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Il buon esempio spagnolo

Regina (non velina) vola in low cost
Madrid. El Mundo il 1° giugno 2009 riferisce che la Casa Reale di Spagna, quando non trova voli di linea, utilizza linee aeree low cost per i suoi spostamenti privati. E così la regina Sofia (una regina, va sottolineato per chi dà importanza ai ruoli) per far visita al fratello Costantino di Grecia, convalescente a Londra, non trovando un volo Iberia, non ha cercato un velivolo militare e nemmeno un jet di Stato, ma dalla città di Santander ha raggiunto la capitale inglese semplicemente imbarcandosi su un volo low cost della compagnia irlandese Ryanair: quella che per pochi euro vi porta a destinazione con airbus privi di prima classe, di posti prenotati e di bevande e pasti gratuiti.
Se fosse stata non una democratica regina di un Paese civile, ma una semplice aspirante velina italiana, probabilmente avrebbe preteso un passaggio su un volo di Stato come capitato a molti invitate/i alle feste private nella residenza sarda del primo ministro Berlusconi e come capitato nel recente passato anche ad esponenti del centrosinistra: nel settembre 2007 un volo militare portò a Milano il vice premier Rutelli e il ministro della giustizia Mastella, non per un impegno di servizio, ma per assistere al Gran premio di Formula 1 sul circuito di Monza; e poi lo scandalo dei voli privati in elicottero mai pagati dall’allora ministro per l’Ambiente Pecoraro Scanio. Tutto il mondo è paese… peccato che il nostro sia così.
Il premier insegna

Terremoto. Verso il miracolo
Ma non parlate delle indagini!
Dopo Berlusconi operaio, industriale, comunista… e ultimamente ferroviere e pompiere, ora finalmente stiamo per vedere Berlusconi nei panni taumaturgici del Santo che fa i miracoli: per non dire di più, visto che si parla di moltiplicazione dei fondi pro terremoto senza aumentare le tasse. Il 18 aprile ha promesso che entro 30 giorni, cioè entro il 18 maggio 2009, tre case abruzzesi su 4 (il 76% delle costruzioni colpite dal terremoto) sarà agibile. Il capo del governo ha parlato di 4.659 sopralluoghi da cui è risultato un 57% agibile e un ulteriore 19% che lo sarà entro un mese: cioè 885 (alloggi o edifici? Nessuno glielo ha chiesto). Se i tecnici e i ricostruttori ci riusciranno davvero, bisognerà partire con gli osanna!, ma temo che a metà maggio inizierà il balletto della propaganda controversa dei dati: quelli ufficiali e quelli alternativi.
Commentando le inchieste avviate per stabilire le responsabilità penali di alcuni crolli, il premier si è subito preoccupato che queste non riempiano troppo le pagine dei giornali, per non rubare spazio alle positive notizie che devono riguardare l’impegno di ricostruzione del governo: un velato invito alla stampa a non scrivere di brutte, ma di belle cose. Come dire che di trovare i colpevoli gli italiani possono farne a meno, o che i giudici invece di fare il loro lavoro (e il loro dovere istituzionale) dovrebbero armarsi di zappa e cazzuola? Meno male che a parlare di legalità in Italia, se non possiamo avere il presidente del Consiglio, almeno ci è rimasto il presidente della Repubblica, il quale non si stanca di condannare quanti si sono arricchiti sulla pelle della gente!
Se qualcuno vuol fare il male
può fare il pubblico ministero
Il premier invece, nella conferenza stampa dall’Abruzzo il 18 aprile 2009, dopo aver detto che è inimmaginabile che i costruttori abbiano risparmiato sui materiali e che se qualcuno l’ha fatto è un delinquente, anziché difendere il lavoro degli inquirenti attacca la magistratura aquilana: Diceva mio padre: Se qualcuno nasce col piacere di fare il male, ha 3 scelte: può fare il delinquente o il pm o il dentista. I dentisti si sono emancipati e adesso esiste l’anestesia. (video Tg3 al punto 00:07:43)
www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-672de764-51ce-4cd8-b879-b1065c58d85f-tg3.html?p=0]
Mafia & Politica

Due Borsellino, un unico destino
La società è come il nostro organismo: quando si ammala crea anticorpi, generati per contrastare il morbo. E se il morbo si chiama mafia gli anticorpi più resistenti sono i superstiti delle vittime oneste di mafia. Due di questi anticorpi si chiamano Salvatore Borsellino e Benny Calasanzio: 67 anni il primo, 24 il secondo. Li accomuna, oltre alla passione civile, il cognome dei loro familiari assassinati nel 1992: Borsellino. Il giudice Paolo Borsellino, fratello di Salvatore e gli imprenditori Paolo Borsellino e Giuseppe Calasanzio, zio e nonno di Benny. Li abbiamo incontrati a Padova in un incontro pubblico alla Fornace Carotta organizzato dai ragazzi di Laboratorio ‘48.
Quando dopo essere stato costretto a cedere l’impresa alla mafia, dopo le prime minacce e l’uccisione di suo figlio Paolo, mio nonno raccontò tutto agli inquirenti, questi gli consegnarono porto d’armi e pistola: non essendo un pentito (non era mafioso) non potevano proteggerlo. Così per freddarlo a colpi di kalasnikov 8 mesi dopo, la mafia attese che passasse in auto nella piazza del paese gremita di gente. Era rassegnato, abbandonato da tutti: diceva di essere un morto che cammina.
Chi parla è il giornalista Benny Calasanzio: I mandanti sono rimasti impuniti, il sindaco di allora è stato rieletto, solo un killer è finito dentro. Chi l’ha ucciso, come sempre, sono mafiosi di basso livello che vanno compatiti: non hanno il coraggio di agire da soli, hanno paura della loro ombra e per questo prima di sparare sniffano cocaina, per avere una donna la pagano, hanno con sé la bibbia e sono uomini perennemente in fuga.
Diversa la storia, conosciuta, del giudice Borsellino e dei suoi angeli custodi. Salvatore Borsellino ne ricorda i nomi perché non siano solo “i ragazzi della scorta”: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina (Antonio Vullo rimase ferito).
Paolo Borsellino non si occupava di diritto penale, era un giudice civile chiamato da Falcone nel pool antimafia. Poi un giorno mentre alla DIA di Roma interrogava il pentito Gaspare Mutolo, con cui io oggi parlo tranquillamente- racconta il fratello Salvatore- disse all’ex mafioso “Vado via due ore e torno”. L’aveva convocato il neo ministro dell’Interno Nicola Mancino. Era il primo luglio 1992 e sulla sua agenda degli appuntamenti (non quella rossa sottratta dai servizi segreti) è annotato h 19 Mancino. Mutolo, che stava svelando gli intrecci tra mafia, politica, polizia, servizi segreti, racconta che quando mio fratello tornò era così nervoso che si mise in bocca due sigarette. Ne chiese al giudice il motivo e lui gli rispose che assieme al ministro aveva visto Bruno Contrada. Mancino nega quell’incontro, dice di non aver mai visto Borsellino. E’ indegno, ma l’attuale vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura non può parlare: se lo facesse dovrebbe ammettere che quella sera al Viminale fu presentata a Paolo la trattativa avviata tra lo Stato e Cosa Nostra. I Ros dei Carabinieri stavano trattando per far finire l’attacco allo Stato.
Stragi di Stato e nuovi eroi nazionali
“Devo fare in fretta” diceva Paolo nei 57 giorni vissuti dopo la strage di Capaci. Sapeva che presto sarebbe stato ucciso. Nella sua ultima lettera scrisse che stava cercando di allontanarsi dai figli nell’illusione che sentendolo più distante avrebbero sofferto di meno quando sarebbe morto. Aveva cominciato a tenere in braccio meno spesso la figlia e continuava a dire: “Quando sarò ucciso sarà stata la mafia, ma non sarà stata la mafia a volere la mia morte”. Se ripenso a tutti i grandi attentati italiani (piazza Fontana, Italicus, Brescia, Bologna, Ustica…) vedo che sono tutte stragi di Stato! Le stragi di Stato sono sempre servite per indirizzare gli equilibri politici dell’Italia. Una cosa che ci rende indegni di considerarci un Paese civile.
E fa male sentire il premier chiamare eroe un mafioso assassino come Vittorio Mangano, il “fattore” (detto stalliere perché nelle intercettazioni parlava di cavalli da consegnare, riferendosi invece a partite di droga) che per due anni visse con la famiglia Berlusconi nella villa di Arcore e ogni giorno accompagnava a scuola i figli dell’attuale premier e che nell’86 fece esplodere una bomba fuori di una casa milanese di Berlusconi, e nel 1995 strangolò il vecchio boss palermitano Giovanbattista Romano sciogliendolo poi nell’acido: reato per cui fu condannato all’ergastolo oltre che per l’uccisione di Giuseppe Pecoraro. Berlusconi lo definisce eroe per non aver fatto i nomi dei politici! Così si dichiara eroica l’omertà! Ecco perché i ragazzi della scorta Borsellino non li chiamerò mai così: non voglio confonderli con questa gente. Sono dei martiri.
Il piano piduista di Gelli è stato attuato
Il fatto è che gli italiani non si accorgono che viviamo dentro un golpe bianco – prosegue Salvatore Borsellino- Come possiamo riconoscerci in un Paese che non rispetta più la Costituzione, che fa sedere in Parlamento 19 condannati definitivi, che dà l’immunità parlamentare, che legifera attraverso decreti legge? Non siamo più in democrazia. Le decisioni per il Paese non si prendono più nel Gabinetto dei ministri, ma nelle sale da pranzo delle residenze private del premier. Il lodo Alfano è una modifica alla Costituzione. Andate a vedere il piano Rinascita democratica di Licio Gelli e ritrovate l’Italia di oggi. Nella P2 Berlusconi aveva la tessera 1816 e Fabrizio Cicchitto la 2232. Anche il progetto Gelli sulla stampa è stato attuato mettendo a libro paga almeno due giornalisti influenti per ogni redazione, tanto che oggi l’informazione è omologata. Per capirlo cercate i primi attacchi a Gioacchino Genchi, il funzionario di polizia specializzato non nelle intercettazioni telefoniche (come scritto da tutti i giornali), ma nell’incrociare i dati dei tabulati telefonici: 2 giorni dopo il Corriere che lo presentava come “lo spione di tutti gli italiani” è arrivata Repubblica e dopo 4 giorni La Stampa. Articoli simili. Oggi c’è anche un altro fenomeno curioso: se cerco le news sul cellulare, 8 volte su 10 le prime che mi fornisce Google sono tratte da Il Giornale. Un caso? Per avere un’informazione libera sull’Italia ora leggo la stampa estera. E perfino le notizie sul dopo terremoto devo apprenderle da chi mi informa direttamente dall’Abruzzo: così ho scoperto che c’erano paesi dove le tende non erano ancora arrivate, quando si diceva che le avevano tutti, che non c’era il riscaldamento… Poi veniamo a sapere che la prefettura de L’Aquila è stata sgomberata tre ore prima della rovinosa scossa. Ma come! Questi intuivano il pericolo e non hanno lanciato l’allarme?
La mafia e la crisi
Perché sappiamo tutto della Franzoni e degli assassini di Erba e nessuno parla dei processi a Marcello Dell’Utri, condannato a 10 anni per corruzione mafiosa, l’uomo che Berlusconi abbraccia? La verità- prosegue Borsellino- è che il Mezzogiorno con le sue mafie continua ad essere tenuto così perché funzionale al potere: è esclusivamente un serbatoio di voti facilmente controllabile grazie alla capillare pressione esercitata sulla gente dalla criminalità organizzata. Ma l’errore che fate nelle altre regioni è pensare che la mafia l’abbiamo solo noi al Sud. Dove credete che investa i suoi soldi sporchi di sangue, se non dove l’economia gira? Dove investe in centri commerciali, costruzioni, locali, se non al nord? E oggi con la scarsa liquidità delle banche dovuta alla crisi, chi viene in soccorso con ingenti capitali se non la forza economica privata numero uno in Italia? Ormai le mafie uccidono poco, preferiscono gli affari: ma i tanti cinquantenni lasciati a casa quando per comodità si preferisce far fallire le aziende, non vengono forse “uccisi” anche loro?
Bavaglio agli inquirenti scomodi
Non è più di moda ammazzare i giudici: basta delegittimarli e attaccarli sulla stampa presentando inesistenti guerre tra Procure. Quella di Salerno ha messo in luce gravissimi reati commessi dalla Procura di Catanzaro su cui ha giurisdizione. Luigi De Magistris, pubblico ministero da tre generazioni, per il suo impegno è stato costretto a cambiare lavoro: mi ha detto che la scelta di passare alla politica è stata difficile, ma la sola possibile.
Poi c’è Genchi, sospeso dal servizio in polizia. I suoi controlli avevano permesso di capire che 80 secondi dopo la strage di via D’Amelio qualcuno aveva comunicato l’attentato a Bruno Contrada capo in Sicilia dei servizi segreti, chiamandolo dal castello di Utveggio che sovrasta il quartiere. La telefonata partì dal cellulare clonato del giudice appena ammazzato. Nel castello c’erano la sede segreta del Sisde e la Compagnia delle Opere (associazione imprenditoriale di ispirazione ciellina, che raggruppa 34.000 imprese). E’ dalla sede del servizio segreto (camuffata nel centro regionale di formazione per manager Ce.Ris.Di.) che mesi prima dell’attentato ci fu uno scambio di telefonate con il sospetto mafioso Gaetano Scotto… La Compagnia delle Opere è presente in ogni processo su distrazione di fondi pubblici. Tutti gli appalti pubblici lombardi passano attraverso la Compagnia delle Opere… E Genchi dice che i suoi guai sono iniziati quando nelle inchieste si è imbattuto in personaggi legati ad essa. Temo per la vita di Genchi. Intanto gli hanno tolto distintivo, pistola, casella mail alla polizia di Stato.
Ecco i prossimi giudici nel mirino!
Borsellino invita a prevedere i prossimi eventi: Tenete d’occhio i bravi giudici Ingroia e Di Matteo: sono i prossimi che subiranno forti attacchi perché si stanno occupando dei vertici dei Ros a Palermo. A Milano gli stessi vertici Ros (che hanno perquisito senza averne giurisdizione gli archivi di Genchi e che hanno “curiosamente” omesso di perquisire il covo di Totò Riina, sono incriminati per traffico di droga. Ma non è solo il centrodestra ad attaccare i giudici, c’è anche il centrosinistra: come avvenuto con i giudici De Magistris e con Clementina Forleo. Perché destra e sinistra hanno stretto accordi come ha ammesso chiaramente alla Camera anche il senatore Violante…
Ma l’ingegnere elettronico che sulla sete di verità ha fatto una battaglia personale, ammette: La consorteria politica persegue i suoi interessi. Non ho speranze di vedere giustizia. Dovrebbe succedere ciò che Leonardo Sciascia vedeva come impossibile: che lo Stato processi se stesso.
Rai
La prima vittima di Annozero
Chi ha speculato sulla sicurezza della gente costruendo con materiali non idonei, chi non ha verificato la qualità degli stessi e approvato i lavori edili senza neanche controllarli, deve pagare. Il primo clamoroso provvedimento è stato adottato d’urgenza. Riguarda un costruttore, un progettista o un tecnico? Riguarda un vignettista. Vauro è la prima vittima di Annozero 2009. Anzi della trasmissione andata in onda giovedì 9 aprile. Dopo le contestazioni relative al tema terremoto, il direttore generale Rai Mauro Masi ha chiesto “la testa” di Vauro, reo di aver offeso la sensibilità dei terremotati con la vignetta “Aumento delle cubature… dei cimiteri”. E Vauro Senesi è stato sospeso. Il direttore generale Rai ha inoltre promesso che Dalla prossima puntata saranno attivati i necessari e doverosi riequilibri informativi specificatamente relativi ai servizi andati in onda dall’Abruzzo.
Gruppo Facebook: Terremoto. In galera chi specula sulla sicurezza della gente!
Genchi sospeso dalla polizia

Gioacchino Genchi sospeso dal servizio in polizia
Galeotto fu Facebook
Questa sera nella pagina del gruppo Facebook Sosteniamo Gioacchino Genchi che conta circa 4.000 iscritti, è apparsa questa lettera dell’interessato.
Cari amici, poco fa mi è stata notificata la sospensione dal servizio della Polizia di Stato.
Col provvedimento di sospensione dal servizio mi sono stati ritirati il tesserino, la pistola e le manette.
Il provvedimento è fondato sulla mia replica al giornalista Gianluigi Nuzzi di Panorama, che mi aveva dato del bugiardo su Facebook. Il mio amico Marco Bertelli ha ripreso la chat, pubblicandola sul mio blog “Legittima difesa”.
Il senso dello Stato ed il rispetto che ho per le Istituzioni mi impongono di tacere e subire in silenzio.
Sono vicino e solidale con chi in questo momento, probabilmente, è sottoposto a pressioni politiche assai maggiori delle violenze e delle mistificazioni che sto subendo io.
Confermo da cittadino e da poliziotto la mia assoluta stima e subordinazione al Capo della Polizia – Prefetto Antonio Manganelli – che ha adottato il provvedimento di sospensione.
Mi difenderò nelle sedi istituzionali senza mai perdere la mia fiducia nella Giustizia e nelle Istituzioni.
Vi ringrazio di tutto e spero che le mie sofferenze servano al trionfo della Verità ed alla vittoria dei giusti. Un forte abbraccio per tutti quanti mi siete stati e mi sarete vicini!
Gioacchino Genchi
Democrazia o oligarchia?

Il Premier e i 12 apostoli
…e mentre l’Italia è tutta occupata a interrogarsi sulla crisi economica (sminuita dal Palazzo) e su quella della sicurezza (che il Palazzo ingigantisce), c’è chi propone nuove regole parlamentari che di fatto riducono le funzioni di 630 deputati e 315 senatori, mettendole nelle mani di 12 persone. I beneficiari di tanto potere sono i 6 capigruppo del Senato: Maurizio Gasparri per il Popolo della Libertà, Anna Finocchiaro per il Partito Democratico, Federico Bricolo per Lega Nord Padania, Felice Belisario per Italia dei Valori, Gianpiero D’Alia per UDC, Sudtiroler Volks Parteit e Autonomie, Giovanni Pistorio per il Gruppo Misto; e i 6 della Camera: Fabrizio Cicchitto per il Popolo della Libertà, Antonello Soro per il Partito Democratico, Roberto Cota per la Lega Nord Padania, Massimo Donadi per l’Italia dei Valori, Pier Ferdinando Casini per l’Unione di Centro e Siegfried Brugger per il Gruppo Misto-Minoranze Linguistiche. La proposta che ha fatto parlare di pulsioni autoritarie (il centrosinistra), di proposta impossibile (il presidente della Camera Fini), di proposta oscena da dittatorello dell’Africa centrale (Maurizio Ronconi dell’Udc) non è nata al bar tra amici desiderosi di trovare una soluzione facile ai problemi del Paese, ma è stata avanzata davanti alle telecamere dal premier Berlusconi mentre teneva il braccio al collo ad un visibilmente imbarazzato ministro degli Esteri Frattini. L’obiettivo dichiarato dal primo ministro italiano è quello di snellire l’iter parlamentare, e certo dare potere decisionale a 13 persone, nella visione oligarchica della politica, significa per forza di cose più rapidità, ma anche tagliare fortemente le espressioni del dissenso (anche interno a ciascun partito) e uniformare il coro alla voce del solista. Si può fare. Basta decidere se l’Italia deve continuare ad essere una democrazia parlamentare o può trasformarsi in qualcosa di diverso.
Bombe & Cassazione

Le 90 atomiche italiane non si toccano
Se anche per assurdo tutti gli italiani fossero contrari alla presenza, nelle basi americane di Aviano (Pn) e Ghedi (Bs) delle attuali 90 bombe nucleari, il loro giudizio conterebbe meno di niente. Lo ha detto, in soldoni, la Corte di Cassazione il 26 febbraio 2009 con sentenza 4461 bocciando il ricorso dei pacifisti e di 5 cittadini di Aviano che chiedevano al tribunale di ordinare lo smantellamento degli ordigni. L’alta corte ha infatti dichiarato che l’autorità giudiziaria italiana non ha il potere di interferire sull’apparato difensivo italo-americano realizzato nell’interesse comune dei due paesi, a tutela della rispettiva sicurezza e nel rispetto di obblighi convenzionalmente assunti. Quindi l’Italia non ha il potere di decidere su cosa gli alleati della Nato le collocano sul proprio territorio, che quindi è a sovranità nazionale… apparente.
Umanità alla deriva

Il Vangelo secondo Gentilini
Dalle dichiarazioni di un sindaco
Distruggere
i campi nomadi
Io voglio la rivoluzione contro gli extracomunitari clandestini. Voglio la pulizia dalle strade di tutte queste etnie che distruggono il nostro paese. Voglio la rivoluzione nei confronti dei nomadi, dei zingari. Ho distrutto due campi di nomadi degli zingari. A Treviso non ci sono zingari. Voglio eliminare tutti i bambini dei zingari che vanno a rubare dagli anziani. Voglio tolleranza a doppio zero. Se Maroni dice a zero io voglio a doppio zero. (comizio della Lega Nord a Venezia, 14 settembre 2008)
Vietare le religioni altrui 
Voglio la rivoluzione contro coloro che vogliono aprire le moschee e i centri islamici. E qui ci sono anche le gerarchie ecclesiastiche che dicono “Lasciate anche loro pregare”. No! Vanno a pregare nei deserti! Aprirò una fabbrica di tappeti e regaleremo i tappeti, ma che vadano nei deserti… (comizio della Lega Nord a Venezia, 14 settembre 2008)
Nessuna solidarietà verso il Sud
Voglio la rivoluzione nei confronti di coloro che sostengono che dobbiamo mangiarci le spazzature di Napoli. Nooo. Faccio così, le macino e le do in pasto a loro. Sono loro che le hanno prodotte e loro le devono mangiare. Il nord non vuole… del sud, assolutamente. Quindi neanche un grammo di spazzatura napoletana nel nostro territorio. Noi abbiamo una civiltà che è ormai matura per cui sappiamo dove mettere le nostre spazzature.
(comizio della Lega Nord a Venezia, 14 settembre 2008)
Niente voto agli extracomunitari 
Non voglio vedere consiglieri neri gialli marron e grigi insegnare ai nostri giovani. Cosa insegnano? La civiltà del deserto, la civiltà di coloro che scappano di fronte ai leoni o che corrono dietro le gazzelle per mangiarle? Niente da fare. Il voto spetta soltanto ai cittadini italiani…
La parola d’ordine del Vangelo secondo Gentilini è rivoluzione. E ho bisogno di voi per portarla a termine. Statemi vicino, perché noi siamo quelli che faremo il cambiamento della nostra Italia e della nostra civiltà.
(comizio della Lega Nord a Venezia, 14 settembre 2008)
No agli stranieri
per le strade
Non voglio più vedere queste genìe che girano per le strade di giorno e di notte. Questo è un primo compito e sono convinto che il nostro governo, i nostri parlamentari, saranno in grado di dare una risposta al popolo padano, al popolo veneto e al popolo leghista.
(comizio della Lega Nord a Venezia, 14 settembre 2008)
Tappare la bocca
ai giornalisti
Io voglio la rivoluzione nei confronti della televisione, della radio, dei giornali, perché continuano ad infangare la Lega. E’ tempo di zittire. Dobbiamo mettere i turaccioli in bocca e su per il culo a quei giornalisti! (comizio della Lega Nord a Venezia, 14 settembre 2008)
Solidarietà zero
La rivoluzione nei confronti di coloro che vogliono dare i sussidi agli anziani degli extracomunitari. Quei sussidi li do alle mogli, a tutte le spose che hanno rinunciato a lavorare per allevare i figli. Quei sussidi non li voglio dare più agli anziani degli extracomunitari. Sono denari nostri e io me li tengo. Questo è il Vangelo secondo Gentilini: tutto a noi e se avanza qualcosa agli altri. Ma non ne avanzerà niente. Quindi Maroni devi eliminare questa truffa nei confronti del nostro popolo!
(comizio della Lega Nord a Venezia, 14 settembre 2008)
Pulizia etnica contro
gli omosessuali
Darò immediatamente disposizione alla mia comandante affinché faccia pulizia etnica dei culattoni. I culattoni devono andare in altri capoluoghi di regione che so che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c’è nessuna possibilità per culattoni o simili.
(intervista rilasciata a Reteveneta, agosto 2007)
… e verso i cani diversi
Come amico dell’uomo, il cane e le razze che avevano i nostri progenitori, credo sia un salto di qualità. Non vogliamo le razze straniere, noi vogliamo quegli amici dell’uomo che accompagnavano i nostri agricoltori, i nostri personaggi che faticavano dalla mattina alla sera sulle montagne e rispettavano l’economia floreale, degli animali e di tutto. Vogliamo il rispetto della natura. (intervista rilasciata ad Antenna 3, maggio 2008)
Queste parole tratte da Youtube, sono esattamente quelle pronunciate dall’avvocato Giancarlo Gentilini, due volte sindaco di Treviso e attuale prosindaco della città veneta.

A rischio anche i cigni
Nel febbraio 2006, per via di una supposta emergenza ambientale dovuta a un loro ipotetico sovrannumero, Gentilini propose di sterminare i 29 cigni che vivevano lungo le rive del fiume Sile. Ma in difesa degli animali si mobilitarono associazioni, ambientalisti, trasmissioni televisive.
A sua discolpa va detto che il sindaco sceriffo non avrebbe fatto discriminazioni tra cigni bianchi e neri, e che effettivamente i suddetti animali: 1) erano privi di documenti, 2) gravavano sul territorio cibandosi illegalmente di tutto ciò che riuscivano a filtrare nelle acque pubbliche, 3) non avevano fissa dimora, 4) espletavano i bisogni corporali in pubblico con scarso rispetto della decenza, 5) andavano avanti e indietro fino al tramonto senza cercarsi un’occupazione regolare, 6) non pagavano le tasse.
Mafia & CO.

La vergogna di Stato
Manuela Loi è una ragazza dai capelli folti e gli occhi sorridenti. Contenta di essere in polizia, anche se ha dovuto passare da un’isola all’altra: dalla sua Sardegna alla Sicilia. Ha un fidanzato che sta per sposare e fra tre mesi compirà 25 anni, ma al momento è il lavoro che la impegna al 100%. E’ domenica pomeriggio e fa caldo, siamo in luglio e a Palermo c’è molto sole. Sestu, il suo paese vicino Cagliari, è lontano anni luce. Oggi non ha impegni, ma è a disposizione: significa che possono chiamarla in servizio. Sale sull’auto blindata, ancora non sa che sta per diventare tristemente famosa in tutta Italia, che le verranno dedicate scuole in tutta la Sardegna, ma soprattutto che quello è il suo ultimo giorno di sole, il suo ultimo giorno. Da cinque giorni fa parte della scorta di Paolo Borsellino (è la prima donna affidata ad una scorta ad alto rischio) e ora sta accompagnando il giudice a casa della vecchia mamma. E’ il 19 luglio 1992, quella è via d’Amelio. Le due auto blindate che arrivano dalla villa di un amico di Borsellino, parlamentare dell’Msi, si fermano sotto i palazzi nella strada che il giudice aveva invano chiesto al Comune venisse interdetta al parcheggio. Scendono i primi agenti in copertura, poi il giudice scortato da un altro poliziotto e da Manuela. Impugnano i mitra, ma appena Borsellino suona il campanello del citofono, una 126 parcheggiata lì davanti esplode con il suo carico di 96 kg di tritolo. Col giudice e Manuela Loi muoiono sul colpo Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Claudio Triana, Vincenzo Limuli. L’asfalto si solleva per 200 metri e i condomini sono sventrati fino al quinto piano.
A distanza di qualche giorno i resti della giovane donna, la prima poliziotta italiana morta in servizio, recuperati a brandelli perfino sulle pareti del condominio, vengono ricomposti in una bara e mandati a casa a Cagliari. Ma a questo punto avviene l’incredibile, che Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, ricorda con rabbia e indignazione nei suoi interventi pubblici: i familiari ricevono anche la fattura delle spese di trasporto. La vergogna di Stato.

Intreccio di tabulari e “cantanti”
Pochi giorni prima, cioè subito dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, in un intervento pubblico a Palermo, Borsellino aveva detto testualmente: La Corte di Cassazione continua ad affermare, di fatto, che la mafia non esiste. Continua a far morire Giovanni Falcone…
Tra gli investigatori chiamati sul posto, Gioacchino Genchi, esperto analizzatore di flussi telefonici e telematici balzato in questi mesi agli onori delle cronache, in seguito dichiarò che l’unico luogo plausibile da dove avrebbe potuto essere premuto il telecomando di innesco dell’esplosione (vedendo direttamente il luogo dell’attentato senza esserne investiti dall’onda d’urto), era il castello liberty di Utveggio, sede di un centro del Sisde (servizio segreto civile), in seguito smantellato in una sola notte), sul monte Pellegrino che domina la città. E poi Genchi tirò in ballo uno specifico agente segreto, già coordinatore dei centri Sisde in Sardegna e Sicilia: Bruno Contrada, arrestato 5 mesi dopo la strage di via d’Amelio per concorso esterno in associazione mafiosa (condanna a 10 anni confermata in Cassazione nel 2007) e nel 2008 già agli arresti domiciliari per motivi di salute). Lo accusavano 4 pentiti di calibro: Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo, Salvatore Cancemi e Giuseppe Marchese. Ma quello che dice Genchi è un dato tecnologico: qualcuno avvisò Contrada dell’attentato di via d’Amelio solo 80 secondi dopo lo scoppio. Che tempestività i servizi! I familiari lo seppero due ore più tardi. Ma come? Non si stava parlando di mafia? Vuoi vedere che i servizi segreti italiani non “hanno seguito molto da vicino” solo il terrorismo! E poi c’è la questione del capitano dei carabinieri Arcangiòli (oggi colonnello), fotografato e filmato pochi minuti dopo la strage, mentre porta in salvo la borsa in pelle di Borsellino. La porta al giudice Ayala, poi dirà in questura, ma di fatto più tardi la rimise nell’auto blindata del giudice dove l’aveva presa. E perché mai? Una volta acquisita… E perché mai senza stendere un verbale… Di fatto la borsa non conteneva più l’agenda rossa da cui Borsellino non si separava mai. Oggi il colonnello suggerisce ai magistrati di cercare altri agenti segreti che si aggiravano tra le auto carbonizzate. Qui sotto ospito con piacere l’intervento che mi ha concesso Salvatore Borsellino, fratello del magistrato assassinato, che da 17 anni si batte per ottenere la verità. Con la determinata illusione che solo i parenti delle vittime, nel nostro Belpaese, possono nutrire.
Qualche notizia sui curiosi abitatori del castello di Utveggio: http://koze_kozim.go.ilcannocchiale.it/post/1598001.html

La morte della giustizia
Mi è arrivata una notizia alla quale la mia mente si rifiuta di credere. Sono ormai abituato nei 17 anni che sono passati dall’assassinio di Paolo Borsellino a continuare a vederlo ripetutamente massacrato da tutte le volte che è stata negata la giustizia per quella strage. Da tutte le volte che delle indagini sono state bloccate, che dei processi sono stati archiviati nel momento in cui arrivavano ad essere indagati i veri autori di quella strage, i veri assassini di Paolo e dei ragazzi della sua scorta. I veri assassini: quelli che hanno procurato l’esplosivo di tipo militare necessario per l’attentato, quelli che dal castello Utveggio hanno premuto il pulsante del telecomando che ha provocato l’esplosione, quelli che in una barca al largo del golfo di Palermo attendevano la comunicazione dell’esito dell’attentato, quelli che si sono precipitati sul luogo dove le macchine continuavano a bruciare, calpestando i pezzi di quei cadaveri e camminando nelle pozzanghere formate dal sangue di quei ragazzi per poter prelevare l’agenda rossa di Paolo e insieme ad essa le prove della scellerata trattativa tra mafia e Stato. Quella trattativa per portare avanti la quale Paolo doveva essere eliminato, ed eliminato in fretta.
Credevo di essere ormai abituato a tutto, di riuscire a resistere a qualsiasi disillusione, a qualsiasi venir meno della speranza di ottenere Giustizia, ma questa volta il colpo è troppo forte, questa volta non so se riuscirò a reggerlo. Il ricorso presentato in Cassazione dalla Procura di Caltanissetta, retta da Sergio Lari, a fronte della sentenza di assoluzione emanata dal GUP nei confronti del capitano Arcangioli era inoppugnabile. Quella sentenza grida vendetta sia per quanto riguarda la forma giuridica che la sostanza. Basta guardare, nelle fotografie e nei video, il cap. Arcangioli. Si vede un uomo che si allontana dalla macchina con il suo bottino tra le mani per consegnarlo a chi gli ha ordinato di sottrarre quella preziosa testimonianza autografa dello stesso Paolo sui motivi del suo assassinio. Basta questo per capire che non possono essere in alcun modo accettare le motivazioni addotte dallo stesso Arcangioli per giustificare le innumerevoli e discordanti versioni date, per giustificare le sue presunte amnesie sulle persone alle quali quella borsa era stata consegnata. Per riapparire poi, due ore dopo la sua scomparsa, sul sedile posteriore della macchina blindata di Paolo ma vuota del suo prezioso contenuto. Quell’uomo che si allontana dalla macchina a passo spedito, guardandosi intorno con espressione sicura per verificare se qualcuno lo sta osservando non è un uomo sconvolto, è un uomo sicuro di sé e a cui non importa se è fatto di sangue e di pezzi di carne il terreno su cui cammina. E’ un uomo che sta compiendo un’azione di guerra e deve portarla a termine. E se così non fosse, se il cap. Arcangioli fosse innocente e non fosse lui ad avere sottratto quell’agenda, gli dovrebbe allora essere data la possibilità di difendersi in un pubblico dibattimento, di difendersi davanti all’opinione pubblica da un’accusa così infamante: con la stessa visibilità che è stata data ai processi dei coniugi di Erba, di Meredith, della Franzoni o alla pretesa agonia mediatica di un povero corpo morto ormai da 17 anni come quello di Eluana. Ma la Giustizia in Italia è ormai marcia. Sono stati eliminati senza bisogno di tritolo quei giudici che hanno osato avvicinarsi ai fili scoperti della corruzione del sistema di potere. Sono stati intimoriti gli altri magistrati con gli esempi di provvedimenti disciplinari inauditi e di espulsioni dalla Magistratura. Provvedimenti ed espulsioni decretati per giudici che cercavano soltanto di ottemperare al giuramento prestato allo Stato al momento di intraprendere il loro servizio allo Stato. Quello Stato in cui avevano creduto e per servire il quale Paolo è stato ucciso. Si è ormai arrivati alla fase finale. Per legge si proclama che il nero è bianco e che la realtà non è quella che vediamo. E’ quella che DOBBIAMO vedere.
Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo Borsellino
Il potere del denaro
Credo che le istituzioni bancarie siano più pericolose di eserciti schierati. Se il popolo americano consentirà alle banche private di controllare l’emissione della moneta, le banche e le corporations che cresceranno attorno ad esse, priveranno la gente delle loro proprietà fino a quando i loro figli si sveglieranno senza una casa nel continente che i loro padri hanno conquistato. (Thomas Jefferson, 1743 – 1826 padre fondatore degli Stati Uniti)
Se volete rimanere schiavi dei banchieri e pagare il costo della vostra stessa schiavitù, consentite loro di continuare a creare moneta e di controllare il credito di una nazione. (Sir Josiah Stamp, 1880 – 1941 direttore della Banca d’Inghilterra negli anni Venti)
Federal Reserve, la più grande banca privata
La Banca Centrale americana non è un ente statale, ma un organismo privato. Che stampa i dollari e li presta con interessi. In spregio a quanto affermava la Costituzione americana, e cioè che solo il Congresso può emettere denaro. Poi, regolando l’offerta della moneta, la FED regola anche il valore di quanto emette: producendo così debito. Ogni dollaro che la Banca Centrale emette, viene da essa prestato applicando un interesse. Quindi ogni dollaro emesso vale un dollaro più una % di debito. Finché la Banca Centrale avrà il monopolio dell’emissione di banconote, prestando ogni dollaro che vale 1 dollaro più una quota di debito, dovrà poi essere in grado di emettere altri dollari per pagare quel debito. Come un cane che si morde la coda: produce continuamente ciò che serve a ripagare ciò che ha appena prodotto. E dato che il nuovo denaro genera nuovo debito, il debito si ingigantisce. Oggi il debito americano è di 3 volte e mezzo il Prodotto interno lordo degli Usa (quello italiano è di una volta e mezzo il PIL italiano).
L’antefatto
A inizio Novecento, a seguito di gravi corruzioni, gli Stati Uniti eliminarono il sistema bancario centrale. All’epoca le banche private americane erano nelle mani delle famiglie Rockefeller, Morgan, Warburg e Rothschild, che cercarono di far approvare una legge per istituire nuovamente la Banca Centrale. Ma per vincere l’opposizione della gente e del governo, serviva un evento forte e convincente.
Così J.P. Morgan, guru della finanza, sparse ad arte la voce che una delle principali banche di New York era vicina al fallimento. Si diffuse un’ondata di isteria che contagiò anche altri istituti di credito: nel 1907 i risparmiatori si precipitarono a ritirare i loro soldi e, per far fronte alla domanda di liquidità, le banche cominciarono ad esigere il rimborso dei mutui concessi. Cosa che costrinse molti a vendere le loro proprietà. Iniziarono bancarotte, sequestri di beni e disordine sociale.
Dopo la paura collettiva del 1907 il governo, per far luce su questi fatti, istituì una Commissione d’inchiesta parlamentare, ma a dirigerla fu incaricato il senatore Nelson Aldrich, strettamente legato al sistema bancario.
Il politico suggerì l’istituzione della Banca Centrale come mezzo per uscire dalla crisi. Nel 1910 sulle isole Jekyll (nome altamente evocativo) in una proprietà dei Morgan si svolse una riunione segreta ai massimi livelli bancari: nacque lì l’atto costitutivo della Federal Reserve, una legge scritta interamente dai banchieri. Per far approvare quella legge contraria al popolo americano e avversata dallo stesso governo, serviva un presidente amico; così nel 1913 furono proprio questi banchieri i maggiori sostenitori di
Woodrow Wilson alle presidenziali. Wilson vinse e, in cambio dell’aiuto ricevuto, due giorni prima di Natale in un clima politico distratto e dopo che era stato assicurato al Congresso che il disegno di legge sarebbe stato discusso solo a gennaio, il neo presidente lo promulgò.
Il deputato Charles A. Lindbergh senior (padre del celebre aviatore)
aveva ammonito: Questa legge istituisce il più gigantesco Cartello del mondo. Quando un presidente firmerà questo disegno di legge, il governo invisibile del Potere del Denaro sarà legittimato. La gente potrà non scoprirlo subito, ma la resa dei conti è rimandata solo di qualche anno. Il peggior crimine legislativo di quest’epoca è stato perpetrato grazie a questo disegno di legge sul sistema bancario.
E il collega Louis McFadden, a cose fatte, disse: Si è fondato un sistema bancario mondiale, un superStato controllato da banchieri internazionali che agiscono congiuntamente per rendere schiavo il mondo a proprio piacimento. La Fed ha usurpato il governo.
Alcuni anni più tardi fu lo stesso Woodrow Wilson a capire l’errore commesso: La nostra grande nazione è controllata dal suo sistema bancario concentrato in mani private. La crescita della nostra nazione e di tutte le nostre attività è nelle mani di pochi uomini che inevitabilmente cercano di stemperare, ostacolare e distruggere le autentiche libertà economiche. Siamo arrivati a uno dei governi peggio regolamentati e più controllati e dominati del mondo civilizzato. Nessun governo della libera opinione, non più il governo degli ideali e del voto della maggioranza, ma il governo dell’opinione e della coercizione di piccoli gruppi di personaggi dominanti.
Una volta nata la Federal Reserve, si raccontò agli americani che grazie ad essa si sarebbero evitati i pericoli del 1907, l’inflazione e qualsiasi crisi. Ma la Federal Reserve, per quanto sia la Banca Centrale statunitense, di fatto è un istituto privato che non dipende in alcun modo dal governo né è soggetta a sue regolamentazioni: quindi non fa gli interessi della nazione, ma, come ogni società capitalistica che si rispetti, quello dei suoi soci.
Nel 1914 il sempre lucido membro del Congresso Charles Lindbergh spiegò il meccanismo attuato dai banchieri attraverso la “loro” Fed: Per determinare il rialzo dei prezzi, tutto ciò che il Consiglio della Federal Reserve farà sarà abbassare il tasso di risconto producendo un’espansione del credito e la salita del mercato azionario; poi quando i soggetti economici si saranno adattati a queste condizioni, potrà frenare il benessere proveniente dalle loro carriere alzando arbitrariamente il tasso di interesse.
Può far sì che il mercato oscilli in maniera morbida tra una espansione e una contrazione attraverso lievi cambiamenti del tasso di interesse, o causare violente fluttuazioni attraverso una variazione più marcata. In entrambi i casi avrà informazioni interne sulle condizioni finanziarie e saprà in anticipo del cambiamento imminente, sia in un verso che nell’altro. Questo è il più strano e pericoloso vantaggio mai posto nelle mani di una classe speciale di privilegiati da parte di un qualunque governo che sia mai esistito. Il sistema è privato, condotto con il solo scopo di ottenere i più grandi profitti possibili dall’utilizzo del denaro altrui. Essi sanno in anticipo quando creare ondate di panico a proprio vantaggio. Sanno anche quando fermare questo panico. Inflazione e deflazione funzionano entrambe bene per costoro quando vogliono controllare la finanza.
Come eliminare slealmente la concorrenza
Tra il 1914 e il 1919 la Fed emise il 100% di dollari in più, agevolando molto il credito alle banche più piccole e ai privati. Poi nel 1920 richiamò una gran parte dell’offerta di denaro circolante: così facendo le piccole banche furono costrette a pretendere il rientro dei prestiti da parte dei piccoli risparmiatori indebitati. Furono di nuovo prelievi di massa, crack e panico generale, con la conseguenza che 5.400 piccole banche fallirono facendo consolidare ancora di più il peso delle poche grandi banche che detenevano il potere all’interno della Federal Reserve.
Nel 1921 Charles Lindbergh membro del Congresso degli Stati Uniti, dichiarò: Attraverso il Federal Reserve Act (la costituzione della Fed) il panico viene creato scientificamente; è il primo panico creato così, come un’equazione matematica.
Borsa! Si vince sempre. O quasi
Tra il 1921 e il 1929 la Fed aumentò nuovamente l’offerta di denaro (del 62%) e così piccole banche e famiglie ricorsero di nuovo con vigore ai prestiti. Ma, non contenti, quelli della Fed inventarono il prestito del margine, che permetteva all’investitore di pagare un’azione non al 100% del suo valore, ma solo al 10%: il che, ovviamente, risultava molto conveniente e invitava alla speculazione anche i comuni piccoli risparmiatori. Il restante 90% del valore azionario era il broker a prestarlo all’investitore. Così bastavano 100 $ e si era proprietari (sulla carta) di azioni da 1.000 $. Vi fu un boom di investimenti facili. Ma il trucco c’era e si vide di lì a poco: il restante 90% infatti poteva essere richiesto in qualsiasi momento e andava pagato entro 24 ore! Era questo il significato del termine del margine. Pochi ci fecero caso, sia per eccesso di fiducia, sia perché allettati dal facile guadagno, sia perché convinti di poter far fronte a un futuro rientro.
Il grande affare delle 16.000 banche fallite
Pochi mesi prima del crollo della Borsa dell’ottobre 1929 i boss della finanza Usa, tra cui Rockefeller e Barack uscirono in sordina dal mercato azionario mettendo al sicuro i loro soldi. Quindi i finanziatori di New York che avevano emesso i prestiti del margine, il 24 ottobre 1929 a un preciso ordine di scuderia richiamarono in massa i loro prestiti che andavano pagati entro il giorno seguente. La richiesta contemporanea di enorme liquidità (18.000 milioni di dollari di allora) mandò in fallimento questa volta non 5.400 ma 16.000 piccole banche, che vennero comprate a prezzi stracciati da chi le aveva fatte fallire, oltre a tutte le corporation costrette dalla crisi a svendersi. Qualcuno definì questa operazione la più grande rapina di tutti i tempi. E come se non bastasse, la Federal Reserve che avrebbe a quel punto dovuto immettere nel mercato più dollari per fronteggiare il tracollo, fece l’esatto contrario generando così la più grande crisi di tutti i tempi che ebbe ripercussioni in tutto il mondo e soprattutto nelle aree più povere.
Al deputato McFadden che aveva osato tuonare Questi sono stati eventi provocati scientificamente, fu definitivamente chiusa la bocca prima che potesse avviare il procedimento di impeachment contro i vertici della Fed: lo avvelenarono ad un banchetto. Della crisi del ’29 gli Stati Uniti si ripresero solo nel 1950, ma questo per chi aveva smania di potere, contava ben poco.
Non contento delle immani ricchezze acquisite, nel 1933 il cartello dei banchieri statunitensi decise di impossessarsi di tutto l’oro degli americani. Con la scusa di vincere la depressione, la Fed convinse il presidente Franklin Delano Roosevelt
a procedere alla confisca dell’oro, operazione copiata due anni dopo dal Fascismo, ma con altro obiettivo. Minacciati con 10 anni di galera, i cittadini furono obbligati a consegnare alle casse della Federal Reserve tutti i loro gioielli in oro. Ciò servì ad abolire il controvalore aureo che regola ogni emissione di banconote del mondo. Oggi il valore del dollaro dipende solo da quanti dollari sono in circolazione. Non per niente il fondatore della dinastia bancaria Rothschild,
Mayer Amschel Rothschild (nato e morto a Francoforte sul Meno 1744-1812) un giorno disse: Datemi il controllo della moneta in circolazione di un Paese e non mi interesserà chi scrive le sue leggi.
Banchieri internazionali
Nei testi dell’epoca, per indicare la potente lobby dei loro connazionali, i politici anti Federal Reserve parlavano di banchieri internazionali. Non avevano tutti i torti, perché, a parte la stirpe di John Davison Rockefeller nato nel 1839 a Richford nel Vermont e J.Piepoint Morgan di Philadelphia, gli altri titolati padri della Fed erano i Rothshild di Francoforte e Paul Warburg di Amburgo, entrambe famiglie ebree. Ma in verità la Banca Centrale americana è nelle mani di 12 banche. Oltre alle Banche Rothschild di Londra e di Berlino, alle Banche Warburg di Amburgo e Amsterdam, vi sono: Lehman Brothers di New York, Lazard Brothers di Parigi, Banca Kuhln Loeb di New York, Banche Israel Moses Seif presenti in Italia, Goldman e Sachs di New York, Chase Manhattan Bank di New York. Di queste si può dire che a parte la Chase Manhattan Bank (risultato di fusioni dall’originaria JpMorgan Chase dell’americano Aaron Burr) e la Kuhl Loeb (fusasi poi nella Lehman Brothers), le altre sono tutte di origine straniera: la Lehman Brothers è nata da una famiglia bavarese, la Lazard Brothers è di origine francese, Israel Moses Seif è di origine altrettanto evidente, la Goldman e Sachs è tedesca, come la Kuhl Loeb dei soci ebrei Abraham Kuhn e Salomon Loeb. Quindi non aveva tutti i torti chi diceva che la finanza americana è in mani straniere.
Meno male che la popolazione non capisce il nostro sistema bancario e monetario, altrimenti prima di domani scoppierebbe la rivoluzione. (Henry Ford, 1863 – 1947 fondatore della General Motor Company)
Basta carceri
Basta carceri !
Un premier comprensivo con gli evasori fiscali e nemico dichiarato di alcuni giudici, ministri che minacciano la possibilità di mobilitare migliaia di fucili, altri loro colleghi condannati in via definitiva, ma regolarmente seduti in Parlamento; politici eccellenti per cui si fanno leggi ad hoc; detenuti “baciati” dai media, che grazie a televisione e stampa possono godere di enormi sconti di pena; gente che manda in rovina migliaia di famiglie e poi patteggia per non finire in galera dove autori di reati minori marciscono dimenticati; pluriomicidi lasciati a casa; indulti che mandano libere migliaia di pericolosi detenuti; interessi di Stato che prevalgono su quelli dei cittadini; altolocate sentenze che hanno sistematicamente assolto i mafiosi; stragi e strategie della tensione organizzate e gestite addirittura dallo Stato (dai Servizi “deviati”); pluriomicidi condannati all’ergastolo e scarcerati per buona condotta; scippi considerati “priorità sicurezza” nella regione che ha inventato la mafia; clandestini e Rom dipinti come nemico pubblico numero uno. E un governo che oggi vuole imporre il freno alle indagini per la stragrande maggioranza dei reati, omicidio incluso, punendo non gli autori dei reati, ma chi ne intercetta le telefonate e chi le pubblica! E’ una fotografia della giustizia d’Italia, dove ci sono categorie sociali pagate per fissare le regole dell’ordine e della civiltà, che si preoccupano di mettere i bastoni tra le ruote ad altre categorie sociali chiamate a far rispettare gli stessi princìpi; e dove leggi spesso schizofreniche vanificano gli sforzi di chi lavora per farle rispettare.
Se pensiamo che giustizia debba esserci, facciamola rispettare con equità e fermezza. Altrimenti, siccome è palese che qualcosa non funziona in questo meccanismo perverso e che il famoso “buon esempio” che deve venire dall’alto, se arriva arriva dal basso, mi chiedo perché non la smettiamo di perdere tanto tempo inutilmente: mesi e anni di indagini, pedinamenti, intercettazioni, blitz, arresti, processi eterni… Quando l’orientamento comune è quello di perdonare, scarcerare o addirittura non condannare per niente; quando si scopre che poteri forti dello Stato hanno pianificato o quantomeno protetto azioni terribili…
L’insostenibile leggerezza dell’impunibilità
Troviamo il coraggio di dire basta! Basta carcere, tutti a casa! Pensate che risparmio: niente più carceri, agenti di custodia, poliziotti, carabinieri, guardia di finanza, forestali e vigili urbani, giudici, cancellieri, avvocati, carceri e tribunali. Niente punizione… niente reati. Chiudiamo gli occhi e il mondo cambierà. E tutti vivranno felici e contenti. Senza più regole. Tutti potranno fare quel che vogliono. Un mondo finalmente libero. Certo, con almeno 57 milioni di rivoltelle in circolazione (senza contare mitra, granate e fucili di precisione)… Ma con un grande senso di libertà e con una generale sensazione di onnipotenza che ci farà sentire meno frustrati. In fondo non seguiamo forse sempre il modello americano? Non abbiamo imparando niente dalla Florida dove la legittima difesa preventiva consente di sparare se ci si sente anche solo in pericolo, senza passare più dal giudice? E non viviamo tuttora gli effetti dell’occupazione dell’Iraq a seguito della “guerra preventiva”? Che le armi di distruzione di massa non siano state trovate è un dettaglio; l’ha ribadito Bush nell’intervista esclusiva al direttore del tg1 Riotta: “Tutti sospettavano che Saddam le avesse, quindi… “
Quando la giustizia (sia un tribunale, sia l’Onu) ha le mani legate, tutto è concesso.
Senza più punizioni saremmo più liberi. E poi l’impagabile piacere di sfrecciare ubriachi in centro a cento all’ora e l’indomani guardare in tv l’effetto delle proprie bravate sapendo che tanto non finirai mai dentro… Vuoi mettere?!
Tele fantasma
Rete 4 fuorilegge trasmette.
Europa 7, autorizzata, non può
“Ci pisciano addosso e ci dicono che piove”. E’ un detto catalano, servito a Marco Travaglio per sintetizzare (in una sua apparizione padovana il 28 maggio, ospite dell’associazione Cittadinanza Attiva) i retroscena dell’informazione in Italia: quella, per capirsi, che emerge dalle intercettazioni telefoniche in cui Bruno Vespa anticipa al portavoce di Fini quali domande avrebbe posto all’allora segretario di AN; ma anche quella che non esce dalle “notizie fantasma”, come i dati sui costi gonfiati per la realizzazione della TAV, che nessun quotidiano pubblica per non dispiacere ai suoi proprietari, costruttori edili impegnati nel progetto Alta Velocità.
Anche con l’aiuto di Oliviero Beha in video conferenza Skype (“Sono ufficialmente ancora un giornalista Rai, pagato dall’azienda di Stato, ma di fatto mi censurano non facendomi più lavorare né in televisione né in radio”) Travaglio ha percorso alcuni lati oscuri del giornalismo del Belpaese, parlando a una vera e propria folla di giovani che la sala stentava a contenere.
“Della casta sono perfino stufo di parlare- ha detto il giornalista – perché il vero potere non è quello dei politici, ma della finanza”. Tra i tanti esempi di mala informazione, quella su Rete 4: “Si fa un gran parlare da nove anni della sinistra che vuol togliere una rete tv a Berlusconi. La verità è che mandare sul satellite Rete 4 è un atto di democrazia e di libero mercato: si dà spazio ad un altro imprenditore (ora il patron di Europa 7, ma domani potrà essere un altro) per fargli tentare la carta del network nazionale, che invece resta per gran parte concentrato nelle mani di un unico soggetto”.
E’ uno spunto per ripassare la storia di leggi ad personam, dimenticanze e scarsa incisività politica…Tutto inizia nel luglio 1999 quando l’emittente del Centro Italia Europa 7 vince inaspettatamente una gara pubblica ottenendo dallo Stato la concessione di trasmettere sulle frequenze occupate da Rete 4. Curiosamente però il governo D’Alema, pur negando alla tv di Berlusconi l’autorizzazione a trasmettere, non assegna le sue frequenze al nuovo soggetto televisivo. Da allora Rete 4 sta trasmettendo illegalmente. Nonostante il caso riguardi il ben noto conflitto di interessi, il governo Amato tra il 2000 e il 2001 non se ne occupa, lasciando che quella emittente continui a trasmettere anche senza il rinnovo della concessione. Ma la cosa più strana è che si sia poi scelto di andare contro la sentenza 466 con cui la Corte di Cassazione nel 2002 impedisce a Rete 4 di trasmettere a partire dal 31 dicembre 2003. Contro la sentenza di Cassazione l’allora presidente della Repubblica Ciampi, il 24 dicembre 2003 (Natale era lì lì e pochi avevano quindi voglia di scandalizzarsi) firma il decreto Berlusconi (detto salva Rete 4) e nell’aprile 2004 la legge Gasparri esclude di nuovo Europa 7 dalle frequenze permettendo a Rete 4 di andare avanti. Nel giugno 2004 il Consiglio d’Europa deplora il comportamento italiano ritenendolo un pericoloso precedente. E il 19 luglio 2005 (sotto il governo Berlusconi) il Consiglio di Stato riconosce tutte le ragioni a Europa 7 inviando alla Corte di Giustizia dieci quesiti che rilevano nel decreto Berlusconi e nella legge Gasparri il mancato rispetto delle norme europee. La risposta giunge il 19 luglio 2006 con la messa in mora dell’Italia da parte della Commissione Europea Direzione Generale Concorrenza, per colpa di queste violazioni contenute nella legge Gasparri. Il 12 ottobre 2006 il governo Prodi approva il disegno di legge Gentiloni, nel quale però non si dà risposta al problema di Europa 7 né viene rispettata la sentenza della Corte Costituzionale.
Il 30 novembre 2006 di fronte alla Corte di Giustizia Europea l’Avvocatura dello Stato italiano (governo Prodi in carica) difende la bontà della legge Gasparri, ma nonostante questo il 19 luglio 2007 la Commissione Europea Direzione Generale Concorrenza, dando due mesi di tempo al governo Prodi per provvedere, dichiara l’infrazione dell’Italia e sostiene che la legge Gasparri sta penalizzando Europa 7 a vantaggio di Rete 4. Se riconosciuta l’infrazione, l’Italia dovrà pagare da 300 a 400.000 euro al giorno finché non si metterà in linea con la direttiva europea. I mesi passano invano, così il 31 gennaio 2008 la Corte di Giustizia Europea stabilisce il diritto di Europa 7 a trasmettere e dichiara illegittime le trasmissioni terrestri di Rete 4. Si tratta di una sentenza decisiva e vincolante in quanto secondo il Diritto comunitario la Corte di Giustizia Europea ha il potere di obbligare i giudici nazionali a disapplicare leggi interne ritenute ingluste. Il 6 maggio 2008 (governo Berlusconi) di fronte al Consiglio di Stato l’Avvocatura dello Stato difende nuovamente la legge Gasparri. E il 31 maggio 2008 la sentenza del Consiglio di Stato, difendendo il dispositivo europeo, chiede al ministro delle Telecomunicazioni di ri- pronunciarsi sulla richiesta di frequenze presentata da Europa 7.
Chi è il proprietario di Europa 7 (Centro Europa 7 SpA con sede a Roma)? Si chiama Francescantonio Di Stefano, è un imprenditore abruzzese (nato ad Avezzano nel 1953), che dopo essere entrato nel settore televisivo nel 1977 con alcune emittenti locali, è poi entrato in possesso del circuito Italia 7 (14 emittenti, trasmissioni a livello nazionale). All’epoca della gara per le frequenze mise sul tavolo 12 miliardi di lire e, poco dopo, otto grandi studi televisivi da 22.000 mq totali, i più grandi d’Europa, dove la Rai registra alcune trasmissioni di successo; 3.000 titoli pronti per la messa in onda e la prospettiva di 700 assunzioni. Già prima di vincere la gara (per qualità dei programmi), Di Stefano aveva la sua tv del Centro Italia, Europa 7 appunto.
E’ un imprenditore che promette di fare una televisione libera e distante dai partiti, per essere più vicina ai cittadini. In un’intervista a Repubblica lo scorso febbraio dichiarò di non collocarsi politicamente da nessuna parte: “Voglio avere a che fare solo con gente seria”. Facendo i conti, hanno ostacolato (e quando è andata bene, non sono riusciti a far nulla) i diritti di questo imprenditore, tre governi di centro destra e quattro di centro sinistra.
Comunque vada a finire, andrà male. Nel senso che Di Stefano ha giustamente chiesto allo Stato italiano un risarcimento per le spese (cento milioni di euro l’anno per le strutture e gli impianti esistenti e per i 35 dipendenti) e per i mancati introiti: risarcimento che fino al 2004 (siamo nel 2008) era di 800 milioni di euro! Chi li pagherà? Indovinate…
( Francescantonio Di Stefano, boicottato dalle tv nazionali, è intervistato da Jacopo Fo su Atlantitetv.it www.youtube.com/watch?v=K187NDgRAoc ) foto www.solforico blogsport.com
elezioni politiche
QUIZ SENZA PREMI
Chi è più contento della scomparsa della Sinistra dal Parlamento?
1) dal sito www.popolodellaliberta.it
CHE SATIRA
Chi ha visto i comunisti e i verdi?
SPETTACOLARE…. NON CI SONO I COMUNISTI IN PARLAMENTO
SILVIO SEI RIUSCITO A FARE
QUELLO CHE GLI USA HANNO PROVATO A FARE PER 50 ANNI…
E CIOE’: FUORI I COMUNISTI DAL PARLAMENTO ITALIANO.
2) dal sito www.partitodemocratico.it
Veltroni: “Ora il paese ha una grande forza riformista” Dichiarazione di Walter Veltroni sull’esito delle elezioni politiche.
3) dal sito www.sinistraarcobaleno.it
Dove sono andati i voti della Sinistra Arcobaleno?
16 04 2008
1/2 al Partito Democratico ed il 1/5% all’astensione. Solo 1/4 dei votanti dei partiti costituenti nel 2006 ha deciso di votare Sinistra Arcobaleno nel 2008.
Il PD ha preso i suoi nuovi voti solo dalla sinistra arcobaleno, e ne ha persi a favore dell’udc. Solo 1% dal PDL.
4) dal sito www.ladestra.it
Comunicato del Comitato politico nazionale
Aver raccolto il 2,4% dei consensi in una campagna elettorale iniziata quattro mesi dopo la fondazione del movimento e a fronte della scomparsa dei quattro partiti della sinistra radicale e del partito socialista consente di esprimere comunque un motivo di soddisfazione per partire ora con l’organizzazione di un movimento strutturato in tutto il Paese, nella prospettiva di lavorare con la Fiamma Tricolore alla costruzione di una nuova forza politica rappresentativa dell’area.
La realtà supera la fiction
Le priorità della sicurezza in Sicilia
sono scippi e microcriminalità.
Parola di presidente della Regione
In Russia quando i ragazzini ci incontravano per strada, sentendoci italiani dicevano con allegria “Italiani? Mafia”. E quando camminavamo per le spiagge di Santo Domingo sorridendo ripetevano anche lì “Italiani mafia”. Lo sanno anche i bambini giapponesi che l’Italia ha partorito ed esportato la mafia e che la Sicilia, più che per la Valle dei templi di Agrigento, per l’Etna o per il Duomo di Monreale, è famosa nel mondo per la mafia. Lo sanno tutti meno il neo presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo. Eppure il catanese Lombardo vive da 57 anni in Sicilia, quindi qualche voce deve pur essergli arrivata all’orecchio. Strano quindi che nella sua prima intervista da governatore di quella Regione, al Tg5 delle ore 13, martedì 15 aprile 2008 parlando delle sue priorità abbia detto: Lavoro per i giovani, attenzione ai più bisognosi e sicurezza: sicurezza contro lo scippo e la microcriminalità che purtroppo colpisce i più deboli. Testuali parole.
Sono balzato sulla sedia. Perché in quell’esordio politico non gli è venuta in mente la parolina magica di 5 lettere? Nooo, ormai siamo abituati a sentire alcuni poteri forti siciliani disconoscere l’esistenza del fenomeno o sminuirne la pericolosità: quel che è strano è che le sue parole sembravano quelle pronunciate nel film di Roberto Benigni Johnny Stecchino dal palermitano che accogliendo il suo ospite romano (Benigni) così gli riassume i mali della sua bella città: Purtroppo siamo famosi nel mondo per qualcosa di negativo, quelle che voi chiamate piaghe: una terribile è… l’Etna… Lei mi capisce!… Ma c’è un’altra piaga grave che nessuno riesce a risolvere: la siccità. Dove possiamo fare e non facciamo perché è colpa dell’uomo e non della natura è nella terza e più grave di queste piaghe che diffama la Sicilia e in particolare Palermo agli occhi del mondo… Lei ha già capito e mi vergogno a dirlo: il traffico.
Ecco, il neo presidente mette al primo posto nel capitolo sicurezza lo scippo e la microcriminalità. Andiamo bene. Come se in Campania oggi si ponesse come priorità in fatto di “monnezza”, collocare i portacenere sui cestini dei rifiuti. E poi lo sanno tutti che in Sicilia la microcriminalità è bassissima perché regolata dall’unico vero potere forte dell’isola. A meno che non si consideri microcriminalità il pizzo. Pizzo? Ma sì, il tessuto finemente lavorato all’uncinetto!
Il neo presidente plebiscitariamente eletto col 64% dei voti nel Movimento per l’autonomia sostenuto da Popolo della libertà e Udc, è un ex dc che si è fatto sentire alla vigilia delle elezioni con un’esternazione a dir poco bizzarra. Ecco l’agenzia.
AGI) – Palermo, 8 apr. – “Purtroppo i fucili dei siciliani sono armati a salve. Quando potremo armarli come si deve, vedremo se e contro chi usarli”. Lo ha detto all’AGI il leader del Mpa Raffaele Lombardo, rispondendo alla sua avversaria, Anna Finocchiaro, che aveva sollecitato una sua presa di posizione riguardo “i fucili padani di Bossi”. Il leader del Mpa, spiegando la sua frase forte, ha detto che “per difendere la nostra terra i siciliani hanno a disposizione l’autonomia che è un’arma ben più efficace della polvere da sparo. Facendo leva su questa, non hanno bisogno di altre armi”. Per Lombardo, l’asse tra Mpa e Lega “si è già dimostrato più volte vincente. Abbiamo votato insieme più volte nella stessa direzione, come sul ponte sullo stretto che oggi continuiamo a volere con forza per legare definitivamente al resto dell’Italia la Sicilia”.
Nel suo sito Raffaele Lombardo si dice ammiratore di due democristiani siciliani: Scelba e Mannino.
Mario Scelba come ministro dell’interno tra il 1947 e il 1953 votò la legge elettorale ricordata come “Legge truffa” e ordinò sanguinose repressioni di polizia contro i manifestanti in piazza e bisognerà aspettare il 2016 perché cada il segreto di Stato sui suoi rapporti col bandito-indipendentista siciliano Salvatore Giuliano e con la mafia.
Secondo Lombardo poi, l’ex ministro Calogero Mannino è uno tra i politici italiani più colti di tutti i tempi. Definizione che non mi sento di contestare, ma certo quando penso agli uomini siciliani di cultura (i politici italiani più colti di tutti i tempi sono ovviamente molti di più) mi vengono in mente il senatore catanese Giovanni Verga (quello dei Malavoglia, di Mastro Don Gesualdo…), l’onorevole agrigentino Leonardo Sciascia (quello di Il giorno della civetta, A ciascuno il suo…), il catanese sindaco di Mineo Luigi Capuana (autore del Marchese di Roccaverdina, Giacinta…); mentre pensando a Mannino (ammetto la mia ignoranza) ricordo un ministro dell’Agricoltura in seguito arrestato nel 1995 e detenuto a Rebibbia 9 mesi (più 13 mesi di arresti domiciliari) con l’accusa di concorso in associazione mafiosa: assolto in primo grado, condannato in appello, sentenza annullata dalla Cassazione.
Indicando questi suoi modelli, forse Lombardo voleva lanciare un messaggio, diciamo così… subliminale?
indagato ministro giustizia

Non dipendessero da loro le scelte del Paese, si potrebbe sorridere nel vederli tutti così compatti schierarsi a difendere uno di loro attaccato dalla magistratura. Le odierne dimissioni a sorpresa del ministro della Giustizia Clemente Mastella appena appreso che sua moglie Sandra Lonardo (presidente del Consiglio regionale campano) sarebbe stata arrestata per tentata concussione, hanno scandalizzato la classe politica italiana. La destra grida: “Quando attaccavano noi nessuno credeva al complotto!” e la sinistra si indigna perchè ora i giudici sembrano diventati strabici.
Il ministro, forse davvero per orgoglio e per non macchiare il governo o forse solo perché preavvertito di un’indagine per concussione che nel pomeriggio avrebbe interessato pure lui, ha gettato la spugna. Cosa che non ha fatto il governatore della Campania Bassolino, cosa che non fece il governatore della Banca d’Italia Fazio, investiti da altri “problemi d’immagine”. Almeno Mastella si è dimostrato rispettoso delle istituzioni. Ma i suoi colleghi in Transatlantico? A loro le istituzioni poco importano, devono tutelarsi. Quasi tutti gridano contro la magistratura e invocano coesione per modificare le regole del gioco. Qualcuno parla di strapotere dei magistrati. Insomma la Casta, ancora una volta, si sente accerchiata e ringhia.
Così Roma riprende ancora su di sé tutti i riflettori in questi giorni maledetti: governo ed esercito mobilitati nella guerra alla spazzatura, fisici contro pontefice, e ora ministro della Giustizia iscritto nel registro degli indagati per 7 reati: concorso esterno in associazione per delinquere, due concorsi in concussione, una tentata concussione, concorso in abuso d’ufficio e due concorsi in falso. Tra tutte l’accusa più grave mossa al guardasigilli è la tentata concussione ai danni del presidente della Regione Campania Antonio Bassolino. Non c’è che dire: se l’Italia voleva farsi pubblicità gratis in tutto il mondo, ci sta proprio riuscendo. Alla grande.
Politici di “famiglia”
Cacciati di casa? Non sia mai!
I politici condannati non lasciano il loro posto, nonostante le proteste di piazza? Bisogna dargli tempo. Tempo di sentire se gli umori delle piazze del Vday sono proprio, ma proprio quelli degli elettori, in fondo spesso smaniosi di ottenere quei soliti piccoli vantaggi dal partito che sentono più vicino: il famoso “aiutino” a cui pochi sanno rinunciare. Poi devono sentire le Segreterie di partito per capire se è proprio il caso. E poi, diciamo la verità, come fa un condannato eccellente (come i “pezzi da novanta” Bossi, Biondi, Visco, Maroni, La Malfa) a dire “Sì è giusto, vado via per rispetto agli elettori, al Parlamento e al mio partito” quando sono una parte importante del partito stesso? Mica siamo in Gran Bretagna o in Giappone dove i politici sono uomini d’onore (nel senso vero e positivo del termine) e quando sbagliano se ne vanno da soli, molto prima di finire in tribunale e senza essere spinti fuori a male parole dai loro connazionali!
Non da ultimo bisogna dargli tempo di raccogliere le loro cose, ammonire chi di dovere, mettere in guardia altri, insomma sincerarsi che proprio il Palazzo (quello che alla fine conta) non li voglia proprio più. Ma Palazzo Madama è buono, è una mamma accogliente con i suoi senatori più grandicelli; e Palazzo Montecitorio è un buon papà protettivo con i suoi teneri deputati. Se li coccolano, li crescono dandogli la sicurezza per l’avvenire come nessuna altra famiglia saprebbe fare. Come fanno due genitori così, seppure abbiano 964 figlioli, a scacciarne 24? Hanno sbagliato, è vero, ma siamo o non siamo un paese cattolico abituato a porgere l’altra guancia? Quindi credo che, ancora una volta, babbo e mamma perdoneranno chiedendo a noi tutti di fare altrettanto. E diranno: “Se vanno via loro chi ci portiamo in casa? C’è tanta brutta gente in giro…” (foto rb)
Tg2 contro Beppe Grillo

Una Mazzata sul Grillo
Commento al video
http://www.beppegrillo.it/2007/09/informazione_di.html
Preoccupante! Non il “Vaffa” di Grillo (preoccupanti semmai i retroscena che svela), ma questo grido di allarme di un alto responsabile della stampa di Stato italiana (il direttore del tg2), che con accento censor- moralizzatore mette in guardia i telespettatori del suo tg dal rischio di farsi fuorviare dalle male parole di un comico che non ama starsene zitto, oggi più che mai simbolo di chi non ha voce.
Agitare lo spauracchio della possibile violenza “dietro l’angolo”, del nemico da combattere prima che possa nuocere, è uno sport ormai di moda che tutto il mondo ha imparato a vedere a quali drastici effetti può condurre. Ma da sempre attaccare chi osa cantare fuori dal coro è un modo per segnalare che lo si teme. Nella fattispecie mette in evidenza quanto il sistema politico si senta messo alle corde. Durante Tangentopoli, i partiti che si sentivano indifendibili e con le spalle al muro, dopo essersi giustificati con il “tanto lo fanno tutti” si scagliavano contro i magistrati rei di aver scoperto gli altarini della loro dilagante corruzione. Ora si lanciano contro i comici (Grillo è forse il primo, non certo l’unico, assieme ai vari Luttazzi, Guzzanti, Cornacchione ecc ecc.) che si fanno paladini dei diritti dei cittadini. Il paradosso che balza agli occhi e che più spiazza l’italiano onesto è proprio questo: prima accusano di malafede chi mette in galera quanti rubano alla collettività per dare a sé e al proprio partito, cercando di convincerci che i veri delinquenti non sono i ladri dei nostri soldi, ma i giudici che osano processarli. Poi fanno passare per pericoloso sovversivo chi osa mettere in piazza errori e malefatte del Palazzo esprimendo il diffuso parere della gente.
Per carità, va bene così. Guai se non potessimo più scegliere se preferire i timori di Mauro Mazza o le accuse al sistema lanciate nel libro “La casta” dai suoi colleghi Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo! Sotto Stalin, Beppe Grillo sarebbe stato “dimenticato” in un gulag siberiano e sotto Pinochet o Videla sarebbe semplicemente “scivolato” nell’oceano da un aereo militare. Ma certo dà da pensare accorgersi che qualcuno della stampa di Stato si agita così tanto. Significa che il Palazzo dà segnali di irrequietezza, si sente assediato: e quando il potere teme di perdere… potere, allora sì che c’è da preoccuparsi per come reagirà. Ma in fondo il potere è come un virus: per sopravvivere si modifica. Le nuove generazioni politiche (ossia, gli stessi vecchi uomini di sempre) ci fanno credere di essere cambiati, ma hanno solo cambiato sigle e impugnano nuove bandiere. Qualcuno crede che Tangentopoli abbia ucciso le “mazzette”? O che il blocco dell’aumento automatico degli stipendi parlamentari non verrà ri-abolito appena le acque si calmeranno (con un decreto di cui nessuno si accorge, come si usa da noi, approvato la vigilia di Ferragosto?).
Il potere è un cattivo maestro presuntuoso, che non impara mai nulla dai suoi alunni. Ma che brutto clima si respira nella classe in cui gli studenti non osano mai fare domande!
Il tramonto del dollaro

Il tramonto del dollaro
Da sempre il petrolio viene venduto in dollari e dal 1971 (quando Nixon tolse la valuta Usa dal sistema monetario aureo, consentendo al paese di stampare liberamente i biglietti verdi) per comprare energia o per estinguere i propri debiti con il Fondo Monetario Internazionale, tutti i paesi del mondo devono avere in cassa notevoli riserve di dollari. Le transazioni in dollari ovviamente agevolano un solo paese che può controllare il commercio mondiale e sopportare negli acquisti, costi molto bassi. Ma da quando sulla scena mondiale è comparso l’Euro le cose hanno cominciato poco a poco a cambiare. Se n’è accorto, a sue spese, l’Iraq. Dopo la prima guerra del Golfo (probabilmente proprio a causa di questa) Saddam Hussein nel novembre 2000 per primo cominciò a vendere petrolio non più in dollari ma in euro, facendo alzare del 17% il valore della moneta europea, già presente per alcuni scambi russi, asiatici e dell’Africa sub sahariana. Osservatori attenti, e tra questi il giornalista americano William Clark, sostengono che gli Stati Uniti vivono l’euro come una minaccia e che questo sarebbe stato il vero motivo dell’invasione irachena. Non per niente, appena sono riprese le esportazioni petrolifere di Baghdad, si è ripristinato il dollaro come moneta unica di scambio.Ma chi altro rischia di far arrabbiare il governo Bush per colpa dell’euro? L’Iran (secondo produttore Opec) che sta valutando di vendere petrolio in euro, poi l’Indonesia e la Malesia. Curiosamente tutti paesi islamici, quindi ipotetici nemici giurati degli Stati Uniti… quindi possibili obiettivi delle campagne anti-terrorismo. A seguito di queste manovre il Commissario per l’Energia dell’Unione Europea Lojola de Palacio ha dichiarato che già immagina il prezzo del barile fissato in euro anziché in dollari. L’Iran sta facendo anche di più: ha emesso Eurobond, ha convertito (da dollari) in euro le sue riserve estere e ha iniziato a vendere petrolio all’Europa in euro, incoraggiando i partner asiatici a pagare il greggio iraniano in moneta europea. Il rafforzamento dell’euro e l’indebolimento del dollaro sono destinati a mutare lo scenario internazionale, aprendo però pericolosi spiragli di guerra (preventiva?) nel momento in cui l’egemonia economica americana risultasse davvero in pericolo. Dice William Clark che il vero tallone d’Achille degli States è proprio il tramonto del dollaro. Però è anche vero che l’imperialismo Usa, oggi tanto fortemente palese e tale da aver fatto nascere un diffuso anti-americanismo nel mondo, può diventare un boomerang per Washington: nel senso che potrebbe convincere molti paesi a preferire davvero l’euro per i loro scambi internazionali. Molto dirà in proposito la Cina, che sta per assumere il ruolo guida nell’ordinamento mondiale e che potrebbe legarsi con una sorta di “patto” con Europa e Russia. (foto rb)
Politici all’ingrasso

Politici all’ingrasso
Ecco parte del testo della Petizione popolare. Perché il parlamentare italiano deve prendere molto di più di un suo collega europeo? Perché, oltre ad uno stipendio già notevole, si attribuisce diarie, rimborsi spese per ogni cosa (tragitto casa-stazione o aeroporto, gestione ufficio e segreteria, spese telefoniche, ”occhiali da vista”, carburante, RCA auto, spese postali, spese alimentari, vestiario, indennità di carica, indennità di ufficio, mobilità gratuita per sé e per i propri familiari, tessere gratuite per cinema, stadio, concerto, teatro), tutto ESENTASSE, per un totale che varia dai 20.000 ai 27.000 euro mensili? Perché, una volta lasciato l’incarico e tornati alla vita normale, si attribuiscono il diritto ad un VITALIZIO che a noi cittadini costa qualcosa come 12.000.000 di euro al mese in totale, che non è contemplato per nessun cittadino, e ad una liquidazione pari all’80% dell’importo mensile lordo per ogni anno di mandato? Non basta. Si sono dati l’intollerabile privilegio di aver diritto alla pensione dopo 30 MESI DI LEGISLATURA ! UN CITTADINO DEVE LAVORARE 40 ANNI !E ancora. Dopo soli 5 anni di contributi maturano il diritto ad una pensione di circa 3.000 euro al mese. Dopo 30 anni arrivano a prenderne quasi 10.000. In più, non fosse sufficiente, loro possono cumulare stipendi, pensioni, vitalizi e quant’altro, cosa che ai cittadini è praticamente vietato, o fortemente penalizzato. (foto rb)






