Archivio per la categoria 'pensieri e parole'

24
mag
12

Il silenzio di Monti

Come trattenere i giovani? Silenzio di Monti

Un lunghissimo silenzio. Così il premier Mario Monti ha risposto stasera alla domanda di Corrado Formigli in diretta a Piazzapulita su La7. La domanda seguiva un servizio sui call center di Catanzaro, dove molti giovani anche laureati lavorano per 250 euro al mese. La domanda: Come convincerebbe suo figlio laureato, assunto in un call center a 5 euro l’ora, a rimanere in Italia? La risposta del primo ministro, obiettivamente difficile da dare in questa situazione, è comunque arrivata, anche se indiretta. Monti ha citato cosa stanno facendo i suoi ministri per i giovani: Stiamo lavorando nella direzione di ricostruire l’economia italiana; ci vorrà tempo, anche se sono certo che usciremo presto dal tunnel. Stiamo sburocratizzando il lavoro giovanile, diamo sgravi fiscali a chi assume lavoratori sotto i 35 anni a tempo indeterminato, assicuriamo bonus per le assunzioni al Sud dove la disoccupazione giovanile è più forte, apriamo le roccaforti delle professioni.

24
mag
12

L’abbraccio a Brindisi

L’abbraccio di Padova a Brindisi

Un giro per la vita nell’aula di Melissa

 

A Brindisi la solidarietà e l’amicizia di Padova, dopo l’attentato che ha scosso la comunità pugliese, è giunta da un insolito ambasciatore: Un giro per la vita, primo tour ecologico costiero in barca a vela e Porsche ibrida partito il 30 aprile dal Friuli per la Liguria. Nella sua tappa brindisina, il tour ha infatti deciso di ritardare di un giorno la partenza alla volta di Santa Maria di Leuca, per far visita alla scuola Morvillo Falcone portando una testimonianza di amicizia anche a nome del Comune di Padova (tra i patrocinatori dell’iniziativa assieme al Ministero dell’Ambiente e alla Lega Navale Italiana). Così stamattina il velista e scrittore padovano Alfredo Giacon, comandante della Sly 42 Fun che sta partecipando al giro, ha consegnato nelle mani dell’assessore comunale all’Istruzione e allo Sport di Brindisi Antonio Giunta e di Cosimo Taddio preside della scuola frequentata da Melissa Bassi, il sigillo di Sant’Antonio. Sono entrato nella scuola presidiata da forze dell’ordine e televisioni- racconta Giacon- dentro solo qualche studente arrivato alla spicciolata. Mi accompagnava l’assessore e a ricevermi c’era il preside. Un incontro emozionante durato mezz’ora, nella grande confusione, passando davanti alle classi vuote. L’aula della povera Melissa Bassi era chiusa, tutti i banchi spostati tranne il suo, nell’ultima fila, lasciato dove abitualmente si trovava, ma pieno di oggetti depositati dai suoi compagni: pupazzetti, disegni, pensieri. Ora c’è anche il sigillo di Padova che ho lasciato come ambasciatore della città del Santo. Fuori un mare di fiori e di messaggi. Tutti ripetono: Bisogna andare avanti, senza paura del futuro.

Alfredo Giacon racconta di una scuola che sembra quasi sotto sequestro, dove non è ammesso scattare foto all’interno. Ho portato un tangibile segno di vicinanza di Padova a questa città prostrata; e a nome del nostro Comune, come mi ha chiesto espressamente l’assessore Ivo Rossi che segue la nostra iniziativa, ho porto le condoglianze a quello di Brindisi.

Alfredo Giacon non è nuovo a rappresentare Padova nelle sue veleggiate ecologiche in giro per il mondo. L’ultimo riconoscimento, il premio Un bosco per Kyoto conferitogli in gennaio al Campidoglio a Roma per l’impegno ambientalista, l’ha offerto qualche giorno fa alla città del Santo. Nella foto di Eleonor Marriott, a sinistra il preside Cosimo Taddio, al centro l’assessore Antonio Giunta con Alfredo Giacon.

Il giro prosegue con le tappe e i reportage visitabili sul sito www.ungiroperlavita.it, www.automoto.it, www.porsche.it

24
mag
12

Brindisi dopo la strage

Gli studenti invitano i grandi alla legalità

22
apr
12

Innocenti, ma l’Italia paga

Marò innocenti, ma l’Italia paga

300.000 euro alle famiglie. Chissà perchè

Saremmo tutti più contenti se sapessimo che i due fucilieri della Marina italiana Salvatore Girone e Massimiliano Latorre  non hanno ucciso a colpi di fucile mitragliatore due pescatori indiani, così come li accusa la magistratura di Kerala. Ma è difficile pensarlo per due motivi molto semplici: il primo è legato ai risultati della perizia balistica che confermano la compatibilità tra i proiettili trovati nei cadaveri e le armi sequestrate sulla nave italiana; il secondo è la disposizione di 146.000 euro per ciascuna delle due famiglie delle vittime da parte dello Stato italiano. Ma questa è un’ammissione di colpevolezza. O forse è una nuova tendenza della giurisprudenza internazionale? Le autorità italiane sostengono che si tratti di una semplice donazione. Come dire che non si sta pagando per provare ad evitare il processo. Come dire che la difesa dell’imputato innocente paga per esibire un grande altruismo che evidentemente i veri colpevoli (vigliaccamente nascosti) non hanno. Ancora una volta le autorità mistificano: dicendo che questa donazione non c’entra nulla con la vertenza giudiziaria offendono l’intelligenza degli indiani e degli italiani. Molto meglio parlare chiaramente, senza ipocrisie, senza nascondersi dietro a un dito… anzi, dietro a un mitra.

20
apr
12

Berlusconi Burlesque

Gare di Burlesque nella villa di Berlusconi

Di granlunga più divertente che piccante la giustificazione data da Silvio Berlusconi oggi ai giornalisti (e prima ai giudici del caso Ruby) circa i famosi festini a base di belle ragazze discinte nella sua villa San Martino ad Arcore. Qualcuna delle sue invitate aveva parlato di spettacoli erotici in cui le belle ragazze si presentavano al padrone di casa seminude indossando vestiti da infermiere, da suore, da poliziotte per attrarre grazie alle loro provocazioni, la stretta cerchia di attempati amici di Berlusconi. L’ex primo ministro italiano ha detto che non si trattava di spettacoli porno, ma di esibizioni di Burlesque: anzi di gare di Burlesque. Le donne sono esibizioniste per loro natura, ha detto il cavaliere. E in quanto a quegli abiti (mai da suora, si è affrettato a precisare), si è trattato secondo Berlusconi, di 60 vestiti che gli aveva regalato nientemeno che Gheddafi. Un testimone che, per ovvie ragioni, non potrà più dire la sua in merito.

07
apr
12

Irena Sendler

La donna che salvò 2500 bimbi ebrei

Avrei potuto fare di più. Questo ripeteva sempre Irena Sendler, la donna polacca che salvò da morte certa 2.500 bambini ebrei, evitandogli di finire nei campi di concentramento nazisti. Il 12 maggio 2012 saranno 4 anni che Irena ha lasciato questa terra, ma pochi sanno della sua esistenza e del suo sacrificio. Quando aveva 32 anni era infermiera e assistente sociale e su indicazione della resistenza polacca convinse i nazisti (che temevano l’insorgere di un’epidemia di tifo nel ghetto di Varsavia e la possibile contaminazione del resto della città), a darle il lasciapassare per entrare e uscire dal ghetto ebraico. Durante le sue missioni (al braccio portava una stella di David come tutti gli ebrei) si faceva chiamare Jolanta e quello era il nome con cui la conobbero 2.500 bambini: tanti riuscì a portare fuori dal ghetto per metterli al sicuro dopo aver convinto i genitori ad affidarglieli. Il suo lavoro di salvatrice lo iniziò ufficialmente come infermiera, nascondendo i piccoli in un’ambulanza dentro i sacchi per cadaveri, ma anche all’interno delle bare. Successivamente, spacciandosi per tecnico delle condutture idrauliche e fognarie, Irena caricava i piccoli in un furgone, nei sacchi di juta; ma portò via anche neonati nascondendoli in una cassa di attrezzi. Per evitare che durante i controlli le SS sentissero il pianto dei più piccoli, aveva addestrato il suo cane ad abbaiare furiosamente in presenza dei soldati. Una volta in salvo, la resistenza dotava i bambini di falsi documenti e li affidava a famiglie cristiane di campagna, nei conventi delle Piccole Ancelle di Turkowice e di Crotomow o in alcune canoniche. Il progetto era, a occupazione ultimata, ridare l’identità originaria a quei bambini e per questo la donna nascose dentro vasetti di marmellata tutti i loro nomi con le identità false e un codice per risalire a quelle vere. I vasetti li seppelliva sotto un albero di mele del giardino del suo vicino che abitava di fronte ad una caserma tedesca: il posto più sicuro per nascondere un segreto è sempre il più prossimo a chi non deve scoprirlo.

Chi salva una sola vita, salva l’umanità intera   

Quando a guerra finita e fino al 2008, Irena raccontava la sua impresa, si commuoveva ricordando che i genitori di quei bambini le chiedevano se i loro figli si sarebbero salvati: lei rispondeva che poteva garantire solo che se fossero rimasti sarebbero morti. E con questo comunicava involontariamente a quelle persone il loro terribile destino. Nei miei sogni – diceva – sento ancora le urla dei bambini al momento di lasciare i genitori. Fortunatamente nessuno rifiutò di dare ospitalità a quelle creature disperate e destinate a diventare orfane.

Dopo un anno di questa attività, la Gestapo ne fu informata. Così il 20 ottobre 1943 Irena venne arrestata e torturata: le spezzarono i piedi e le gambe lasciandola paralizzata a vita. Ma lei non fece i nomi di nessuno. La condannarono a morte e i partigiani dello Zegota riuscirono a corrompere un agente della Gestapo facendola fuggire prima dell’esecuzione. I nazisti continuarono a cercarla, ma invano. Dopo la guerra la giovane donna disseppellì i vasetti di marmellata che contenevano la vita di tanti bambini e iniziò a ridargliela. Per la maggioranza, purtroppo, i parenti non esistevano più: portati via dal fumo dei forni crematori, uccisi da pallottole, bastoni, fame, malattie o come cavie umane. Nel 1965 lo Stato di Israele ha piantato un albero col suo nome nel Giardino dei Giusti a Gerusalemme e a Irena Sendler è stato riconosciuto il titolo di Giusto tra le Nazioni. Questo titolo, assegnato a 20.000 non ebrei (295 gli italiani) che durante la Shoa hanno salvato ebrei innocenti, vale molto più del premio Nobel per la pace che Irena Sendler non ricevette mai. Al Nobel per la pace la propose nel 2007 il governo di Polonia con l’appoggio di quello di Israele, ma le fu poi preferito l’ex presidente americano Al Gore, perché, si sa, la politica vale più di una vita umana, anzi di 2.500 vite umane: e poco conta se le tre religioni monoteiste (cattolica, ebraica, musulmana) condividono tutte e tre quel bellissimo detto, il cui concetto è: Chi salva una sola vita, salva l’umanità intera. (video Giardino dei Giusti di Gerusalemme)http://www.marcatrevigiana.it/dachau/

04
apr
12

A mia insaputa

Italiani, popolo di deficienti

… ma a loro insaputa

Qualcuno è convinto che noi italiani siamo un popolo di deficienti a cui si può dire tutto perché tutto ci beviamo: forse perché credono che, dato che le stupidaggini cadono dall’alto, finiremo comunque per inghiottirle…

Una volta si diceva: La misura è colma. C’era anche un presidente della Repubblica che continuava a ripetere: Io non ci sto. Oggi quelle sono frasi superate dalla politica che ci ha abituati al peggio del peggio. Così, dopo l’ex ministro Claudio Scajola (governo Berlusconi) che dichiarò candidamente di possedere un prestigioso appartamento fronte Colosseo a sua insaputa (nella fianco), dopo l’ex sottosegretario Carlo Malinconico (governo Monti) (nella foto) che si stupì che qualcuno (prima di assumere incarichi di governo) gli avesse pagato a sua insaputa alcuni soggiorni da 19.000 euro in un lussuoso hotel a Porto Ercole, ora è la volta dell’ex ministro Umberto Bossi (governo Berlusconi) dichiarare di aver ricevuto qualcosa a sua insaputa. Nel caso del fondatore della Lega si tratterebbe dei soldi serviti a ristrutturare casa sua, la villa di tre piani che possiede a Gemonio (Va) (nella foto) . E ora, emerso lo scandalo del tesoriere della Lega Francesco Belsito, Bossi senior minaccia di denunciare chi gli ha pagato la ristrutturazione di casa. Se fossimo davvero figli dell’ingenuità più candida, dovremmo credere a tutti e tre. Ma allora forse finiremmo comunque per chiederci: com’è possibile affidare a persone tanto occupate (o ingenue) il destino nostro e del Paese? Se non sono nemmeno in grado di accorgersi che qualcuno al posto loro (quante persone generose in certi ambienti!) gli compera un mega appartamento da 200 mq di fronte a uno dei monumenti più importanti del mondo (1.100.000 euro più altri 100.000 di ristrutturazioni), oppure gli paga quasi 20.000 euro di conti d’albergo, o salda le imprese che gli hanno restaurato la villa? Sull’ultima vicenda, la meno eclatante delle tre, Bossi precisa che, non avendo finito di pagare le ristrutturazioni, i soldi della Lega non sono stati spesi così come emerso dalle indagini. E Umberto Bossi, già ministro della Repubblica italiana, reagisce così alle domande di una troupe del tg di la7 che gli vuol fare qualche domanda in merito: Picchiali, investili! video

E subito dopo lo scandalo, Umberto Bossi ha annunciato le sue dimissioni, facendosi da parte per il bene della Lega. Video dimissioni Bossi.

Le Mille 666 euro a notte

Sembra la scena di un film: un signore distinto, nell’agosto 2007, poi a maggio e giugno 2008, assieme alla moglie, entra ed esce da un resort toscano a 5 stelle (Il Pellicano) affacciato sul Tirreno, dove la sua suite costava (a seconda del periodo) da un minimo di 983 euro a notte a un massimo di 1.666 (quella relativa alla foto sul titolo, con piscina privata nascosta nel verde). Ancora non era Sottosegretario del premier Monti, eppure non un direttore o un facchino che, accompagnandolo all’auto, gli avesse ricordato almeno una sola volta che c’era una piccola formalità da regolare. Così per una settimana e 7 week end da favola, quel signore ha accumulato 19.870 euro che qualcun altro ha avuto la cortesia (bontà sua) di saldare, all’insaputa dei gentili ospiti. Ecco cosa fa la differenza tra una pensioncina di campagna e un posto davvero chic: qui non si parla mai di soldi, non è elegante.

03
apr
12

Questione di mutuo

Calearo. Buona dote per un politico

saper guardare in più direzioni

Politico di razza? Non proprio. Ci sono altri termini più o meno fantasiosi che possono descrivere meglio la carriera di Massimo Calearo a Montecitorio. Di certo ha meriti imprenditoriali, in quanto titolare del Gruppo Calearo (sistemi di telecomunciazione) che conta 300 dipendenti nel Veneto e 250 in Slovacchia); e meriti associativi (già presidente degli Industriali Vicentini e di Federmeccanica). Ha anche un altro merito che i cittadini italiani tuttavia non hanno saputo apprezzare in questi giorni, dopo la sua candida “confessione” alla trasmissione La Zanzara di Radio 24: la sincerità. Sì perché, per chi non avesse sentito quel suo intervento (qui sotto l’audio originale) deve sapere che l’ex onorevole del Partito Democratico (eletto nel 2008 capolista della circoscrizione PD Veneto 1 su suggerimento di Walter Veltroni), poi migrato nel 2009 ad Alleanza per l’Italia (di Rutelli e Tabacci), quindi entrato nel 2010 nel Movimento di Responsabilità Nazionale (di Scilipoti), in seguito promosso da Berlusconi nel 2011 suo consigliere personale per il Commercio Estero, e nel 2012 passato al ruolo di tesoriere di Popolo e Territorio (già Iniziativa Responsabile, con Domenico Scilipoti, Francesco Pionati e Paolo Guzzanti), ha spiattellato qual è il suo sentimento rispetto alla res publica. Calearo (vicentino classe 1955), ha detto che fare il politico è usurante, che da gennaio è andato 3 sole volte alla Camera dei deputati (alcuni giorni dopo, annunciando di volersi dimettere, ha spiegato il motivo: la moglie malata è morta in marzo) e non si è vergognato di ammettere di andarci ogni tanto. E poi ha ammesso il senso della sua presenza in Parlamento: Con lo stipendio di parlamentare pago ogni mese il mutuo della casa che ho comperato: 12.000 euro per una superficie di meno di 3.000 mq. Si tratta di una villa sulle colline di Arcugnano (Vi), già proprietà di Giovanni Pandolfo ex presidente della società autostrade Serenissima, arrestato nel 1990 per corruzione e associazione a delinquere e condannato nel ’97 a 5 anni di carcere e oggi pare rifugiato in Brasile.

Ironizzando sul fatto che in 4 anni lui ha fatto il giro dell’arco costituzionale, che altri impiegano magari una vita a completare, Calearo ha contribuito a dare agli elettori un’immagine realistica di una parte della politica italiana: quella che per lo meno (fino a prova contraria) non si macchia di corruzione, ma nemmeno brilla per interesse per le vicende dei cittadini rispetto al cui bene dovrebbe legiferare. Poi c’è l’altra parte, quella coinvolta negli scandali, nelle tangenti conosciute e in quelle ancora nascoste. Insomma un bel panorama rassicurante al quale solo gli elettori hanno il potere di dare (o meno) la loro approvazione. Calearo quindi è stato sincero. Una dote che gli va riconosciuta, perché ha detto chiaro e tondo il vero motivo per cui fa il politico: guadagnare 15.000 euro al mese, che si uniscono al certo non esiguo introito imprenditoriale. Che sia un caso isolato il suo? In quanto a sincerità senz’altro sì.

01
apr
12

Lombardia svizzera?

Sò lumbard, diventi svisero

Mentre una ventina di italiani raccoglie firme per la riannessione della Corsica (ritenuta terra sottrattaci dall’imperialismo francese), e ancor meno propongono che il Veneto ritorni all’Austria come ai tempi di Cecco Beppe, nell’Italia del tuttoèpossibile è arrivata, sotto forma di petizione popolare, l’ennesima provocazione della Lega che vorrebbe nientemeno che far passare la Lombardia sotto la sovranità nazionale della Svizzera. Era andata già male alla provincia di Belluno quando cercò di lasciare il Veneto per trasferirsi nel Trentino Alto Adige (regione autonoma notoriamente ricca), ma ora nei primi 4 giorni di raccolta firme, quelle arrivate sono già 12.000 e basterebbe arrivare a mezzo milione per far scattare il referendum. Se, per ipotesi, si facesse il referendum e questo dovesse vincere, sarebbe assai plausibile che lo Stato nazionale, pur di non perdere la regione economicamente trainante, metterebbe in campo i carrarmati. Ma ovviamente siamo nella fantapolitica.  A dar manforte ai leghisti, appoggiati da Umberto Bossi e Roberto Maroni, è intervenuto anche il ministro della Difesa elvetico Ueli Maurer (in foto), dichiarando che l’idea sarebbe attuabile. I leghisti lombardi in sostanza si augurano di perdere l’odiata cittadinanza italiana per diventare cittadini del 27° cantone svizzero. In questo modo, dicono chiaramente, pagherebbero meno tasse e farebbero parte di uno Stato efficientissimo, lontano dall’influenza dell’Unione Europea e degli Usa,  con tanto di franchi svizzeri in tasca. Peccato che in Svizzera gli italiani (compresi i lumbard transfrontalieri) continuino ad essere considerati cittadini di serie B.

In risposta alla proposta di dire addio all’Italia, nel sito petizionionline, qualcuno ha proposto un’alternativa. Questa.

Siccome siamo sinceramente ROTTI di tutte queste forme di secessionismo che stanno prendendo piede da nord e da sud, CHIEDIAMO:
– Che venga istituito un referendum per consentire al secessionista la tanto sperata libertà di andarsene via … Il referendum deve essere fatto in tutta Italia e deve essere REGIONALE (non ha senso che per i lombardi votino i veneti o addirittura dal sud come sta succedendo con la petizione contro la costituzione che va d i moda or ora… se un povero EMILIANO non vuole la PadaniaNON LA VUOLE!!!

Come tra loro c’è chi dice che malauguratamente se capita se ne vanno verso regioni diverse… Se non raggiungono la maggioranza in quella regione che se ne vadano loro… portando con se lega e altri politici secessionisti vari. Se un lombardo vuole essere svizzero, che si levi dalle scatoline (forse è la volta buona che in Italia si cambi)

PURTROPPO E’ SOLO UNA PROVOCAZIONE… MA MI PIACEREBBE CHE SE FOSSIMO IN TANTI AD ESSERSI ROTTI E A VOLERE L’ITALIA UNITA E’ MEGLIO!!

Video erotico bergamasco

E ora un documento filmato girato in un borgo montano della Bergamasca. Il contenuto è erotico, ma solo i bergamaschi potranno apprezzarlo. Serve a dimostrare che, in effetti, certe popolazioni lombarde hanno radici (per lo meno linguistiche) decisamente poco italiane: a orecchio si direbbero arabe…

31
mar
12

Piercamillo Davigo

Il giudice Davigo e la Banda Bassotti

Ci sono alcune scemenze che in Italia si ripetono da vent’anni, tipo: “Violazione del segreto istruttorio” e “Perché prima di Mani Pulite voi magistrati non perseguivate la corruzione?”. Chi parla, davanti ai cittadini di Comune di Cadoneghe (Padova), intervistato il 30 marzo da Giovanni Viafora del Corriere del Veneto, è il consigliere di Cassazione Piercamillo Davigo, già magistrato del pool Mani Pulite. E subito appare la sua grande verve. Sono scemenze, perché il segreto istruttorio non c’è più da 22 anni e l’invito a comparire davanti al giudice è un atto pubblico; inoltre l’interesse a diffondere notizie riservate sui processi è sempre degli avvocati difensori che in questo modo cercano di deviare l’attenzione dei media dai loro assistiti ad altri soggetti che si incontrano nella causa. E poi scusate, ma non si deve sapere se uno è un ladro? Quanto al perseguire la corruzione, è con Mani Pulite che si è scoperchiato il vaso anche perché gli arrestati hanno tutti vuotato il sacco. Proprio così mi disse un giorno un inquisito: “Adesso vuoto il sacco”. Un’espressione che avrebbe potuto usare uno della Banda Bassotti, e invece era un segretario nazionale di partito.  

Un’altra cosa buffa che capita nei casi di corruzione e sentirsi chiedere dall’imputato: Perché proprio io? I ladri d’auto non lo dicono mai e se lo dicessero io gli risponderei: Intanto cominciamo da lei, poi se vuol fare i nomi dei suoi colleghi, andiamo a prendere anche loro.

(nella foto in bianco e nero il pool di Mani Pulite)

 

 

 

 

I partiti fanno quel che vogliono

Interrogato sui partiti, il magistrato ha ricordato che sono associazioni non riconosciute in cui accade di tutto. Abbiamo avuto Buttiglione e La Malfa che, sebbene fossero in minoranza, hanno espulso la maggioranza del loro partito. Sui partiti c’è da preoccuparsi seriamente, perché i loro meccanismi di selezione nominano anche farabutti. Le liste elettorali le fa chi vince il congresso e, ove non vi sia congresso, chi ha il controllo del partito: e per averlo bisogna essere in possesso del più alto numero di tessere di iscritti, che spesso sono inventati. La Margherita, ai suoi inizi, aveva più iscritti che voti… E se i farabutti fabbricano tessere per avere la maggioranza, non è nemmeno reato; anche se i partiti prendono i nostri soldi delle tasse come finanziamento pubblico. Noi cittadini potremmo pretendere che i partiti vengano regolati dalla legge e controllati dalla Corte dei Conti.  

Piercamillo Davigo ricorda un interrogatorio: Dopo avermi raccontato che comprava le tessere di partito, un indagato mi fece scandalizzato il nome di un suo collega che faceva altrettanto. Ma come? Gli chiesi. Lei fa la stessa cosa… Sì, rispose quello, ma l’altro mi ha rubato gli elenchi per tesserare gli stessi che ho già tesserato io.

Il guaio, prosegue il giudice, è che i politici una volta smascherati non smettono di rubare, smettono invece di vergognarsi. Destra e sinistra han fatto di tutto per stroncare i nostri processi. Oggi le condanne sono un decimo di quelle del 1995, grazie a ignobili leggi passate negli ultimi 16 anni. Un esempio di queste porcherie? La creazione di fondi neri da usare per pagare le mazzette, grazie al centro sinistra dal 2000 non è più reato; sempre il centro sinistra poi ha fatto in modo che per l’abuso d’ufficio non siano più possibili le intercettazioni e ci sia la rapida prescrizione. In queste materie di corruzione il centro destra legifera in modo spesso confuso e non riesce a farsi approvare le leggi, mentre il centro sinistra, con l’appoggio dei suoi stessi avversari, fa passare leggi analoghe

Nei momenti di crisi, rileva il magistrato, gli scandali di corruzione emergono di più, perché con meno soldi pubblici la torta da spartirsi si restringe; con la crisi però la gente si innervosisce di più quando sente questi scandali e i politici che gridano al complotto! Se il Consiglio regionale della Lombardia ha l’80% di indagati (4 su 5), il 10% dei nostri parlamentari è fatto da pregiudicati.

Chi indaga non deve esserne scalfito dal consenso popolare: Anche perché ci abituano a essere indifferenti alle reazioni provocate dai nostri atti. Anche per questo non possiamo diventare politici: un bravo magistrato è abituato a pensare al bene comune e non agli interessi dei suoi elettori. L’ho detto spesso a Di Pietro, che per me resta il miglior investigatore che ho conosciuto; uno che, nel gergo della malavita, era un “zanza” (truffatore), nel senso che quando interrogava faceva credere all’inquisito di sapere già tutto. Per il senso di rispetto delle istituzioni, era uno che quando stava davanti al procuratore della Repubblica Borrelli, scattava sull’attenti.

 

Le prescrizioni

Siamo gli unici in Europa, assieme alla Grecia, ad avere i processi che si vanificano perché i termini di prescrizione, invece di fermarsi, continuano a maturare anche dopo il giudizio di primo grado. Sarebbe ragionevole modificare questa regola che uccide i processi; ma in Italia le leggi ragionevoli sono spesso quelle che non si approvano.

La mafia al nord

Il giudice parla di mafia al nord. Diceva un vice questore tanti anni fa: “I mafiosi son come i pidocchi, vanno dove c’è lo sporco, per cui bisogna far pulizia”. In Sicilia c’era il tavolino dove politica e mafia discutevano di come spartirsi gli affari. Da un mio studio emerge che la corruzione si scopre dove ce n’è di meno. Pensate che a Reggio Calabria in 20 anni ci sono state solo due condanne per corruzione. Nelle nostre indagini ci siamo imbattuti in imprenditori del nord che al sud pagavano le tangenti alla mafia: c’era una multinazionale delle consegne che, per eliminare i furti dei suoi dipendenti, a Milano aveva ingaggiato la ‘ndrangheta e a Napoli la camorra. La mafia al nord ha la stessa struttura che ha al sud. L’anno scorso tra Milano e Reggio Calabria un’unica operazione ha portato a 300 arresti e 1.000 anni di carcere comminati, con tanto di reggente ‘ndranghetista filmato in Lombardia e sindaci leghisti coinvolti.

 

Il fenomeno corruzione

Non è la Procura di Milano ad aver scoperto più corruzione: in rapporto alla popolazione è quella di Lecce. La corruzione è un fenomeno seriale e diffusivo. Ricordo quand’ero giovane uno dei miei primi casi: a Pavia l’ufficio Iva fu chiuso per l’arresto di 27 dei 30 dipendenti, tutti rei confessi. Il mio primo imputato per corruzione era un mio coetaneo di 28 anni che aveva intascato 250.000 lire, l’equivalente del suo stipendio mensile. Quando gli chiesi perché si era sporcato per così poco, rispose che quando venne assunto capì subito come funzionavano le cose e che avrebbe perso il posto se si fosse comportato onestamente. “Lei non può capire- mi disse- perché a lei questo coraggio non è richiesto”. In effetti io non sono mai stato tentato. Col caso delle carceri d’oro ci siamo imbattuti in un sistema criminale che prevedeva il versamento di tangenti ai funzionari pubblici anche quando questi erano andati in pensione: perché se gli imprenditori non l’avessero fatto, i nuovi funzionari statali non si sarebbero fidati di loro e quindi non avrebbero concesso le autorizzazioni ai loro lavori. Ricordo che in altri interrogatori emerse che dall’ANAS partì la richiesta che le mazzette venissero messe in normali sacchetti: avevano infatti una stanza piena fino al soffitto di valigette e non sapevano più dove metterle…

 

Chi ruba tanto, si stupisce poi per la condanna

In Italia manca la cultura dei danni causati dalla classe dirigente corrotta e nei funzionari pubblici manca l’orgoglio del proprio ruolo. Così, quando viene condannato chi ha sottratto i risparmi di una vita di migliaia di persone che gli si sono affidate, quello addirittura si stupisce. Callisto Tanzi commentò la condanna per bancarotta fraudolenta con un “Non me l’aspettavo!” . Per forza, sono tutti abituati a farla franca.

Cosa può fare allora la gente di fronte a questo andazzo? Hanno chiesto in molti al magistrato: Facile. Arrabbiarsi.

28
mar
12

Cameron negli abissi

Gli abissi, quelli veri, in 3D

Cos’hanno in comune Avatar, Aliens, Titanic e la Fossa delle Marianne? Semplice: un regista, il canadese James Cameron. Dopo essersi avventurato tra mondi fantastici e storie reali, Cameron si è calato (è il caso di dirlo) nella realtà che nutre le nostre fantasie, il punto più profondo della Terra dov’è possibile recarsi. Domenica 25 marzo 2012, alla guida di uno speciale batiscafo verde verticale, il Deepsea Challenger, una specie di suppostona di 7 metri e 30 cm realizzata in Australia, Cameron è sceso a 10.898 metri sott’acqua, là dove l’Oceano Pacifico nasconde l’immensa buca che con i suoi 10.924 metri è 2.146 metri più “alta” dell’Everest. E’ la Fossa delle Marianne, depressione tra Giappone- Filippine e Indonesia: un arco depressivo lungo 2.500 km. In quel luogo decisamente inospitale, dove la pressione atmosferica raggiunge i 100 MPa (all’esterno, al livello del mare, la pressione è di 100 kPa), ossia 100 milioni di Pascal (mille volte più di quella che abbiamo in terraferma) James Cameron è rimasto tre ore, filmando in 3D con le 3 telecamere esterne aiutate da fari molto forti, un universo molto particolare e raccogliendo con i bracci meccanici dotati di pinze, campioni di esseri viventi per ricerche di Biologia marina, Microbiologia, Astrobiologia, Geologia marina e Geofisica.

Per raggiungere il fondo, scendendo a 150 metri al minuto, ha impiegato 2 ore e 36 minuti, mentre la risalita si è conclusa in soli 70 minuti. Dopo il primo chilometro di profondità, la luce solare non filtra più e ci si addentra in un buio impenetrabile e totale, dove vivono gli esseri delle tenebre a una temperatura di 3 gradi.

Prima di lui (l’unico ad aver realizzato la discesa in solitaria) ci provò il 23 gennaio 1960 il batiscafo Trieste della Marina statunitense, che aveva due uomini a bordo: il tenente di vascello Don Walsh e Jacques Piccard. In quella missione per la prima volta due esseri umani videro sul fondo strane specie di sogliole lunghe 30 cm e gamberetti, oltre a diverse forme di alghe unicellulari Diatomee, in mezzo a uno sconfinato deserto. Tra la prima missione umana e quest’ultima del 2012, ve ne sono state altre due (giapponese nel 1995 e americana nel 2009) condotte però da robot sottomarini.

La particolarità di questa discesa (preparata in otto anni) sta nel fatto che ne scaturirà un film tridimensionale in collaborazione con National Geographic. Le prime impressioni raccolte dal coraggioso regista, sceneggiatore, produttore e inventore che con Avatar ha realizzato il film di maggiori incassi della storia (oltre 2 miliardi di dollari), sono state: Fuori dal piccolo oblò ho visto un panorama desolato, come una pianura lunare. Mi ha provocato un forte senso di isolamento, facendomi capire quanto siamo poca cosa. Video della missione del National Geographic

I mostri degli abissi marini

In greco la parola cetaceo significava mostro marino. Della famiglia dei cetacei fanno parte balene e delfini. Ma i veri mostri marini sono altri. Della fauna abissale (quella che vive oltre i 2 km di profondità) fanno parte, seppure in numero limitato rispetto a profondità minori: protozoi, poriferi, celenterati, anellidi, crostacei, molluschi, echinodermi, tunicati, pesci. Non avendo a che fare con la luce, hanno colori smorti e uniformi, scheletri e gusci sottili e poco ricchi di minerali. Quando non sono totalmente ciechi, questi animali presentano occhi rudimentali, ma possono anche avere capacità visive al contrario estremamente buone e perfino occhi telescopici. In molti casi questi organismi sono dotati di lunghi tentacoli e di organi luminescenti. Sono inoltre sensibili a variazioni anche minime della temperatura e della salinità dell’acqua. Vivendo in un habitat dalla fortissima pressione, i loro liquidi interni sviluppano un’elevata pressione tale da bilanciare quella esterna. Non essendoci, per l’assenza di luce, piante sul fondo, questi animali sopravvivono cibandosi di ciò che cade dall’alto, ma ci sono anche organismi che mangiano i loro simili: in questo caso sono dotati di bocche e stomaci molto capienti, come nel caso dei mostruosi pesci Saccarofaringidi. In queste foto ho raccolto alcuni esemplari di pesci degli abissi, che ho fotografato al Natural History Museum di Londra. L’esemplare superiore dei tre della foto sopra è un Black loosejaw che si trova in tutti gli oceani (tranne quelli ai poli) alla propfondità di 500 metri: il solo pesce che produce una luminescenza rossa che gli serve per vedere. Ed ecco altri mostri degli abissi… Quello rotondo col ciuffo è la rana pescatrice, detto anche diavolo nero. Vive attorno ai 2.000 metri di profondità (grande 3 cm il maschio e 20 la femmina). L’altro esemplare curioso che riporta un lungo filamento che dal muso compie un 8 lungo il corpo, è un Gigantactis che vive tra 1.500 e 2.000 metri di profondità: il filamento è luminescente.

E poi ci sono le piovre giganti, con cui a volte si sono imbattuti i pescatori dell’Oceano Pacifico. Nel 1957 al largo della Columbia Britannica ne è stata pescata una del diametro di 9,6 metri e del peso di 272 kg, mentre nel 2002 alle isole Chatham vicino alla Nuova Zelanda, è emerso un calamaro di 4 metri (qui in foto), pesante oltre 70 kg. Nel video seguente (del National Geographic) si vedono all’opera una piovra e uno squalo. Sono stati filmati nottetempo dai ricercatori dell’acquario di Seattle, che non si spiegavano il perché dell’improvvisa moria degli squali: in fondo niente era stato cambiato in quella enorme vasca popolata da squali. Niente, tranne l’inserimento di una grande piovra…

27
mar
12

L’isola del tesoro italiano

Uomini con la pipa, cachemire o pullover

Sempre e comunque fumo negli occhi

C’erano una volta gli uomini con la pipa. Uomini delle istituzioni, ai massimi livelli, che arringavano la folla e si indignavano pubblicamente quando i servitori dello Stato tradivano ignobilmente il loro mandato. Poi vennero gli uomini con il sigaro, più attenti a creare cortine fumogene attorno alle loro idee. E arrivarono anche quelli dell’abito che non fa il monaco: difensori degli operai, in barca a vela e cachemire, milionari tutori della ricca borghesia, rigorosamente in pullover. Comunque sia, fumo negli occhi.

Per ultimi i banchieri e i loro più illustri funzionari. Dall’altra parte ci sono gli italiani, ci siamo noi che non capiamo dove stiamo andando e soprattutto se, chi sta al timone, segue la rotta che noi vorremmo (quella di casa) o piuttosto la solita, suggerita dagli armatori che puntano immancabilmente verso la loro isola del tesoro, pronti a buttare a mare chi si ammutinerà, per sostituirlo con i fedelissimi che si fanno comprare con quattro manciate d’oro.

A leggere l’entusiasmo con cui il quotidiano conservatore americano Wall Street Journal dipinge il rigore del premier Mario Monti che, di fronte alla riforma del lavoro (sintetizza un titolo)  fa la Thatcher, dovrebbero preoccuparsi le sinistre e rallegrarsi le destre. Il fatto di andare avanti per la sua strada incurante di sofferenze e malesseri dei lavoratori, fa di Monti un idolo della finanza internazionale, di cui egli è figlio (già consulente di Goldman Sachs, come il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, come il premier greco Lucas Papademos che fu vice presidente della BCE). Dal Wall Street Journal Monti è salutato come il paladino di una nuova era, capace di imprimere una svolta. In assenza di controparti (la Thatcher in campo avverso è Susanna Camusso, quasi sola nel difendere la parte più debole degli italiani in crisi), non resta che aspettare per vedere chi, in questa lotta impari del tutti contro uno, alla fine avrà avuto ragione. Stiamo davvero imboccando la via ultra conservatrice tracciata a Londra dalla lady di ferro, e la stiamo già superando con quelle che il giornale statunitense definisce le leggi sul lavoro fra le più restrittive del mondo occidentale?

22
mar
12

Bambini all’ergastolo

Cristian, a 13 anni verso l’ergastolo

Alla sua età colpii alla testa il mio fratellino col calcio di una pistola (ovviamente giocattolo). Lui, Cristian Fernandez, dodicenne americano di origini ispaniche, al fratellino di due anni, in testa ha dato solo un pugno: come si fa tra bambini, tra fratelli, per gioco o magari anche per rabbia. Solo che David Galarriago, fratello di Cristian di quel pugno è morto. Oggi quel ragazzino di 13 anni è comparso davanti al giudice di Jacksonville in Florida indossando la tuta arancione, le manette e le catene ai piedi come i terroristi senza diritti di Guantanamo. Davanti agli occhi smarriti di quel bambino si è materializzata la giustizia dei grandi. L’accusa lo ha freddamente descritto come un grave pericolo per la società per aver ucciso nel marzo 2011 il fratellino dopo avergli forse spezzato una gamba due mesi prima: ne ha chiesto la condanna a vita, quella che non ammette riabilitazione né perdono. Forse per fare di lui un caso esemplare, il più giovane ergastolano d’America. Un terribile precedente che si può evitare se l’opinione pubblica mondiale si solleverà perché sia data una chance a un bambino, reo (questo sì) di non aver saputo dosare la sua rabbia. Con Cristian è accusata di omicidio anche la mamma Susana Biannela (25 anni, nella foto), per aver atteso sei ore prima di portare il piccolo ferito in ospedale, limitandosi a “curarlo” con del ghiaccio e senza l’accorgimento di tenerlo sveglio. Il procuratore dello Stato, Angela Corey (nella foto, chissà se anche mamma) ha così commentato la sua richiesta di condanna: Il fatto che abbiamo accusato un dodicenne è di per sè un evento mozzafiato ed è triste per la nostra procura; ma è l’unico meccanismo giuridico che possiamo usare per proteggere la comunità da questo particolare crimine. La Corey, 57 anni, repubblicana e protestante, è stata la prima donna procuratore.

La famiglia di Cristian

Guai a non considerare il contesto in cui Cristian è vissuto. Sua madre l’aveva concepito nei sobborghi di Miami, da uno sconosciuto, quand’era ancora una bambina di 12 anni, e il nuovo compagno di lei finì in carcere per averla violentata dopo il parto. A due anni Cristian, trovato a vagabondare nudo e sporco fuori da un motel, venne tolto alla custodia di sua nonna, tossicomane di 34 anni che l’avrebbe allattato anche con l’aggiunta di droga; così lo riaffidarono ai genitori. Ma successivamente il patrigno, operaio edile, nell’ottobre 2010 si tolse la vita sparandosi un colpo di pistola davanti a lui e alla mamma per evitare nuovamente il carcere con l’accusa di aver violentato questa volta anche il piccolo Cristian. Nonostante questi difficili precedenti, nonostante il gesto sconsiderato di Cristian, due psicologi chiamati a esaminarlo, l’hanno definito emotivamente sottosviluppato, ma comunque in grado di riabilitarsi rispetto alla società. Ma è davvero di Cristian che la società deve aver paura, al punto da segregarlo a vita? Su Facebook esiste la pagina Support Cristian Fernandez in cui è anche possibile firmare una petizione in cui si chiede che i minori vengano trattati come tali nel sistema di giustizia penale: www.facebook.com/pages/Support-Cristian-Fernandez/155817627820236

Chi ha paura dei bambini

Cosa ne pensano gli americani

Ma davvero il nostro mondo di adulti deve proteggersi da questo e da altri bambini come lui? Dobbiamo ammanettarlo e rinchiuderlo per tutta la sua esistenza? Fa così paura? Su Jacksonville.com, sito del quotidiano The Florida Times Union, ecco alcuni commenti raccolti.

Contro Cristian

Steven45: Uccidere il piccolo demone ora.

Ralph in Orange Park: La prima priorità dovrebbe essere quella di impedirgli di uccidere ancora.

Gorilla 0878@yahoo.com: Penso che a 13 anni devono essere processati per omicidio di primo grado come gli adulti. Quando si ha questa età si conosce la differenza tra giusto e sbagliato.

P Eunny: Oh, lasciatemi piangere… per il bambino morto.

A favore di Cristian

Vcobbs: Questa è una triste, triste storia. Non riesco a immaginare ciò che questo ragazzo ha vissuto nella sua breve vita. Un bambino con una madre di 12 anni, un padre pervertito sessuale, una nonna tossicodipendente. Mi stupisce che sia sopravvissuto all’infanzia. Sono d’accordo, avrebbe dovuto sapere di non picchiare un bambino di 2 anni, ma il mio cuore va a tutti e due. I bambini sono il prodotto del loro ambiente. Mi auguro che ottenga l’aiuto di cui ha bisogno, ma ho il sospetto che il danno per la sua vita è già stato fatto.

icsea: Nessuno su questa terra può giudicare questo bambino né la sua famiglia, ed è disumano ciò che il SAO sta facendo a questo bambino. Devi essere cieco come un pipistrello per non sapere che la legge degli adulti non può essere applicata a questo bambino: un bambino di 12 anni. Può essere riabilitato. Se questo paese utilizza i nostri figli e noi per un guadagno politico invece di fare ciò che è giusto, abbiamo un problema serio. Se questo Stato avesse aiutato questa famiglia fin dal primo giorno, non si sarebbe arrivati a questo punto. La società non cambierà a meno che le persone non si mettano insieme per non tollerare più di essere trattati così.

Corey_Skank: Il genitore e/o tutore deve affrontare le accuse di negligenza per aver lasciato un ragazzo responsabile di un bambino. Non uccidete questo ragazzo!

Takeres: Ha bisogno di una seria riabilitazione a lungo termine, di un supporto psicologico prima di essere lasciato fuori nella società. Trattarlo come un adulto è assurdo.

Hollywood Heights: Chi ha fallito? Un innocente di due anni è morto. Tutti quelli che hanno avuto contatti con questa famiglia e hanno guardato dall’altra parte… Compresa la madre.

pumpkinmedic: Il fatto che a una madre di 12 anni sia stato permesso di tenere il suo bambino è assolutamente atroce. Il fatto stesso di restare incinta a 12 anni dovrebbe comportare l’automatica esclusione dei nonni dalla custodia di figlio e nipote.

smokeymt1: Questa è una situazione molto triste… E’ un caso orribile di abuso che dura da generazioni in questa famiglia… Dio solo sa quello che il 12enne ha vissuto nella sua breve vita… Questa famiglia ha avuto bisogno di aiuto per anni… Quanti sono i bambini abusati in questo momento intorno a noi?

Shawna1010: E’ il triste caso di una mamma che non ha protetto i suoi figli. Allevarli non significa dargli il cibo che gli piace, una stanza o tenerli puliti, ma la sicurezza, un bene non negoziabile. Questo 12enne dovrebbe crescere per migliorare, anche se saprà sempre di aver ucciso il fratellino, ma non sta andando a rieducarsi

Darwingroupie00: A 12 anni non avrebbero dovuto permetterle di avere un figlio che sarebbe dovuto finire in adozione da chi era disposto ad amarlo e curarlo adeguatamente.

Military Retiree: E’ una delle cose più tristi che ho sentito in questi anni.

L’”insegnamento” degli adulti

Questo è il video girato dalla polizia di Jacksonville con telecamera nascosta nelle due stanze di detenzione dell’ufficio dello sceriffo. Si vedono Cristian e sua mamma. All’inizio Cristian ripete tra sè e sè l’episodio che ha provocato la morte del fratellino sbattuto contro la libreria della camera e dice: David… libreria… pow pow! http://jacksonville.com/news/crime/2011-09-16/story/whos-blame-complicated-cristian-fernandezs-mom-says-younger-sons-death

E in quest’altro video si vede invece una lezione impartita da una poliziotta a Kevin, un bambino di 7 anni che viene ammanettato per essersi accompagnato a dei ragazzi che rubavano biciclette. Era stato un parente di Kevin a chiamare la polizia per farlo arrestare a scopo precauzionale. A sette anni.

21
mar
12

Articolo 18

Articolo 18, il dolore del ministro

… Nella vignetta di Mirco Maselli

19
mar
12

Maratona di protesta

Una maratona di greci per la Grecia

Per gridare al mondo lo sdegno di un popolo

Chi dice che in Grecia la situazione è migliorata è un bugiardo che vuole solo confondere le acque e fare disinformazione. Solo per le banche estere va bene. Ci stanno massacrando, con le nuove misure di austerità decise. A dirlo è Alexandra Hatzopoulou che vive ad Atene.

I greci hanno inventato le Olimpiadi, la maratona, ma soprattutto la democrazia. Ed è con una maratona che il popolo greco, imbrogliato dai suoi stessi governanti, piegato dalle multinazionali europee e americane, umiliato dai poteri forti dell’Unione Europea (italiani inclusi), vuole gridare civilmente al mondo che non è giusto sacrificare la gente in nome del denaro, della finanza, del potere: perché ci sono valori superiori, perché prima di tutto conta la vita delle persone e molto poco invece dovrebbe contare il sostegno a finanzieri e speculatori per farli diventare sempre più incredibilmente ricchi sulla pelle degli altri.

La maratona, sabato 24 marzo (giorno prima della festa nazionale che ricorda la rivoluzione del 1821 contro i turchi), prenderà avvio alle ore 8 nella cittadina di Marathonas e seguirà il percorso storico che da Marathonas porta allo Stadio Kallimarmaro (fatto in marmo bianco), nel cuore di Atene: lo stesso stadio inaugurato nel 1896 per i giochi olimpici moderni, sui resti dell’antico stadio del 566 a.C. rifatto in marmo bianco da Licurgo nel 329 a.C., poi ampliato nell’anno 140 da Erode Attico per ottenere 50.000 posti a sedere (restaurato nel 1896).

In tutto il mondo la maratona è un percorso di 42 km e mezzo, perché quella è la distanza tra Marathonas e lo Stadio Kallimarmaro. La stessa distanza, lo stesso antico percorso, verrà coperta dai greci a piedi, in bici, coi motorini (ci saranno anche automobili per soccorrere chi non ce la fa a camminare). I cittadini, se ne prevedono migliaia, sono chiamati a partecipare e hanno annunciato l’adesione anche alcuni sindaci (i Comuni offriranno a tutti bottigliette di acqua e bibite). All’arrivo allo stadio, ci sarà un concerto di famosi cantanti e poi comizi contro i memorandum e contro le nuove leggi disumane votate. Naturalmente non si tratta di una competizione sportiva, ma di un modo civile di gridare forte al mondo lo sdegno di un’intera popolazione. La maratona esprime la militante pacifica resistenza del popolo greco contro la politica distruttiva e traditrice dei memorandum, ma anche la determinazione di combattere unito per la democrazia, l’indipendenza nazionale, la sovranità’ popolare e il rinascimento patriottico in Grecia.

L’organizzazione è del Fronte dei movimenti contro i memorandum
sotto gli auspici del movimento Spithes Attikis. Per informazioni: 0030 697 3397391

http://www.spitha-kap.gr/el/news/?nid=2212

(foto di The Bleeding Statues di Tony Lykouresis, Biennale di Atene 1982)

No, non va niente bene. E’ un enorme presa in giro. Le forze estere hanno ottenuto ciò che volevano. Questa è la nostra situazione.

19
mar
12

Morto il Papa copto

E’ morto il Papa, il patriarca dell’Africa

Si chiamava Shenouda III, ed è morto il 17 marzo 2012 a 88 anni. Era il Papa di Alessandria e il Patriarca di tutta l’Africa. Il Papa della Chiesa copta ortodossa di Alessandria. Nato ad Asyut in Egitto, Nazeer Gayed Roufail, per la sua autorevolezza era molto rispettato anche dalla comunità musulmana. Abbandonato il monastero siriano di Scetes, divenne 117° Papa di Alessandria nove mesi dopo la morte di Cirillo VI avvenuta nel 1971. Prima però passò gli ultimi sei anni da monaco in eremitaggio in una grotta a 6 km dal monastero.

Un anno prima del suo pontificato, l’Egitto passò dalle mani di Nasser a quelle di Sadat: presidente con cui questo Papa ebbe forti divergenze al punto da venir esiliato in un monastero nel deserto Nitrian, nel delta del Nilo; per far ritorno in città solo alla morte di Sadat, grazie all’amnistia concessagli dal successore Mubarak. Politicamente Shenouda III fu sempre a favore della causa palestinese, al punto da invitare i copti a non recarsi mai in pellegrinaggio a Gerusalemme, pena la scomunica, Per non far male alla causa degli arabi e dei cristiani.

Il Papa eremita

Nel 1973, proprio a motivo del suo impegno verso l’unificazione della Chiesa, fu il primo Papa copto ortodosso di Alessandria ad incontrare, dopo 1.500 anni, un Papa di Roma: il pontefice era Paolo VI. Il Papa di Alessandria nel 2000 ottenne dall’Unesco il premio Madanjeet Singh per la tolleranza e la non violenza.

La sua morte, sopraggiunta dopo ripetute cure all’estero per problemi ai polmoni e per complicazioni epatiche, è avvenuta il giorno 8 Parenhat 1728 del calendario copto. I funerali saranno seguiti dalla sepoltura nel monastero di San Pishoy nel deserto di Nitrian. Il governo ha decretato tre giorni di lutto per i dipendenti statali dell’intera comunità cristiana d’Egitto, che rappresenta il 10% della popolazione. Nella notte tra sabato e domenica, si calcola che 100.000 persone siano andate alla cattedrale di San Marco al Cairo (la più grande dell’Africa e del Medio Oriente, considerata Il Vaticano dei copti) a rendere omaggio alle spoglie; molti i fedeli rientrati appositamente dall’estero. Come si vede nella foto, il corpo del Patriarca è stato ricomposto, seduto, su uno scranno, circondato da fedeli all’interno della cattedrale.

San Marco, Venezia e le origini della Chiesa copta

A quella stessa cattedrale ultimata nel 1968, Papa Paolo VI come segno di distensione tra le due chiese, restituì parte delle reliquie di San Marco che nell’anno 828 erano state sottratte all’Egitto da due veneziani che le avevano portare al loro doge, probabile mandante dell’operazione. Ma quella restituzione di reliquie provenienti dal Vaticano e non da Venezia, avvenuta con 1.140 anni di ritardo, non piacque troppo agli egiziani. Alla cerimonia erano presenti il presidente Nasser, l’imperatore d’Etiopia Haile Selassié e il Papa Cirillo VI.

San Marco fu il dotto evangelista libico (nato a Cirene e conoscitore di greco, latino ed ebraico) che conobbe il Cristianesimo quando lasciò la Libia invasa dalle tribù nomadi per rifugiarsi coi genitori a Gerusalemme; lo diffuse poi in Italia e in Egitto prima di essere martirizzato dai romani in Egitto nell’anno 63. La giovinezza la trascorse in Turchia ad Antiochia, dove compare la prima traccia del termine cristiano per indicare un seguace di Cristo.

Il suo legame con Venezia venne segnalato nel 1350 dal doge Andrea Dandolo che nella sua Chronica scrisse che questo discepolo di san Pietro a Roma, fu dal successore di Cristo inviato a presentare alle genti romane il  vangelo che lui aveva scritto nella capitale dell’impero. Come traduttore personale di Pietro che non parlava greco (allora lingua internazionale paragonabile all’odierno inglese), Marco si era occupato prima della comunità ebraica che a Roma contava 45.000 persone, poi di quella romana. Ascoltando il vecchio discepolo e traducendone i racconti  iniziò a trascriverli sintetizzandoli. Così nacque il vangelo di San Marco. Per diffondere la parola di Gesù, nell’anno 48 Pietro inviò Marco ad Aquileia che, per importanza dopo Roma, era la seconda città della penisola. Lì il santo rimase due anni, ricevendo nuovi e vecchi fedeli a cui raccontava quanto appreso da san Pietro, standosene seduto su una cattedra che gli era stata regalata. Consentì poi che le sue scritture redatte in greco (il suo è il più breve dei quattro vangeli) venissero copiate per essere meglio pubblicizzate. Nei 16 capitoli del suo vangelo, sono forti gli accenni a Cristo come figlio di Dio e per questo come simbolo dell’evangelista fu scelto il leone, dominatore degli animali. Secondo la tradizione, poi, ad Aquileia san Marco compì il suo primo miracolo guarendo dalla lebbra Ataulfo, figlio di Ulfio, il capo della città.

Tornò a Roma assieme ad Ermagora, perché Pietro desse al friulano da lui scelto, l’incarico ufficiale di responsabile dei cristiani di Aquileia. Rientrando con una barca a vela (da Aquileia a Ravenna, per proseguire poi via terra), una bufera li costrinse ad attraccare su un isolotto della laguna veneziana, Rivo Alto (oggi Rialto) dove (secondo la leggenda) Marco ebbe la visione mistica che profetizzava la sua sepoltura in una magnifica nuova città, Venezia. A Roma Pietro lo inviò per far proseliti ad Alessandria, metropoli cosmopolita di un milione di abitanti dominata dal faro alto 120 metri e dal tempio del dio Serapide. Dopo essersi fermato nella sua Cirenaica per un periodo di apostolato, Marco raggiunse Alessandria aiutando la prima comunità cristiana d’Egitto e compiendo miracoli. Lì però i suoi avversari lo fecero arrestare mentre celebrava la messa di Pasqua e non sopravvisse al secondo giorno di detenzione, morendo il 25 aprile del 68. Il corpo gettato nelle fiamme, secondo la leggenda venne graziato da una violenta bufera, così che le sue spoglie poterono essere messe in salvo nella stessa località di Boucoli dove Marco amava rifugiarsi nella prima chiesa costruita. Il santuario lì eretto nel 310, risparmiato dall’attacco dei persiani del 620, fu invece bruciato durante l’invasione araba del 644, ma le reliquie vennero salvate e tornarono nel ricostruito santuario di Alessandria. Nell’828 un gruppo di mercanti veneziani vi giunse appositamente per sottrarle e portarle nella nascente Venezia che aveva bisogno di un santo protettore da venerare. Del gruppo facevano parte Buono (dell’isola di Malamocco o Metamauco) e Andrea detto Rustico (di Torcello). Buono era stato nominato tribuno per essersi distinto nella battaglia navale contro il re francese Pipino il Breve che aveva tentato nell’810 di entrare in laguna; il Rustico era un ex carpentiere divenuto poi commerciante. Per il loro coraggio, testimoniato dal tribuno Angelo Partecipazio, furono quasi certamente incaricati dal figlio di questi, il doge Giustiniano Partecipazio, della delicatissima missione segreta. Partiti nel novembre 827 con 10 navi, si staccarono dalla flotta con la San Nicola di proprietà di Buono, per raggiungere Alessandria d’Egitto contravvenendo agli ordini dell’imperatore di Bisanzio (e dello stesso doge) di non trafficare con gli arabi. Della tre alberi facevano parte, con loro altri 10 di equipaggio: Pietro secondo ufficiale; i marinai Giacomo, Emilio, Nikos e Medes; il legato del doge Giuseppe Baseio detto Giusto; i soldati Brutus detto Brutto e Hubert de Gascoyne detto Franco; il medico ebreo Elihu ben Moische e il suo assistente Rebekan ben Moische.

Qui la storia si mescola alla leggenda: i due avvicinano i padri custodi del santuario, Staurazio e Teodoro, che li avvertono dell’intenzione del califfo Mamum di Alessandria di costruire moschee usando colonne e marmi presi dalle chiese cristiane; i musulmani hanno già arrestato un altro custode di quel tempio. Gli agenti di Venezia quindi propongono ai religiosi di sostituire le spoglie di san Marco con quelle della martire santa Claudia e di accompagnarle assieme a loro in Italia. I quattro allora nascondono i resti in ceste di vimini sotto foglie di cavoli e di carne di maiale kanzir (che gli islamici, considerandola impura, non avrebbero mai toccato) e li caricano sulla loro nave, probabilmente una acazia a tre alberi (acazia deriva dal greco akis, punta, dal nome della ciabatta greco-araba akazia). Nonostante il mare agitato, la nave risale l’Adriatico fino a Umago in Istria, da dove i due comandanti inviano un’ambasciata al doge il quale prepara la degna accoglienza. Il 31 gennaio 828 il corpo di san Marco arriva a Venezia nel porto di Olivolo (sede vescovile nel sestiere Castello) dove ad accoglierlo ci sono il vescovo Orso, il doge Giustiniano Partecipazio e la città intera. In attesa che venga costruita la basilica di San Marco (con funzione di cappella del doge), le spoglie del santo restano in una stanza di Palazzo Ducale. Una volta portato a Venezia san Marco, i due eroi ottennero in premio 100 libbre d’argento.

16
mar
12

MafiaStato

La vedova Borsellino ricorda

La mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno. Lo confidò, dopo la strage di Capaci, il giudice Paolo Borsellino a sua moglie Agnese. La vedova Borsellino ricorda queste confidenze al giudice che ha riaperto il caso della strage di via D’Amelio, anche in relazione alla trattativa segreta tra Stato e mafia. Nel brano audio seguente, la signora Agnese Borsellino ricorda anche lo scoramento del giudice quando gli dissero che il generale Antonio Subranni, primo comandante del Reparto Speciale Operativo Ros dei Carabinieri dal 1990 al 1993, era punciutu, ossia mafioso. Subranni si era distinto a Palermo per l’indagine sull’omicidio di Peppino Impastato, per la quale imboccò la pista terroristica anziché quella mafiosa. E nel gennaio 1993 i suoi uomini, guidati dal capitano Ultimo, catturarono Totò Riina, omettendo tuttavia per alcuni giorni di perquisirne il covo. Lo stesso generale era diretto comandante del colonnello Mario Mori che condusse la trattativa tra Stato e mafia.

Ho visto la mafia in diretta, disse ancora alla moglie il giudice Borsellino pochi giorni prima di essere ammazzato. Seppe quasi casualmente dall’allora ministro alla Difesa Salvo Andò, appena nominato, che secondo un’informativa, si era a conoscenza di un piano mafioso per ucciderlo mediante attentato dinamitardo. Il ministro si stupì molto che nessuno avesse informato il giudice di quel nuovo circostanziato pericolo, ma Borsellino rispose di non saperne nulla. Da allora, in casa, obbligò la moglie ad abbassare le serrande per non diventare bersagli troppo facili e per non essere spiati dal castello Uveggio dove i servizi segreti avevano una loro sede. Era giugno 1992. L’attentato in cui perse la vita lui e la sua scorta (una donna e quattro uomini, un sesto agente rimase gravemente ferito) avvenne il mese seguente.

In un’intervista a L’Unità la signora Borsellino ricordò una telefonata che le fece l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel luglio 2010, un mese prima di morire, 8 anni dopo la strage: La storia di via D’Amelio è da colpo di Stato. Ecco l’audio di parte della deposizione della vedova Borsellino

11
mar
12

Sentenza Dell’Utri

Borsellino: Giustizia negata

C’è una persona per bene come Salvatore Borsellino, ingegnere di 69 anni, che dopo la morte del fratello Paolo, assassinato dalla mafia in via D’Amelio a Palermo il 12 luglio 1992 assieme ai poliziotti della sua scorta scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, vive per chiedere allo Stato giustizia e verità. Compito difficile il suo, sapendo che per interlocutore ha uno Stato che per anni ha nascosto la trattativa avviata con la mafia per fermare lo stragismo voluto da Totò Riina: trattativa che potrebbe essere la vera causa dell’assassinio del giudice Paolo Borsellino, ovviamente contrario a qualsiasi collusione Stato- mafia.

Il giorno della sentenza della Quinta sezione della Corte di Cassazione, che il 9 marzo 2012 ha rimandato al mittente il processo per contiguità con la mafia del senatore del Pdl Marcello Dell’Utri (i giudici palermitani dovranno rifarlo da capo, ma non ne avranno il tempo materiale), Salvatore Borsellino sulla sua pagina Facebook si è espresso così: Mi è mancato il respiro quando ho sentito la sentenza della Corte di Cassazione su Dell’Utri, mi si è fermato il cuore. Dopo la sentenza sull’Agenda Rossa non posso accettare anche questo, Non può essere negata a tal modo la Giustizia. Ricordate l’intervista di Paolo su Dell’Utri. Chiedo a tutte le Agende Rosse di non dargli tregua, di gridargli il nostro disprezzo e la nostra rabbia dovunque si trovi, di impedirgli di ricordarci mostrando la sua faccia che cosa è veramente la mafia.

Ma perché Salvatore Borsellino ha provato questa brutta sensazione?

A sua insaputa al compleanno del boss

e al matrimonio del trafficante

Il pensiero va alla cena del 41° compleanno che il boss di Catania Antonino Calderone il 24 ottobre 1976 festeggia nel ristorante Alla collina pistoiese in via Amedei a Milano, assieme ai mafiosi nonchè trafficanti di droga Vittorio Mangano, Antonino e Gaetano Grado: con loro anche un altro palermitano, Marcello Dell’Utri, che poi dirà agli inquirenti di esserci stato portato dal concittadino Cinà senza sapere chi fossero gli altri.  E va a un altro discutibile ricevimento il 19 aprile 1980:  al Café Royal, elegante caffè londinese in Piccadilly Circus angolo Regent Street, dove assieme a Gaetano Cinà, Marcello Dell’Utri partecipa al matrimonio tra una ragazza inglese e Maria Girolamo Fauci detto Jimmy che per il clan Caruana gestisce il traffico di droga in Gran Bretagna. Tra gli invitati spiccano il latitante Francesco Di Carlo (testimone di nozze), Girolamo Teresi della famiglia palermitana della Guadagna. Anche in quel caso Dell’Utri dice che al matrimonio e al banchetto di quegli sconosciuti ce lo portò Cinà. Il pensiero va anche a una sponsorizzazione che nel 1990 Dell’Utri come dirigente Publitalia (Fininvest) ottiene dalla squadra femminile di pallacanestro di Trapani: il presidente della squadra si sente chiedere un’intermediazione di 750 milioni di lire, con la formula Ci pensi perchè abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare. E difatti l’avvertimento è seguito dalla visita del boss trapanese Vincenzo Virga: per questa tentata estorsione, in primo grado nel 2004 Dell’Utri viene condannato a 2 anni. Il pensiero va anche ad altri elementi poco avvicinabili, che invece hanno avuto rapporti con il senatore Pdl: i Graviano, boss di Brancaccio mandanti dell’omicidio di don Pino Puglisi, e altri. E a Bernardo Provenzano, che a detta dei magistrati di Palermo che hanno indagato su Marcello Dell’Utri, lo ammirava molto.  Ma il pensiero non va solo a questo…

Cassata da 12 kg

dono del boss

a Berlusconi

Ci sono alcune intercettazioni telefoniche di Marcello Dell’Utri, che danno da pensare. La prima è del Capodanno 1987. Un certo Gaetano Cinà, titolare di una lavanderia di Palermo e suo amico di vecchia data lo chiama a Milano per fargli gli auguri e per sapere se lui ha ricevuto la cassata inviatagli. Dell’Utri nel 1987 è amministratore delegato del gruppo Fininvest di Berlusconi e Cinà non è un piccolo imprenditore siciliano qualunque, è nientemeno che il padrino della famiglia mafiosa Malaspina di Palermo, vicino a Stefano Bontate; lui è Silvio Berlusconi amico di Dell’Utri, e la cassata di 11 kg e 800 grammi era stata recapitata per Natale da Palermo al cavaliere di Arcore con tanto di pensierino scritto sopra con la glassa: Canale Cinque. L’11 giugno 1988 il boss richiama Dell’Utri dicendosi stupito per una citazione in giudizio da parte del tribunale penale di Milano che per il fallimento di 4 società gli ha bloccato il conto corrente. Dell’Utri lo tranquillizza: Sono fesserie, non c’è problema. E il boss: L’Italia non può andare avanti per queste La terza è una telefonata di servizio tra Cinà e un altro siciliano.

L’attentato alla Fininvest?

Per Berlusconi un gesto d’affetto

Quarta telefonata: Silvio Berlusconi chiama Marcello Dell’Utri per avvisarlo che Vittorio Mangano il 28 novembre 1986 è mandante di un piccolo attentato alla sede Fininvest in via Rovani a Milano (Mangano in quel tempo si trova in carcere in Sicilia). Ma il danneggiato e il suo amico ci ridono sopra, il patron della Fininvest la ritiene una ragazzata: Se voleva 30 milioni me li chiedeva e glieli davo… E il 30 novembre arriva la risposta (intercettata) di Dell’Utri, che informa Berlusconi: Mangano assolutamente è proprio da escludere… C’è da stare tranquillissimi… Ho visto Tanino che è qui a Milano. Perchè a Berlusconi dovrebbe interessare la presenza a Milano del titolare di una lavanderia di Palermo? Uomo tra l’altro a lui così noto da essere sufficiente il soprannome siciliano Tanino invece di nome e cognome (Gaetano Cinà) (foto in bianco e nero).

Un mafioso come baby sitter

Era stato lo stesso Marcello Dell’Utri a presentare all’imprenditore Berlusconi Vittorio Mangano. Berlusconi nel ’73 aveva 37 anni e Mangano 33. Lo tenne due anni in casa sua come fattore e factotum della tenuta della villa di Arcore, ma il loro non era il classico rapporto padrone- servitore, perché quel curioso siciliano non solo sedeva a tavola con gli ospiti dell’industriale milanese, ma come dirà lo stesso Berlusconi, Si trasferì in casa nostra con sua mamma, sua moglie e le due bambine che accompagnava ogni giorno all’asilo assieme ai miei figli. Portava la domenica i miei figli a vedere le corse dei cavalli… Qualcuno, contraddicendo le giustificazioni di Berlusconi, sostiene che l’imprenditore milanese sia stato costretto dalla mafia a ingaggiare quel mafioso per tutelarsi dai rapimenti (aveva già subito molte minacce verso i figli) e soprattutto per intessere relazioni finanziarie e politiche future.

Dal fallimento Bresciano a Forza Italia

Curiosamente, dopo che il 27 dicembre 1974 Mangano finisce in carcere rimanendovi fino al 22 gennaio 1975, il suo datore di lavoro milanese lo tiene ancora al suo servizio; cosa che ripete anche al secondo spiacevole episodio: arresto dell’1 dicembre 1975. Nell’ottobre 1976 Mangano fa fagotto lasciando definitivamente la villa di via San Martino 42 ad Arcore (è l’indirizzo che comunica in carcere come suo domicilio ufficiale); qualche settimane dopo se ne va dalla residenza di Berlusconi anche Marcello Dell’Utri che lì si era stabilito nel 1974 come suo segretario. Scaricato dal capo, a 36 anni Dell’Utri viene presentato nel 1977 dall’amico Cinà ai fratelli Rapisarda che possiedono il terzo gruppo immmobiliarista italiano: senza esperienza Dell’Utri diventa dirigente della Bresciano che fa parte del gruppo; ma presto tutto il gruppo fallisce. In soccorso a Dell’Utri torna Berlusconi che gli fa fare una brillante carriera, prima in Publitalia, poi in Fininvest e infine in Forza Italia.

Mangano, chi era costui?

Ma chi era Vittorio Mangano? Come affiliato a Cosa Nostra, e poi come reggente della famiglia di Porta Nuova, nel 1986 finì nel maxi processo di Giovanni Falcone, accusato nientemeno che da Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno. Nel processo mafia & droga Paolo Borsellino lo definì Una delle teste di ponte della mafia al nord Italia (nell’ultima intervista rilasciata prima di essere ammazzato, il giudice ricorda una telefonata del febbraio 1980 in cui Mangano parla di cavalli, ossia droga, da consegnare in un albergo di Milano).  Nel 2000 Mangano fu condannato all’ergastolo per gli omicidi di Giuseppe Pecoraro e Giovambattista Romano, ma morì di cancro 4 giorni dopo la sentenza, in casa sua dov’era agli arresti domiciliari per motivi di salute. Eppure non sono bastati questi precedenti per evitare che Silvio Berlusconi in un’assemblea pubblica nel 2008 ne cantasse le gesta negando qualsiasi sua condanna per mafia. Come si vede nel video, Berlusconi difese a spada tratta il mafioso tenendo una mano sulla spalla di Dell’Utri: lo stesso Dell’Utri che incontrò almeno altre due volte Mangano a Milano il 2 e il 21 novembre 1993, nelle pause in cui quest’ultimo era fuori da galera e aule di giustizia. Cinque mesi prima Dell’Utri, Berlusconi, Cesare Previti, Antonio Tajani, Giuliano Urbani, Antonio Martino, Gianfranco Ciaurro e Mario Valducci, avevano fondato Forza Italia, prendendo a prestito lo slogan che la DC aveva usato alle politiche dell’87.

Vittorio Mangano (per la stampa lo stalliere di Arcore) riposa nell’abbazia benedettina di San Martino delle Scale a Monreale (Pa). Sulla sua tomba è incisa la frase di Cristo: Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli

Mangano, per Berlusconi eroe,

non assassino

Dio un giorno avrà certo pietà dei crimini terreni di questa sua pecorella, anche per non essere da meno di Berlusconi che di pietà e di riconoscenza ne ha dimostrata molto prima del giorno del giudizio, dichiarando pubblicamente il 9 aprile 2008 su Radiodue Rai, che Mangano è stato un eroe per non aver mai detto falsità nei suoi confronti. Poco importa se nel 2000 il suo fattore mafioso era stato condannato all’ergastolo per duplice omicidio di mafia compiuto nel 1995, e aveva subito processi per traffico di droga ed estorsione. Il cavaliere avrebbe fatto meno danno alla propria immagine se per Natale avesse inviato alla vedova di Mangano, in memoria dei servigi prestati ad Arcore, una cassata di 11 kg e 800 grammi con su scritto Cosa Nostra. Ma gli italiani non si curano mai dei dettagli: 5 giorni dopo quella dichiarazione che vediamo nel video qui sotto, Berlusconi vinceva di nuovo le elezioni politiche.

06
mar
12

TAV – Stato – mafia

I segreti dell’Alta Velocità

Gli affari Stato – mafia

Fu un errore tattico della criminalità organizzata a far scoprire a un giudice il meccanismo della corruzione che stava alla base dell’affare Alta Velocità in Italia. I fatti, così come nel seguente video registrato ad Avigliana (To) il 13 giugno 2007 li racconta il protagonista della vicenda, giudice Ferdinando Imposimato (allora membro della Commissione Antimafia), partono dal 1994. In quell’anno lo Stato avviò i lavori della tratta dell’Alta Velocità Roma- Napoli: valore 10.000 miliardi di lire. E fu allora che la mafia iniziò a far scoppiare delle bombe lungo il percorso ferroviario, così il magistrato incaricò Criminalpol, Guardia di Finanza, Carabinieri di indagare su quali fossero le imprese incaricate di realizzare l’opera. Dopo due anni di indagini venne fuori l’intreccio. Con l’approvazione del 7° governo Andreotti, quattro mesi dopo l’insediamento della coalizione DC, PSI, PSDI e PLI (Trasporti Carlo Bernini, Lavori Pubblici Giovanni Prandini, Partecipazioni Statali Giulio Andreotti, Tesoro Guido Carli, Ambiente Giorgio Ruffolo, Industria Guido Bodrato) il 7 agosto 1991 le Ferrovie dello Stato incaricarono la TAV SpA (nata 19 giorni prima e dotata di un capitale sociale di 100 miliardi di lire), di progettare l’Alta Velocità tra Milano e Napoli e tra Torino e Venezia. A metà ottobre 1991 la TAV SpA stipulò contratti con quelli che vennero definiti General Contractors e che erano: IRI, ENI e Fiat, società incaricate della realizzazione delle sei tratte previste. Fin qui tutto lineare: IRI era l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (voluto da Mussolini nel ’33 per salvare dal fallimento tre grosse banche), ENI era l’Ente Nazionale Idrocarburi (ancora per pochi mesi ente statale, poi nel 1994 divenne SpA), Fiat era il gruppo industriale torinese. A capo dell’IRI c’era Franco Nobili (2 mesi di carcere nel 1993 per Mani pulite, poi l’assoluzione in appello, foto 1), a capo dell’ENI Gabriele Cagliari (morto suicida o “suicidato” con un sacchetto di plastica attorno alla testa il 20 luglio 1993 nel carcere di San Vittore dov’era detenuto per lo scandalo Enimont, foto 2), a capo della Fiat l’avvocato Giovanni Agnelli (foto 3), incensurato.

Corruzione ad alta velocità

Presentando il suo libro Corruzione ad alta velocità, il giudice Imposimato racconta che gli investigatori scoprirono che i tre General Contractors (IRI, ENI, Fiat) incaricati dei lavori dell’Alta Velocità, in realtà non costruivano un bel nulla, ma comunque si intascavano il 20% di quanto stanziato dal Ministero del Tesoro; come unico sforzo appaltavano i lavori ad alcune imprese (sempre le stesse). Quindi i lavori li facevano le imprese appaltate… Macchè. Nemmeno loro si sporcavano le mani preferendo intascare un ulteriore 20%; subappaltavano a imprese spesso collegate a mafia e camorra, le quali si prendevano un altro 20%: ed erano imprese che gli stessi giudici Falcone e Borsellino verificarono avere collegamenti anche con i Corleonesi di Totò Riina. Queste imprese affidavano finalmente i lavori effettivi a piccole imprese che guadagnavano il 10% del totale. Quindi, sintetizza il giudice, dei 10.000 miliardi di lire, 2.000 miliardi se li spartivano IRI, ENI e Fiat, 2.000 altre imprese amiche, 2.000 la mafia e la camorra e 1.000 chi, per conto delle mafie, eseguiva materialmente i lavori. In tutto 6.000 miliardi di tangenti, col risultato ovvio che i soldi non bastavano a completare l’opera. Lorenzo Necci (foto a fianco), allora amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, mise poi a punto un sistema di controllo del sistema, delegando Romano Prodi, presidente dell’IRI, quale garante dell’Alta Velocità e facendo presiedere a Susanna Agnelli (sorella del presidente Fiat) il Comitato Nodi Alta Velocità: quindi i controllori controllavano se stessi. Nel 1996 Necci fu arrestato per associazione a delinquere finalizzata a reati contro la pubblica amministrazione, peculato, corruzione aggravata, abuso d’ufficio, false comunicazioni sociali, truffa in danno delle Ferrovie, ma venne assolto in 42 processi e finì ucciso nel 2006 da un’auto mentre in bici era in vacanza in Puglia: per l’omicidio colposo l’investitore Donato Rodio, imprenditore di Locorotondo, fu condannato a 1 anno e 4 mesi.

Il senso della misura

Per questo dettagliato rapporto delle forze dell’ordine, il giudice Imposimato dice di essere stato attaccato da sinistra, da destra e dal centro, con l’eccezione di Rifondazione Comunista, e di non aver avuto il piacere di ricevere l’attenzione della stampa italiana diversamente da quella inglese, francese, tedesca. E malgrado le tante minacce di querele, non una sola lo ha mai raggiunto. Ferdinando Imposimato è presidente onorario aggiunto alla Corte di Cassazione. Nella sua carriera ha seguito direttamente casi piuttosto scottanti: rapimento di Aldo Moro (1978), omicidio di Vittorio Bachelet (1980), attentato a Giovanni Paolo II (1981), Banda della Magliana (1981). Per primo ha parlato della pista bulgara nel terrorismo in Europa, di connessioni terrorismo italiano-servizi segreti israeliani, di connessioni tra KGB e omicidio Moro; e nel 1986 venne convinto a lasciare la magistratura per le pressanti minacce della mafia, dopo che tre anni prima gli era stato ucciso il fratello Franco, sindacalista, per una vendetta trasversale collegata al processo alla Banda della Magliana. Pure in Francia e Spagna girano mazzette – dice -  ma loro almeno hanno il senso della misura.




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