Archivio per Gennaio 2009

29
Gen
09

Sopravvissuto a 4 lager

133-1186-mauthausenAl prete che nega l’Olocausto

il racconto dell’uomo morto due volte

La precisazione del Papa Ratzinger che il 28 gennaio 2009 ha rinnegato le frasi negazioniste rispetto alla Shoah espresse dal vescovo inglese Richard Williamson (da lui riabilitato il 24 gennaio dalla scomunica pronunciata da Giovanni Paolo II contro i lefèvriani) non è bastata a frenare le dichiarazioni di quanti negano l’Olocausto di sei milioni di ebrei e l’uccisione di altri quattro milioni di prigionieri nei lager nazisti. Dopo Williamson, che si dice convinto che nei campi di sterminio del Terzo Reich siano morti “solo 300.000 ebrei”, un altro sacerdote lefèvriano, don Floriano Abrahamowicz (viennese, ma esercita in provincia di Treviso) intervistato dalla Tribuna di Treviso, il 28 gennaio dice che la funzione delle camere a gas era quella di… “disinfettare”!

E’ lo stesso giovane prete che (testimonia il servizio di Anno Zero su Youtube) disse ai fedeli in chiesa: Con l’aiuto divino vi incoraggio a rispondere se necessario, anche in modo armato a un’aggressione, combattendo non solo l’Islam, forse ancora di più i suoi mandanti.

A questo sacerdote offro il resoconto di questa testimonianza filmata che ho raccolto tra le sue lacrime dall’ex soldato padovano, Luigi Bozzato, finito ventenne a Dachau, Mauthausen e in altri due campi: non era ebreo, quindi il suo racconto non ferirà l’orgoglio “cristiano” del suddetto prete.

Ci hanno portato in stazione sul carro bestiame e ci hanno buttato su, peggio delle bestie. Per ogni vagone eravamo 80-90, per fare i bisogni… in piedi. Uno moriva e non poteva mica cadere per terra… Quando arriviamo a Innsbruck il treno si ferma, apre le porte… Gridano con la cattiveria che han loro: “Fuori i bambini!”. Alle mamme han portato via i bambini. Giù le donne e noialtri uomini là su questo vagone. I bambini su un vagone e le donne su un altro. Queste donne non volevano lasciare i figli, immaginarsi bambini di 3-4 anni, ma anche di 5,6 7 mesi… A Monaco ci lasciano su un binario morto una notte e un giorno senza bere né mangiare. A Dachau ci fanno scendere… Con la fame che avevamo… C’era sempre qualche pezzo di pane o di pastasciutta che buttavano. Abbiamo cominciato a mangiare anche se c’erano i vermi. Allora i tedeschi han cominciato a picchiarci col moschetto… Ci mettiamo in colonna e sull’entrata del campo c’era l’emblema della morte. Entriamo e c’è una fila di tavoli con le Ss. Consegnati i documenti, un tedesco mi ha detto: “Ah italiano! Se non sei morto in Italia, qua morirai”. Tutti quelli come me o partigiani o ebrei, ci buttano in un camerone. Appena arriviamo, con le macchinette cominciano a pelarci, farci la pulizia dappertutto. E dopo ci danno un colpo di Clorina, con cui una volta si disinfettavano i gabinetti. Ci sono persino uscite delle vesciche. Poi ci hanno accompagnato fuori nudi e ci danno una veste a righe sporca e piena di pulci e pidocchi. Ci portano in una baracca. Al numero 24 c’erano i bambini che venivano da altre parti e al 27 c’erano i sacerdoti di diverse religioni. Alla mattina sveglia alle 4 e mezza. Alle 5 e mezza eri sul campo controllato dal kapò- il capo baracca. Aveva la tabella, registrava tanti vivi e tanti morti, perché ne morivano sempre…

Abbiamo cominciato a lavorare andando a prendere le bombe ritardatarie a grappolo, una scoppia adesso, una dopo un’ora, un giorno. Ma noi non eravamo artificieri, non sapevamo niente, eravamo gruppi da 200 e siamo ritornati in 30-40. Rientriamo e incontro un padovano. “Ciao- gli dico- hai un numero così basso… Com’è?” “Mi chiamo Fortin, sono parroco di Terranegra” “E io sono di Pontelongo”. Lui aveva 10-12.000 numeri meno di me. Ci mettiamo a parlare …Lui è stato tradito dalla popolazione che l’ha venduto per 500 lire perché dava assistenza agli inglesi.

Passano tre mesi e comincio a non star bene. Trovo il prete: mi tasta e dice “Hai la febbre, a occhio hai la pleurite”. “Io padre non ce la faccio più, voglio uccidermi”. “No- ha detto- bisogna che resisti”. Passano ancora due mesi e mi dice ancora di resistere: “Bisogna che torniamo a casa. E poi ti ho promesso che verrò io a sposarti con la tua ragazza”.

Quando fanno l’appello nella baracca risulto presente, ma appena tutti escono io mi nascondo tra i morti. Passa così una settimana, finché han fatto l’appello generale sul campo e alla baracca numero 22 ne manca uno. Sarebbe presente dice il kapò. Guarda… Sapeva già che mancava un italiano. Allora sono andati a vedere attorno al reticolato dove c’erano 5000 volts e tanti andavano a suicidarsi: come minimo 40-50 per notte. Io sono nascosto, aspetto un poco e sento che non ritorna il resto dei prigionieri. Vado fuori. I tedeschi mi prendono e cominciano a picchiarmi, poi mi portano sul piazzale, c’erano 2-3 gradini e una picca a destra e una a sinistra e il tavolo di torture. “Italiener kein arbheit” (italiano niente lavoro)… Mi danno 50 frustate e io dovevo contare fino 50, ma dopo il 7 sono svenuto… Mi portano alla baracca di punizione numero 19. C’è ancora. Mi buttano là, saremo stati 50-60. A uno mancava mezzo sedere. Mi sveglio sfinito, in 2 o 3 giorni avevo dormito 10 ore. E ho sorseggiato un brodo. Una scodella di smalto. Era senza gusto, pieno di vermi perché era lì da 3-4 giorni… e poi non sono stato più capace di mangiare, mi sento male. Viene un tedesco: “Domani vi mandiamo via”. Vedo arrivare il prete- lui come tutti gli altri preti, andava a concimare i campi vicini con la cenere dei cadaveri. “Padre- gli ho detto e lui ha fatto un salto, credeva di avermi già concimato- Padre, lei forse tornerà a casa, ma io ormai non torno più. Non vede come sono messo? Se mi vedono mio papà e mia mamma… Mi viene vicino e apre una scatola che somiglia a quelle delle pastiglie Valda che ho consegnato al tempio dell’Internato Ignoto, mi benedice mi comunica mi abbraccia senza dire neanche una parola. Poi io là non l’ho più visto. Mi sono addormentato. La mattina ci portano alla stazione, ci buttano sul carro bestiame e dopo un giorno e una notte arriviamo a Badenburg. Entriamo e il capo baracca polacco che lavorava assieme ai tedeschi vede che avevo la “I” e il triangolo rosso: “Tu italiener?” “Ya, italiener, ormai sono alles kaput, sono sfinito, non ne posso più, guarda- ho mostrato le gambe- come sono messo e in più ho preso 50 frustate…. Dov’è Dio?” Mi ha detto “Italiener, dopo l’appello passi al numero 11 e ti fermi. Mi prepara un pacchetto con un pezzo di pane. Siccome in ogni baracca eravamo 3-400-500 e c’erano sempre morti, avanzava del pane. I kapò non erano magri come noi e allora aiutavano qualcuno. Mi dà questo pezzo di filone fatto di segature, semola e rape macinate, erba… Sono andato avanti 2 ore. Mi dice “Italianer, tu morgen arbheit in fornasa” (domani lavori in fornace). Lì non si stava male perché il freddo non lo sentivi. Mi han messo a caricare le pietre sui carrelli che dovevano andare fuori. Per 10-12 giorni. Poi siccome avevano fatto un ufficio nuovo per le Ss, mi manda a fare le pulizie. C’era da togliere l’erba, ero fortunato. E mano a mano che la toglievo la mangiavo. Saltavano fuori i vermi e mangiavo anche quelli, ho cominciato a mangiare erba, tutto quanto. Perché ormai ero sfinito. Ho saputo dopo che pesavo solo 37 kg. Poi ho fatto pulizie dentro con lo straccio. Il terzo giorno un Ss entra nel suo ufficio e mi dice “Buono buono, tu italiano?” “Sì” “Tu Badoglio?” Io ho taciuto perché eravamo traditori noialtri no? Allora ha detto “Tutto bene, preparato bene”. Mi han rimesso in fornace. Dopo 30-40 giorni, con 15-20 uomini mi portano a Mauthausen. Si è cominciato subito a vedere morti. Ci portano alla baracca 13. Alla mattina formano i gruppi e mi mandano a lavorare giù alla “cava della morte”. Ma come faccio se non riesco a camminare? Nella cava dopo aver caricato i carrelli, un kapò mi dice “Oggi devi portare il sasso sulla scala di 178 gradini”. Come faccio se non riesco neanche a camminare? Erano sassi da 15-20-30 kg e ce li caricavano sulle spalle. Uno mi dice “Ricordati di non stare a sinistra, ma a destra perché la scala pende a sinistra”. Quando arrivavamo sopra c’era un tedesco che ci aspettava e ai primi che arrivavano dava un colpo al sasso; perché non avevano bisogno di questi sassi, avevano bisogno di ucciderci. Io non ce la faccio, con la testa bassa stando sempre attento a quelli che arrivavano prima… Quando arrivavano su, quello gli dava un colpo e magari il sasso rotolando giù ne ammazzava 15-20-30. Allora buttavo giù il sasso e riscendevo. Quando siamo giù guardiamo tutti questi morti e poi avanti per la scala finché rientriamo in baracca. Lì fanno l’appello e ti danno un mestolo di acqua e rape fatte con le segature. Poi andavi a dormire. Alla mattina ti davano questo caffè che pareva fatto di ruggine, senza gusto e un filone di pane per 20 persone; poi a lavorare. Passano mesi e una bella sera alle 8 guardano il mio numero 70367 sul braccio: “Italiener, morgen du khein arbeit”. Mi portano quasi a metà campo dove a destra c’è una scaletta che porta giù: ci sono camere a gas, crematori e banchi di torture. Mi spogliano nudo e cominciano a pestarmi in mezzo alla neve, 30-40 centimetri di neve, poi mi buttano giù, ormai non sentivo più niente… Mi trovo nella camera a gas e invece di mollare il gas hanno mollato acqua. Dopo 3-4 ore, non so quante, sono rinvenuto dietro il crematorio. Sono nudo, esco, c’è una sala, apro la prima porta vicino al crematorio e ci sono 7-8 cadaveri. Cos’ho fatto? Mi sono vestito con i vestiti del primo morto. Il morto aiutava il vivo. Ora con il 150.049, avevo due numeri. Ho trovato un gesso con cui ho scritto “LB”, adesso la B si legge appena appena. Poi sono andato nella baracca 15 dove c’era sempre movimento.

A metà marzo 1945 vedo arrivare tanti prigionieri, forse quelli di Auschwitz e di tanti altri campi. Li portavano al centro della Germania, più vicino e man mano che arrivavano li ammazzavano tutti. Perché anche a Mauthausen aprivano fosse comuni e li buttavano là. Sono rimasto a Mauthausen altri 10-12 giorni, poi mi hanno spedito al sotto campo di Dachau, a 4-5 km. Là ho visto questa “balilla”, una bella ragazzina, poi ho capito che era italiana, nata a Rodi da mamma di Trieste e papà bulgaro. Poi mi hanno mandato a Araka. Mi danno pala e piccone, ma io non riesco a lavorare. Facevo finta, e mi vedo il secondo o terzo giorno recapitare un pacchetto di pane: c’era una mela e un pezzettino di pane. Dono di un soldato della Wehrmacht. Ho cominciato a mangiare, a riprendermi un po’. Poi però hanno preso nome e cognome del soldato e non l’ho più visto. E a me il giorno dopo cominciano a frustarmi. Là c’erano due italiani che lavorano nella cucina delle Ss, erano veneziani di Dolo. Mi han portato nella loro baracca dove mi hanno disinfettato, mi han dato da mangiare, tenendomi un paio di giorni. Poi è arrivata una ragazza: le donne mangiavano un cucchiaio in meno di sbobba per darlo a lei che aveva più bisogno. Dopo 15-20 giorni veniamo liberati il 5 maggio 1945 dalla 5^ armata americana. Quando venivano avanti gli americani gli urlavamo che si fermassero. Loro credevano che gli facessimo festa… invece gli dicevamo “No!” Infatti i primi sono rimasti fulminati toccando il cancello elettrificato. Quando hanno aperto il portone noi siamo scappati, siamo andati al deposito di patate a 150 metri dal campo, per prendere del cibo e tornare al campo. Abbiamo acceso il fuoco, ma finché si cucinavano le patate… tanti hanno cominciato a mangiarle affumicate. Gli americani se ne sono accorti e hanno buttato via tutto distribuendo delle razioni. Tanti si sono gonfiati, anch’io mi sono gonfiato… allora mi è venuto in mente che quando qualcuno era malmesso di stomaco, in farmacia ti davano carbone di legna. Ne ho preso e mi ha salvato, ma in tanti invece sono morti proprio riprendendo a mangiare. Dopo 15-20 giorni è arrivata la prima autocolonna italiana mandata dal Papa. Il 25-26 maggio è arrivato l’ordine: “Nella notte preparatevi che alle 9 arriva la colonna. Abbiamo dato preferenza alle donne perché si lavassero. Non c’erano i bagni come adesso, mancava l’acqua. Gli americani hanno preparato dei letti sui camion; c’erano crocerossine e suore. Alla mattina verso le 6-7 ritrovo questa ragazza e le chiedo: “Sarai contenta che andiamo a casa!” Lei rispose: “Luigi tu sarai contento perché troverai tuo papà e tua mamma… Io ho visto morire tutti i miei, di 8 sono rimasta sola. E poi… sono una donna?” L’avevano sterilizzata, hanno torturato anche lei… Facevano esperimenti di fecondazione….

Ne ho viste tante… L’odore di morto portato dal fumo lo sentivi a 20 km di distanza! Ogni tanto prendevano 500 uomini nudi nel piazzale e sparavano, anch’io ho preso una pallottola sulla gamba che mi ha tolto in una baracca un dottore polacco con una lama di seghetto.

La cosa peggiore era quando ammazzavano i bambini: la mamma stava per partorire, le sollevavano il bambino mentre vedeva la luce di Dio e davanti a lei lo infilzavano con la baionetta… Poi ammazzavano anche lei… Vedevi prendere il piccolo per la testa e spaccargliela. Andiamo! Noi avevamo colpa che avevamo vent’anni… Ma quei bambini là… Italiane, ebree, tutte… Le italiane sono state più perseguitate perché hanno cominciato già nel ’33. Quello che han passato gli ebrei l’abbiamo passato anche noi. Loro sono stati perseguitati di più, ma come numero, in proporzione… i giorni loro e i giorni nostri sono là. Ho visto di tutto: esperimenti, torture, punture per vedere quanto si resiste… La maggior parte delle donne veniva sterilizzata, gli toglievano tutto. La maggior parte sono morte così. Anche le ragazze di 14,15 anni le fecondavano e facevano esperimenti.

Tornato a casa, il secondo giorno vengono a trovarmi i compagni partigiani. E dicono “Adesso è ora che anche tu…” Ma mio papà ha risposto: “Ragazzi, basta sangue” e a me: “Siediti là. Adesso stai in pace. A ricordare, perdonare, non dimenticare e non odiare”.

Una volta sono andato in gita in Germania e ho trovato un giovane tedesco che piangendo mi viene vicino e mi abbraccia. “Non hai colpa tu- gli ho detto”. Non avrebbe colpa neanche se suo papà fosse stato un Ss… Ero fascista anch’io…Volevo partire volontario, poi il colonnello mi disse “No Bozzato, mai fare la firma”.

Mi sono rimasti dentro tutti i morti e le barbarie che ho visto. Non posso ancora dormire perché sono sempre là che chiamano: “Vieni a portare un mazzo di fiori!”.

Gli incubi di Luigi Bozzato sono definitivamente finiti nel settembre 2008 a 85 anni, quando Luigi, che ha vissuto facendo della sua vita una testimonianza attiva, è morto per la seconda volta. Nei registri di Mauthausen risulta deceduto il 24 dicembre 1944. Il Comune del suo paese natale, Pontelongo, dove ha vissuto nella sua casa-museo circondato dall’angoscia della memoria, ha proclamato un giorno di lutto cittadino. Ricordare, perdonare, non dimenticare e non odiare, gli aveva insegnato suo padre.

15
Gen
09

Palestina possibile

gaza11Chi uccide un solo uomo uccide l’umanità intera

Non sarà facile insegnare a questi bimbi di Gaza ad amare i loro fratelli “infedeli”. E’ curioso e triste che popoli che si richiamano continuamente al loro Dio, di fatto trascurino tanto spudoratamente le indicazioni dei propri profeti. C’è una coincidenza che mi colpisce. Un passo del Corano recita: Chi uccide un solo uomo, uccide l’umanità intera. E un passo del Talmud ebraico dice: Chi uccide un uomo è come se avesse ucciso l’umanità. E chi salva un uomo è come se avesse salvato l’umanità.

Frasi distanti anni luce dalla Palestina, anche se nate da quelle parti. Due popoli che condividono da centinaia d’anni questi princìpi scritti con bellissime e identiche parole nei loro libri sacri, parole scolpite nella coscienza dell’umanità, pare ovvio che possano vivere in pace l’uno accanto all’altro… Sarebbe possibile se qualcuno facesse un passo indietro rinunciando a qualcosa e se entrambe chiedessero perdono dei propri errori. Chi sa di aver preteso troppo, restituisca. Perché senza giustizia non c’è pace, solo vendetta. Disumanità e violenza sono figlie della sete di potere, killer dell’umanità che alberga in ognuno di noi. Ma se nessuno le insegna a indossare il giubbetto antiproiettile, l’umanità morirà alla prima raffica di tentazioni.

15
Gen
09

Rappresaglie

sorelle_balousha110 italiani per ogni tedesco ucciso.

200 palestinesi per ogni israeliano ucciso.

Le rappresaglie, quando ci vogliono sono necessarie in guerra, anche se purtroppo sono sempre gli innocenti a pagare. Le rappresaglie, del resto, sono ammesse dagli usi internazionali.

Chi parla, a Mestre al processo del 4 marzo 1947 che lo vide imputato in un tribunale inglese per l’eccidio delle Fosse Ardeatine costato la vita a 335 romani, è il feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante delle forze tedesche in Italia, divenuto celebre per l’ordine di fucilare 10 italiani per ogni tedesco ucciso dai partigiani.

La rappresaglia voluta da Kesserling fu la risposta alla strage di via Rasella del 23 marzo 1944, costata la vita (nell’immediato) a 33 soldati tedeschi, 2 passanti e al ferimento di altri 110 militari del terzo Reich (altri 9 morirono in seguito).

L’attentato di via Rasella fu troppo grave perché io, comandante supremo in Italia, non stimassi doverosa la rappresaglia. Avevo altro da fare io, con la mia responsabilità di comandante supremo di un fronte minacciato, e con una città esplosiva come Roma alle spalle, che preoccuparmi delle leggi! Sappiano gli uomini che un comandante supremo non é tenuto a preoccuparsi dei regolamenti.

Quando il procuratore inglese gli chiese quali altre rappresaglie avrebbe potuto adottare anziché giustiziare 335 innocenti, Kesserling presentò tre scenari apocalittici: Avrei potuto ordinare lo sfollamento di Roma per due milioni di persone, o dichiarare decaduto lo status di Città aperta facendo rientrare nella capitale le nostre truppe ed esporre così la cittadinanza ai bombardamenti aerei anglo-americani; avrei potuto infine dare alle fiamme l’intero quartiere di Roma. Ma preferisco sedere qui su questo scanno di imputato, piuttosto che avere nella storia un seggio accanto a quello di Nerone.

La minaccia partigiana- dichiarò al processo il generale Kesserling- venne ad aggravare la situazione disastrosa per il temuto dissolvimento dell’esercito tedesco. Come comandante supremo avevo il diritto e il dovere di oppormi a questa guerriglia insidiosa di fuori legge, con tutti i mezzi di cui disponevo; mezzi, del resto, consentiti dalle usanze internazionali. Io diramai gli ordini ai comandi. Se vi furono eccessi da parte di qualche reparto isolato o di gruppi di singoli soldati, questi sono dovuti allo stato di esasperazione in cui la durissima guerra e le azioni insidiosissime dei partigiani – la cui offensiva veniva quando meno la si attendeva, da dietro una casa, da dietro una siepe – avevano ridotto i miei soldati. Spero che, comunque vada questo processo, i legislatori di tutte le Nazioni fissino, in forma inequivocabile, la disciplina dell’azione partigiana, in modo che non vi siano più dubbi in proposito.

La condanna fu severa, ma l’epilogo grottesco. Condannato a morte, la pena venne commutata in ergastolo, poi in 21 anni, ma nel 1952 Kesserling era già stato scarcerato per un tumore che gli impedì di scontare più di 5 anni di carcere, ma non di divenire capo federale del movimento paramilitare degli Elmetti d’acciaio - Stahlhelm, Bund der Frontsoldaten.

Dopo 20 giorni di rappresaglie israeliane nella striscia di Gaza, il bilancio è di 1.000 morti palestinesi. Le vittime israeliane, a partire dai primi missili di Hamas, lanciati contro Israele il 27 dicembre, sono state 5. Il rapporto della rappresaglia, è quindi oggi, di 200 palestinesi per ogni israeliano ucciso. Nella foto del quotidiano inglese Independent, le cinque sorelline colpite nel sonno da un caccia bombardiere F16 israeliano nella loro povera casa dentro il campo profughi di Jabaliya.

Nel 2006 incontrai in conferenza stampa l’allora ambasciatore israeliano Gol Ehud: gli chiesi perché Israele che, tra i due contendenti era il più forte, non dava prova di saggezza facendo per primo un passo indietro. Il cortese ambasciatore perse le staffe: Voi italiani non capite a cosa siamo continuamente sottoposti!… Già, forse noi non possiamo capire.

14
Gen
09

Il cuore è altrove

nave-bnL’Italia era un paese buono. Era.

Faccio fatica a riconoscermi ancora in questo Paese che scivola nel baratro dell’insensibilità, pronto a sacrificare i valori della solidarietà verso gli ultimi in nome del “valore” del denaro e della diversità. Tassare chi non ha nulla, come gli immigrati che hanno speso tutti i loro averi per arrivare da noi (fuggendo miseria, violenze o condanne ideologiche), è un atto di inciviltà. Perché significa che questo Paese è pronto a togliere a chi non ha. Non voglio farne una questione partitica, ma è l’emblema di chi si mette sempre dalla parte del più forte. Perché è ovvio che tassare da 10 a 400 euro (ancora da definire) chi chiede il permesso di soggiorno o lo deve rinnovare, è un provvedimento pensato non contro borghesi statunitensi, canadesi o australiani, ma contro povera gente del terzo mondo, che in Italia elemosina un lavoro e una vita dignitosa. Ed è una cosa che nessuna coscienza, religiosa o laica, deve accettare. Altrimenti siamo autorizzati a rubare dal piattino del mendicante. Lo Stato italiano non ha bisogno di questi spiccioli per risanare le finanze. Se va raschiato il fondo del barile, si cominci da pagina 7 de La Casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella: tagliando, ad esempio, i contributi alle false comunità montane di pianura che, per il solo fatto di chiamarsi così, ottengono cospicui contributi pubblici. Il libro di pagine ne ha 245 e gli spunti per un risparmio di risorse sono in ognuna di esse.

L’Italia è il Paese della memoria corta, che si vergogna dei 12 milioni e mezzo di suoi emigranti partiti con la famosa valigia di cartone tra il 1876 e il 1976 in cerca altrove di una vita possibile. Quelle navi affollate di siciliani, friulani, veneti, ora ritornano a casa: sono le carrette del mare che arrivano dall’Africa. Nessuno all’epoca li rispedì indietro, eppure non tutti quei connazionali sono stati onesti lavoratori: tra loro c’era chi ha fatto germinare in America il seme della mafia. Quindi prima di cercare la pagliuzza nell’occhio altrui ricordiamoci che nel nostro abbiamo una trave…

Pensavo che noi italiani fossimo ancora un bel popolo di brava gente che crede nell’umanità e nella giustizia. Ma se chi ci rappresenta è disposto a queste bassezze (mettere le mani nelle tasche degli immigrati), significa che anche noi lo siamo: perché permettiamo che accada. Siamo gente che non si indigna più. Basta vedere il silenzio sulle guerre in cui destra e sinistra ci hanno trascinato negli ultimi vent’anni; e ora il silenzio sulla Palestina. Basta vedere la solidarietà pubblica non con i poveri sotto le bombe senza più casa cibo medicine, ma con il forte esercito che bombarda i condomìni e che, per vendicare 5 vittime innocenti, in 20 giorni ne ha prodotte mille. Mi chiedo dov’è finita la ragione del cuore, dove stiamo finendo tutti quanti e dove può trovare rifugio chi non accetta di pensare con la testa del potere. Se Cristo fosse ancora tra noi, la sua voce tuonerebbe più dei cannoni. Almeno i suoi seguaci, almeno per contratto, dovrebbero tenerlo a mente.

(nella foto gli immigrati di inizio Novecento. Italiani)





Biografia

LAVORO Giornalista pubblicista, collaboro con quotidiani e riviste nazionali- Uffici stampa- Testi per aziende, documentari, web, biografie, pubblicità- Speaker HOBBY Scrivere e fotografare

VISITATORI

  • 69,432 DAL SETTEMBRE 2006
Watch videos at Vodpod and other videos from this collection.