Archivio per Febbraio 2009

23
Feb
09

Umanità alla deriva

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Il Vangelo secondo Gentilini

Dalle dichiarazioni di un sindaco

bambinijpg1Distruggere

i campi nomadi

Io voglio la rivoluzione contro gli extracomunitari clandestini. Voglio la pulizia dalle strade di tutte queste etnie che distruggono il nostro paese. Voglio la rivoluzione nei confronti dei nomadi, dei zingari. Ho distrutto due campi di nomadi degli zingari. A Treviso non ci sono zingari. Voglio eliminare tutti i bambini dei zingari che vanno a rubare dagli anziani. Voglio tolleranza a doppio zero. Se Maroni dice a zero io voglio a doppio zero. (comizio della Lega Nord a Venezia, 14 settembre 2008)

Vietare le religioni altrui croce-e-scooter

Voglio la rivoluzione contro coloro che vogliono aprire le moschee e i centri islamici. E qui ci sono anche le gerarchie ecclesiastiche che dicono “Lasciate anche loro pregare”. No! Vanno a pregare nei deserti! Aprirò una fabbrica di tappeti e regaleremo i tappeti, ma che vadano nei deserti… (comizio della Lega Nord a Venezia, 14 settembre 2008)

Nessuna solidarietà verso il Sudcena2

Voglio la rivoluzione nei confronti di coloro che sostengono che dobbiamo mangiarci le spazzature di Napoli. Nooo. Faccio così, le macino e le do in pasto a loro. Sono loro che le hanno prodotte e loro le devono mangiare. Il nord non vuole… del sud, assolutamente. Quindi neanche un grammo di spazzatura napoletana nel nostro territorio. Noi abbiamo una civiltà che è ormai matura per cui sappiamo dove mettere le nostre spazzature.

(comizio della Lega Nord a Venezia, 14 settembre 2008)

Niente voto agli extracomunitari cultura1

Non voglio vedere consiglieri neri gialli marron e grigi insegnare ai nostri giovani. Cosa insegnano? La civiltà del deserto, la civiltà di coloro che scappano di fronte ai leoni o che corrono dietro le gazzelle per mangiarle? Niente da fare. Il voto spetta soltanto ai cittadini italiani…

La parola d’ordine del Vangelo secondo Gentilini è rivoluzione. E ho bisogno di voi per portarla a termine. Statemi vicino, perché noi siamo quelli che faremo il cambiamento della nostra Italia e della nostra civiltà.

(comizio della Lega Nord a Venezia, 14 settembre 2008)

per-le-stradeNo agli stranieri

per le strade

Non voglio più vedere queste genìe che girano per le strade di giorno e di notte. Questo è un primo compito e sono convinto che il nostro governo, i nostri parlamentari, saranno in grado di dare una risposta al popolo padano, al popolo veneto e al popolo leghista.

(comizio della Lega Nord a Venezia, 14 settembre 2008)

stampaTappare la bocca

ai giornalisti

Io voglio la rivoluzione nei confronti della televisione, della radio, dei giornali, perché continuano ad infangare la Lega. E’ tempo di zittire. Dobbiamo mettere i turaccioli in bocca e su per il culo a quei giornalisti! (comizio della Lega Nord a Venezia, 14 settembre 2008)

sposaSolidarietà zero

La rivoluzione nei confronti di coloro che vogliono dare i sussidi agli anziani degli extracomunitari. Quei sussidi li do alle mogli, a tutte le spose che hanno rinunciato a lavorare per allevare i figli. Quei sussidi non li voglio dare più agli anziani degli extracomunitari. Sono denari nostri e io me li tengo. Questo è il Vangelo secondo Gentilini: tutto a noi e se avanza qualcosa agli altri. Ma non ne avanzerà niente. Quindi Maroni devi eliminare questa truffa nei confronti del nostro popolo!

(comizio della Lega Nord a Venezia, 14 settembre 2008)

bacioPulizia etnica contro

gli omosessuali

Darò immediatamente disposizione alla mia comandante affinché faccia pulizia etnica dei culattoni. I culattoni devono andare in altri capoluoghi di regione che so che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c’è nessuna possibilità per culattoni o simili.

(intervista rilasciata a Reteveneta, agosto 2007)

dalmata… e verso i cani diversi

Come amico dell’uomo, il cane e le razze che avevano i nostri progenitori, credo sia un salto di qualità. Non vogliamo le razze straniere, noi vogliamo quegli amici dell’uomo che accompagnavano i nostri agricoltori, i nostri personaggi che faticavano dalla mattina alla sera sulle montagne e rispettavano l’economia floreale, degli animali e di tutto. Vogliamo il rispetto della natura. (intervista rilasciata ad Antenna 3, maggio 2008)

Queste parole tratte da Youtube, sono esattamente quelle pronunciate dall’avvocato Giancarlo Gentilini, due volte sindaco di Treviso e attuale prosindaco della città veneta.

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A rischio anche i cigni

Nel febbraio 2006, per via di una supposta emergenza ambientale dovuta a un loro ipotetico sovrannumero, Gentilini propose di sterminare i 29 cigni che vivevano lungo le rive del fiume Sile. Ma in difesa degli animali si mobilitarono associazioni, ambientalisti, trasmissioni televisive.

A sua discolpa va detto che il sindaco sceriffo non avrebbe fatto discriminazioni tra cigni bianchi e neri, e che effettivamente i suddetti animali: 1) erano privi di documenti, 2) gravavano sul territorio cibandosi illegalmente di tutto ciò che riuscivano a filtrare nelle acque pubbliche, 3) non avevano fissa dimora, 4) espletavano i bisogni corporali in pubblico con scarso rispetto della decenza, 5) andavano avanti e indietro fino al tramonto senza cercarsi un’occupazione regolare, 6) non pagavano le tasse.


22
Feb
09

Donna oggetto

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Donna in bikini? Un oggetto da manipolare

Che l’uomo si senta eccitato, o perlomeno gli aumenti il battito cardiaco quando vede una donna nuda, è risaputo. Ma ora si sa che la donna poco vestita (anche solo in bikini) viene istintivamente percepita dal maschio alla stessa stregua di un oggetto da manipolare e non come una persona. E’ un dato scientifico misurato dalle risonanze magnetiche al cervello praticate a 21 giovani volontari a cui venivano mostrate immagini di donne discinte.

L’esperimento coordinato dalla psicologa Susan Fiske, ricercatrice dell’Università americana di Princeton, evidenzia che vedendo quelle foto, nei maschi si attivavano aree cerebrali di solito associate alla corteccia pre-motoria che generalmente si attiva in presenza di utensili da manipolare e non di persone; la visione di persone attiva invece altre aree preposte a mettere in moto reazioni di empatia e di capacità nel comprendere emozioni e desideri altrui.

La stessa reazione “disumanizzata” è stata verificata in presenza di foto di drogati e barboni. Si è visto poi che immagini di corpi femminili discinti e senza testa, presentate per soli 2 decimi di secondo in mezzo ad altre di donne con la testa, restano più fissate nella memoria del maschio: significando che sono gli attributi sessuali a sconvolgere di più il pensiero maschile.

Questi risultati invitano a prendere coscienza di un dato di fatto, sempre relegato a vecchi luoghi comuni che vedono il maschio come facile preda degli istinti e interessato ad una sola cosa. Certo non si sospettava che il corpo della donna, per lui, fosse tanto disumanizzato: considerato come preda secondo gli archetipi più primordiali della riproduzione e conservazione della specie.

La ricercatrice americana si dice contraria a campagne di moralizzazione dei costumi; ma indubbiamente i risultati dello studio invitano a riflettere per evitare, dove possibile e soprattutto al di fuori dei normali contesti in cui i corpi seminudi vengono esibiti, pericolose esposizioni a inutili rischi.

20
Feb
09

Mafia & CO.

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La vergogna di Stato

Manuela Loi è una ragazza dai capelli folti e gli occhi sorridenti. Contenta di essere in polizia, anche se ha dovuto passare da un’isola all’altra: dalla sua Sardegna alla Sicilia. Ha un fidanzato che sta per sposare e fra tre mesi compirà 25 anni, ma al momento è il lavoro che la impegna al 100%. E’ domenica pomeriggio e fa caldo, siamo in luglio e a Palermo c’è molto sole. Sestu, il suo paese vicino Cagliari, è lontano anni luce. Oggi non ha impegni, ma è a disposizione: significa che possono chiamarla in servizio. Sale sull’auto blindata, ancora non sa che sta per diventare tristemente famosa in tutta Italia, che le verranno dedicate scuole in tutta la Sardegna, ma soprattutto che quello è il suo ultimo giorno di sole, il suo ultimo giorno. Da cinque giorni fa parte della scorta di Paolo Borsellino (è la prima donna affidata ad una scorta ad alto rischio) e ora sta accompagnando il giudice a casa della vecchia mamma. E’ il 19 luglio 1992, quella è via d’Amelio. Le due auto blindate che arrivano dalla villa di un amico di Borsellino, parlamentare dell’Msi, si fermano sotto i palazzi nella strada che il giudice aveva invano chiesto al Comune venisse interdetta al parcheggio. Scendono i primi agenti in copertura, poi il giudice scortato da un altro poliziotto e da Manuela. Impugnano i mitra, ma appena Borsellino suona il campanello del citofono, una 126 parcheggiata lì davanti esplode con il suo carico di 96 kg di tritolo. Col giudice e Manuela Loi muoiono sul colpo Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Claudio Triana, Vincenzo Limuli. L’asfalto si solleva per 200 metri e i condomini sono sventrati fino al quinto piano.

A distanza di qualche giorno i resti della giovane donna, la prima poliziotta italiana morta in servizio, recuperati a brandelli perfino sulle pareti del condominio, vengono ricomposti in una bara e mandati a casa a Cagliari. Ma a questo punto avviene l’incredibile, che Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, ricorda con rabbia e indignazione nei suoi interventi pubblici: i familiari ricevono anche la fattura delle spese di trasporto. La vergogna di Stato.

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Intreccio di tabulari e “cantanti”

Pochi giorni prima, cioè subito dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, in un intervento pubblico a Palermo, Borsellino aveva detto testualmente: La Corte di Cassazione continua ad affermare, di fatto, che la mafia non esiste. Continua a far morire Giovanni Falcone

Tra gli investigatori chiamati sul posto, Gioacchino Genchi, esperto analizzatore di flussi telefonici e telematici balzato in questi mesi agli onori delle cronache, in seguito dichiarò che l’unico luogo plausibile da dove avrebbe potuto essere premuto il telecomando di innesco dell’esplosione (vedendo direttamente il luogo dell’attentato senza esserne investiti dall’onda d’urto), era il castello liberty di Utveggio, sede di un centro del Sisde (servizio segreto civile), in seguito smantellato in una sola notte), sul monte Pellegrino che domina la città. E poi Genchi tirò in ballo uno specifico agente segreto, già coordinatore dei centri Sisde in Sardegna e Sicilia: Bruno Contrada, arrestato 5 mesi dopo la strage di via d’Amelio per concorso esterno in associazione mafiosa (condanna a 10 anni confermata in Cassazione nel 2007) e nel 2008 già agli arresti domiciliari per motivi di salute). Lo accusavano 4 pentiti di calibro: Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo, Salvatore Cancemi e Giuseppe Marchese. Ma quello che dice Genchi è un dato tecnologico: qualcuno avvisò Contrada dell’attentato di via d’Amelio solo 80 secondi dopo lo scoppio. Che tempestività i servizi! I familiari lo seppero due ore più tardi. Ma come? Non si stava parlando di mafia? Vuoi vedere che i servizi segreti italiani non “hanno seguito molto da vicino” solo il terrorismo! E poi c’è la questione del capitano dei carabinieri Arcangiòli (oggi colonnello), fotografato e filmato pochi minuti dopo la strage, mentre porta in salvo la borsa in pelle di Borsellino. La porta al giudice Ayala, poi dirà in questura, ma di fatto più tardi la rimise nell’auto blindata del giudice dove l’aveva presa. E perché mai? Una volta acquisita… E perché mai senza stendere un verbale… Di fatto la borsa non conteneva più l’agenda rossa da cui Borsellino non si separava mai. Oggi il colonnello suggerisce ai magistrati di cercare altri agenti segreti che si aggiravano tra le auto carbonizzate. Qui sotto ospito con piacere l’intervento che mi ha concesso Salvatore Borsellino, fratello del magistrato assassinato, che da 17 anni si batte per ottenere la verità. Con la determinata illusione che solo i parenti delle vittime, nel nostro Belpaese, possono nutrire.

Qualche notizia sui curiosi abitatori del castello di Utveggio: http://koze_kozim.go.ilcannocchiale.it/post/1598001.html

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La morte della giustizia

Mi è arrivata una notizia alla quale la mia mente si rifiuta di credere. Sono ormai abituato nei 17 anni che sono passati dall’assassinio di Paolo Borsellino a continuare a vederlo ripetutamente massacrato da tutte le volte che è stata negata la giustizia per quella strage. Da tutte le volte che delle indagini sono state bloccate, che dei processi sono stati archiviati nel momento in cui arrivavano ad essere indagati i veri autori di quella strage, i veri assassini di Paolo e dei ragazzi della sua scorta. I veri assassini: quelli che hanno procurato l’esplosivo di tipo militare necessario per l’attentato, quelli che dal castello Utveggio hanno premuto il pulsante del telecomando che ha provocato l’esplosione, quelli che in una barca al largo del golfo di Palermo attendevano la comunicazione dell’esito dell’attentato, quelli che si sono precipitati sul luogo dove le macchine continuavano a bruciare, calpestando i pezzi di quei cadaveri e camminando nelle pozzanghere formate dal sangue di quei ragazzi per poter prelevare l’agenda rossa di Paolo e insieme ad essa le prove della scellerata trattativa tra mafia e Stato. Quella trattativa per portare avanti la quale Paolo doveva essere eliminato, ed eliminato in fretta.

Credevo di essere ormai abituato a tutto, di riuscire a resistere a qualsiasi disillusione, a qualsiasi venir meno della speranza di ottenere Giustizia, ma questa volta il colpo è troppo forte, questa volta non so se riuscirò a reggerlo. Il ricorso presentato in Cassazione dalla Procura di Caltanissetta, retta da Sergio Lari, a fronte della sentenza di assoluzione emanata dal GUP nei confronti del capitano Arcangioli era inoppugnabile. Quella sentenza grida vendetta sia per quanto riguarda la forma giuridica che la sostanza. Basta guardare, nelle fotografie e nei video, il cap. Arcangioli. Si vede un uomo che si allontana dalla macchina con il suo bottino tra le mani per consegnarlo a chi gli ha ordinato di sottrarre quella preziosa testimonianza autografa dello stesso Paolo sui motivi del suo assassinio. Basta questo per capire che non possono essere in alcun modo accettare le motivazioni addotte dallo stesso Arcangioli per giustificare le innumerevoli e discordanti versioni date, per giustificare le sue presunte amnesie sulle persone alle quali quella borsa era stata consegnata. Per riapparire poi, due ore dopo la sua scomparsa, sul sedile posteriore della macchina blindata di Paolo ma vuota del suo prezioso contenuto. Quell’uomo che si allontana dalla macchina a passo spedito, guardandosi intorno con espressione sicura per verificare se qualcuno lo sta osservando non è un uomo sconvolto, è un uomo sicuro di sé e a cui non importa se è fatto di sangue e di pezzi di carne il terreno su cui cammina. E’ un uomo che sta compiendo un’azione di guerra e deve portarla a termine. E se così non fosse, se il cap. Arcangioli fosse innocente e non fosse lui ad avere sottratto quell’agenda, gli dovrebbe allora essere data la possibilità di difendersi in un pubblico dibattimento, di difendersi davanti all’opinione pubblica da un’accusa così infamante: con la stessa visibilità che è stata data ai processi dei coniugi di Erba, di Meredith, della Franzoni o alla pretesa agonia mediatica di un povero corpo morto ormai da 17 anni come quello di Eluana. Ma la Giustizia in Italia è ormai marcia. Sono stati eliminati senza bisogno di tritolo quei giudici che hanno osato avvicinarsi ai fili scoperti della corruzione del sistema di potere. Sono stati intimoriti gli altri magistrati con gli esempi di provvedimenti disciplinari inauditi e di espulsioni dalla Magistratura. Provvedimenti ed espulsioni decretati per giudici che cercavano soltanto di ottemperare al giuramento prestato allo Stato al momento di intraprendere il loro servizio allo Stato. Quello Stato in cui avevano creduto e per servire il quale Paolo è stato ucciso. Si è ormai arrivati alla fase finale. Per legge si proclama che il nero è bianco e che la realtà non è quella che vediamo. E’ quella che DOBBIAMO vedere.

Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo Borsellino


18
Feb
09

Benigni a Sanremo

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L’omosessualità secondo Benigni

conquista Sanremo

Un grandissimo Roberto Benigni per 30 minuti ha imposto l’attenzione alla platea di Sanremo nella prima serata del festival. Andando a braccio, come sempre, sulla più stretta attualità politica e sempre con la promessa di non cadere nella banalità di parlare di Berlusconi: dalle dimissioni di Veltroni al lodo Alfano, da Mastella “Un generoso che ha permesso a tutti i successori alla Giustizia di fare per forza meglio di lui” alla riforma della giustizia che darà la sicurezza della pena: “Ma è la sicurezza della cena che vogliono gli italiani!”. Poi la proposta: “Silvio, ti propongo di fare come Mina che è diventata un mito… sparita dalle scene, non si fa più vedere da anni e per questo è diventata un mito. Tu potresti sparire, ma non in Svizzera, più lontano su un’isola magari in Nuova Zelanda assieme ad Apicella; ogni tanto scrivete una canzone e ce la mandate… Così poi ti cercano su Chi l’ha visto: un metro e 70 (uno e 50 secondo la Questura) belloccio… almeno ti ricordo così se nel frattempo non hai cambiato la Costituzione… Silvio tu devi veramente sparire!”. Ma è negli ultimi dieci minuti che Benigni ha tirato fuori la sua vena di grande umanità, quella che sa toccare il cuore e il cervello di tutti. Ha parlato di omosessuali. “Non è un peccato. Il vero peccato è la stupidità. Gli omosessuali ci hanno dato dei doni enormi. Gli omosessuali sono stati incarcerati, torturati, uccisi nei lager perché amavano una persona: lasciamo stare di che sesso, quella è una faccenda loro. Amavano- una- persona. Che penseremmo noi eterosessuali se quando ci innamoriamo perdutamente venissimo presi incarcerati torturati e mandati a morte per questo?”. E ha chiuso recitando l’ultima lettera che a fine Ottocento Oscar Wilde scrisse da un carcere inglese dov’era rinchiuso per aver amato una persona del suo stesso sesso, al suo giovane amore. Lettera che si chiudeva con l’invito a fuggire in Italia: “… Il tuo amore ha ali larghe ed è forte, mi giunge attraverso le sbarre della prigione e mi conforta… Il tuo amore è la luce di tutte le mie ore. Il nostro amore è sempre stato nobile e bello e se io sono stato il bersaglio di una terribile tragedia è perché la natura di quell’amore non è stata compresa”. Molti del pubblico si sono alzati in piedi, e alla ripresa dopo la pubblicità, Paolo Bonolis ha sottolineato che persone come Benigni, visibilmente commosso a fine monologo, lo fanno sentire fiero di essere italiano.

15
Feb
09

Cena al buio

buioUna cena al buio. Nel senso… senza luce

(per il Corriere della sera – 15 febbraio 2006 – dorso Veneto)

LOREGGIA. Scambiare la polenta per purè, le verze per cavoli o il vino bianco per rosso sarebbe impossibile per un cieco; è invece normale per chi è abituato ad affidare agli occhi il suo approccio col cibo. In questi trabocchetti percettivi sono caduti 25 invitati alla quarta cena al buio organizzata venerdì scorso nella sua villa dall’imprenditore- scrittore non vedente Davide Cervellin. Cena al buio nel vero senso della parola e non nell’accezione comune del termine: in questo caso, da incontrare non c’era un partner a sorpresa, ma le proprie percezioni in assenza di luce. Non a caso l’esperimento è caduto nella giornata “M’illumino di meno” lanciata da Caterpillar di Radio 2. Portati per mano da Davide, che li ha accolti a lume di candela, gli ospiti uno alla volta sono entrati nell’insolita dimensione di un luogo misterioso, accompagnati al proprio posto a tavola dove hanno dovuto prendere dimestichezza con piatto, posate, tovagliolo. Nel buio più totale hanno imparato a tenere il bicchiere attaccato al piatto, a cercare a tentoni il pane, a versare acqua e vino: prima con un dito nel bicchiere fino a bagnarlo, poi soppesando i liquidi. E ci si è avventurati in gesti non più ovvi, come passarsi la bottiglia, servire da bere o il cibo nel piatto del vicino. Le sole fonti luminose percepite erano la lucina rossa e i riflessi bianchi degli occhiali a infrarossi che permettevano alla figlia dell’imprenditore Daisy, chef della serata, di aggirarsi con le pietanze nell’oscurità totale. La convivialità e la curiosità hanno presto fugato anche i timori di macchiarsi con la zuppa di verze o col radicchio all’olio dei Colli. Poi, chi lo desiderava, poteva farsi guidare (o azzardare da solo) dall’altra parte della stanza per conoscere gli altri commensali. Tra le mani che stringi c’è quella di Dina di Udine, venuta fin qui per far provare al fidanzato quel che lei vive tutti i giorni. “Non vedere facilita il contatto umano che è sparito dalla nostra cultura” spiega Cervellin: e difatti per sapere se hai qualcuno vicino, finisci con naturalezza per toccargli la spalla o la testa. Ti dai del tu con tutti, forse perché stai condividendo una situazione “a rischio”, o forse semplicemente perché non hai più barriere. Cenare al buio non è un gioco di società, ma un’occasione per riflettere: la convivialità è di enorme aiuto, perché immaginarsi completamente soli nella stessa situazione, comunica un senso di smarrimento che faremmo bene a tener presente per rapportarci meglio agli altri.

12
Feb
09

Ricordando De André

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De André, l’indiano e il Missoni

Un piccolo ricordo personale di Fabrizio De André. Era la fresca sera del 18 agosto 1981 allo stadio di Lignano, per la prima volta (è stata anche l’unica) sentivo De Andrè dal vivo, tra l’altro assieme al figlio Cristiano e con l’ultimo disco Indiano (registrato in luglio) che raccontava del sequestro di persona subìto due anni prima. Dopo il concerto vidi Fabrizio raggiungere il camerino lungo la pista, ma prima che potesse entrarvi venne avvicinato da un giovane fan. Il ragazzo si tolse di scatto la t-shirt e gliela regalò. A quel punto De André non ci pensò due volte: sbottonò il cardigan Missoni mettendolo nelle mani dello sconosciuto. Tutto qui, pochi secondi per un simbolico passaggio di consegne che mi lasciò incredulo per quanto appariva “alla pari”.

Per approfittare l’indomani della spiaggia non rientrammo a Padova. Quella notte io e la mia ragazza abbiamo dormito scomodamente in auto: c’erano pochi soldi, eravamo ragazzi e un po’ invidiammo quel nostro “collega” premiato con un trofeo così particolare.

10
Feb
09

Palestina

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Le radici dell’odio

Golia e Davide. I primi cent’anni

1843. Yehudah Alkalai, rabbino nato a Sarajevo, per primo invoca la nascita di colonie ebraiche in Terrasanta. Non auspica uno Stato, ma una vasta comunità religiosa dentro l’Impero ottomano. Scrive: Il sultano non farà obiezioni perché ogni nazione adorerà il suo Dio.

1870. In Palestina ebrei russi e rumeni promuovono insediamenti agricoli gettando le basi, con la scuola agricola Mirkve’ Israel, dell’attuale Tel Aviv.

1882. Prima migrazione di massa dalla Russia. I pionieri invocano la rinascita del popolo ebraico.

1890, 1 aprile. Il giornalista viennese Nathan Birnbaum in un articolo sul suo giornale Selbstemanzipation (Autoemancipazione) conia il termine sionismo, inteso come progetto per ricostituire uno Stato ebraico.

1896. Il giornalista ungherese Theodor Herzl a Vienna pubblica il libro Der Judenstaadt. (Lo Stato giudaico. Saggio di una soluzione moderna alla questione ebraica). E’ il manifesto del Movimento Sionista, nato in risposta al forte antisemitismo esistente.

1897, maggio. Herzl fonda a Vienna Die Welt, primo giornale sionista (non è il quotidiano tedesco attuale).

1897, 29 agosto. A Basilea primo Congresso Sionistia, voluto da Herzl e da lui presieduto. Si invoca la nascita di uno Stato per gli ebrei nella Terra di Israele. Sul suo giornale Herzl scrive: A Basilea ho fondato lo stato ebraico… Tra 50 anni tutti se ne renderanno conto…

1901. Al 5° Congresso Sionista si costituisce il Fondo Nazionale Ebraico (Keren Kayemet Le Israel, o KKL) per comprare terreni ed eseguire opere di urbanizzazione in Israele.

1902. Gli inglesi propongono la creazione di uno Stato ebraico in Uganda, ma agli ebrei la proposta non piace.

1904. Grande ondata migratoria ebraica russo-polacca verso la Palestina.

1907. Si inizia a parlare di come ufficializzare la presenza ebraica in Palestina e gli insediamenti si fanno massicci.

1909. Fondazione di Tel Aviv, prima città del mondo interamente ebraica.

1917. Gli inglesi sconfiggono gli Ottomani che lasciano la Palestina dopo 400 anni di dominio. La Dichiarazione Balfour del 2 novembre impegna Londra ad appoggiare una patria ebraica in Palestina.

1918. Nasce l’esercito ebraico. Dopo l’apporto spionistico all’esercito inglese, gli ebrei di Palestina costituiscono dentro le forze britanniche un proprio corpo volontario armato che combatte i turchi.

1919, 3 gennaio, Londra. Chaim Weizmann, capo dell’Organizzazione Sionista Mondiale e l’emiro Feisal Ibn al-Hussein al-Hashemi per conto del regno arabo di Hedjaz (regione dell’Arabia Saudita), firmano un accordo di collaborazione tra i due popoli. Al punto 4 si parla di stimolare e incoraggiare l’immigrazione in larga scala di ebrei in Palestina e salvaguardare gli interessi di contadini e proprietari arabi assistendoli nel loro sviluppo economico. Al punto 7 l’Organizzazione Sionista si impegna a fare ogni sforzo per assistere lo Stato Arabo fornendogli i mezzi per sviluppare le sue risorse naturali e le sue possibilità economiche.

1920. La Società delle Nazioni assegna alla Gran Bretagna (che ne controlla il territorio da 3 anni) il mandato sulla Palestina. Nel 1920 nasce Haganah, forza paramilitare clandestina per la difesa degli insediamenti ebrei.

1929, 14 agosto. Primi scontri generalizzati, dopo l’offesa arrecata agli arabi da gruppi nazionalisti sionisti di destra che avevano marciato attorno al Muro del pianto di Gerusalemme rivendicando la proprietà della città santa. In risposta, marcia araba fino al Muro e rogo di alcune pagine di libri di preghiere ebraici. Gli scontri infiammano presto l’intera Palestina. Il 24 agosto 70 ebrei uccisi a Hebron. Seguono rappresaglie militari di Haganah.

1931. In Palestina vivono 360.000 ebrei (erano 83.000 nel 1915), 761.922 arabi e 90.000 cristiani.

1933. Dopo nuove migrazioni ebraiche da Polonia e Russia, inizia una forte corrente migratoria dalla Germania nazista.

1936. Guerra civile di 3 anni scatenata dalle richieste arabe di indire elezioni, fermare la migrazione israeliana e terminare il mandato britannico. Gli inglesi si oppongono con durezza e negli scontri muoiono 5.000 arabi, 400 ebrei e 200 di loro. Alla fine gli inglesi promettono di ritirarsi entro il 1949 e di limitare l’immigrazione (che diventerà quindi clandestina, aumentando vorticosamente). Venendo meno l’appoggio inglese, gli ebrei cercano aiuto negli Stati Uniti.

1940. Durante la guerra mondiale gli ebrei si schierano con gli alleati, gli arabi con tedeschi e italiani in chiave anti-inglese. In questo periodo nascono le formazioni paramilitari Banda Stern, Irgun e Lehi che praticano il terrorismo contro gli arabi e contro gli inglesi fino al 1948.

1946, 22 luglio. Tra gli ideatori dell’attentato dinamitardo al King David Hotel, sede del comando inglese a Gerusalemme che provoca 91 morti (41 arabi, 28 inglesi, 17 ebrei e altri) ci sono i futuri primi ministri israeliani David Ben Gurion e Menachem Begin (comandante di Irgun, in seguito premio Nobel per la pace).

1948, 10 aprile. Di notte i gruppi paramilitari Irgun e Stern tentano di sgomberare il villaggio arabo di Dei Yassin provocando 250 vittime tra cui donne e bambini. Il giorno dopo Irgun distribuisce agli arabi le foto degli uccisi con l’avvertimento scritto: Aspettatevi altrettanto se non sparite!

1948, 13 aprile. Rappresaglia araba con attacco a un convoglio di medici e infermieri ebrei che stanno raggiungendo un ospedale di Gerusalemme: 77 morti. Lo stesso giorno nasce il primo governo ebraico.

1948, 15 aprile. Il Patriarca cristiano di Palestina per la prima volta nella storia si schiera dalla parte degli arabi. Intanto, temendo il peggio e su indicazione degli stessi capi arabi, 250.000 musulmani iniziano ad abbandonare Haifa, Jaffa, Tiberiade e Safed, finendo nelle tende di improvvisati campi profughi. Alla fine gli esuli saranno 900.000 e libereranno terre per gli ebrei.

1948, 26 aprile. Truppe arabe entrano in Palestina dall’Iraq.

1948, 27 aprile. L’esercito inglese spara contro i gruppi terroristici ebraici entrati a Jaffa, mentre truppe irachene combattono a fianco di quelle della Legione Araba. Gli inglesi bloccano due navi con emigranti ebrei e ne rimandano una in Germania. Con tre formazioni paramilitari che Londra considera terroristiche, gli ebrei organizzano la resistenza per scacciare gli inglesi dalla Palestina.

1948, 28 aprile. L’Egitto accoglie i primi profughi palestinesi.

1948, 14 maggio. Senza attendere i tempi previsti dall’ONU, nasce lo Stato di Israele secondo la risoluzione ONU n. 181 (29 novembre 1947) che prevede la divisione della Palestina in 3 parti: uno Stato ebraico sul 56% del territorio, uno Stato palestinese e un’area internazionale comprendente Gerusalemme e Betlemme. 33 i paesi favorevoli, 13 contrari (tra cui quelli arabi e la Grecia), 10 gli astenuti (tra cui Gran Bretagna e Cina). Premier e ministro della difesa è Ben Gurion. La Corte Internazionale di Giustizia respinge il ricorso delle nazioni arabe che contestano la competenza ONU in merito alla spartizione di un territorio. Si pone così fine (si pensa) a secoli di diaspora e persecuzioni degli ebrei, creando per essi uno Stato nella terra madre della loro religione, senza però tenere in conto le esigenze di chi già occupava quelle terre da centinaia di anni. Prevedendo rappresaglie arabe e l’arrivo di altri ebrei dall’Europa, si decide di mescolare i due popoli: 99% di arabi nello Stato arabo e 55% di ebrei nello Stato ebraico, più un’area internazionale interreligiosa abitata per il 51% da arabi. Gli ebrei (tranne le formazioni terroristiche) accettano, gli arabi no, contrariati dalla mancanza di sbocchi sul mar Rosso e sul lago di Tiberiade, principale risorsa idrica dell’area; e dal fatto che alla minoranza ebraica viene concessa la maggioranza del territorio.

1948, 15 maggio. Gli Stati Uniti di Truman riconoscono immediatamente lo Stato di Israele. Due giorni dopo lo fa Stalin e a seguire altri paesi, meno il Vaticano che non tollera ebrei in Terrasanta. Lo stesso giorno l’Egitto entra in guerra contro Israele: ufficialmente per punire le bande terroristiche ebraiche e ristabilire la sicurezza in Palestina. Eserciti egiziano, transgiordano, iracheno, libanese e siriano entrano in Palestina “per mantenere l’ordine e preservare i luoghi santi da umiliazioni ebraiche”. Come rappresaglia alla strage di Deir Yassin tre aerei arabi bombardano le colonie ebraiche di Kfar Etzion massacrandone la popolazione. Nei giorni seguenti 1.500 ebrei si arrendono a Gerusalemme e poi gli israeliani bombardano Amman, capitale della Transgiordania.

1948, 25 giugno. Il comandante di Irgun, Begin, minaccia di rovesciare il governo ebraico.

1948, 29 giugno. Dopo 25 anni di occupazione, gli inglesi lasciano la Palestina.

1948, 3 luglio. Arabi ed ebrei respingono il piano di pace del mediatore Onu Bernadotte, che propone: riduzione dello Stato ebraico, mantenimento dell’unità palestinese tra zona ebrea e araba, libertà d’immigrazione nella zona ebrea, statuto internazionale per Gerusalemme. Riprendono gli scontri.

1948, 17 settembre. A Gerusalemme il mediatore Bernadotte e l’osservatore Onu colonnello Serot, vengono assassinati, pare dalla banda Stern.

1949, 13 gennaio. A Rodi si aprono le trattative…

palestina

L’orribile comandamento della Bibbia

(dall’Antico Testamento – Deuteronomio 7, 12)

7:1 Quando il Signore, Iddio tuo, ti avrà fatto entrare nella terra alla quale sei diretto per prenderne possesso, e ne avrà cacciate d’innanzi a te molte nazioni …7:2 e quando il Signore, Iddio tuo, te le avrà date in potere e tu le avrai sconfitte, dannale allo sterminio, non venire a patti con loro e non conceder loro grazia. 7:5 Ma trattali così: demolite i loro altari, spezzate i loro cippi, abbattete le loro Asceroth, date alle fiamme i loro idoli… 7:16 Distruggi dunque tutti i popoli che il Signore, Iddio tuo, ti dà: non si impietosisca il tuo occhio per loro… 12:2 Distruggete tutti i luoghi, nei quali quelle nazioni a cui voi ne toglierete il possesso, hanno servito ai loro dei, sopra i monti e sopra i colli o sotto ogni albero frondoso; 12:3 Abbattete i loro altari, spezzate le loro statue, incendiate i loro boschi, fate a pezzi i simulacri dei loro dei, cancellate il loro nome da quel luogo.

I riferimenti sono ai Cananei, popolo che credeva negli dei degli Ittiti e che nel 1.200 a.C. venne in gran parte cacciato dalla Palestina dagli Ebrei, i quali scappando dalla schiavitù in Egitto, chiamarono quei luoghi Terra di Israele.

La Terra di Israele è stata finora abitata da almeno 15 popoli, a partire dal 600.000 a.C. come dimostrano alcuni ritrovamenti umani a sud del lago di Tiberiade. Il più lungo periodo di influenza su questa terra è stato quello romano (701 anni) seguito da quello arabo ottomano (400 anni) e poi dall’ebraico (250 anni).

A Gerico e sulle rive del Mar Morto attorno al 10.000 a.C. si stabilirono le prime comunità agricole; nel 4.000 a.C. primi insediamenti a Gerusalemme; nel 3.000 a.C. in Palestina si stanziarono i Cananei fondatori della città di Ebla. Nel 2.500 a.C. la tribù cananea dei Gebusiti fondò Gerusalemme. Nel 1.800 a.C. iniziò la prima migrazione in Palestina di nomadi provenienti dalla Caldea e dalla Mesopotamia e dei Filistei, popolo marinaro che arrivava da Creta e si stabilì sulle coste palestinesi. Gli Ebrei erano pastori nomadi provenienti da Ur in Caldea (nell’attuale Iraq a sud di Bagdad, vicino a Nassiria) e si stabilirono nel Sinai, nel deserto del Negev e in quello arabo, spostandosi poi in Egitto a seguito di una carestia. Nel 1.250 a.C., divenuti schiavi dei successori degli Hyksos, gli ebrei lasciarono l’Egitto ristabilendosi in Palestina. Nel 1.000 a.C. a Gerusalemme governava re Davide a capo di un regno israelita. Nel 926 a.C. gli Egiziani saccheggiarono Gerusalemme e nell’840 a.C. i Siriani la occuparono per 30 anni. Nel 720 a.C. gli Assiri conquistarono la capitale. Nel 587 a.C. fu la volta dei Babilonesi che la distrussero assieme al tempio deportando gli Israeliti a Babilonia e governando il territorio fino al 538 a.C.. Poi fu la volta dei Persiani (iraniani) che, sconfitti i Babilonesi, trasformarono Gerusalemme in capitale di una provincia persiana (dal 538 al 333 a.C.). Nel 332 a.C. Alessandro il Macedone conquistò Gerusalemme che rimase sotto il controllo greco fino al 301 a.C. prima do tornare sotto l’influenza egiziana per circa cent’anni. Successivamente, nel 200 a.C,, Gerusalemme passò sotto i Seleucidi greco-siriani e nel 169 a.C., il governatore di quel popolo, Antiochio Epifanio, dopo aver distrutto la capitale ne bandì l’ebraismo fino alla rivolta ebraica dei Maccabei nel 167 a.C., fondatori della dinastia Asmoneana durata dal 141 al 63 a.C., anno dell’avvento dei Romani che la tennero in pugno fino al 638 d.C., passando attraverso varie rivolte, la cacciata degli Ebrei nell’anno 135 ad opera dell’imperatore Adriano e un’occupazione persiana. Nel 638 iniziò il dominio islamico con la conquista del califfo Omar Ibn al-Khattab che chiamò Gerusalemme Al-Quds (La Santa) e permise agli Ebrei di farvi ritorno in una città completamente islamizzata. Dopo il governo dei Turchi dal 1.072 al 1.092, i Crociati nel 1.099 conquistarono Gerusalemme trasformandola in un regno latino; ma nel 1.187 Saladino la riportò ai Musulmani e agli Ebrei fu permesso rimanervi. Dal 1.229 al 1.239 la pace tra Turchi e Cristiani assegnò all’imperatore Federico II di Germania il governo della città santa, che poi tornò agli Arabi fino al 1.516, con un intervallo di un anno di invasione mongola (1.243-44). Nel 1.517 fu la volta dell’Impero Ottomano che governò la Palestina esattamente 400 anni fino al 1.917.




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LAVORO Giornalista pubblicista, collaboro con quotidiani e riviste nazionali- Uffici stampa- Testi per aziende, documentari, web, biografie, pubblicità- Speaker HOBBY Scrivere e fotografare

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