Buon Natale
e sereno 2009 !
La vignetta è dell’amico Mirco Maselli
Buon Natale
e sereno 2009 !
La vignetta è dell’amico Mirco Maselli
Il terremoto della vigilia di Natale
Forte scossa di terremoto, 5,2 della scala Richter, sentita a Padova alle 16,25 per 5 secondi. Gli oggetti si sono mossi in casa e c’è stato un suono appena percepibile che ha accompagnato l’oscillazione. Mi ha ricordato alla lontana quanto avevo sentito in Friuli. Il sisma ha avuto per epicentro la zona di Traversetolo tra Parma e Reggio Emilia ed è avvenuto a 26 km di profondità, per cui è stato avvertito quasi in tutta l’alta Italia. A mezz’ora di distanza ancora nessun tg nazionale ha dato la notizia. Risentita alle 23.
Almeno 10 civiltà evolute nella Via Lattea
Ci sono da 10 a 5.000 pianeti, nella nostra galassia, che potrebbero essere abitati da civiltà evolute. Questo secondo due interpretazioni dell’equazione di Drake, espressa nel 1961 dal radioastronomo americano Frank Drake, presidente del SETI (Search for Extra Terrestrial Intelligence) e tuttora accettata dalla comunità scientifica. Questa formula indica che il numero di civiltà possibili nella sola Via Lattea è pari al numero di anni di vita media di una civiltà. Ma è una mera ipotesi basata su dati solo molto parzialmente verificabili.
Quel che è più assodato invece, è che il nostro Sole è solo una delle almeno 400.000 trilioni di stelle esistenti nell’universo e che la Via Lattea (la nostra galassia in cui sono presenti 400 miliardi di stelle del tipo della nostra) è una dei 200 miliardi di galassie esistenti (miliardo più, miliardo meno). Quindi, come sostiene anche Piergiorgio Odifreddi (logico matematico), per il calcolo delle probabilità è più facile ritenere che la vita si sia sviluppata anche altrove, piuttosto che conservare la retrograda convinzione che la Terra sia l’unica depositaria di questa qualità. D’altra parte perfino la Chiesa cattolica (storicamente un passo indietro rispetto alla scienza) oggi accetta la possibilità che altri esseri umani vivano altrove nell’universo. Non resta che da chiedersi, come fece Enrico Fermi nel 1950 davanti ad un piatto vuoto: Dove sono tutti quanti? Perché non si fanno vedere? Dal 1963 il radiotelescopio di Arecibo a Puerto Rico, ha iniziato ad ascoltare i segnali radio provenienti dagli spazi siderali. E nel 1974 da lì fu inviato nello spazio un messaggio radio terrestre in codice, formato da 1.679 bit ideati dallo stesso Drake docente alla Cornell University, all’“indirizzo” della Costellazione di Ercole (M13 in gergo scientifico) scoperta nel 1715 dall’astronomo inglese Edmond Halley. Se la “letterina” qui riportata in foto, venisse captata da radiotelescopi alieni, racconterebbe chi siamo.
Contiene infatti i numeri da 1 a 10, i numeri atomici di idrogeno, carbonio, azoto, ossigeno e fosforo, le basi del DNA con disegno dello stesso, il disegno di un uomo, la popolazione terrestre (4,2 miliardi nel ’74), una rappresentazione del sistema solare, la figura del radiotelescopio emittente e le dimensioni della sua antenna. Tali immagini risultano evidenti facendo un grande sforzo di lettura tra le 73 righe composte da 23 numeri ciascuna (0 e 1) collocati in modo tale da disegnare i dati e le immagini voluti. Una prima occhiata ai numeri permette di scorgere solo la doppia elica del DNA e l’antenna del radiotelescopio. Ma perché qualcuno possa ricevere questo messaggio partito 34 anni fa ci vorrà del tempo: Ercole (a forma trapezoidale visibile a occhio nudo) e le sue centinaia di migliaia di stelle, dista 25.000 anni luce da noi! In ogni caso il radiotelescopio di Arecibo, che ha consentito importanti scoperte scientifiche (il reale periodo di rotazione di Mercurio, le stelle di neutroni, la prima pulsar e la prima millisecondpulsar che ruota su se stessa 642 volte al secondo, la prima immagine di un asteroide, i primi pianeti extrasolari), verrà chiuso nel 2011 se non si troveranno i fondi necessari a mantenerlo in vita. Quindi nessuno ascolterà l’eventuale risposta alla letterina dei terrestri: almeno non da lì.
Taccuino di viaggio del primo astronauta italiano
Vista da 400 km di altezza la Terra dà l’idea di essere fragile. Così Umberto Guidoni, il primo astronauta italiano, ha sintetizzato il 12 dicembre 2008 in una conferenza in aula magna all’Università di Padova, il secondo dei due voli spaziali e la sua permanenza nella stazione orbitante I.S.S..
A 15 anni vidi il primo allunaggio e pensai che da grandi saremmo andati su Marte, ma ci vorrà ancora del tempo. Prima, entro il 2020, si tornerà sulla luna dove si installeranno delle basi.
Il suo apporto di fisico e astrofisico lo ha portato nello spazio nel 1996 e poi nel 2001, con una missione durata 13 giorni, è stato il primo astronauta europeo ad entrare nella stazione spaziale internazionale in orbita attorno al pianeta.
La missione consisteva nel portare e installare un enorme braccio meccanico canadese e tre moduli frutto della tecnologia italiana. Quando gli americani sentirono che li avevamo battezzati Leonardo, Raffaello e Donatello, mi chiesero perché li avessimo chiamati come le tartarughe Ninja dei cartoni animati…
In due missioni spaziali, anche se eravamo a soli 400 km di altezza, non ho mai visto alcuna costruzione umana, nemmeno la Muraglia cinese; invece ho visto l’Himalaya, ma tutto insieme e in un colpo solo. E poi guardando tutto intorno a me nel buio più totale, ho constatato che le stelle, in assenza di atmosfera, non brillano ma appaiono immobili e sembrava perfino di poter distinguere la profondità dello spazio. L’azzurro del cielo a cui siamo abituati è qualcosa che si dimentica quando si vive immersi in un perenne nero, buio anche quando il sole brilla, perché fuori dall’atmosfera la luce della nostra stella è solo un punto luminoso che si disperde tra i tanti.
Compiendo a 28.000 km all’ora un giro completo della Terra in soli 90 minuti (sia con lo Shuttle sia con la stazione orbitante) vedi il sole sorgere 16 volte e questo ti dà un certo stress perché è difficile abituarsi a vivere una giornata che inizia e si conclude in meno di un’ora. In ogni giro hai 50 minuti di luce e 40 di buio: quando c’è il sole, chi lavora nello spazio usa un casco con la visiera d’oro che blocca i raggi X e gli ultravioletti; le tute bianche servono invece a mantenere la pressione senza far bollire il sangue quando al sole si lavora a 130 gradi e senza ghiacciarlo quando il buio è totale e si finisce a 100 grazi sottozero. Per non congelare le dita toccando il metallo esterno, “di notte” gli astronauti in “passeggiata” devono attivare dei riscaldatori posti sulle punte dei guanti.
Altra cosa curiosa è vedere un uomo che da solo e senza fatica sposta un braccio meccanico lungo 17 metri e pesante 2 tonnellate. E’ all’opera con i piedi bloccati in un piedistallo per evitare di girare lui mentre avvita una semplice vite, perché in assenza di gravità, imprimendo un’ulteriore stretta ad una vite arrivata a fine corsa, è l’uomo che comincia a girare!
Guidoni parla della stazione: Al nostro arrivo c’erano tre astronauti. Dall’ingresso, ossia dal punto in cui si attacca lo Shuttle, si accede ai moduli adibiti alle ricerche e poi si arriva al cuore costituito dai luoghi in cui si vive, con cucina, bagni, cuccette; mentre alla punta estrema c’è la “scialuppa di salvataggio” ossia una navicella Soyuz russa che, in caso di pericolo grave, in un’ora consente di abbandonare la “casa spaziale” e tornare a Terra.
Un’altra particolarità riguarda il rientro, che assieme al decollo è il momento più critico delle missioni, come si è purtroppo visto nei due incidenti mortali avvenuti: lo shuttle scende a motori spenti, come un aliante, solo che in realtà precipita con un angolo ripido. E quando entra nell’atmosfera la sua punta diventa una palla infuocata e dagli oblò vedi il cielo rosso perché la temperatura esterna è di 1.500 gradi.
A chi gli chiedeva un parere sull’invadenza dei satelliti nella nostra vita, sulla preparazione dell’astronauta, sui tempi di permanenza ammissibili nel cosmo e su eventuali vite in altri sistemi solari, l’astronauta romano (di origini ciociare) a cui hanno anche dedicato l’asteroide 10605 Guidoni, ha così risposto. 1) Ce ne sono migliaia e ci aiutano ormai in molte funzioni; certo che sapere che da mille km di altezza possono spiare cosa stai leggendo sul giornale, è preoccupante. 2) La preparazione per ogni missione dura un anno e ti aiuta ad essere pronto a tutto. Quella psicologica ha meno senso per i viaggi brevi, mentre ne ha molto per le lunghe permanenze in stazione, in uno spazio ristretto dove gli astronauti che hanno un’età media di 30 anni (piloti o scienziati) devono convivere senza privacy, senza gravità, con tanto stress e senza le cose che sulla Terra sono ovvie. 3) Non si sa ancora quanto è possibile rimanere in assenza di gravità. I russi sono rimasti al massimo 14 mesi sopportando una perdita di calcio nelle ossa dell’1% al mese, la perdita di globuli rossi, il calo di efficacia del sistema immunitario: tutte funzioni che poi sulla Terra vengono riprese. 4) Nello spazio non ho visto gli Ufo e fatico ad immaginare che se altre civiltà entrassero in contatto con noi, si farebbero vedere solo a pochi. Credo sia estremamente probabile che nell’universo ci sia altra vita: esistono centinaia di miliardi di Soli in ognuna delle centinaia di miliardi di galassie, quindi è difficile pensare che la vita ci sia solo da noi. E poi dove abbiamo guardato, abbiamo trovato l’acqua: su Marte, Luna e sul satellite Europa. Per vedere in tempo reale la posizione della stazione orbitante http://iss.astroviewer.net/
Non hai soldi? Mi spiace, muori pure
Si può morire in tanti modi, ma la morte per fame è la più inaccettabile. E’ un modo lento, terribile: a ogni minuto si accorcia la distanza tra la vita e la morte. A un certo punto la vita e la morte sono così vicine che è difficile capire la differenza, e davvero non si sa se la madre e il bambino che giacciono sul selciato sono ancora di questo o sono già dell’altro mondo. La morte, inesorabile, viene senza rumore, non ci si accorge nemmeno del suo arrivo.
E tutto questo accade perché una persona non ha neanche un pugno di cibo con il quale nutrirsi. In questo mondo di abbondanza c’è chi non ha diritto a quel prezioso pugno di cibo. Quel neonato, che ancora nulla sa dei misteri del mondo, si sfinisce di pianto e si addormenta, senza il latte di cui ha un bisogno disperato. Forse domani non avrà la forza di piangere.
Non sono le parole di un missionario cristiano, né di un volontario di Emergency o di Médecins sans Frontieres. Sono le parole di un banchiere. Di un banchiere illuminato, forse l’unico illuminato: Muhammad Yunus, fondatore della Grameen Bank e vincitore nel 2006 del Premio Nobel per la pace. Le ho tratte dal sito http://omicciolimirko.wordpress.com/category/la-poverta-nel-mondo/ e ricordano come la solidarietà sia non solo buona e utile, ma saggia. L’esperienza di quest’uomo del Bangladesh che presta soldi senza chiedere garanzie, lo dimostra e dovrebbe essere di esempio anche alle nostre latitudini: sempre che da noi, oltre al grande rispetto per il denaro, esista ancora il rispetto per l’essere umano.
Credo che le istituzioni bancarie siano più pericolose di eserciti schierati. Se il popolo americano consentirà alle banche private di controllare l’emissione della moneta, le banche e le corporations che cresceranno attorno ad esse, priveranno la gente delle loro proprietà fino a quando i loro figli si sveglieranno senza una casa nel continente che i loro padri hanno conquistato. (Thomas Jefferson, 1743 – 1826 padre fondatore degli Stati Uniti)
Se volete rimanere schiavi dei banchieri e pagare il costo della vostra stessa schiavitù, consentite loro di continuare a creare moneta e di controllare il credito di una nazione. (Sir Josiah Stamp, 1880 – 1941 direttore della Banca d’Inghilterra negli anni Venti)
Federal Reserve, la più grande banca privata
La Banca Centrale americana non è un ente statale, ma un organismo privato. Che stampa i dollari e li presta con interessi. In spregio a quanto affermava la Costituzione americana, e cioè che solo il Congresso può emettere denaro. Poi, regolando l’offerta della moneta, la FED regola anche il valore di quanto emette: producendo così debito. Ogni dollaro che la Banca Centrale emette, viene da essa prestato applicando un interesse. Quindi ogni dollaro emesso vale un dollaro più una % di debito. Finché la Banca Centrale avrà il monopolio dell’emissione di banconote, prestando ogni dollaro che vale 1 dollaro più una quota di debito, dovrà poi essere in grado di emettere altri dollari per pagare quel debito. Come un cane che si morde la coda: produce continuamente ciò che serve a ripagare ciò che ha appena prodotto. E dato che il nuovo denaro genera nuovo debito, il debito si ingigantisce. Oggi il debito americano è di 3 volte e mezzo il Prodotto interno lordo degli Usa (quello italiano è di una volta e mezzo il PIL italiano).
L’antefatto
A inizio Novecento, a seguito di gravi corruzioni, gli Stati Uniti eliminarono il sistema bancario centrale. All’epoca le banche private americane erano nelle mani delle famiglie Rockefeller, Morgan, Warburg e Rothschild, che cercarono di far approvare una legge per istituire nuovamente la Banca Centrale. Ma per vincere l’opposizione della gente e del governo, serviva un evento forte e convincente.
Così J.P. Morgan, guru della finanza, sparse ad arte la voce che una delle principali banche di New York era vicina al fallimento. Si diffuse un’ondata di isteria che contagiò anche altri istituti di credito: nel 1907 i risparmiatori si precipitarono a ritirare i loro soldi e, per far fronte alla domanda di liquidità, le banche cominciarono ad esigere il rimborso dei mutui concessi. Cosa che costrinse molti a vendere le loro proprietà. Iniziarono bancarotte, sequestri di beni e disordine sociale.
Dopo la paura collettiva del 1907 il governo, per far luce su questi fatti, istituì una Commissione d’inchiesta parlamentare, ma a dirigerla fu incaricato il senatore Nelson Aldrich, strettamente legato al sistema bancario.
Il politico suggerì l’istituzione della Banca Centrale come mezzo per uscire dalla crisi. Nel 1910 sulle isole Jekyll (nome altamente evocativo) in una proprietà dei Morgan si svolse una riunione segreta ai massimi livelli bancari: nacque lì l’atto costitutivo della Federal Reserve, una legge scritta interamente dai banchieri. Per far approvare quella legge contraria al popolo americano e avversata dallo stesso governo, serviva un presidente amico; così nel 1913 furono proprio questi banchieri i maggiori sostenitori di
Woodrow Wilson alle presidenziali. Wilson vinse e, in cambio dell’aiuto ricevuto, due giorni prima di Natale in un clima politico distratto e dopo che era stato assicurato al Congresso che il disegno di legge sarebbe stato discusso solo a gennaio, il neo presidente lo promulgò.
Il deputato Charles A. Lindbergh senior (padre del celebre aviatore)
aveva ammonito: Questa legge istituisce il più gigantesco Cartello del mondo. Quando un presidente firmerà questo disegno di legge, il governo invisibile del Potere del Denaro sarà legittimato. La gente potrà non scoprirlo subito, ma la resa dei conti è rimandata solo di qualche anno. Il peggior crimine legislativo di quest’epoca è stato perpetrato grazie a questo disegno di legge sul sistema bancario.
E il collega Louis McFadden, a cose fatte, disse: Si è fondato un sistema bancario mondiale, un superStato controllato da banchieri internazionali che agiscono congiuntamente per rendere schiavo il mondo a proprio piacimento. La Fed ha usurpato il governo.
Alcuni anni più tardi fu lo stesso Woodrow Wilson a capire l’errore commesso: La nostra grande nazione è controllata dal suo sistema bancario concentrato in mani private. La crescita della nostra nazione e di tutte le nostre attività è nelle mani di pochi uomini che inevitabilmente cercano di stemperare, ostacolare e distruggere le autentiche libertà economiche. Siamo arrivati a uno dei governi peggio regolamentati e più controllati e dominati del mondo civilizzato. Nessun governo della libera opinione, non più il governo degli ideali e del voto della maggioranza, ma il governo dell’opinione e della coercizione di piccoli gruppi di personaggi dominanti.
Una volta nata la Federal Reserve, si raccontò agli americani che grazie ad essa si sarebbero evitati i pericoli del 1907, l’inflazione e qualsiasi crisi. Ma la Federal Reserve, per quanto sia la Banca Centrale statunitense, di fatto è un istituto privato che non dipende in alcun modo dal governo né è soggetta a sue regolamentazioni: quindi non fa gli interessi della nazione, ma, come ogni società capitalistica che si rispetti, quello dei suoi soci.
Nel 1914 il sempre lucido membro del Congresso Charles Lindbergh spiegò il meccanismo attuato dai banchieri attraverso la “loro” Fed: Per determinare il rialzo dei prezzi, tutto ciò che il Consiglio della Federal Reserve farà sarà abbassare il tasso di risconto producendo un’espansione del credito e la salita del mercato azionario; poi quando i soggetti economici si saranno adattati a queste condizioni, potrà frenare il benessere proveniente dalle loro carriere alzando arbitrariamente il tasso di interesse.
Può far sì che il mercato oscilli in maniera morbida tra una espansione e una contrazione attraverso lievi cambiamenti del tasso di interesse, o causare violente fluttuazioni attraverso una variazione più marcata. In entrambi i casi avrà informazioni interne sulle condizioni finanziarie e saprà in anticipo del cambiamento imminente, sia in un verso che nell’altro. Questo è il più strano e pericoloso vantaggio mai posto nelle mani di una classe speciale di privilegiati da parte di un qualunque governo che sia mai esistito. Il sistema è privato, condotto con il solo scopo di ottenere i più grandi profitti possibili dall’utilizzo del denaro altrui. Essi sanno in anticipo quando creare ondate di panico a proprio vantaggio. Sanno anche quando fermare questo panico. Inflazione e deflazione funzionano entrambe bene per costoro quando vogliono controllare la finanza.
Come eliminare slealmente la concorrenza
Tra il 1914 e il 1919 la Fed emise il 100% di dollari in più, agevolando molto il credito alle banche più piccole e ai privati. Poi nel 1920 richiamò una gran parte dell’offerta di denaro circolante: così facendo le piccole banche furono costrette a pretendere il rientro dei prestiti da parte dei piccoli risparmiatori indebitati. Furono di nuovo prelievi di massa, crack e panico generale, con la conseguenza che 5.400 piccole banche fallirono facendo consolidare ancora di più il peso delle poche grandi banche che detenevano il potere all’interno della Federal Reserve.
Nel 1921 Charles Lindbergh membro del Congresso degli Stati Uniti, dichiarò: Attraverso il Federal Reserve Act (la costituzione della Fed) il panico viene creato scientificamente; è il primo panico creato così, come un’equazione matematica.
Borsa! Si vince sempre. O quasi
Tra il 1921 e il 1929 la Fed aumentò nuovamente l’offerta di denaro (del 62%) e così piccole banche e famiglie ricorsero di nuovo con vigore ai prestiti. Ma, non contenti, quelli della Fed inventarono il prestito del margine, che permetteva all’investitore di pagare un’azione non al 100% del suo valore, ma solo al 10%: il che, ovviamente, risultava molto conveniente e invitava alla speculazione anche i comuni piccoli risparmiatori. Il restante 90% del valore azionario era il broker a prestarlo all’investitore. Così bastavano 100 $ e si era proprietari (sulla carta) di azioni da 1.000 $. Vi fu un boom di investimenti facili. Ma il trucco c’era e si vide di lì a poco: il restante 90% infatti poteva essere richiesto in qualsiasi momento e andava pagato entro 24 ore! Era questo il significato del termine del margine. Pochi ci fecero caso, sia per eccesso di fiducia, sia perché allettati dal facile guadagno, sia perché convinti di poter far fronte a un futuro rientro.
Il grande affare delle 16.000 banche fallite
Pochi mesi prima del crollo della Borsa dell’ottobre 1929 i boss della finanza Usa, tra cui Rockefeller e Barack uscirono in sordina dal mercato azionario mettendo al sicuro i loro soldi. Quindi i finanziatori di New York che avevano emesso i prestiti del margine, il 24 ottobre 1929 a un preciso ordine di scuderia richiamarono in massa i loro prestiti che andavano pagati entro il giorno seguente. La richiesta contemporanea di enorme liquidità (18.000 milioni di dollari di allora) mandò in fallimento questa volta non 5.400 ma 16.000 piccole banche, che vennero comprate a prezzi stracciati da chi le aveva fatte fallire, oltre a tutte le corporation costrette dalla crisi a svendersi. Qualcuno definì questa operazione la più grande rapina di tutti i tempi. E come se non bastasse, la Federal Reserve che avrebbe a quel punto dovuto immettere nel mercato più dollari per fronteggiare il tracollo, fece l’esatto contrario generando così la più grande crisi di tutti i tempi che ebbe ripercussioni in tutto il mondo e soprattutto nelle aree più povere.
Al deputato McFadden che aveva osato tuonare Questi sono stati eventi provocati scientificamente, fu definitivamente chiusa la bocca prima che potesse avviare il procedimento di impeachment contro i vertici della Fed: lo avvelenarono ad un banchetto. Della crisi del ’29 gli Stati Uniti si ripresero solo nel 1950, ma questo per chi aveva smania di potere, contava ben poco.
Non contento delle immani ricchezze acquisite, nel 1933 il cartello dei banchieri statunitensi decise di impossessarsi di tutto l’oro degli americani. Con la scusa di vincere la depressione, la Fed convinse il presidente Franklin Delano Roosevelt
a procedere alla confisca dell’oro, operazione copiata due anni dopo dal Fascismo, ma con altro obiettivo. Minacciati con 10 anni di galera, i cittadini furono obbligati a consegnare alle casse della Federal Reserve tutti i loro gioielli in oro. Ciò servì ad abolire il controvalore aureo che regola ogni emissione di banconote del mondo. Oggi il valore del dollaro dipende solo da quanti dollari sono in circolazione. Non per niente il fondatore della dinastia bancaria Rothschild,
Mayer Amschel Rothschild (nato e morto a Francoforte sul Meno 1744-1812) un giorno disse: Datemi il controllo della moneta in circolazione di un Paese e non mi interesserà chi scrive le sue leggi.
Banchieri internazionali
Nei testi dell’epoca, per indicare la potente lobby dei loro connazionali, i politici anti Federal Reserve parlavano di banchieri internazionali. Non avevano tutti i torti, perché, a parte la stirpe di John Davison Rockefeller nato nel 1839 a Richford nel Vermont e J.Piepoint Morgan di Philadelphia, gli altri titolati padri della Fed erano i Rothshild di Francoforte e Paul Warburg di Amburgo, entrambe famiglie ebree. Ma in verità la Banca Centrale americana è nelle mani di 12 banche. Oltre alle Banche Rothschild di Londra e di Berlino, alle Banche Warburg di Amburgo e Amsterdam, vi sono: Lehman Brothers di New York, Lazard Brothers di Parigi, Banca Kuhln Loeb di New York, Banche Israel Moses Seif presenti in Italia, Goldman e Sachs di New York, Chase Manhattan Bank di New York. Di queste si può dire che a parte la Chase Manhattan Bank (risultato di fusioni dall’originaria JpMorgan Chase dell’americano Aaron Burr) e la Kuhl Loeb (fusasi poi nella Lehman Brothers), le altre sono tutte di origine straniera: la Lehman Brothers è nata da una famiglia bavarese, la Lazard Brothers è di origine francese, Israel Moses Seif è di origine altrettanto evidente, la Goldman e Sachs è tedesca, come la Kuhl Loeb dei soci ebrei Abraham Kuhn e Salomon Loeb. Quindi non aveva tutti i torti chi diceva che la finanza americana è in mani straniere.
Meno male che la popolazione non capisce il nostro sistema bancario e monetario, altrimenti prima di domani scoppierebbe la rivoluzione. (Henry Ford, 1863 – 1947 fondatore della General Motor Company)
Intanto il mammuth, poi rinascerà anche
l’uomo primitivo
Ci siamo. Il giorno in cui un tg ci mostrerà un neonato dicendo “Questo è il figlio di una coppia vissuta 30.000 anni fa” è vicino. Magari non proprio in questi termini, ma più precisamente la notizia potrebbe essere: “Questo bimbo è nato da una femmina di scimpanzé e porta in sé il Dna di un uomo primitivo vissuto 30.000 anni fa”.
La quasi certezza di questa ipotesi viene dagli Stati Uniti e precisamente dall’Università della Pennsylvania, dove Stephan Shuster e Webb Miller hanno usato i peli di due mammuth lanosi vissuti uno 20.000 e l’altro 60.000 anni or sono, per decifrare la sequenza di 3 miliardi e 300 milioni di basi del Dna del progenitore dell’elefante, il cui genoma era probabilmente composto da 4 miliardi di basi. Ad aver consentito la ricostruzione del 70% del patrimonio genetico del mammuth è stato l’impiego di due nuove macchine codificatrici. Il secondo passo potrebbe essere quello di intervenire su una moderna elefantessa a cui impiantare il patrimonio genetico dell’antico animale, facendola partorire un cucciolotto di mammuth lanoso, al costo di 10 milioni di dollari.
Per arrivare a clonare l’uomo preistorico, al di là di inevitabili freni di carattere morale, forse basterà la stessa cifra. In fondo i geni dello scimpanzé e i nostri sono per il 98% simili.