commeno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Cicilia, di Tessaglia, di Ponte di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo. Ovvero… Totò, come lo chiamava mamma sua.

Il titolo di Porfirogenito (generato dalla porpora, ossia nella Sala della porpora del palazzo imperiale di Costantinopoli dove venivano alla luce i principi), era attribuito ai membri della famiglia imperiale bizantina nati da padre regnante. Una serie di titoli così roboanti da sembrare perfino inventati.

Gli imprinting

Eppure agli inizi Totò non se la passò proprio principescamente. Nacque alle 7,30 del 15 febbraio 1898 in una povera casa napoletana del popolare rione Sanità ai piedi di Capodimonte (via S.Maria Antesaecula 109). La mamma Anna Clemente, bella popolana, l’aveva avuto dal marchese Giuseppe de Curtis che sposò solo nel 1921, quando il suocero (nobile decaduto) non poteva più continuare ad opporsi alla loro relazione.

Dalle elementari e dai poveri vicoli frequentati appena poteva, Antonino passò al ginnasio del collegio Cimino nel palazzo del principe di Santobuono, vicino casa. Qui ebbe il suo primo imprinting. Il suo precettore, per gioco o per errore, gli sferrò un pugno deviandogli il setto nasale e determinando un dislivello di un cm. tra i due lati del viso: il primo tratto caratteristico della futura vis comica di Totò. L’altro aiuto arrivò dal comico napoletano Gustavo De Marco, che Totò imitava fin da ragazzo (alla fine degli anni Dieci) nelle feste di amici e in famiglia. De Marco (classe 1883) teneva in testa l’inseparabile cappello, muoveva il corpo come fosse snodato, usava molto la mimica facciale e gli scioglilingua; e il suo cavallo di battaglia era Il bel Ciccillo, che Totò poi riprese assieme all’uomo-marionetta (inventato da De Marco).

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Avrebbe voluto diventare l’attore, mamma non voleva, così decise di farsi prete. Iniziò come chierichetto nella vicina chiesa di S.Vincenzo, ma l’esordio fu drammatico: dimenticò le frasi in latino e venne rimproverato dal parroco e preso a sberle da mamma. A 14 anni mollò la scuola e per un po’ fece l’imbianchino per mastro Alfonso. Di quel periodo la prima esperienza sessuale: gli amici lo portarono da Carmela, anziana prostituta considerata una “nave scuola” e contrasse lo scolo da cui si curò. Poi iniziò a imitare De Marco anche nei teatrini della Sanità. Facendosi chiamare Clerment, si esibiva per 1,80 lire al giorno. Ma mamma Anna non voleva e così a 16 anni nel 1914, nonostante spirassero venti di guerra, partì volontario per il 22° Reggimento di Pisa dove inventava sempre nuove scuse per marcare visita. Sfortunatamente dopo qualche settimana, nell’aprile 1915, l’Italia entrò nel conflitto e Antonio Clemente (aveva ancora il cognome della madre) fu spedito al 182° battaglione fanteria destinato ad invadere la Francia. Alla stazione di Alessandria mise in atto le sue attitudini recitative simulando un attacco di epilessia: pare che il motivo fosse più che altro lo spavento per gli avvertimenti dei superiori che avevano anticipato alla truppa l’esigenza di dividere le camerate con i soldati marocchini, conosciuti per certe ambiguità sessuali. Inviato all’ospedale militare di Livorno, si ispirò ad un ottuso caporale per coniare la frase Siamo uomini o caporali? A guerra finita Totò tornò a Napoli, ma il clima era cambiato: le macchiette alla De Marco non piacevano più e dopo diverse parodie e un grande fiasco teatrale ad Aversa nel ‘22, abbandonò Napoli per Roma.

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Dove non riuscì la bravura poté il barbiere

Al teatro Jovinelli ebbe subito grande successo, soldi e il nome sui manifesti. Ma fu il suo barbiere Pasqualino a farlo scritturare nell’esclusivo teatro Umberto. Da lì arrivarono chiamate a Milano e Torino. Nel ’26 passò alla rivista e nel ’27 un grande successo lo riappacificò con la sua Napoli.

Nel 1933 eccolo impresario di una compagnia di avanspettacolo, il nuovo genere che prevedeva piccole compagnie teatrali impegnate in show di 45 minuti, zeppi di doppi sensi, con copioni spesso improvvisati e pochi soldi. Si esibivano nei teatrini di terza categoria. Dopo 7 anni di avanspettacolo, nel 1940 Totò sciolse la compagnia.

I grandi amori

Nel 1930 per lui si uccise la chanteuse genovese Liliana Castagnola, celebre in Francia e Italia: tra lei, gelosissima e più vecchia di tre anni, e Totò, nacque una breve storia d’amore da lei chiusa ingerendo un intero tubetto di sonniferi quando il suo compagno la lasciò definitivamente per seguire la compagnia a Padova.

Nel ’32 Totò sposò la nobildonna Diana Rogliani Serena di Santa Croce: 34 anni lui, 17 lei. Dopo due anni nacque Liliana (nome evocativo scelto dal principe) e nel ’40, per colpa dell’interesse di Totò per le donne, i due annullarono il matrimonio, accordandosi di restare sotto lo stesso tetto finché la figlia si fosse sposata. Un giorno però i giornali parlarono di un flirt tra l’attore e Silvana Pampanini. Diana accettò una proposta di matrimonio e Totò, indignato per la rottura del patto, compose e le dedicò la canzone Malafemmena.

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(con Silvana Pampanini)

Nel 1954 in Svizzera sposò segretamente Franca Faldini, attrice ebrea esordiente, di 33 anni più giovane, che gli resterà accanto per sempre. Aveva visto una sua foto nel ’51 su “Oggi” e l’aveva subito cercata. Lo stesso anno la bella ragazza restò incinta, ma Massenzio de Curtis morì venendo al mondo.

97 film e pochissima tv

Totò lascia 97 film da protagonista, a partire da Fermo con le mani (1937) di Gero Zambuto, assieme a Tina Pica, dove lui veste anche i panni di una massaggiatrice. Lo diressero tra gli altri: Steno, Monicelli, Comencini, De Filippo, Rossellini, Aldo Fabrizi, Luigi Zampa, Blasetti, De Sica, Mastrocinque, Turi Vasile, Christian Jaque, Bolognini, Corbucci, Gregoretti, Lattuada, Pasolini e Dino Risi. L’ultimo lavoro fu Capriccio all’italiana (1968) di Risi e Pasolini. Ma il regista che lavorò più con lui fu Mario Mattoli che firmò con lui 15 pellicole: da I due orfanelli (1946) a Sua eccellenza si fermò a mangiare (1961).

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(con Tina Pica)

Dal 1947 in poi non mancò anno senza fare almeno un film. Ne fece perfino nel ’39 quando aveva avuto una menomazione all’occhio sinistro, e nel ’56 quando ebbe problemi anche al destro restando cieco per qualche tempo.

Nell’autunno del ’66 si lasciò tentare dalla pubblicità girando nove sketch per Carosello: ne sono rimasti solo due del Brodo Star (Totò cassiere, Totò calzolaio). E nel gennaio ’67 ne girò altri 7, mai trasmessi perché qualcuno li rubò.

Cinque giorni prima di morire ultimò la serie tv Tutto Totò, nove episodi (dei 10 previsti) curati da Bruno Corbucci per la regia di Daniele D’Anza. Girò per tre mesi, nel ’67, con difficoltà a causa della vista e con poca convinzione: chiedeva spesso alla sua spalla Mario Castellani, se quelle vecchie battute avrebbero fatto ancora ridere.

Lui non amava la televisione, che però accettò di fare, anche se con parsimonia. La prima apparizione fu nel 1958 a Il Musichiere di Mario Riva. Quella volta fece passare un brutto quarto d’ora all’amico e compagno di rivista Riva: di punto in bianco Totò esclamò “Viva Lauro”, allora sindaco monarchico di Napoli. Quell’uscita gli costò l’allontanamento dalla Rai per qualche anno. Fino al 1966 quando riapparve a Studio Uno, dove assieme a Mina cantò la sua canzone Baciami. In quell’occasione, parlando del Delle Vittorie disse “Questo teatro è stato inaugurato da me e Anna Magnani durante la guerra e ora, durante la pace, è stato rovinato dalla tv”.

Totò cantautore

Non si pensa mai a Totò come a Gino Paoli o a Venditti. Eppure Totò era un cantautore. Meglio sarebbe dire un autore di musica e testi, anche se qualche canzone l’ha anche cantata. E quaranta sono i brani che ha scritto. Tutti hanno in mente la celebre Malafemmena, ma Antonio de Curtis ne scrisse tante di canzoni, tra il 1941 e il 1967: cantate da Mina, Fausto Leali, Roberto Murolo, Nino Taranto, Achille Togliani, Anna Magnani, Claudio Villa, Natalino Otto, Fausto Cigliano, Lina Sastri, James Senese.

Totò poeta

Totò ne scrisse almeno 64, tra vere poesie e riflessioni. Eccone due tradotte dal napoletano.

RIFLESSIONE

In verità vorrei sapere

cosa siamo in cima a questa terra

e cosa rappresentiamo:

gente di passaggio,

siamo forestieri,

quand’è ora ce ne andiamo.

FELICITA’

Vorrei sapere cos’è questa parola

Vorrei sapere che significa.

Sarà ignoranza la mia,

mancanza di scuola,

ma chi l’ha capito

me lo deve insegnare.

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… Semplicemente Totò




Biografia

LAVORO Giornalista pubblicista, collaboro con quotidiani e riviste nazionali- Uffici stampa- Testi per aziende, documentari, web, biografie, pubblicità- Speaker HOBBY Scrivere e fotografare

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