Archivio per la categoria 'DOSSIER'

11
mar
12

Sentenza Dell’Utri

Borsellino: Giustizia negata

C’è una persona per bene come Salvatore Borsellino, ingegnere di 69 anni, che dopo la morte del fratello Paolo, assassinato dalla mafia in via D’Amelio a Palermo il 12 luglio 1992 assieme ai poliziotti della sua scorta scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, vive per chiedere allo Stato giustizia e verità. Compito difficile il suo, sapendo che per interlocutore ha uno Stato che per anni ha nascosto la trattativa avviata con la mafia per fermare lo stragismo voluto da Totò Riina: trattativa che potrebbe essere la vera causa dell’assassinio del giudice Paolo Borsellino, ovviamente contrario a qualsiasi collusione Stato- mafia.

Il giorno della sentenza della Quinta sezione della Corte di Cassazione, che il 9 marzo 2012 ha rimandato al mittente il processo per contiguità con la mafia del senatore del Pdl Marcello Dell’Utri (i giudici palermitani dovranno rifarlo da capo, ma non ne avranno il tempo materiale), Salvatore Borsellino sulla sua pagina Facebook si è espresso così: Mi è mancato il respiro quando ho sentito la sentenza della Corte di Cassazione su Dell’Utri, mi si è fermato il cuore. Dopo la sentenza sull’Agenda Rossa non posso accettare anche questo, Non può essere negata a tal modo la Giustizia. Ricordate l’intervista di Paolo su Dell’Utri. Chiedo a tutte le Agende Rosse di non dargli tregua, di gridargli il nostro disprezzo e la nostra rabbia dovunque si trovi, di impedirgli di ricordarci mostrando la sua faccia che cosa è veramente la mafia.

Ma perché Salvatore Borsellino ha provato questa brutta sensazione?

A sua insaputa al compleanno del boss

e al matrimonio del trafficante

Il pensiero va alla cena del 41° compleanno che il boss di Catania Antonino Calderone il 24 ottobre 1976 festeggia nel ristorante Alla collina pistoiese in via Amedei a Milano, assieme ai mafiosi nonchè trafficanti di droga Vittorio Mangano, Antonino e Gaetano Grado: con loro anche un altro palermitano, Marcello Dell’Utri, che poi dirà agli inquirenti di esserci stato portato dal concittadino Cinà senza sapere chi fossero gli altri.  E va a un altro discutibile ricevimento il 19 aprile 1980:  al Café Royal, elegante caffè londinese in Piccadilly Circus angolo Regent Street, dove assieme a Gaetano Cinà, Marcello Dell’Utri partecipa al matrimonio tra una ragazza inglese e Maria Girolamo Fauci detto Jimmy che per il clan Caruana gestisce il traffico di droga in Gran Bretagna. Tra gli invitati spiccano il latitante Francesco Di Carlo (testimone di nozze), Girolamo Teresi della famiglia palermitana della Guadagna. Anche in quel caso Dell’Utri dice che al matrimonio e al banchetto di quegli sconosciuti ce lo portò Cinà. Il pensiero va anche a una sponsorizzazione che nel 1990 Dell’Utri come dirigente Publitalia (Fininvest) ottiene dalla squadra femminile di pallacanestro di Trapani: il presidente della squadra si sente chiedere un’intermediazione di 750 milioni di lire, con la formula Ci pensi perchè abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare. E difatti l’avvertimento è seguito dalla visita del boss trapanese Vincenzo Virga: per questa tentata estorsione, in primo grado nel 2004 Dell’Utri viene condannato a 2 anni. Il pensiero va anche ad altri elementi poco avvicinabili, che invece hanno avuto rapporti con il senatore Pdl: i Graviano, boss di Brancaccio mandanti dell’omicidio di don Pino Puglisi, e altri. E a Bernardo Provenzano, che a detta dei magistrati di Palermo che hanno indagato su Marcello Dell’Utri, lo ammirava molto.  Ma il pensiero non va solo a questo…

Cassata da 12 kg

dono del boss

a Berlusconi

Ci sono alcune intercettazioni telefoniche di Marcello Dell’Utri, che danno da pensare. La prima è del Capodanno 1987. Un certo Gaetano Cinà, titolare di una lavanderia di Palermo e suo amico di vecchia data lo chiama a Milano per fargli gli auguri e per sapere se lui ha ricevuto la cassata inviatagli. Dell’Utri nel 1987 è amministratore delegato del gruppo Fininvest di Berlusconi e Cinà non è un piccolo imprenditore siciliano qualunque, è nientemeno che il padrino della famiglia mafiosa Malaspina di Palermo, vicino a Stefano Bontate; lui è Silvio Berlusconi amico di Dell’Utri, e la cassata di 11 kg e 800 grammi era stata recapitata per Natale da Palermo al cavaliere di Arcore con tanto di pensierino scritto sopra con la glassa: Canale Cinque. L’11 giugno 1988 il boss richiama Dell’Utri dicendosi stupito per una citazione in giudizio da parte del tribunale penale di Milano che per il fallimento di 4 società gli ha bloccato il conto corrente. Dell’Utri lo tranquillizza: Sono fesserie, non c’è problema. E il boss: L’Italia non può andare avanti per queste La terza è una telefonata di servizio tra Cinà e un altro siciliano.

L’attentato alla Fininvest?

Per Berlusconi un gesto d’affetto

Quarta telefonata: Silvio Berlusconi chiama Marcello Dell’Utri per avvisarlo che Vittorio Mangano il 28 novembre 1986 è mandante di un piccolo attentato alla sede Fininvest in via Rovani a Milano (Mangano in quel tempo si trova in carcere in Sicilia). Ma il danneggiato e il suo amico ci ridono sopra, il patron della Fininvest la ritiene una ragazzata: Se voleva 30 milioni me li chiedeva e glieli davo… E il 30 novembre arriva la risposta (intercettata) di Dell’Utri, che informa Berlusconi: Mangano assolutamente è proprio da escludere… C’è da stare tranquillissimi… Ho visto Tanino che è qui a Milano. Perchè a Berlusconi dovrebbe interessare la presenza a Milano del titolare di una lavanderia di Palermo? Uomo tra l’altro a lui così noto da essere sufficiente il soprannome siciliano Tanino invece di nome e cognome (Gaetano Cinà) (foto in bianco e nero).

Un mafioso come baby sitter

Era stato lo stesso Marcello Dell’Utri a presentare all’imprenditore Berlusconi Vittorio Mangano. Berlusconi nel ’73 aveva 37 anni e Mangano 33. Lo tenne due anni in casa sua come fattore e factotum della tenuta della villa di Arcore, ma il loro non era il classico rapporto padrone- servitore, perché quel curioso siciliano non solo sedeva a tavola con gli ospiti dell’industriale milanese, ma come dirà lo stesso Berlusconi, Si trasferì in casa nostra con sua mamma, sua moglie e le due bambine che accompagnava ogni giorno all’asilo assieme ai miei figli. Portava la domenica i miei figli a vedere le corse dei cavalli… Qualcuno, contraddicendo le giustificazioni di Berlusconi, sostiene che l’imprenditore milanese sia stato costretto dalla mafia a ingaggiare quel mafioso per tutelarsi dai rapimenti (aveva già subito molte minacce verso i figli) e soprattutto per intessere relazioni finanziarie e politiche future.

Dal fallimento Bresciano a Forza Italia

Curiosamente, dopo che il 27 dicembre 1974 Mangano finisce in carcere rimanendovi fino al 22 gennaio 1975, il suo datore di lavoro milanese lo tiene ancora al suo servizio; cosa che ripete anche al secondo spiacevole episodio: arresto dell’1 dicembre 1975. Nell’ottobre 1976 Mangano fa fagotto lasciando definitivamente la villa di via San Martino 42 ad Arcore (è l’indirizzo che comunica in carcere come suo domicilio ufficiale); qualche settimane dopo se ne va dalla residenza di Berlusconi anche Marcello Dell’Utri che lì si era stabilito nel 1974 come suo segretario. Scaricato dal capo, a 36 anni Dell’Utri viene presentato nel 1977 dall’amico Cinà ai fratelli Rapisarda che possiedono il terzo gruppo immmobiliarista italiano: senza esperienza Dell’Utri diventa dirigente della Bresciano che fa parte del gruppo; ma presto tutto il gruppo fallisce. In soccorso a Dell’Utri torna Berlusconi che gli fa fare una brillante carriera, prima in Publitalia, poi in Fininvest e infine in Forza Italia.

Mangano, chi era costui?

Ma chi era Vittorio Mangano? Come affiliato a Cosa Nostra, e poi come reggente della famiglia di Porta Nuova, nel 1986 finì nel maxi processo di Giovanni Falcone, accusato nientemeno che da Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno. Nel processo mafia & droga Paolo Borsellino lo definì Una delle teste di ponte della mafia al nord Italia (nell’ultima intervista rilasciata prima di essere ammazzato, il giudice ricorda una telefonata del febbraio 1980 in cui Mangano parla di cavalli, ossia droga, da consegnare in un albergo di Milano).  Nel 2000 Mangano fu condannato all’ergastolo per gli omicidi di Giuseppe Pecoraro e Giovambattista Romano, ma morì di cancro 4 giorni dopo la sentenza, in casa sua dov’era agli arresti domiciliari per motivi di salute. Eppure non sono bastati questi precedenti per evitare che Silvio Berlusconi in un’assemblea pubblica nel 2008 ne cantasse le gesta negando qualsiasi sua condanna per mafia. Come si vede nel video, Berlusconi difese a spada tratta il mafioso tenendo una mano sulla spalla di Dell’Utri: lo stesso Dell’Utri che incontrò almeno altre due volte Mangano a Milano il 2 e il 21 novembre 1993, nelle pause in cui quest’ultimo era fuori da galera e aule di giustizia. Cinque mesi prima Dell’Utri, Berlusconi, Cesare Previti, Antonio Tajani, Giuliano Urbani, Antonio Martino, Gianfranco Ciaurro e Mario Valducci, avevano fondato Forza Italia, prendendo a prestito lo slogan che la DC aveva usato alle politiche dell’87.

Vittorio Mangano (per la stampa lo stalliere di Arcore) riposa nell’abbazia benedettina di San Martino delle Scale a Monreale (Pa). Sulla sua tomba è incisa la frase di Cristo: Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli

Mangano, per Berlusconi eroe,

non assassino

Dio un giorno avrà certo pietà dei crimini terreni di questa sua pecorella, anche per non essere da meno di Berlusconi che di pietà e di riconoscenza ne ha dimostrata molto prima del giorno del giudizio, dichiarando pubblicamente il 9 aprile 2008 su Radiodue Rai, che Mangano è stato un eroe per non aver mai detto falsità nei suoi confronti. Poco importa se nel 2000 il suo fattore mafioso era stato condannato all’ergastolo per duplice omicidio di mafia compiuto nel 1995, e aveva subito processi per traffico di droga ed estorsione. Il cavaliere avrebbe fatto meno danno alla propria immagine se per Natale avesse inviato alla vedova di Mangano, in memoria dei servigi prestati ad Arcore, una cassata di 11 kg e 800 grammi con su scritto Cosa Nostra. Ma gli italiani non si curano mai dei dettagli: 5 giorni dopo quella dichiarazione che vediamo nel video qui sotto, Berlusconi vinceva di nuovo le elezioni politiche.

06
mar
12

TAV – Stato – mafia

I segreti dell’Alta Velocità

Gli affari Stato – mafia

Fu un errore tattico della criminalità organizzata a far scoprire a un giudice il meccanismo della corruzione che stava alla base dell’affare Alta Velocità in Italia. I fatti, così come nel seguente video registrato ad Avigliana (To) il 13 giugno 2007 li racconta il protagonista della vicenda, giudice Ferdinando Imposimato (allora membro della Commissione Antimafia), partono dal 1994. In quell’anno lo Stato avviò i lavori della tratta dell’Alta Velocità Roma- Napoli: valore 10.000 miliardi di lire. E fu allora che la mafia iniziò a far scoppiare delle bombe lungo il percorso ferroviario, così il magistrato incaricò Criminalpol, Guardia di Finanza, Carabinieri di indagare su quali fossero le imprese incaricate di realizzare l’opera. Dopo due anni di indagini venne fuori l’intreccio. Con l’approvazione del 7° governo Andreotti, quattro mesi dopo l’insediamento della coalizione DC, PSI, PSDI e PLI (Trasporti Carlo Bernini, Lavori Pubblici Giovanni Prandini, Partecipazioni Statali Giulio Andreotti, Tesoro Guido Carli, Ambiente Giorgio Ruffolo, Industria Guido Bodrato) il 7 agosto 1991 le Ferrovie dello Stato incaricarono la TAV SpA (nata 19 giorni prima e dotata di un capitale sociale di 100 miliardi di lire), di progettare l’Alta Velocità tra Milano e Napoli e tra Torino e Venezia. A metà ottobre 1991 la TAV SpA stipulò contratti con quelli che vennero definiti General Contractors e che erano: IRI, ENI e Fiat, società incaricate della realizzazione delle sei tratte previste. Fin qui tutto lineare: IRI era l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (voluto da Mussolini nel ’33 per salvare dal fallimento tre grosse banche), ENI era l’Ente Nazionale Idrocarburi (ancora per pochi mesi ente statale, poi nel 1994 divenne SpA), Fiat era il gruppo industriale torinese. A capo dell’IRI c’era Franco Nobili (2 mesi di carcere nel 1993 per Mani pulite, poi l’assoluzione in appello, foto 1), a capo dell’ENI Gabriele Cagliari (morto suicida o “suicidato” con un sacchetto di plastica attorno alla testa il 20 luglio 1993 nel carcere di San Vittore dov’era detenuto per lo scandalo Enimont, foto 2), a capo della Fiat l’avvocato Giovanni Agnelli (foto 3), incensurato.

Corruzione ad alta velocità

Presentando il suo libro Corruzione ad alta velocità, il giudice Imposimato racconta che gli investigatori scoprirono che i tre General Contractors (IRI, ENI, Fiat) incaricati dei lavori dell’Alta Velocità, in realtà non costruivano un bel nulla, ma comunque si intascavano il 20% di quanto stanziato dal Ministero del Tesoro; come unico sforzo appaltavano i lavori ad alcune imprese (sempre le stesse). Quindi i lavori li facevano le imprese appaltate… Macchè. Nemmeno loro si sporcavano le mani preferendo intascare un ulteriore 20%; subappaltavano a imprese spesso collegate a mafia e camorra, le quali si prendevano un altro 20%: ed erano imprese che gli stessi giudici Falcone e Borsellino verificarono avere collegamenti anche con i Corleonesi di Totò Riina. Queste imprese affidavano finalmente i lavori effettivi a piccole imprese che guadagnavano il 10% del totale. Quindi, sintetizza il giudice, dei 10.000 miliardi di lire, 2.000 miliardi se li spartivano IRI, ENI e Fiat, 2.000 altre imprese amiche, 2.000 la mafia e la camorra e 1.000 chi, per conto delle mafie, eseguiva materialmente i lavori. In tutto 6.000 miliardi di tangenti, col risultato ovvio che i soldi non bastavano a completare l’opera. Lorenzo Necci (foto a fianco), allora amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, mise poi a punto un sistema di controllo del sistema, delegando Romano Prodi, presidente dell’IRI, quale garante dell’Alta Velocità e facendo presiedere a Susanna Agnelli (sorella del presidente Fiat) il Comitato Nodi Alta Velocità: quindi i controllori controllavano se stessi. Nel 1996 Necci fu arrestato per associazione a delinquere finalizzata a reati contro la pubblica amministrazione, peculato, corruzione aggravata, abuso d’ufficio, false comunicazioni sociali, truffa in danno delle Ferrovie, ma venne assolto in 42 processi e finì ucciso nel 2006 da un’auto mentre in bici era in vacanza in Puglia: per l’omicidio colposo l’investitore Donato Rodio, imprenditore di Locorotondo, fu condannato a 1 anno e 4 mesi.

Il senso della misura

Per questo dettagliato rapporto delle forze dell’ordine, il giudice Imposimato dice di essere stato attaccato da sinistra, da destra e dal centro, con l’eccezione di Rifondazione Comunista, e di non aver avuto il piacere di ricevere l’attenzione della stampa italiana diversamente da quella inglese, francese, tedesca. E malgrado le tante minacce di querele, non una sola lo ha mai raggiunto. Ferdinando Imposimato è presidente onorario aggiunto alla Corte di Cassazione. Nella sua carriera ha seguito direttamente casi piuttosto scottanti: rapimento di Aldo Moro (1978), omicidio di Vittorio Bachelet (1980), attentato a Giovanni Paolo II (1981), Banda della Magliana (1981). Per primo ha parlato della pista bulgara nel terrorismo in Europa, di connessioni terrorismo italiano-servizi segreti israeliani, di connessioni tra KGB e omicidio Moro; e nel 1986 venne convinto a lasciare la magistratura per le pressanti minacce della mafia, dopo che tre anni prima gli era stato ucciso il fratello Franco, sindacalista, per una vendetta trasversale collegata al processo alla Banda della Magliana. Pure in Francia e Spagna girano mazzette – dice -  ma loro almeno hanno il senso della misura.

05
mar
12

TAV che passione!

Torino-Lione colosso dai piedi d’argilla

Diffidare è una pratica sana, oltre che legittima. Almeno quando siamo di fronte a un’opera pubblica che muove enormi interessi economici. Perché non tutto ciò che si progetta è indispensabile per il fatto stesso che a proporlo è un ente pubblico che ha alle spalle la grande finanza. E’ l’esperienza della dilagante corruzione e comunque del vorace business a portarci a chiedere prima: se lo vogliono con tanta insistenza, un “buon” motivo lo avranno… Soprattutto quando il presunto interesse generale non viene sufficientemente motivato e l’opera pubblica va addirittura contro la volontà o l’interesse della gente a cui è rivolta. Dovremmo chiederci, e in primis chi sceglie per noi: vale più la salute dei cittadini o risparmiare un’ora di treno a pochi passeggeri? E ancora: valgono di più la salute dei cittadini e la tutela dell’ambiente o i grandi profitti di poche industrie, di poche banche e di quanti (pubblici e privati) riusciranno a lucrarci sopra?

Se l’Italia ha guadagnato il 69° posto per corruzione mondiale su 183 Paesi, assieme a Ghana, Macedonia e Samoa, vorrà pur dire qualcosa… Dovremmo forse sapere che l’Alta Velocità finora realizzata, in Italia ha avuto costi finali da 4 a 6 volte superiori a quelli preventivati.

In questi giorni siamo tutti distratti da temi ben più seri (la sconfitta di calcio con gli Usa, la farfallina ostentata al Festival di Sanremo da Belen); non ci interroghiamo quindi sui retroscena dell’Alta Velocità, anche perché ci lasciamo attrarre anche dalle frivolezze: lavoro che manca, benzina alle stelle, giovani a spasso, cinquantenni licenziati, sanità pubblica verso la paralisi, la povertà che conquista terreno… Poi viene spontaneo accettare che velocità e novità sono per forza concetti positivi; e ci si fida del governo, soprattutto se ad appoggiarlo sono quasi tutti i partiti. E il governo Monti dice sì all’Alta Velocità in Val di Susa. Ma così trascuriamo le voci fuori dal coro, non solo e non tanto quelle dei manifestanti che quando diventano violenti non sono più difendibili: ma anche le voci di chi quelle materie le studia e non è convinto della bontà di certi interventi. Uno di questi studiosi è Massimo Zucchetti ordinario di Impianti nucleari al Dipartimento di Energetica del Politecnico di Torino, tra i primi 360 firmatari dell’Appello a Monti assieme a don Luigi Ciotti (presidente Gruppo Abele e Libera) al giurista Giovanni Palombarini, a Niki Vendola (presidente Regione Puglia), a Marco Revelli (docente di Scienza Amministrazione, Università del Piemonte orientale), a Monica Frassoni (presidente Verdi europei), Paolo Beni (presidente nazionale Arci) Vittorio Cogliati Dezza (presidente nazionale Legambiente), Giovanni Valentini (giornalista), ai sindaci di Bari e Napoli Michele Emiliano e Luigi De Magistris.

Travolti dall’Alta Velocità

Massimo Zucchetti è ordinario di Impianti nucleari al Dipartimento di Energetica del Politecnico di Torino e già consulente tecnico al processo sull’incendio della Tyssen Krupp. Che non sia l’ultimo arrivato lo dice il suo curriculum: non tanto la laurea con 110 e lode in Ingegneria Nucleare, ma il fatto che è professore dal 1990 al Politecnico, dove insegna Sicurezza e Analisi del rischio, Protezione dalle radiazioni, Storia dell’energia nucleare. E’ consulente del Senato per il tema dell’uranio impoverito, coordinatore del programma internazionale IEA, dal 2005 collabora col MIT di Boston e ha molte altre collaborazioni accademico-istituzionali.

A proposito della TAV, con Claudio Cancelli e Giuseppe Sergi, ha scritto Travolti dall’Alta Voracità, libro nato in seno al mondo scientifico e che ricostruisce nel dettaglio l’architettura finanziaria e l’assurdità del modello TAV: progetto vivisezionato nei diversi aspetti da economisti, ingegneri, docenti di impiantistica, chimici e analisti degli appalti pubblici. Ne emerge la considerazione che il piano ha come unico motivo l’insaziabile sete di guadagno di pochissime industrie da sempre amiche di chi siede in sala regìa. Si parla di spreco faraonico di denaro pubblico per i prossimi decenni, per opere che mai potranno avere una proporzionale profittabilità economica e neanche una vera utilità pubblica.  

Critici verso la TAV sono stati l’ex ministro Franco Reviglio (Un motore da fuoriserie montato su un’utilitaria) e il manager statale Mario Schimberni (Se hai una Cinquecento che non funziona, non puoi risolvere il problema comprandoti una Ferrari). E, unico tra gli ex ministri di sinistra, Claudio Burlando. Il modello fu avviato dall’ex ministro craxiano Claudio Signorile, venne perfezionato da Paolo Cirino Pomicino e garantito da Silvio Berlusconi.

 

Il tunnel radioattivo della TAV

ovvero svegliare il can che dorme

Il ministro dell’Ambiente Clini, da Trieste il 3 marzo ha lanciato il messaggio rassicurante: L’Alta Velocità in Val di Susa non è un problema ambientale. Ma già gli avevano risposto negativamente gli studi presentati il 6 ottobre 2011 al convegno TAV e salute nell’aula magna del Politecnico di Torino; studi che comunque sottolineavano l’esigenza di ulteriori approfondimenti tecnici prima di dare il via ai lavori. In quell’occasione il prof. Zucchetti presentò le analisi dell’ARPA Piemonte che nel 1997 rilevava in campioni di roccia di una vecchia miniera di uranio a Venaus (attigua alla futura linea TAV), radioattività naturale da Uranio 238 pari a 100 Bequerel per grammo (è di 1.000 Bequerel al grammo la dose considerata naturale). Nel tunnel che andrebbe scavato, la presenza di Uranio provoca concentrazioni di Radon che potrebbero diventare nocive per gli addetti ai lavori: per evitare pericoli di esposizione a gas ionizzanti, l’intera aria del tunnel dovrebbe venir cambiata forzatamente almeno ogni ora; ma questo farebbe aumentare di molto i costi, inoltre per sicurezza gli operai dovrebbero lavorare nel tunnel radioattivo secondo precisi turni, un po’ come abbiamo visto fare attorno alla centrale di Fukushima (benché i livelli di radioattività qui bassissimi in confronto). Senza contare, dice l’esperto, il filtraggio del Radon nell’acqua sottostante che arriva a valle, ma soprattutto lo scoperchiamento della pentola: tirar fuori dalla montagna 15 milioni di metri cubi di minerali radioattivi che ora “dormono” inoffensivi, significa portarli altrove all’aperto, innescando un nuovo pericolo. Lo studioso ha effettuato un calcolo secondo il codice di dispersione di radioattività GEN II, da cui risulta la dispersione di radioattività pari a 2.000 miliardi di Bequerel, ossia a circa 500 Curie. Non sono valori paragonabili a quelli di Chernobyl, dice il docente, ma si stima che potrebbero portare nella popolazione della Valsusa circa 2.000 tumori (mortali e non) in 50 anni, cioè una quarantina all’anno. E poi c’è l’amianto.

Ma anche i lacrimogeni sono tossici

Ma la montagna in questione, una volta “tormentata” libererà anche altri veleni. Come rileva Marco Tomalino, diabetologo e presidente della Commissione medica Comunità montana Valle di Susa e Valle Sangone (firmatario con altri 311 medici dell’area, di un documento che mette in guardia dai rischi per la salute) il progetto TAV ammette incrementi di particolato nocivo alla salute dei valligiani, che porterebbero a un aumento dal 10 al 15% delle affezioni respiratorie, specie in bambini e anziani. E a proposito degli scontri tra forze dell’ordine e NO TAV, ricorda la pericolosità per l’organismo umano del gas lacrimogeno, prodotto di sintesi di Clorobenzaldeide e Malononitrile, due prodotti altamente tossici. Un attacco coi lacrimogeni nel 1993 nella sede della comunità dei Davidiani a Mount Carmel in Texas provocò molti morti; e come sostiene uno studio dell’Esercito americano (2001) Servono altre ricerche per definire l’azione tossicologica di questi agenti antisommossa.

Paga lo Stato, anticipano le banche

Interessante poi notare le previsioni di spesa per la TAV in Val di Susa. Nel 1990 era stimata in 11 miliardi di euro. Oggi è salita a 20 miliardi di euro. Inizialmente i lavori sarebbero durati 15 anni, oggi si parla di 22. Ma chi paga? Le tasse degli italiani. Però i fondi li anticiperanno alcune banche. Lo Stato verserà a queste banche ogni anno una rata di interessi che, dal 2009 e per 30 anni, è all’incirca di 2 miliardi di euro.

Torino- Lione, 400 milioni€ annui per gestirla

Angelo Tartaglia, professore di Fisica Generale al Politecnico di Torino, snocciola numeri che di fisico hanno poco, ma sono comunque concreti. Una volta spesi 20 o chissà quanti miliardi di euro per costruirla, la ferrovia veloce Torino-Lione ci costerà 400 milioni all’anno per mantenerla.

Italia-Francia scambi a picco

in attesa del miracolo

Per andare in pareggio dovrebbe trasportare tra 11.000 e 48.000 passeggeri al giorno, ma oggi sulla stessa linea (con un biglietto molto più economico di quello della TAV) ne viaggiano soltanto 2.000 e sono pure in calo continuo. Per un equilibrio economico il flusso di merci dovrebbe essere compreso tra 76.700 e 295.900 tonnellate al giorno, mentre nel 2010 ne sono transitale giornalmente solo 7.945. Come dire che i passeggeri dovrebbero magicamente almeno quintuplicare e le merci almeno moltiplicarsi per 10. Insomma dovrebbe svilupparsi un interscambio Italia-Francia tale da far gridare tutti al miracolo!. Ma le cose stanno diversamente e lo dimostra il flusso ferroviario tra le Alpi, calato da e per la Francia da 10,2 milioni di tonnellate anno del 1999 a 2,8.

Progetti ambiziosi

Sfogliando l’elegante, ma ormai vecchia pubblicazione dell’agosto 1996 TAV Treno Alta Velocità edita dalla TAV SpA, leggo: Come assorbire la crescita della domanda di trasporto che entro il prossimo decennio rischia di raddoppiare?… Dal 1970 la domanda nazionale di mobilità delle persone è aumentata di oltre il 70% e quella di trasporto merci dell’80%.

TAV SpA è nata il 19 luglio 1991 con un capitale sociale di 100 miliardi di lire. Chi ne fa parte? Per il 40% le Ferrovie dello Stato e per il 60% banche, banche d’investimento, società finanziarie e compagnie assicuratrici. Nell’ottobre 1991 TAV SpA avviò trattative con Fiat, ENI, IRI per la realizzazione di sei tratte sulle linee Milano- Napoli e Torino-Venezia. Nel dicembre 1993 il capitale sociale di TAV SpA viene moltiplicato per 10 e diventa di 1.000 miliardi di lire. Il 2 marzo 1994 la Commissione Antitrust considera legale la collaborazione tra FS e il gruppo di società incaricate, per cui si materializza l’accordo Fiat Ferroviaria, Ansaldo Trasporti, Abb Trazione e Breda/Firema per la costruzione del treno ETR 500 che viaggia a 300 km/h, e la collaborazione tra FS, IRI, ENI, Fiat. Il 20 dicembre 1995 si approva il raddoppio del capitale sociale, da 1.000 a 2.000 miliardi di lire. Oggi il capitale sociale è di 2 miliardi 945 milioni 212 mila 218 euro, ma nel 1998 dalla compagine sono uscite le banche (Imi, Citibank, Banca Nazionale del Lavoro, Istituto Italiano di Credito Fondiario, Banco di Napoli, Cariplo, Isveimer, Crediop, Credito Italiano, Indosuez, Credit Lyonnaise, San Paolo) e il 31 dicembre 2010 la società diventa una controllata di Rete Ferroviaria Italiana (RFI), una delle aziende di Ferrovie dello Stato. A tutt’oggi la rete ad alta velocità italiana, progettata per trasportare anche merci e quindi pensata per velocità massime di 250 km/h (anziché i 300 delle linee francesi inadatte alle merci) è attiva sulle tratte: Padova- Venezia (25 km), Milano- Treviglio (23 km), Milano- Bologna (182 km), Torino- Milano (125 km), Bologna- Firenze (79 km), Roma- Napoli (205 km). Finora i chilometri attivi delle tratte ultimate sono quindi 649.

03
mar
12

TAV Treno Alta Voracità

Tagliateci tutto (sanità, pensioni, asili)

Ma lasciateci la TAV!

Stiamo imparando che possiamo rinunciare agli asili nido, possiamo accettare pensioni sociali più basse, servizi sanitari più cari, possiamo pagare il pronto soccorso, accettare che si diano meno aiuti ai poveri, lasciare che il prezzo della benzina vada alle stelle e che non si risarciscano più i “colpi di frusta”… Ma ci sono opere assolutamente indispensabili per la nostra esistenza: qualche anno fa era il Ponte di Messina, oggi è il traforo dell’Alta Velocità in Val di Susa per il quale il governo, gran parte delle forze politiche, grosse imprese e banche fremono quasi fosse questione di vita o di morte. In fondo sono solo 18 o 20 miliardi di euro, dice il preventivo: e tutti sappiamo quanto in Italia si rispettino i preventivi pubblici! In fondo poco più dei 15 miliardi di costo dei 131 cacciabombardieri F35 che l’Italia voleva comperare e che il governo Monti ha ridotto a “soli” 90, ritenendoli evidentemente indispensabili…

Marco Travaglio in questo video snocciola costi e prospettive di un’opera che a 360 esperti (docenti universitari e professionisti) firmatari di un Appello a Mario Monti, appare inutile e anzi dannosa. L’opera che sarà pagata per il 57% dall’Italia e per il 43% dalla Francia, con i contributi europei (stanziati finora 600 milioni di euro), prevede 57 km di scavo nella montagna con l’estrazione di oltre un milione di tonnellate di detriti (anche radioattivi): e tutto questo allo scopo di potenziare con un tunnel un flusso di passeggeri e merci che negli ultimi 12 anni anziché essere in crescita si è più che dimezzato. I passeggeri tra Torino e Lione erano 1 milione e mezzo e oggi sono 700.000, mentre le merci che transitano tra Francia e Italia sono scese dagli 8 milioni di tonnellate del 2.000 a 2,5. Sembrerebbe quindi ingiustificato tanto sforzo economico e umano che durerà 15 anni di lavoro… Ma la logica non va mai a braccetto con gli interessi economici. A sostenerlo non sono solo gli ambientalisti, i valligiani No Tav e i violenti che si sono aggregati ai contestatori pacifici: i 360 firmatari dell’appello al premier Monti sono in genere attempati uomini di studio, spesso in giacca e cravatta, avvezzi ai calcoli e non alle barricate sulle autostrade o al lancio di pietre sulle forze dell’ordine. Questi individui contestano il progetto nato 21 anni fa con un primo studio di fattibilità e plaudono alla saggezza di Monti quando ha dato lo stop alle Olimpiadi romane per mancanza di soldi. Ma se non ci sono i 9,8 miliardi di euro per i giochi olimpici di Roma 2020, da dove saltano fuori i 20 miliardi per questo nuovo traforo? Marco Travaglio, nel video tratto dalla trasmissione di Santoro Servizio Pubblico dell’1 marzo 2012, ipotizza che si prendano da scuole, ospedali e magari pensioni su cui la scure del risparmio statale si abbatte sempre volentieri: in ogni caso si sfilano dalle tasche di chi paga le tasse, di chi va in auto, in moto sui mezzi pubblici. Paolo Beria e Raffaele Grimaldi, del Politecnico di Milano, in uno studio rilevano che l’Alta Velocità italiana sta male; e un’analisi di Bent Flyvbjerg della Said Business School dell’Università di Oxford (pubblicata nel 2009) indica che i costi di 258 grandi infrastrutture trasportistiche di 20 Paesi sono stati largamente sottostimati mentre i benefici sovrastimati. Come dire che le classi politiche e imprenditoriali ci fanno sempre credere che abbiamo estrema necessità di grandi opere e non importa poi se le useremo: l’importante è farle. Qualcuno (in genere pochissimi) ci guadagna enormemente e non bisogna essere dietrologi per sospettare che gireranno sostanziose mazzette… E intanto in rete gira questa lista della spesa: A proposito di TAV…
4 cm di Tav = 1 anno di pensione,
3 metri di Tav = 4 sezioni di scuola materna,
500 metri di Tav = un ospedale da 1200 posti letto, 226 ambulatori, 38 sale operatorie
1 km di Tav = 1 anno di tasse universitarie per 250mila studenti, oppure 55 treni pendolari NO TAV.

Un tunnel salutare

E che dire dell’uranio e dell’amianto presenti nella montagna che andrà scavata? I rilievi geologici indicano nel luogo dove si aprirà la prima di due gallerie, la presenza di Crisotilo (l’amianto del Serpentino). Si tratta di rocce del massiccio di Balangero dove per anni si è estratto il cancerogeno amianto fibroso, il più pericoloso d’Europa, quello bandito con grave ritardo a livello mondiale. Anzi, la cava di Balangero era ed è uno dei più grandi giacimenti mondiali di amianto: da qui se ne estraevano ogni anno 140.000 tonnellate: finchè la pericolosità delle fibre di questo minerale è stata dimostrata a livello internazionale. E per dimostrare quanto ce ne sia ancora, basta dire che un tipo di minerale di amianto porta il nome ufficiale di Balangeroite (nella foto). http://webmineral.com/data/Balangeroite.shtml

Non solo gli operai (probabilmente tutti immigrati) che certo a insaputa dei rischi andranno a scavare, ma anche i valligiani saranno esposti alle polveri estratte e alle montagne di detriti che finiranno da qualche parte, magari trasferite in altre regioni, per diventare fondo stradale o altro.

E poi l’uranio. Uno studio di Massimo Zucchetti ed Enzo Mersi del Politecnico di Torino, basato anche sul precedente Studio geo petrografico del Massiccio D’Ambin pubblicato nel 1965 (in tempi non sospetti) da Sergio Lorenzoni del CNR, indica il rischio di contaminazione radioattiva da uranio, torio e radon nei cantieri della TAV in Val di Susa. E questo perché la linea ferroviaria passerebbe accanto a giacimenti di uranio noti da decine d’anni.  http://it.wikipedia.org/wiki/Progetto_di_ferrovia_Torino-Lione#La_presenza_di_minerali_uraniferi.2C_amiantiferi_e_le_alte_temperature

E a proposito delle parole del presidente del Consiglio Monti Andiamo avanti! , sono arrivate immediate le risposte (raccolte in questo video dal il Fatto Quotidiano) da parte di Alberto Perino leader del movimento No Tav e del prof. Massimo Zucchetti del Politecnico di Torino, firmatario dell’appello.

16
feb
12

Grecia, morte lenta

Grecia, non voltiamoci dall’altra parte

Stanno votando la morte della Grecia. Noi abbiamo vinto contro i nazisti, abbiamo vinto contro la dittatura fascista e vinceremo anche questa volta. Mikis Theodorakis.

Che la Grecia sia in guerra è evidente. Non in guerra civile, come mostrano le immagini che la stampa italiana non ama troppo presentare (paradossalmente vediamo cento volte più immagini dalla lontana e oscurata Siria). E’ in guerra contro la finanza e i disastri che complici i governi greci, la finanza internazionale ha compiuto mettendo il Paese in ginocchio.

L’economista greco Yanis Varoufakis, oggi riformista (autore di The Global Minotaur) dopo essere stato consigliere dell’ex premier Papandreu, avverte i pericoli del cambiamento planetario: Accanto al meteo, televisioni e giornal, ogni giorno ci informano sull’andamento dello spread. Ma lo spread non dice nulla, non appartiene alla nostra esperienza quotidiana. Forse è proprio questo il punto: siamo inzeppati di analisi, grafici, ragionamenti, statistiche, una mole disumana di dati priva di eroi e di codardi, di passioni, amori, tradimenti. Lo spread non potrà mai essere un personaggio. E senza personaggi non ci sono storie.

Dice poi l’economista greco che prima della crisi, tanto le formiche tedesche quanto quelle greche hanno duramente lavorato per sbarcare il lunario. Quelle greche si muovevano in settori a bassa produttività (lavori più umili, con bassi salari, basse tutele lavorative e un’inflazione reale superiore a quella ufficiale); le tedesche operavano invece in settori a grande produttività (come l’industria pesante) e la differenza tra gli alti profitti e i salari stagnanti creava un crescente surplus che veniva investito all’estero, a causa dei bassi tassi d’interesse esistenti in Germania. Le formiche greche, al contrario, erano pressate da una martellante campagna condotta dalle banche che, regalando carte di credito a piene mani, spingeva i cittadini a indebitarsi.

Carte di credito, meccanismo infernale

Un cittadino greco racconta: Le carte di credito cominciarono a piovere dal cielo. Ci voleva esperienza per difendersi, serviva uno Stato capace di proteggere i suoi cittadini, ma lo Stato per primo era caduto nella trappola. Ecco come funziona. La tua carta di credito ti chiede di ripagare ogni mese solo il 2% di quanto spendi. Compero per 800 euro? Ne pago solo 16 al mese. Spendo 6400 euro? Pago 128 euro al mese, sì, ma intanto scattano gli interessi altissimi: il 17%, dunque quasi 1.100 euro all’anno oltre a quello che ancora devo ridare, visto che magari mi sono limitato a restituire la minima, il 2%. Se avessi più di una carta di credito, come hanno tanti? Quale debito accumulo? Se, come capita a molti qui, ho uno stipendio di mille euro al mese, come ne esco? Così un bel giorno è arrivata la banca a prendersi tutto quel che avevo.

Ed è a questo punto – continua Varoufakische i banchieri tedeschi hanno cominciato a vedere nel sud Europa un buon affare: il capitale tedesco ha iniziato a fluire verso di noi in cerca di alti guadagni. Ma che succede quando arriva un’inaspettata inondazione di moneta? Bolle speculative, che in Grecia hanno preso la forma del debito pubblico.

Il laboratorio greco

Parlando del caso Grecia, l’economista François Chesnais, professore associato all’Université Paris 13 e militante del Nuovo Partito Anticapitalista, cita una definizione fatta nel 1927 da un ex ministro dello zar: Debito contratto da un regime dispotico per obiettivi estranei agli interessi della nazione e dei cittadini. Chesnais aggiunge: senza il loro consenso e senza la piena conoscenza di chi siano i creditori. Il fatto è, sostiene l’economista francese, che i soldi prestati alla Grecia non erano frutto di paziente e sofferto lavoro dei tedeschi. Quando nel 2007 scoppiò la crisi, il debito greco era al 94.8% del Pil ossia inferiore a quello italiano. Eppure la Grecia è crollata. Perché? Grazie alla collaborazione della Goldman Sachs, che ha venduto titoli derivati al governo greco di Costas Karamanlis (centrodestra); poi la stessa banca americana, che è il più forte colosso finanziario del mondo, ha aiutato il governo di Atene a nascondere il reale bilancio (New York Times www.nytimes.com/2010/02/14/business/global/14debt.html?pagewanted=all ). Il governo greco ha quindi abbassato le imposte per i più ricchi, provocando minori entrate e creando un debito pubblico che si finanzia ricorrendo all’indebitamento. Poi sono arrivate una pessima gestione delle Olimpiadi di Atene nel 2004 e un fortissimo (e per l’Unione Europea ingiustificato e strano) acquisto di armamenti da Germania, Francia e Stati Uniti. Col governo Papandreu e con la scoperta del buco nelle casse statali, si è saputo che solo nell’acquisto di 51 cacciabombardieri, che hanno fatto del bene alle finanze della Lockheed Martin del Maryland costruttrice degli F16 e della Dassault Aviation della regione dell’Ile de France che costruisce i Mirage, la Grecia ha speso il 40% del totale delle sue importazioni. Evidentemente troppo in tempo di pace. E’ emerso che la Grecia era divenuta il terzo partner commerciale dell’industria militare francese. A questi irresponsabili acquisti ne cumulò altri: 4 sottomarini (ora ridotti a 2), 223 cannoni, 170 carrarmati Leopard dalle industrie militari della Germania e ancora dalla Francia 6 fregate, 15 elicotteri e motovedette… Evidentemente in patria nessuno sapeva, o controllava, o aveva la forza di reagire.

Un passo indietro

L’economista francese invita a ripensare al 2001 e all’avvento dell’euro. Per prepararsi, sia Germania sia Grecia effettuano un esperimento: riducono il costo del lavoro abbassando i salari. L’esperimento riesce in Germania dove crescono competitività e occupazione e l’inflazione scende sotto la media europea; ma fallisce ad Atene, dove il flusso di denaro estero invita gli speculatori greci e il governo a chiedere sempre più prestiti alle banche tedesche. Chesnais ricorda che in presenza di un aumento dell’indebitamento delle famiglie e delle imprese greche, le banche dell’Ellade si sono rifinanziate prendendo a prestito altri soldi dalle banche europee. Con un euro forte e col rifinanziamento sui mercati obbligazionari della zona euro, le banche greche hanno aumentato le loro attività internazionali e finanziato a basso costo le proprie attività nazionali, prendendo in prestito a più non posso. Poi però è arrivata la crisi che ha messo tutto in piazza.

un interessantissimo docu- film per capire come gira il mondo:www.zeitgeistmovie.com/


 

Un debito da vomitare

E in piazza, quella reale, è scesa la gente che oggi chiede allo Stato greco di mettersi sulla costa a vomitare in mare l’enorme debito accumulato. Il popolo greco reclama il diritto all’insolvenza. Rispunta l’antica parola parresia, dovere morale di dire la verità. E’ ciò che i greci chiedono a chi li governa: vuotare il sacco e spiegare come sono andate le cose e perché qualcuno ha messo in ginocchio il Paese per fare gli interessi di chi… Del resto lo chiedeva a gran voce nel dopoguerra lo stesso filosofo francese Michael Fouchault: Siamo sottomessi alla follia e all’idiozia dei padroni: la pòlis ha bisogno di verità, per esistere e salvarsi. E a chiedere che si dica tutto e che la gente possa decidere il proprio destino, sono in Grecia molti pensatori, in testa ai quali ci sono due grandi vecchi: il poeta musicista Mikis Theodorakis (nella foto) e l’eroe nazionale Manolis Glexzos, i quali incuranti dei loro 86 e 89 anni, hanno capeggiato la rivolta popolare venendo aggrediti dalla polizia che certo non poteva averli scambiati per aggressivi black block.

Italiani e greci? Una faccia, una razza

L’Italia guarda quasi con una sorta di fastidio alla Grecia, sembra voler prendere le distanze da un Paese sull’orlo del precipizio. E’ l’atteggiamento di chi vuol distinguersi dal compagno di classe meno bravo, ricorda san Pietro quando rinnegò di conoscere il suo maestro che rischiava la vita. Perfino il presidente Napolitano ha avuto una caduta di stile con quella frase che ha addolorato i nostri vicini: Noi non siamo la Grecia! Il disinteresse italiano lo si capisce dalla scarsità di attenzione che i media pongono alla questione dei nostri confinanti. Eppure Italia e Grecia sono davvero molto vicine. Tra Gagliano del Capo (Le) e l’isoletta greca di Otoni ci sono solo 85 km, come tra Padova e Verona. Ma sono vicine soprattutto per quelle radici di civiltà e di cultura che facevano parte integrante del flusso di export della Grecia classica verso l’Italia, quando noi per esistere in quanto Stato unitario dovevamo aspettare ancora 2.000 anni. Se il nostro Pil è cresciuto nei secoli è anche grazie a quanto dalla Grecia abbiamo importato in termini di conoscenze e grazie alla mescolanza delle nostre genti. Chiediamoci se è giusto che le finanze straniere si impossessino delle risorse energetiche e industriali, ma anche culturali e turistiche della Grecia. Pensiamo che tra poco i soldi del biglietto per una visita al Partenone potrebbe andare a una banca di Berlino e le nostre vacanze all’isola di Paros o Santorini (nella foto) potrebbero finanziare la Goldman Sachs lasciando ai greci pochi spiccioli. Quindi sentiamoci partecipi della sofferenza greca, che presto potrebbe diventare quella dei portoghesi e magari anche la nostra. E non dimentichiamo quella frase che tutti, da turisti in Grecia, ci siamo sentiti rivolgere, con senso di fratellanza: Italiano? Una faza una raza.

18
nov
11

Il Neanderthal che è in noi

La fortuna di essere dei bastardi

Se gli europei resistono bene al virus dell’HIV e hanno un forte sistema immunitario (ma si ammalano di atropatia psoriasica e della rara sindrome di Behçet) lo devono al fatto che più o meno 80.000 anni fa un loro progenitore Homo Sapiens ha fatto sesso con una donna della razza Neanderthal. E se gli asiatici resistono bene alla malaria devono ringraziare un iniziale rapporto sessuale andato a buon frutto tra un loro antenato Sapiens e una donna Denisovan (razza coeva del Sapiens e discendente del Neanderthal) che viveva nell’Asia occidentale (in una cava siberiana ne sono stati trovati un dito e un dente di 50.000 anni fa). Sono stati i figli bastardi nati da quelle unioni tra esseri diversi a fare dell’uomo moderno una creatura più resistente a virus e batteri. Con l’uomo di Neanderthal noi Sapiens del 2000 condividiamo il 99,7% del nostro Dna; ed esattamente come lui condividiamo anche il 98,8% del Dna dello scimpanzé. E ancora, circa il 2% del patrimonio genetico neanderthaliano è presente in noi: e siamo stati noi Sapiens a ereditarlo, mentre dal Sapiens il Neanderthal non ha preso nulla. I melanesiani della Nuova Guinea hanno nel loro patrimonio genetico tra il 5 e il 7% dei geni dei Denisovans.

Cosa abbiamo ereditato dall’uomo di Neanderthal

L’allele è un insieme di geni che concorrono a determinare un dato carattere genetico; ebbene metà degli alleli HLA-A (HLA è l’antigene leucocitario fondamentale per il sistema immunitario) presente oggi nel patrimonio genetico degli europei, deriva dall’uomo di Neanderthal; il 70% dello stesso è stato ereditato dai popoli asiatici, mentre gli abitanti di Papua ne hanno ereditato il 95% dai Denisovans (senza che questi si spingessero mai verso il sul dell’Asia). Il 50-60% dei cinesi e dei papuani presenta gli antichi alleli HLA-A*11 resistenti alla malaria. Per ricordare l’importanza dell’antigene HLA, basta dire che se gli HLA del donatore e del ricevente non sono compatibili, il trapianto di organi non si può fare perché avrebbe luogo il rigetto. (qui sopra cromosomi umani)

Siamo quindi simili all’uomo di Neanderthal? Naturalmente no. Le differenze risiedono nei geni coinvolti nello sviluppo cognitivo, nella struttura del cranio, nel metabolismo energetico, e nella morfologia e fisiologia della pelle. E’ quanto risulta da recentissimi studi genetici compiuti sui resti di queste tre delle forse 5 specie umane diverse che per centinaia o migliaia di anni hanno convissuto e si sono sessualmente incrociate, seppure marginalmente. La frequenza di questi contatti carnali è difficile da quantificare, però si possono fare ipotesi sulla libertà dei costumi sessuali primitivi. Considerando che, se si verificano oggi nelle nostre società evolute accoppiamenti contro natura tra uomini e animali (senza scomodare la favola di Apuleio del II secolo in cui una donna giaceva con un asino, ricordo l’arresto pochi anni fa in Repubblica Domenicana di un tassista sorpreso vicino al suo taxi ad accoppiarsi con un’asina), a maggior ragione questi episodi saranno avvenuti nei primordi quando non esistevano regole sociali. Quindi il fatto che esseri umani, pur di sembianze diverse, si riconoscessero come specie, fa ipotizzare che i rapporti sessuali tra diversi non siano stati poi così rari.

Quando gli immigrati eravamo noi

Europei e asiatici quindi ancora conservano nel loro Dna tracce del lontano progenitore: l’uomo di Neanderthal; non è così invece per gli africani. Come hanno rilevato quattro anni di studi di genetica svolti da un gruppo internazionale di ricercatori coordinati da Svante Pääbo (nella foto) genetista del Max-Planck Istituto di Antropologia Evolutiva di Lipsia, noi e gli uomini di Neanderthal siamo praticamente identici a livello di proteine. Quindi si può dire che l’uomo di Neanderthal non si è completamente estinto dal momento che un po’ di lui vive in molti di noi.

Il risultato è stato ottenuto assemblando il Dna presente nelle ossa di tre donne neanderthaliane vissute 38.000 anni fa in Croazia, Spagna e in Siberia (la siberiana era una Denisovan) e confrontandolo con quello dell’uomo moderno. Ricostruendo il 60% del genoma neanderthaliano (composto da oltre miliardi di nucleotidi – le “lettere” del codice genetico A, C, T e G legate insieme nel Dna) è stato possibile confrontarlo con quello di un cinese, un francese, un abitante della Papua Nuova Guinea, un africano del sud e uno dell’ovest. Nei tre individui non africani sono stati rinvenuti geni di Neanderthal, mentre non ce n’è traccia nel genoma dei due africani; il genoma di Neanderthal è presente oggi ovunque nel mondo tranne in Australia e nell’Africa sub sahariana.

L’uomo di Neanderthal ha coabitato con gli Homo Sapiens in Europa e in Asia occidentale fino a circa 30.000 anni fa, prima di estinguersi lasciando le sue ultime tracce a Gibilterra, forse cacciato dall’uomo moderno all’estremo lembo di terra occidentale.

Essendosi verificato il flusso di geni dall’uomo di Neanderthal al Sapiens tra i 50.000 e gli 80.000 anni fa è evidente che le due razze si sono mescolate dopo che 80.000 anni fa poche centinaia di Sapiens iniziarono a migrare dal Medio Oriente verso il nord incontrando negli altri territori questa vecchia razza di uomini che avevano lasciato l’Africa molto prima di loro: tra i 400.000 e gli 800.000 anni fa divenendo di fatto i primi asiatici e i primi europei. E a noi uomini moderni Sapiens mediorientali è toccato, dopo centinaia di migliaia di anni, divenire gli immigrati che hanno occupato le terre popolate dai legittimi abitanti. La storia si ripete.

Il Neanderthal italiano

Julien Riel-Salvatore, docente di Antropologia all’Università di Denver, dopo studi effettuati in tutta Italia sulla presenza della cultura Uluzzian (dalla baia di Uluzzo in provincia di Lecce di cui si vedono nel disegno alcuni ritrovamenti) in oltre 20 siti, sostiene che l’uomo di Neanderthal era molto più intraprendente di quanto abbiamo sempre creduto. Era forte, aveva il gene per il linguaggio e quello per la musica.

Circa 42.000 anni fa la cultura aurignaziana, attribuita all’Homo sapiens moderno, apparve nel nord Italia, mentre l’Italia centrale ha continuato ad essere occupata dai Neanderthal della cultura musteriana, presenti da almeno 100.000 anni. Riel-Salvatore ha trovato in tutto il sud Italia frecce, ocra, strumenti in osso, ornamenti e oggetti per cacciare e pescare realizzati dai neanderthaliani Uluzzian. Ciò può indicare che si erano evoluti indipendentemente dal contatto con i Sapiens, grazie al cambio repentino di clima che li ha obbligati a ideare nuove strategie di caccia per sopravvivere. Ma può anche essere che abbiano copiato o rubato questi oggetti dei Sapiens o che siano stati assorbiti da quella società più evoluta. In fondo i due ceppi non erano poi troppo diversi e avevano anche le aspettative di vita: erano vecchi a 40 anni.

Razzismi ignoranti

Chi, manipolando la credulità popolare, ha voluto distinguere l’uomo moderno in diverse razze (bianchi, neri, gialli o ebrei), trova in queste recenti scoperte genetiche la risposta alle mistificazioni che nei secoli hanno determinato milioni di delitti razzisti: le sole razze umane diverse tra loro sono esistite in epoca primitiva e l’accoppiamento tra alcune di queste (Sapiens, Neanderthal, Denisovans) ha dato origine al rafforzamento della specie. Se siamo quel che siamo lo dobbiamo al fatto che non abbiamo una purezza razziale. Al contrario, grazie al mix di geni ottenuto da razze diverse, siamo profondamente bastardi.

03
apr
11

Effetto Chernobyl

… E sai cosa respiri

Se un cittadino vuol sapere che aria sta respirando in questi giorni, a circa un mese dall’incidente nucleare di Fukushima, deve accontentarsi di quanto scrive il 24 marzo 2011 l’Istituto Superiore di Sanità (visto che nella prima pagina del sito non compare quest’informazione, ecco il link: http://www.iss.it/pres/focu/cont.php?id=1146&lang=1&tipo=3). Riassunto, il messaggio dice: tranquilli, il pulviscolo atmosferico che arriva dal Giappone non vi farà morire di tumore, perché concentrerà radiazioni radioattive inferiori a 1 mBq (un millesimo di Becquerel) al metro cubo. Il Becquerel (Bq) equivale alla disintegrazione di un radionuclide che avviene in ogni secondo (decadimento che trasforma il nuclide da radioattivo in più stabile), con emissione di radiazioni alfa o beta o gamma: le alfa penetrano nel corpo per frazioni di millimetro, le beta per alcuni millimetri e le gamma penetrano la materia per circa un metro.

Il messaggio precisa poi che, mentre dopo il disastro di Chernobyl l’Istituto Superiore di Sanità stimò un aumento di 3.000 cancri mortali in Italia, in questo caso non si prevedono rischi per la salute in quanto la dose media relativa alla nube giapponese sul nostro Paese varia da 1 a 10 milionesimi di Sievert per metro cubo di aria. 1 Sievert è pari a 10 Millisievert (mSv) e 1 Millisievert è pari a 1.000 Microsievert (μSv). Non spiega però cos’è il Sievert, né cos’è la dose efficace media di cui parla in seguito. Se Sievert (Sv) è l’unità di misura della dose di radioattività assorbita dall’organismo, il Becquerel è l’unità che misura la radioattività. Un esempio per capire il rapporto tra le due unità di misura: 1.000 Bq assorbiti da un organismo adulto attraverso il cibo corrispondono a 0,00002 mSv nel caso di Trizio, a 0,01 mSv nel caso di Cesio-137, a 0,02 nel caso di Cesio-134, a 0,03 nel caso di Stronzio e a 0,3 nel caso di Plutonio-239.

Nel messaggio dell’Istituto Superiore di Sanità si paragonano poi i 3.000 morti di tumore ritenuti connessi a Chernobyl con i 150.000 italiani che ogni anno muoiono di tumore per altre cause: si cerca forse di dire che 3.000 in più sono stati poca cosa e sono un rischio trascurabile di fronte ai vantaggi del nucleare?

La nostra radioattività

Se andare in vacanza in località molto lontane aumenta il rischio radioattivo (volare in aereo espone 100 volte di più alle radiazioni nucleari provenienti dal cosmo), va ricordato che anche stare a casa è pericoloso. Le nostre abitazioni sono un concentrato di Radon, gas presente nei materiali edili e nel terreno. Ma il Radon c’è anche nell’aria esterna in misura diversa a seconda dei luoghi, tanto che deriva da questo gas quasi il 50% dell’esposizione alla radioattività naturale: in Italia il fondo radioattivo naturale è considerato pari a 2,4 mSv anno.

Ci nutriamo poi di sostanze radioattive soprattutto assumendo Potassio-40 con i cibi. Siamo stati tutti irradiati dalla radioattività scatenata dalle esplosioni delle migliaia di test nucleari effettuati dal 1946 ai giorni nostri e dalle due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. E poi in 50 anni c’è stata una cinquantina di incidenti nucleari (conosciuti): per i più gravi dei quali, Chernobyl e Fukushima, pagheremo tutti in modo più elevato le conseguenze. Dopo Chernobyl abbiamo mangiato cibi contenenti Cesio-134 (eliminato nel 1990, dopo 4 anni dal disastro) e Cesio-137, che vedrà azzerata la sua nocività radioattiva solo nel 2046.

E ci sono pure le radiazioni a cui ci sottoponiamo a scopo diagnostico o curativo. Una radiografia al torace ci fa assorbire circa 0,14 millisievert (mSv), una mammografia 1,0 mSv, una radiografia all’addome 1,1 mSv, una colecistografia 1,5 mSv, un’urografia 3,1 mSv, una tac da 3 a 4 mSv e una radiografia al tubo digerente varia da 4,1 a 7,2 mSv. Molto più alti i valori di altre diagnostiche: da 10 a 20 mSv è l’assorbimento di radioattività provocato da una tac a emissione di positroni (PEC) e da una scintigrafia, mentre da 10 a 40 mSv è l’impatto di una seduta di radioterapia anti tumorale. Tutte dosi elevate se si pensa che la legge italiana fissa per la popolazione una dose annua massima ammissibile di 1 mSv, che sale a 6 per lavoratori della categoria B e a 20 per quelli della categoria A (manipolatori di radioisotopi). Statisticamente la dose di 10 mSv corrisponde alla probabilità di 50 nuovi cancri o leucemie mortali ogni 100.000 persone sottoposte alla stessa quantità di radiazioni. Un quarto delle radiazioni nucleari che entra nell’organismo dei cittadini svizzeri, si è calcolato che ci arriva attraverso questi esami diagnostici.

Chernobyl, 11 trilioni di Becquerel

L’esposizione a 100 mSv determina l’insorgere di tumori; 1.000 mSv provocano immediato vomito e nausea e probabili effetti a lunga durata; esposizione per un’ora a 1.000 mSv produce lievi alterazioni dell’emoglobina; 5.000 mSv danno perdita di capelli ed emorragie; 4.000 mSv assorbiti per una settimana provocano la morte nel 50% dei casi se non si interviene; con 6.000 mSv difficilmente si sopravvive. Secondo il governo giapponese a Fukushima si sono raggiunti 30.000 mSv al reattore n.2, 100.000 mSv al numero 4 e 400.000 mSv al numero 3.

Paragonando i dati delle morti per cancro in Svizzera prima e dopo Chernobyl, si è constatato che dopo il disastro nucleare il numero di questi decessi è cresciuto dello 0,1 per mille. Come ricorda nel suo studio da responsabile di Medicina Nucleare dell’Usl 9 Grosseto Massimo Tosti Balducci, nella popolazione evacuata da Chernobyl si riscontrò una dose di 1.000 mSv nella tiroide dei bambini da 0 a 3 anni di vita, di 70 mSv negli adulti e di 15 mSv nell’intero corpo, mentre altri bambini dell’ex Urss da 0 a 7 anni assorbirono nella tiroide 40.000 mSv; e come abbiamo visto, con 6.000 mSv difficilmente si sopravvive. La popolazione italiana raggiunta nel 1986 da quella nube radioattiva ne fu contaminata nell’intero organismo solo con 0,38 mSv.  Il disastro di Chernobyl liberò in atmosfera isotopi radioattivi per 11 Exa-becquerel, ossia 11 miliardi di miliardi di Becquerel, mentre la bomba sganciata su Hiroshima liberò 8 milioni di miliardi di miliardi di Becquerel. In questo sito ( http://www.focus.it/natura/ambiente/gallery/Le_citta_piu_inquinate_del_mondo/Cartoline_dalle_Terre_Sporche_23.aspx ) alcune foto terribili di bambini di Chernobyl, ma è sufficiente digitare Chernobyl e immagini su Google, per rimanere scioccati dalle malformazioni di tanti bambini nati da genitori contaminati.

06
mar
11

Dittatori duraturi

Dittatori invincibili

La storia ci consegna vari tipi di dittatori, più o meno feroci; la cui parabola di potere è mediamente di vent’anni. Ma ve ne sono alcuni che più di altri stentano ad andarsene, nonostante abbiano contro il loro popolo e il mondo intero.

Possiamo partire da Caio Giulio Cesare che si mantenne al potere come dittatore provvisorio per 4 anni e, quando abbracciò quella “professione” per la vita, venne assassinato. Prendendo altri dittatori celebri, si parte dai 3 anni di Pol Pot che in Cambogia provocò la morte di 1,4 milioni di cittadini (fonte Amnesty International); Ante Pavelic resse col pugno di ferro la Jugoslavia per 4 anni provocando da 326.000 a 655.000 morti; Adolf Hitler governò la Germania e il Terzo Reich per 11 anni con da 20 a 30 milioni di morti sulla coscienza; per 13 anni governò come dittatore prima e imperatore poi della Repubblica Centroafricana, Jean Bedel Bokassa, accusato di omicidi e cannibalismo; Augusto Pinochet dittatore in Cile per 17 anni  si rese responsabile di 30.000 vittime secondo le organizzazioni di difesa dei diritti umani; Benito Mussolini fu al potere 18 anni, e il suo regime provocò 224.250 morti tra Italia e colonie.

Dittatori per oltre un ventennio. Saddam Hussein signore dell’Iraq per 24 anni con 250.000 vittime (Human Rights Watch); Zine El-Abidine Ben Ali governò per uguale periodo la Tunisia; Josep Stalin fu capo dell’Unione Sovietica per 25 anni causando tra gli 8 e i 60 milioni di morti; lo scià di Persia Reza Pahlavi governò l’Iran 26 anni causando 6.108 vittime (Amnesty International); sempre 26 anni restò al potere in Birmania Ne Win con 107.000 morti; Chiang Kai-shek tra Cina e Taiwan governò 27 anni causando da 3 a 10 milioni di morti.

Dittatori per più di 30 anni. Hosni Mubarak per 30 anni governò l’Egitto; Suharto in Indonesia fu dittatore per 31 anni provocando tra 500.000 e 2 milioni di vittime; Mao Tse Tung è stato dittatore in Cina per 33 anni e gli si attribuiscono tra i 30 e i 70 milioni di morti; Josip Broz Tito per 36 anni ha governato la Jugoslavia rendendosi responsabile di un numero di morti che va da 60.000 a un milione e 72.000; sempre 36 anni anche per il dittatore spagnolo Francisco Franco responsabile di 192.684 vittime. Muammar Gheddafi appare il più longevo dittatore con 42 anni di governo sulla Libia e un numero impreciso di oppositori uccisi (nella foto, fiori sulla tomba di Giulio Cesare, Roma, Fori imperiali).

30
ott
10

Opportunità lavorative

Mamma, da grande voglio fare il politico!

Qual è un lavoro facile e molto redditizio? A parte il mestiere più antico del mondo, che rende bene a patto che si sia avvenenti e ci si sappia fare, a parte la velina o il calciatore di serie A, la risposta è: il parlamentare. Non serve la bella presenza, non serve la laurea come dimostra il recente studio della Bocconi che fotografa il 64,4% del Parlamento fatto da diplomati (compresi Bossi, D’Alema, Rutelli, il ministro Meloni, o l’ex ministro delle Finanze Ottaviano Del Turco che aveva sola la licenza media). Ciò che conta, si dirà, è il saperci fare. Diamogli quindi fiducia. E diamogli anche uno stipendio adeguato alla responsabilità di gestire la cosa pubblica: 21.000 euro lordi al mese, tra indennità, diarie e piccole agevolazioni varie ed eventuali, bastano? Possono bastare per permettersi abiti consoni al ruolo e un frequente cambio di cravatte (Lega esclusa, vista la scelta monocromatica degli accessori).

Bene. Ma si potrebbe premiare maggiormente chi suda le proverbiali sette camicie per fare il bene degli Italiani: ecco quindi il vitalizio per chi siede (a volte non serve nemmeno farsi mai vedere alla Camera) in Parlamento. Che significa? Significa che il solo fatto di essere eletti onorevoli o senatori dà diritto a percepire minimo 3.000 euro al mese finché si è in vita, ma si arriva a sfiorare i 10.000 euro al mese di pensione se cresce il numero di anni per cui si sono pagati i contributi. Questo costo che oggi riguarda 1.377 deputati e 861 senatori e che ogni anno si traduce in circa 150 milioni di euro, beneficia anche un migliaio di famiglie sopravvissute alla prematura scomparsa dei loro cari, purché siano stati parlamentari. Ci sono 3 casi di parlamentari che godono della pensione per appena un giorno di carriera parlamentare e altri che la percepiscono dopo essere stati allontanati dal Parlamento per indegnità.

I magnifici 22

Sono solo 22 su un totale di 525 votanti, gli onorevoli che il 21 settembre 2010 hanno detto sì alla mozione dell’on. Antonio Borghesi dell’Italia dei Valori, che proponeva di equiparare la pensione dei parlamentari a quella degli altri lavoratori italiani. Difficile, ma non impossibile, intuire chi fossero quegli oscuri 22 (sugli scrani dell’IDV siedono in 24) che hanno detto no al privilegio del vitalizio. Li hanno accusati di demagogia.

Indennità parlamentare

L’indennità mensile (invariata fino al 2012 e priva di tredicesima) è pari a 5.613,59 euro al netto della ritenuta fiscale (€ 4.015,18), nonché delle quote contributive per l’assegno vitalizio, per l’assegno di solidarietà e per l’assistenza sanitaria. Se il senatore versa anche la quota aggiuntiva per la reversibilità dell’assegno vitalizio, l’importo netto dell’indennità scende a 5.355,46 euro.

Diaria

Per sostenere le spese di soggiorno a Roma, il senatore percepisce 4.003,11 euro mensili. Se il Senatore non partecipa almeno al 30% delle votazioni della giornata, al senatore vengono tolti 258,23 euro al giorno: ecco che il favore fatto ai colleghi assenti dai cosiddetti pianisti, ha un suo valore economico notevole, oltre che immorale.

Rimborso spese

Il parlamentare avrà poi delle spese per fare in modo che i suoi lo rieleggano… Previsto quindi un contributo mensile di 4.678,36 euro: 1.637,43 euro li riceve direttamente il senatore e 3.040,93 euro finiscono al Gruppo parlamentare di appartenenza.

Spese di viaggio

I senatori usufruiscono di tessere per circolare gratis in autostrada, sui treni, su navi e aerei per trasferimenti sul territorio nazionale.

Per raggiungere Roma dalla loro città ricevono un rimborso spese forfetario: 1.281,61 euro al mese se il senatore ha l’aeroporto o la stazione entro i 100 km da casa e 1.540,52 euro se la distanza è superiore a 100 km. Se invece il senatore vive a Roma o nel Lazio, per il fastidio di dover raggiungere comunque il Parlamento con qualche mezzo gratuito, il rimborso vale 640,80 euro mensili. La benzina e l’usura dell’automobile sono a carico del politico, a meno che non sia riuscito a farsi dare l’auto blu, magari con la scorta armata.

Spese telefoniche

I senatori dispongono di una somma mensile di 345,83 euro per le telefonate e per servizi di connettività.

Assistenza sanitaria integrativa

E’ previsto il rimborso delle spese sanitarie a tutti i senatori, compresi quelli scaduti dal mandato o ai loro eredi titolari di trattamento di reversibilità, nonché ai rispettivi familiari iscritti (nei limiti fissati dal Regolamento e dal Tariffario che disciplinano tale assistenza), previo versamento del contributo: per i senatori in carica 540,27 euro mensili, per i titolari di assegni vitalizi il 4,7% dell’importo lordo e quote aggiuntive per i familiari.

Assegno di solidarietà (a fine mandato)

Il senatore versa mensilmente al Fondo di solidarietà il 6,7% della propria indennità lorda, pari ora a 804,40 euro. Al termine del mandato parlamentare, il senatore riceve l’assegno di solidarietà (o “di fine mandato”), pari all’80% dell’indennità lorda mensile, moltiplicato per il numero degli anni di mandato effettivo (o frazione non inferiore ai sei mesi).

Assegno vitalizio

Anche in questo caso, il senatore versa mensilmente 1.032,51 euro, più 258,13 euro.
Cessato il mandato e a partire dal 65° anno di età, , il senatore riceve il vitalizio purché sia rimasto in carica per almeno 5 anni. Per ogni anno di rielezione (oltre il 5°) l’età in cui inizia a ricevere i suoi 36.000 euro annui di pensione scende di un anno, fino al limite dei 60 anni: così chi è stato senatore per 7 anni andrà in pensione a 63.

Il vitalizio è sospeso se il senatore viene rieletto al Parlamento nazionale o a quello europeo o diventa consigliere regionale. Niente vitalizio, dal 1° gennaio 2008 anche a chi ha incarichi incompatibili con lo status di parlamentare, ha cariche di governo e a tutte le cariche di nomina governativa, parlamentare o di competenza degli enti territoriali (purché comportino un’indennità pari almeno al 40 per cento dell’indennità parlamentare).
Per i senatori eletti per la prima volta a partire dalla XVI Legislatura, l’importo dell’assegno vitalizio varia dal 20 al 60% dell’indennità parlamentare, a seconda degli anni di mandato.

(fonte Sito ufficiale del Senato)

Vita grama per gli onorevoli

Sul fronte degli aiuti ai parlamentari, gli onorevoli non se la passano altrettanto bene, nel senso che percepiscono rimborsi spese più leggeri: se per i trasporti il senatore che vive fuori regione prende 1.281 euro mensili, l’onorevole raggiunge a malapena i 1.107,90. Se il senatore percepisce 345,83 euro mensili per il telefono, l’onorevole deve accontentarsi di 258,22 e così via. E guardando agli stipendi mensili: per gli onorevoli 150 euro nette in meno: fortunatamente la diaria è identica e la pensione assicurata, anche perché qualcuno per fare il politico a tempo pieno (pieno!) deve mettersi in aspettativa o finisce per trascurare il suo lavoro da professionista o i suoi molteplici incarichi più o meno rappresentativi.

24
ott
08

Banca d’Italia

Chi decide la politica italiana

I padroni della Banca d’Italia

Chi ha il compito di vigilare sul sistema bancario nazionale, ossia sulle 724 banche italiane presenti a gennaio 2008 sul territorio nazionale? La Banca d’Italia, che prima di tutto concorre a determinare la politica monetaria nazionale ed europea e decide l’emissione di moneta.

Ma cos’è oggi la Banca d’Italia? Non è, come la stragrande maggioranza degli italiani pensa, un ente pubblico, ma la più grande società per azioni italiana: una società privata, che ha nelle sue casse la riserva nazionale italiana costituita da 68.358 milioni di euro (al valore del 31.12.2007).

E chi ne fa parte? Soprattutto sei grandi banche, l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, l’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro e tre grandi compagnie assicuratrici. Di statale sono rimasti quindi solo INPS e INAIL. Può sembrare strano (e forse lo è davvero), ma sei banche e non un ente super partes come sembrerebbe normale, sono chiamati dallo Stato a vigilare sull’operato di 718 concorrenti.

Ecco le % delle 300.000 quote di partecipazione in Bankitalia: percentuali che, per statuto, non valgono come nelle altre società private:

Gruppo Intesa San Paolo 42,66%
Gruppo Unicredit 22,07%
Assicurazioni Generali 6,33%
INPS 5,00%
Monte dei Paschi di Siena 4,60%
Banca Carige 3,95%
BNL 2,83%
Cariparma 2,03%

Fondiaria- SAI SpA 1,99%

Allianz SpA 1,33%

Percentuali che danno diritto a spartirsi a fine anno, accantonato il 20% degli utili netti nella riserva ordinaria, i dividendi del bilancio di esercizio, fino a un massimo del 6% del capitale (articolo 39 dello Statuto, consultabile sul sito della Banca d’Italia). Il restante 74% dell’utile di esercizio, se lo decide il Consiglio Superiore, può costituire fondi speciali o riserve straordinarie entro un altro 20%. Quindi un ulteriore 4% degli utili complessivi può venir diviso ancora tra i soci azionisti. Il resto, finalmente, va allo Stato.

A conti fatti quindi, nell’ipotesi di un 20% accantonato per fondi speciali + il 20% per la riserva ordinaria, gli azionisti si spartiscono il 10% e lo Stato guadagna il 50%.

Ma il Consiglio ha anche il potere di decidere se distribuire ai soci (a patto che l’assemblea degli stessi sia d’accordo) i frutti degli investimenti delle riserve (fino al valore del 4% delle riserve stesse).

L’utile netto di esercizio 2007 è stato di 95 milioni di euro. Visto che nel bilancio o altrove non si trovano i dividendi per i soci, facciamo due calcoli molto a spanne: tolti gli accantonamenti 20+20 e il 50% allo Stato, restano almeno 9,5 milioni di euro da spartire tra 724 soci: briciole, e non solo per gli ultimi che hanno lo 0,00% di quote, ma anche per chi, come Unicredit, detiene il 22,07%: poco più di 430.000 euro. Sempre meglio di niente.

Quanto c’è in cassa

Il capitale sociale della Banca ammonta a 156.000 euro, versati nel 1936. Secondo l’articolo 3 dello statuto il capitale sociale “è suddiviso in quote di partecipazione nominative di 0,52 euro ciascuna, la cui titolarità è disciplinata dalla legge”. Le quote di partecipazione sono costituite da certificati nominativi (articolo 4).

Questi 10 grandi soggetti, assieme ad altri, sono i depositari delle riserve nazionali italiane, così composte al 31 dicembre 2007 (fonte Banca d’Italia): 44.793 milioni di euro in oro, 14.205 in dollari, 5.126 in sterline inglesi, 3.592 in yen giapponesi, 410 in attività nette verso il Fondo Monetario Internazionale, 231 in franchi svizzeri e 1 milione di euro in altre valute. Ossia 68.358 milioni di euro. 5.644 milioni di euro in più rispetto al 2006, ma i valori sono calcolati ovviamente ai cambi e ai prezzi di mercato della chiusura di bilancio.

Tutti gli azionisti della Banca d’Italia

(in parentesi il numero dei voti che ogni soggetto può esprimere, fino al massimo fissato di 50)

Banche private (78,14%): Intesa San Paolo (50), Unicredito Italiano (confluito in Gruppo Unicredit) (50), Banco di Sicilia (confluito in Gruppo Unicredit) (42), Cassa di Risparmio di Bologna (confluita in Gruppo Intesa San Paolo) (41), Banca Carige (27), Bnl (21), Monte dei Paschi di Siena (19), Cassa di Risparmio di Biella e Vercelli (confluita in Gruppo Monte dei Paschi di Siena) (16), Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza (16), Cassa di Risparmio di Firenze (Confluita in Gruppo Intesa San Paolo) (15), Cassa di Risparmio di Lucca, Pisa e Livorno (11), Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo (confluita in Gruppo Intesa San Paolo) (11), Cassa di Risparmio di Asti (9), Cassa di Risparmio di Venezia (confluita In Gruppo Intesa San Paolo) (9), Banca delle Marche (8), Friulcassa (confluita In Gruppo Intesa San Paolo) (7), Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia (confluita in Gruppo Intesa San Paolo) (6), Cassa di Risparmio di Asti (9), Cassa di Risparmio di Ferrara (5), Cassa di Risparmio di Alessandria (5), Cassa di Risparmio di Ravenna (5), Banca Regionale Europea (5), Cassa di Risparmio di Fossano (5), Cassa di Risparmio di Prato (5), Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno (confluita in Gruppo Intesa San Paolo) (5), Unibanca (confluita in Gruppo Intesa San Paolo) (5), Cassa di Risparmio di San Miniato (5), Cassa di Risparmio di Forlì e della Romagna (confluita in Gruppo Intesa San Paolo) (5), Banca Carime (5), Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupra Montana (4), Cassa di Risparmio di Terni e Narni (confluita in Gruppo Intesa San Paolo) (4), Cassa di Risparmio di Asti (9), Cassa di Risparmio di Rimini (3), Cassa di Risparmio di Bolzano (3), Cassa di Risparmio di Bra (3), Cassa di Risparmio di Foligno (confluita in Gruppo Intesa San Paolo) (3), Cassa di Risparmio di Cento (3), Cassa di Risparmio della Provincia dell’aquila (3), Cassa di Risparmio della Spezia (Confluita in Gruppo Intesa San Paolo) (2), Cassa di Risparmio della Provincia di Viterbo (Confluita in Gruppo Intesa San Paolo) (2), Cassa di Risparmio di Orvieto (confluita in Gruppo Intesa San Paolo) (2), Cassa di Risparmio di Città di Castello (confluita in Gruppo Intesa San Paolo) (2), Cassa di Risparmio di Savigliano (2), Cassa di Risparmio di Volterra (1), Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti (1), Cassa di Risparmio di Vignola (1), Bibop Carire (1), Cassa di Risparmio di Fermo (1), Cassa di Risparmio di Savona (1), Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo (1), Cassa di Risparmio di Civitavecchia (confluita in Gruppo Intesa San Paolo) (1), Cassa di Risparmio di Fano (confluita in Gruppo Intesa San Paolo) (1), Cassa di Risparmio di Carrara (1), Cassa di Risparmio di Loreto (1), Cassa di Risparmio di Spoleto (confluita in Gruppo Intesa San Paolo) (1). Senza diritto di voto: Cassa di Risparmio della Repubblica di San Marino, Cassa di Risparmio di Rieti (confluita in Gruppo Intesa San Paolo), Banca Caripe, Banca Monte Parma, Cassa di Risparmio di Saluzzo, Banca del Monte di Lucca.

Assicurazioni (9,65%): Assicurazioni Generali (42), Fondiaria- Sai (12), Allianz- Ras (12), Milano Assicurazioni (Gruppo Fondiaria-Ras) (8), Società Reale Mutua Assicurazioni (5).

Enti statali (5,06%): INPS (34), INAIL (8)

(fonte: dati spulciati dal sito Banca d’Italia, 2008)

Principali azionisti dei principali azionisti di Bankitalia

In termini di “peso”, in Banca d’Italia le principali presenze straniere sono francesi. Seguono le società tedesche e le statunitensi.

Intesa San Paolo SpA è per il 7,96% di Compagnia di San Paolo, per il 5,88% di Carlo Tassara SpA , per il 5,56% di Crédit Agricole SA (Francia), per il 5,07% di Assicurazioni Generali , per il 4,68% di Fondazione Cariplo , per il 4,60% di Fondazione Cassa Risparmio Padova e Rovigo , per il 3,37% di Ente Cassa Risparmio Firenze , per il 2,72% di Fondazione Cassa Risparmio Bologna

Unicredito Italiano è per il 5% di Fondazione Cassa Risparmio Vr, Vi, Bl, An , per il 3,82% di Fondazione Cassa Risparmio Torino , per il 3,35% di Carimonte Holding , per il 2,37% di Allianz AG (Germania), per il 2,01% di Fondi Barclays Global Investors Uk Holdings Ltd (Gran Bretagna)

BNL è al 100% di BNP (Francia) .

Assicurazioni Generali sono al 15,63% di MedioBanca , al 4,45% di Banca d’Italia , al 3,77% di Gruppo Unicredito , al 2,68& di Gruppo B&D Holding (De Agostini SpA) , al 2,02% di Gruppo Carlo Tassara SpA . Entrano una seconda volta in Bankitalia anche possedendo il 7,54% di Intesa San Paolo…

Banca Carige SpA è al 44,09% di Fondazione Cassa Risparmio Genova e Imperia , al 14,99% di CNCE Commissione Nazionale Paritetica Casse Edili , al 4,08% di Assicurazioni Generali SpA

Monte dei Paschi di Siena è al 46,31% di Fondazione MPS , al 6,11% di J.P. Morgan Chase (Stati Uniti), al 4,77% di Caltagirone Francesco Gaetano , al 2,98% di Unicoop Firenze Soc. Coop , al 2,52% di AXA SA (Francia), al 2,46% di Carlo Tassara SpA

Fondiaria- SAI è al 37,50% di Premafin Finanziaria SpA , al 6,73% di Milano Assicurazioni SpA , al 4,07% di Finadin SpA , al 2,38% di Fondiaria SAI SpA , allo 0,97% di SAI Holding Italia SpA … Entra una seconda volta in Bankitalia anche possedendo il 57% di Milano Assicurazioni.

Allianz SpA è al 10% di Dresdner Bank AG (Germania)

Cariparma è al 75% di Crédit Agricole SA (Francia), al 10% di Sacam International Sas (Casse regionali dello stesso) , al 15% di Fondazione Cariparma

Il Governatore. Sparito dalle banconote, ma non dal potere

La Banca d’Italia esiste dal 10 agosto 1893, nata come Società Anonima (oggi diremmo SpA), dal 6 febbraio 1926 ha il monopolio nell’emissione della moneta italiana. Dal 7 marzo 1938 è istituto di diritto pubblico e dal 7 febbraio 1992 decide autonomamente la variazione del tasso ufficiale di sconto: cioè il costo del denaro, ossia quali interessi vanno pagati alle banche e quali sui titoli e sulle obbligazioni di Stato.

E’ come quando la maestra si assenta dall’aula e incarica il capoclasse di mantenere il controllo dei suoi compagni. La maestra è lo Stato. Solo che nel nostro caso la maestra è uscita per rassegnare le dimissioni.

Se lo Stato ha delegato a una banca privata (sia pure istituto di diritto pubblico) fondamentali ruoli pubblici, viene da chiedersi, chi decida le politiche economiche nazionali. Di certo le suggerisce nella sua Relazione Annuale il Governatore di Bankitalia in quanto espressione, di fatto, del potere finanziario italiano. E chi è il Governatore che dirige tra l’altro la vigilanza del sistema bancario nazionale? E’ una personalità nominata (o revocata) con decreto del presidente della Repubblica su proposta del premier, previo parere del Consiglio Superiore della Banca d’Italia, attualmente formato da: 4 imprenditori, 2 docenti universitari, 2 avvocati, un presidente emerito della Corte Costituzionale, un editore, un ingegnere, un armatore e un tributarista. L’articolo 43 dello Statuto vieta tassativamente a deputati e senatori di far parte dei consigli di Bankitalia.

Non è difficile ricordare come sia stato difficile per il governo, durante lo scandalo Antonveneta, ottenere le dimissioni dell’allora Governatore della Banca d’Italia Fazio. Né sapere che l’attuale Governatore Mario Draghi, dal 2002 al 2005 è stato vice presidente e responsabile per l’Europa della Goldman Sachs International (quarta banca d’affari nel mondo e fondatrice della Federal Reserve americana); la stessa banca di cui era stato consulente il premier Romano Prodi. Ma la Banca d’Italia non ha solo il compito di vigilare sul sistema creditizio…

Cosa fa la Banca d’Italia

La Banca d’Italia è un istituto privato di diritto privato, secondo quanto previsto dalla legge bancaria del 1936, tuttora in vigore limitatamente ad alcuni articoli. La Cassazione lo ha ribadito il 21 luglio 2006, con la sentenza 16751 a sezioni riunite, dove ha affermato che la Banca d’Italia “non è una società per azioni di diritto privato, bensì un istituto di diritto pubblico secondo l’espressa indicazione dell’articolo 20 del R.D. del 12 marzo 1936 n.375″. la proprietà può quindi essere di soggetti privati, la gestione ha un ruolo pubblicistico, come compiti e poteri. La banca, pertanto, segue regole di funzionamento differenti da quelle di una normale società per azioni, come si evince anche dallo statuto, che assegna ai soci un numero di voti non proporzionale alle azioni possedute (limitando i voti dei soci maggiori).

Come gli enti pubblici, la Banca Centrale persegue fini di pubblica utilità e gode del rapporto di sovraordinazione degli enti statali sui soggetti privati, fra i quali vige invece un rapporto di equiordinazione (secondo il diritto privato). Questo status rende le decisioni dell’istituto vincolanti per le banche, e nel contempo afferma che le attività di vigilanza e la regolazione dell’offerta di moneta avvengono nell’interesse economico generale, che può differire da quello dei soci proprietari.

Lo status giuridico di ente pubblico esclude la possibilità di fallimento della Banca d’Italia e, tramite il suo intervento nei casi di crisi, la possibilità di fallimento delle banche private, garantendo la stabilità dell’intero sistema bancario italiano.

Fino ad oggi, per preservare l’indipendenza dell’istituto dal potere politico, era previsto che le azioni della Banca d’Italia potessero appartenere solo a banche, assicurazioni ed enti pubblici economici (ad esempio l’INPS). Tale situazione è da alcuni considerata un’anomalia foriera di possibili conflitti di interesse, poiché i partecipanti al capitale della Banca comprendono anche le banche sul cui operato la Banca d’Italia è chiamata dalla legge a vigilare. Nella realtà il potere dei partecipanti riguarda l’approvazione del bilancio e la nomina del Consiglio Superiore, al quale vengono solitamente eletti esponenti del mondo dell’economia e dell’industria, ma non rappresentanti delle banche. Il Consiglio Superiore svolge funzioni amministrative, e partecipa solo con ruolo consultivo al processo di nomina del Governatore, che dirige le attività di vigilanza insieme al resto del Direttorio.

(fonte: sito di Bankitalia)

Il compito di Vigilanza di Banca d’Italia

La Banca d’Italia vigila sulle banche, sulle società di gestione del risparmio, sulle società d’investimento a capitale variabile, sulle società d’intermediazione mobiliare, sugli Istituti di moneta elettronica e sugli intermediari finanziari iscritti nell’elenco speciale di cui all’art. 107 TUB, avendo riguardo alla sana e prudente gestione dei soggetti vigilati, alla stabilità complessiva, all’efficienza e alla competitività del sistema finanziario, all’osservanza della normativa in materia creditizia e finanziaria.

La Banca d’Italia svolge anche compiti di tutela della trasparenza delle condizioni contrattuali delle operazioni bancarie e finanziarie con l’obiettivo di favorire anche il miglioramento, su un piano sostanziale, dei rapporti con la clientela.

A tal fine emana la normativa secondaria che disciplina lo svolgimento dell’attività degli intermediari ed esercita un’azione di controllo sul loro operato per individuare ed eliminare tempestivamente possibili situazioni di debolezza.

I controlli di vigilanza si basano sulla raccolta e sull’esame di documenti e di dati statistici e contabili che i soggetti vigilati inviano alla Banca d’Italia e sulle ispezioni, che consistono in verifiche condotte da dipendenti della Banca d’Italia presso le banche e presso gli altri intermediari finanziari.

Gestione di Albi ed Elenchi di Intermediari Finanziari di cui all’art. 106 TUB e di altri operatori

A seguito della confluenza dell’Ufficio Italiano dei Cambi, dal 1° gennaio 2008 la Banca d’Italia ha assunto la gestione, e le connesse verifiche, degli Albi ed Elenchi relativi ad Intermediari finanziari ex art. 106 TUB e relative sezioni, agli Agenti in attività finanziaria, ai Mediatori creditizi, agli Operatori professionali in oro. Nell’esercizio delle proprie competenze, la Banca d’Italia non ha gli stessi poteri che la legge le attribuisce nei confronti dei soggetti sottoposti alla VIGILANZA. Pertanto, i suoi poteri non si estendono al controllo sull’attività esercitata.

(fonte: sito di Bankitalia)

E inoltre…

Concorre a determinare le decisioni di politica monetaria per l’intera area dell’Euro nel Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea intervenendo anche sul mercato dei cambi. Esercita l’attività di vigilanza sulle banche, sugli intermediari finanziari, sugli Istituti di Moneta Elettronica e, d’intesa con la CONSOB, sugli intermediari non bancari, emanando regolamenti, impartendo istruzioni e assumendo provvedimenti nei confronti degli intermediari finanziari. Supervisiona i mercati monetari e finanziari (in particolare sul MTS – mercato all’ingrosso dei Titoli di Stato – e sul MID – mercato dei fondi interbancari) e i depositari centrali (Monte Titoli per i titoli pubblici e privati diversi dagli strumenti derivati e la Cassa di Compensazione e Garanzia (clearing house), per gli strumenti derivati. Attua, ai sensi dell’articolo 146 del Testo Unico Bancario, la sorveglianza sul sistema dei pagamenti. Partecipa alle attività dei principali organismi finanziari internazionali, tra i quali il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) e la Banca Mondiale. Offre consulenze analitiche e informative sullo stato dell’economia agli organi costituzionali in materia di politica economica e finanziaria, anche attraverso la Relazione annuale del Governatore che si tiene in occasione dell’Assemblea dei Partecipanti al capitale entro il 31 maggio di ogni anno. Inoltre, le filiali della Banca d’Italia svolgono la funzione di Tesoreria Provinciale dello Stato e dal 1999, tramite la Succursale di Roma, anche la funzione di Tesoreria Centrale.

(fonte: sito di Bankitalia)

Oligarchia al potere

L’articolo 1 dello statuto di Bankitalia sancisce che l’istituto non possa sollecitare o accettare istruzioni da altri soggetti pubblici e privati. Quindi la banca, teoricamente dello Stato, non può accettare richieste o suggerimenti da parte dello Stato.

In definitiva quindi, non bastassero i grandi poteri finanziari propri dei grandi padroni di Bankitalia, è ovvio pensare che a muovere davvero i fili della politica finanziaria italiana e sovranazionale siano anche (o soprattutto) altre potenti holding che attraverso società controllate e manovre coinvolgenti gli specifici interessi degli azionisti Bankitalia, entrano in diversi modi nelle logiche delle decisioni economico-politiche globali.

In Europa…

I soci della Banca Centrale Europea (BCE)

Deutsche Bundesbank 23,40%
Banque de France 16,52%
Bank of England 15,98%
Banca d’Italia 14,57%
Banco de Espana 8,78%
De Nederlandsche Bank 4,43%
Banque Nationale de Belgique 2,83%
Sveriges Riksbank 2,66%

Oesterreichische Nationalbank 2,30%
Bank of Greece 2,16%
Banco de Portugal 2,01%
Danmarks Nationalbank 1,72%

Suomen Pankki 1,43%

Central Bank&FinServAuthority Ireland 1,03%
Banque centrale du Luxembourg 0,17%


23
apr
08

allarme alimentare

Abbiamo inquinato anche il Paradiso

Il Costa Rica è un paese intelligente, da prendere come esempio. Per diversi motivi.

1) Non ama la guerra e nel 1948 per primo al mondo, ha abolito l’esercito destinando a settori sociali i fondi che sarebbero serviti per armi e soldati.

2) Il 99% dell’energia elettrica viene da fonti rinnovabili: idroelettrica, geotermica, combustione di canna da zucchero e biomasse, energia solare ed eolica.

3) 18 tra parchi e riserve naturali proteggono il 13,7% del patrimonio paesaggistico che da solo conserva il 6% delle biodiversità dell’intero pianeta.

4) Vuol limitare i danni che i pesticidi provocano alla popolazione.

Il paese centroamericano grande un sesto dell’Italia (Lombardia-Piemonte-Val d’Aosta messi assieme, ma con una popolazione di poco più di 4 milioni di abitanti, cioè quasi un quarto delle tre regioni italiane), vuol diventare il primo Stato del mondo a emissioni inquinanti zero; e intende smettere di essere uno dei paesi a più alto tasso di leucemie infantili.

Uno studio dell’Università Nazionale del Costa Rica (Instituto Regional de Estudios en Sustancias Tóxicas) e del Karolinska Institut di Stoccolma ha rilevato una diretta relazione tra il forte impiego di pesticidi in agricoltura e i tumori che colpiscono i giovanissimi: ben 300 bambini sugli 879 del campione sono risultati leucemici! Si è notato che il rischio di ammalarsi è tre volte maggiore quando i genitori (non solo agricoltori) entrano in contatto con i pesticidi entro il primo anno di vita dei loro figli. Gli atenei costaricano e svedese lanciano un appello al governo locale perché controlli severamente i pesticidi importati (12.000 tonnellate all’anno) arrivando anche a vietarne l’uso. Chissà che dal Costa Rica arrivi un’ennesima lezione per l’umanità…

In Italia alcuni di quei pesticidi si usano ancora

Le sostanze attive che secondo lo studio delle due Università fanno morire di leucemia i bambini sono le seguenti: DICLORVOS, FENAMIFOS, MALATION, METAMIDOFOS, FOXIM e TERBUFOS presenti nei pesticidi organofosforati; PARAQUAT e PICLORAM contenute negli erbicidi; BENOMIL e MANCOZEB dei fungicidi.

Nel sito del Ministero della Salute italiano, si scopre che la diffusione di tali sostanze attive, da noi è spesso autorizzata.

Padre nostro dacci il nostro veleno quotidiano!

Anche augurandoci che questi veleni siano sparsi con parsimonia su cereali, verdura, frutta e su ogni tipo di pianta di uso alimentare, fa strano pensare che per fertilizzare il terreno non si ricorra più al sano concime organico usato per millenni e che per combattere parassiti e malattie delle piante non si impieghino uccelli o insetti-antagonisti o altri rimedi che la natura da sempre usa e la scienza ben conosce.

E fa male pensare quanto la produzione, per accrescere il suo profitto, sia così cinicamente disposta a condannare tutti noi e il pianeta a un rapido avvelenamento. Nel modo più subdolo: attraverso il cibo, l’acqua e l’aria di cui non possiamo fare a meno.

Le sostanze attive

Ecco quali sono le sostanze attive considerate pericolose da questo studio straniero e presenti in diverse formulazioni in alcuni antiparassitari e fitofarmaci che sono tuttora impiegati o lo sono stati fino a poco tempo fa anche nelle nostre campagne: e che comunque sono entrati nella nostra catena alimentare. In maiuscolo le definizioni del Ministero della Salute italiano, riferite ai singoli prodotti.

DICLORVOS la troviamo nei seguenti insetticidi definiti dal Ministero della Salute italiano MOLTO TOSSICI e la cui autorizzazione ministeriale è stata revocata a partire dal 6 dicembre 2007: Aminatrix, Dedevap, Didivane 50 EC, Divutox, Dorvos, Neptan, Nugrains 7G. E inoltre in: Nuvan 7 G MOLTO TOSSICO E PERICOLOSO PER L’AMBIENTE, Newphos C.E. e Silorvos PRIVI DI INDICAZIONE DI PERICOLOSITÀ.

FENAMIFOS è presente nel nematocida Nemacur 240 CS definito nelle tabelle del Ministero della Salute una volta NOCIVO E PERICOLOSO PER L’AMBIENTE e un’altra NON NOCIVO E PER NIENTE PERICOLOSO PER L’AMBIENTE, tuttavia autorizzato fino al 21 luglio 2009; e nell’Inside TOSSICO E PERICOLOSO PER L’AMBIENTE.

MALATION è nell’insetticida Antares PERICOLOSO PER L’AMBIENTE revocato dal 6 dicembre 2007. Nei NOCIVI e revocati dal 6 dicembre 2007: Dinitiol N, Enothion, Fitosan 50, Fosmal 50, Fosfomal 50, Malathion 50, Malatox. Negli IRRITANTI revocati dal 6 dicembre 2007: Kation, Lavis Microgranulare, Malatoil. Nei NON PERICOLOSI PER L’AMBIENTE ma revocati dal 6 dicembre 2007: Antigrill, Baldo EW, Cerealkol, Cerevit, Coronado, Faither, Gardesan, Geodin, Geovis, Grillomayer, Grillosep, Geotion, Geotan, Lavis-P AZF, Linfa anticocciniglia (revoca per passaggio di proprietà), Malac, Malathion 30% CS. Nei PRIVI DI INDICAZIONE DI PERICOLOSITA’ ma revocati dal 6 dicembre 2007: Afidan-M, Anticocciniglie liquido KB, Deltamal, Diteron, Feni L, Fenix Tech, Geo Clean, Geosep, Grillosep G, Idrofeni, Insetticida KB, Malakol Esca, Malathion EC, Mexafene – B, Polvin I, Toxolflor. Nell’Afidhion 54 PRIVO DI INDICAZIONE DI PERICOLOSITA’ ma revocato dal 15 settembre 2005.

MALATION è anche presente in questi fitofarmaci autorizzati: Malital NOCIVO MA AUTORIZZATO; Oleosan ESENTE DA CLASSIFICAZIONE DI PERICOLO MA AUTORIZZATO; Malatox cereali, Marfit, Malital N EW, Minerol MT, Mogol, Olover Plus, Polimal, Risagro Plus, Semesan, Semesan PS, Semisan, Smart EW, Torvis NON PERICOLOSI E AUTORIZZATI; Malavis 4P, Malavis 25 Pb, Polvin, Smart 50 EC PRIVI DI INDICAZIONE DI PERICOLOSITA’ E AUTORIZZATI.

METAMIDOFOS è nell’insetticida: Knock Down definito MOLTO TOSSICO revocato l’1 giugno 2007; e nei seguenti insetticidi-acaricidi MOLTO TOSSICI revocati il 30 luglio 2007: Afitox T 18, Metados, Tamifos L.S. Inoltre si trova nel Tamaron TOSSICO MA NON PERICOLOSO PER L’AMBIENTE ma comunque revocato il 30 luglio 2007.

FOXIM è contenuto negli insetticidi (esenti da classificazione) Erdesan IRRITANTE revocato dal 22 dicembre 2007 e Foxeno Esca PRIVO DI INDICAZIONE DI PERICOLOSITA’ ma revocato dal 5 luglio 2007.

TERBUFOS era contenuto in erbicidi e pesticidi eliminati dal mercato italiano dal 26 luglio 2003.

PARAQUAT è uno dei più pericolosi erbicidi esistenti, bandito da tempo dall’Unione Europea.

PICLORAM si trova nei seguenti diserbanti: Arbokill, Picloram 22 K, Tordon 101, Uniran 22K IRRITANTI MA AUTORIZZATI; Exica PRIVO DI INDICAZIONE DI PERICOLO MA AUTORIZZATO; Distan D, Surface, Tedov NOCIVI MA AUTORIZZATI.

MANCOZEB è una sostanza attiva contenuta in ben 259 fungidici: quasi tutti IRRITANTI, ma solo in pochi casi considerati NOCIVI e PERICOLOSI PER L’AMBIENTE.

BENOMIL. Di questa sostanza basti dire che è tossica a contatto con la pelle e dà possibilità di effetti irreversibili. Ecco alcune raccomandazioni: se ingerita rivolgersi a un centro antiveleni. E’ un solido infiammabile che al calore libera fumi tossici. Intervenire con autorespiratori e contenere i fluidi di spegnimento. In caso di accidentale dispersione: aspirare il prodotto in recipienti a tenuta evitando di contaminare acqua, falde, fogne, suolo e vegetazione.

Si dirà che è tutto sotto controllo. Comunque viene da chiedersi: ma cosa stiamo mangiando?




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