Archivio per la categoria 'SPETTACOLI'
Se n’è andato Lucio Dalla
Flash Mob a Telaviv
Augurio di buon 2o12
Flash mob in Israele a Tele Aviv del coro dell’Israel Philarmonic Orchestra nel 2010 con Rigoletto di Giuseppe Verdi al Food Market del Dizengoff Center. Direttore del coro Ronen Borshevsky, regia Shir Goldberg.
Todo cambia
L’italiana della Potëmkin
Da Salerno alla Corazzata Potëmkin
Pochi lo sanno, ma per la scena più celebre del capolavoro del cinema russo – La corazzata Potëmkin- quella della carrozzina che scende da sola la lunghissima scalinata di Odessa in mezzo alle vittime civili del massacro dei cosacchi dello zar, nel 1925 il grande regista Sergey M. Eizenštejn volle una italiana: Beatrice Vitoldi, 30 anni, di Salerno. Anche se la sua interpretazione risulta impeccabile (per il gusto enfatico dei tempi, dettato dall’esigenza di sopperire totalmente con l’immagine alla voce) e se nei lineamenti e nell’espressività ricorda la futura Anna Magnani, Beatrice non era un’attrice: nè più nè meno come gran parte degli altri che si vedono nella pellicola muta di 75 minuti. A parte pochi attori professionisti, gli interpreti erano gente del popolo e veri marinai di Odessa e Sebastopoli, dal momento che il film doveva ricordare il reale ammutinamento della flotta della corazzata avvenuto 25 anni prima (nel 1905, quindi con 12 anni di anticipo sulla rivoluzione russa). L’incarico venne dato al regista Eizenštejn che aveva soltanto 27 anni, ma si era già distinto con il film Sciopero!. Curioso il fatto che il film sia solo una minima parte della sceneggiatura scritta dall’armena Nina Agadžanova-Ŝutko per 8 episodi: i tempi imposti dal regime per l’uscita della pellicola non permettevano infatti di superare l’anno in corso, quindi il regista lavorò solo su 50 righe della voluminosa opera della scrittrice.
Per rendere realistica la scena, Eizenštejn pretese e ottenne la Dodici Apostoli, corazzata gemella della Potëmkin: la rimisero in sesto, verniciandola e restaurandola per l’occasione. A riprese ultimate, il montaggio con inquadrature che per quegli anni erano rapidissime (raramente superavano i tre secondi) richiese solo 12 giorni e la presentazione al teatro Bol’ šoj di Mosca avvenne puntualmente il 21 dicembre 1925 con il regista assente dalla sala perché in cabina di proiezione a ultimare in segreto il montaggio. Nella versione definitiva la bandiera rossa che sventolava, non appariva in bianco e nero come tutte le scene del film, ma effettivamente rossa: ogni fotogramma in cui era presente venne colorato a mano. E nel 1930 con l’avvento del sonoro, vi si aggiunse la musica di Sostakovic. Fin dalla prima, il gradimento del partito fu trionfale, mentre ai cittadini sovietici non piacque in modo particolare. A occidente arrivò soltanto negli anni Sessanta. E’ uno dei film più premiati della storia del cinema. (nella foto la scalinata oggi)
La vera storia della corazzata Potëmkin
La storia vera della Potëmkin è la seguente: un giorno i marinai zaristi in arrivo al porto di Odessa, si accorgono che la carne che stanno mangiando è così vecchia che ha fatto i vermi. Protestano, ma il medico di bordo, negando l’evidenza, li invita a non fare tante storie. Al loro rifiuto i comandanti minacciano la fucilazione per rifiuti di nutrirsi con quella carne. Obbediscono solo gli ufficiali, i sottufficiali e qualche marinaio; gli altri allora vengono raggruppati sul ponte della nave sotto un telone davanti al plotone di esecuzione. Tutto è pronto per la condanna a morte, ma l’ordine non viene eseguito, anzi dà il via all’ammutinamento: medico e comandanti vengono uccisi. Una volta al porto i marinai lasciano in bella mostra il cadavere crivellato di colpi del loro compagno che aveva guidato la rivolta, con un cartello: Morto per un cucchiaio di minestra. Per la popolazione locale Grigorij Vakulinkuk diventa un eroe; ne nascono comizi e proteste e la polizia zarista nella notte spara sulla gente inerme ammazzando anche donne e bambini. L’episodio non avviene sulla grande scalinata di Odessa, come narra il film, ma il risultato non cambia. Al termine degli scontri, dalla corazzata partono le cannonate che disperdono l’esercito; poi la nave deve affrontare l’arrivo di altri navigli da guerra inviati per sedare la rivolta. Ma i marinai di quella flotta lealista solidarizzano con quelli della Potëmkin.
L’attrice salernitana
Chi era Beatrice Vitoldi? La donna dai lineamenti mediterranei, madre del piccolo che precipita dentro la carrozzina lungo la scalinata di Odessa dopo che lei viene colpita a morte dai soldati dello zar, era una trentenne nata a Salerno nel 1895. Figlia di una coppia campana, aveva nel cognome parte del suo destino: al singolare Vitoldo è l’italianizzazione del nome di Vytautas granduca di Lettonia. E proprio in Lettonia a Riga emigrò nel 1900 con la famiglia perché il padre ingegnere era stato chiamato come consulente dell’industria tedesco-russa Russisch-Baltischen Waggonfabrik (poi Russo-Balt). In seguito i Vitoldi si trasferirono nella capitale San Pietroburgo dove l’ingegnere trovò un incarico in un’azienda di macchine utensili. L’incontro Beatrice – Eizenštejn (anch’egli trasferitosi nel 1905 da Riga) avvenne in quella città anche grazie al fatto che la ragazza italiana si era fatta travolgere dagli ideali rivoluzionari partecipando attivamente alla rivoluzione bolscevica e anche al Proletkult, istituto attivo dal 1917 al 1925 per promuovere l’arte popolare priva di influenze borghesi. Beatrice Vitoldi lavorava negli uffici dell’istituto che si trovavano in un lussuoso palazzo borghese della Prospettiva Nevsky, allora ribattezzata via della cultura proletaria.
Grazie alla Corazzata Potëmkin la fama di questa attrice- non attrice italiana valse a Beatrice Vitoldi nel 1931 la nomina di prima ambasciatrice sovietica in Italia: anche allora evidentemente più che alla politica si mirava all’immagine che avrebbe portato maggior consenso alla causa del socialismo reale. Tuttavia la sua stella (rossa) era destinata ben presto a spegnersi drammaticamente. Richiamata in “patria” nel 1937, Stalin la fece processare durante una delle sue purghe (dal 1936 al 1938) che la inghiottirono assieme a centinaia di migliaia di altri intellettuali risucchiati nei gulag, dove lei nel 1939 morì. Video della scena di Beatrice Vitoldi.
Vieniviaconme a La7
Vieniviaconme… a La7
Squadra vincente non si cambia, lo sanno tutti. Eppure la Rai si priva volentieri di due trasmissioni che hanno fatto il massimo dell’audience delle due reti che le hanno mandate in onda: Vieniviaconme su Rai 3 e Annozero su Rai 2. La prima, in quattro puntate ha registrato una media di 8.765.000 ascoltatori e uno share del 29,19% con un picco nell’ultima trasmissione, di 9.807.000 ascolti; la seconda con un’ultima puntata vista da 8.389.441 persone e uno share del 32,3%.
Il divorzio con Santoro e con Saviano- Fazio porta il servizio pubblico a dire addio a due trasmissioni che oltretutto, grazie agli ascolti record, assicuravano alla Sipra ottime entrate pubblicitarie. E mentre si parla di un Santoro lusingato da La7 che gli ha presentato un interessante contratto, è diventato certo il trasferimento dal primo maggio 2012, di Vieniviaconme a La7 che così guadagna in immagine e in introiti pubblicitari. (foto di Repubblica).
C’è chi, per ragioni politiche, non sa apprezzare ciò che piace a una parte colta e sensibile del Paese e chi non si lascia scappare la grande occasione, conquistando così la fiducia di nuovi telespettatori che rischiano di dire addio, almeno per un po’ a mamma Rai.
Nanni Moretti racconta
Habemus Papam
Arriva al cinema Porto Astra di Padova per due ore di dibattito col pubblico dopo le proiezioni del suo Habemus Papam, ordina un cappuccino e si raccomanda che il cartellone del film non venga ammaccato. Nanni Moretti mostra da subito i suoi tratti di persona attenta ai dettagli. Illuminazione un po’, con rispetto parlando, cimiteriale commenta in sala. Poi risponde puntualmente, con dovizia di particolari e british humor, alle tante domande dei suoi fans, lasciandosi portare su diversi terreni. Politica. Credo che il regista abbia solo il dovere di fare un buon film, non per forza impegnato, ma in ogni caso sono felice che il produttore Procacci stia per fare qualcosa sul G8 di Genova. Quando nell’89, due mesi prima del crollo del Muro di Berlino uscii con Palombella rossa che raccontava la crisi del Pci, la società italiana guardò con rispetto a quel cambiamento: oggi sarebbe impensabile. Col Caimano non fui profetico, raccontavo quel che vedevo e che in democrazia non è normale. I girotondi? Casuali. Ero a una manifestazione per la giustizia nel 2002, promossa da simpatizzanti di sinistra e quando nel loro politichese parlarono Fassino e Rutelli, tutti ci rendemmo conto che la loro era un’altra lingua. Così quando una signora mi vide inquieto sotto il palco, gridò: “C’è Moretti che vuol parlare”. Poi ho un buco nero, pochi minuti al microfono e un anno di politica da cui non avevo nulla da guadagnare, solo tanti insulti. Parlavamo di valori condivisi nei Paesi normali, ma non in Italia. Non volevamo diventare partito e così tutto si è sciolto. I grillini? Non sono d’accordo con chi dice che destra e sinistra sono uguali: il risultato di questa politica è che ora il Piemonte è passato a Cota.
Il messaggio del film. Pur essendo autobiografico, come sempre, per il senso di inadeguatezza del Papa, che sento molto mio, è un film diverso dagli altri che ho fatto. Qualcuno ha detto che il suo passo indietro è la mia rinuncia politica: ma io faccio il regista e non voglio cambiar mestiere perché questo è il lavoro che mi piace. Tutti prima o poi ci sentiamo inadatti, ma non abbiamo il coraggio di ammetterlo.
Dettagli sul film. E’ stato costoso per i costumi e per i luoghi (Palazzo Farnese- ambasciata di Francia e Cinecittà) e non per il cast. Così come il sacerdote che predica è un vero prete di Foggia e il medico del Papa è il mio medico di base, io cerco di mettere sempre autenticità nel mio lavoro.
Aneddoti. Nel film i cardinali giocano a pallavolo. Uno di loro si è rotto un femore in campo inciampando sulla tonaca mentre giravamo. E proprio ieri mi hanno invitato a premiare i vincitori della 5^ Clericus Cup, campionato di calcio tra preti e seminaristi.
Vaticano. Faccio incontrare due mondi molto lontani, laico ed ecclesiastico, ma non volevo rincorrere la quotidianità fatta di scandali: tutto l’anno scorso si è parlato di pedofilia e coperture, poi Benedetto XVI ha chiesto scusa parlando di vergogna per la Chiesa. Avrebbe potuto farlo anche chi l’ha preceduto… La stampa cattolica non è stata troppo critica verso Habemus Papam. Dovrebbe ringraziarmi: ho umanizzato l’istituzione descrivendone gli uomini con tenerezza.
http://www.habemuspapam.it/ nella foto Nanni Moretti con Michel Piccoli
Il cinema italiano resiste
Montaldo: Il cinema italiano resiste
61 anni di cinema e non li dimostra. Giuliano Montaldo, classe 1930, regista dal 1962 ma attore da prima, è in splendida forma e in una serata al Comune di Cadoneghe (Pd) ha ricordato alcuni episodi dei suoi inizi. Chi l’ha detto che solo oggi il governo è contro il cinema? In Achtung! Banditi! (1952) di Carlo Lizzani con Gina Lollobrigida, lo Stato ci boicottò: il film era sulla Resistenza e l’allora premier Andreotti non voleva che il cinema affrontasse questo tema; così non avevamo soldi e a Genova, dove girammo, la gente fece una colletta per aiutarci. Non ci diedero nemmeno le armi, così la produzione le fece costruire di legno e quando dovevamo sparare facevano “pam-pam” con la bocca! Ricordo un macchinista romano che mi disse: “A Montà, lassa perde… Er cinema è in crisi!”
Il potere, prosegue Montaldo, ha sempre combattuto chi gli dà fastidio. Ma noi ce l’abbiamo fatta lo stesso. Quando nel 1976 ho girato “L’Agnese va a morire” abbiamo dovuto lavorare a costi ridottissimi: gli attori vennero quasi gratis perché entusiasti del prodotto. C’erano tra gli altri Ornella Muti, Eleonora Giorgi, Johnny Dorelli, Massimo Girotti, Michele Placido, Flavio Bucci, Aldo Reggiani, Ron, Gino Santercole. Per la protagonista, la staffetta partigiana Agnese, avevo in mente Simone Signoret. Lei lesse la sceneggiatura, ma quando mi chiamò a casa sua in Normandia, era profondamente dispiaciuta: mi mostrò le modifiche che avrebbe apportato al suo personaggio e disse che non l’avrebbe potuto interpretare perché stava per morire. Tre settimane dopo non c’era già più. Così proposi la parte alla svedese Ingrid Thulin che aveva lavorato con Ingmar Bergman. Era una bella donna sofisticata e famosa; le portai il copione nella sua villa romana con piscina e il giorno dopo mi convocò. Mi accolse completamente trasformata: senza trucco, un camicione addosso e zoccoli ai piedi. “Sono Agnese” – mi disse prima di accettare la parte per poche lire- “Da ragazza portavo a casa i salmoni con la bicicletta”. Poi quando fu il momento di scegliere a Ravenna la sua vecchia bicicletta per le riprese, istintivamente tra due puntò la più brutta. Il curioso è che quando svitammo il sedile per adattarlo, dal tubo spuntò un messaggio: era effettivamente appartenuta a una staffetta partigiana. Ingrid era sempre presente sul set con grande anticipo sugli altri: giravamo a Ravenna, Imola, Faenza, Bologna, Reggio, Bagnocavallo, Castel fiorentino e lei voleva parlare con la gente, capire come si muovevano. La gente dei paesi ci accolse benissimo, ci invitavano a cena. C’era pure Ninetto Davoli che nelle pause girava per i villaggi su un furgoncino con altri attori: “Siamo i partigiani dell’Agnese” diceva, e tornavano sempre indietro con cibo per tutti. E quando fu la volta di restaurare la pellicola, gli abitanti di quei paesi che ci avevano ospitato si tassarono per consentire l’intervento.
Giuliano Montaldo ricorda anche un film precedente “Sacco e Vanzetti” (1971) con Gian Maria Volontè e Riccardo Cucciolla. Simone Signoret, moglie di Ives Montand, per l’uscita francese organizzò a Parigi una proiezione con l’intellighenzia locale e a Boston gli studenti dell’Università, visto il film, studiarono il caso al punto che in seguito il governatore dello Stato, il democratico Michael Dukakis, proclamò ufficialmente la riabilitazione dei due italiani ingiustamente giustiziati e organizzò il primo “Sacco e Vanzetti Day”. Mi invitarono e in sala c’era anche un nipote di Nicola Sacco: l’uomo mi abbracciò e io piansi.
Sono felice che la tv passi i miei vecchi film a notte fonda – conclude il regista- perché così evitano di essere intervallati dagli spot, da quattro piani di morbidezza. E a proposito di tv Montaldo lascia una visione poetica: La nebbia è una grande amica del cinema: la prima cosa che cancella sono le antenne televisive…
Gheddafi Venezia Festival
Gheddafi’s Sons al Lybian Party di Venezia
In questo video che i simpatizzanti della rivoluzione in queste ore stanno mettendo in evidenza sulla rete per mostrare come venivano spesi (anche) i soldi dei libici, due dei sei figli di Gheddafi si intrattengono amabilmente, nel settembre 2005 all’hotel Excelsior del Lido con alcuni ospiti del 62° Festival del Cinema di Venezia. Tra loro Valeria Golino, Marta Marzotto, Emanuele Filiberto, Roman Polansky. La serata allietata dai Gipsy King, dal rapper 50 Cent e da alcune danzatrici e cantanti libiche, era un Lybian Party organizzato dalla contessa Marina Cicogna in onore dei due dei Gheddafi’s sons più “amati” dagli italiani: Al-Saadi Gheddafi, l’ex calciatore del Perugia, dell’Udinese e della Sampdoria, e il più vivace Mauttessem Gheddafi, protagonista nel 2003 a Civitavecchia del pestaggio di alcuni fotografi e più tardi al centro di una love story con l’ex miss Italia Francesca Chillemi. La serata di beneficienza con 500 invitati, serviva a promuovere la candidatura dei figli del colonnello che si proponevano come finanziatori del nuovo Palazzo del Cinema di Venezia. Il servizio sulla serata in cui i ragazzi del dittatore libico hanno fatto da padroni di casa, è stato fatto da Fashion tv. Due anni dopo queste immagini il terzogenito di Gheddafi, il calciatore Al-Saadi, sarà ospite di un altro hotel Excelsior: questa volta meno gradito in quanto all’Excelsior Palace di Rapallo lascerà un conto scoperto di 392.000 euro per 40 giorni di soggiorno. Infatti, pur essendo piuttosto facoltoso, se ne andò senza pagare il dovuto (9.800 euro al giorno visto che non si fece mancare nulla) e finì per questo condannato dal tribunale di Chiavari.
Mondaini non c’è più

Dopo Vianello se n’è andata anche la Mondaini
Anche Sandra Mondaini se n’è andata. Ha seguito dopo appena cinque mesi il marito Raimondo Vianello, scomparso il 15 aprile scorso. L’attrice milanese è morta a 79 anni il 21 settembre, da lungo tempo malata al punto che nel 2008 aveva dovuto abbandonare le scene dopo 50 anni di gags televisive al fianco del marito. Insieme avevano cominciato a lavorare a teatro nel 1958 dopo tre anni di esperienze singole. Dal 1988 al 2007 sono stati la conosciutissima coppia di Casa Vianello su Canale 5. Lascia due figli adottivi.
Nel 2006 il presidente della Repubblica Scalfaro nomina Mondaini e Vianello Grandi Ufficiali al merito della Repubblica.
aiuti di stato
Aiuti di Stato a Laura Antonelli. Due pesi due misure
Non è populismo, però perchè i contribuenti devono versare un vitalizio all’attrice Laura Antonelli, che a 69 anni vive in una situazione di indigenza e depressione in un piccolo appartamento del litorale romano? Non è la sola a sopravvivere con la pensione di 500 euro al mese. Quand’era un’attrice famosa per il soft erotico degli anni ’70, arrivava a percepire anche un cachet di 100 milioni di lire a film: e di film ne ha girati 45. Nel 2006 ottenne 108.000 euro dalla giustizia italiana (cioè sempre da noi) come risarcimento per la lunghezza del processo che le imputava lo spaccio di cocaina nella sua villa di Cerveteri: accusa per la quale risultò innocente. Se ha saputo gestire male i suoi risparmi, se si è rifugiata nella cocaina e se è caduta in depressione dopo il crollo fisico, sono forse i contribuenti italiani a doverla sorreggere oggi mettendo mano ai portafogli? Lei decorosamente non lo chiede, ma l’ha fatto Lino Banfi a suo nome, invocando la legge Bacchelli. Ci sono centinaia di migliaia di signore Nessuno che vivono nelle stesse situazioni economiche disagiate della signora Antonelli, la quale almeno ha avuto modo di sfruttare per anni i benefici del successo. Queste donne e questi uomini che vivono in un’indigenza dimenticata perché lontana dai riflettori e da altolocati benefattori, sono certamente persone di serie B, che magari non hanno mai sperperato i soldi: forse perché non hanno mai avuto la fortuna di vivere anche solo un giorno di agiatezza in vita loro; e tantomeno di sottoporsi ai trattamenti estetici come quelli che sfortunatamente alla Antonelli hanno sfigurato il volto al punto da farle chiedere (inutilmente) un risarcimento di 30 miliardi di lire. Qui non si tratta di insensibilità, al contrario, servirebbe un’apparente insensibilità verso una sola persona per non ferirne molte migliaia, che difficilmente capirebbero: anzi capirebbero benissimo che ci sono sempre due pesi e due misure.
Draquila e i poteri speciali
Macerie, sangue, Draquila
Ogni medaglia ha sempre due facce e due facce hanno purtroppo anche gli aiuti ai terremotati. I governi italiani da sempre ci hanno abituato alle speculazioni su tutto, persino sulla povera gente: dai terremotati del Belice a quelli in Irpinia, ora a quelli de L’Aquila. E mentre da un lato i riflettori della potente macchina mediatica italiana si accendevano sui relitti dell’antica città abruzzese contagiando i media di tutto il mondo e trasferendo qui per il G8 i potenti della terra, dall’altro si andava scoprendo un’altra verità più sottomessa e nascosta, addirittura obbligata a tacere: quella della morte de L’Aquila che il governo vuol far diventare una città fantasma per consentire le nuove speculazioni edilizie della cosiddetta New Town che nasce attorno ai centri commerciali. Come dire storia e radici della popolazione resteranno sepolte tra le macerie attaccate all’anima della gente, mentre chi vorrà sopravvivere dovrà sposare il “nuovo mondo” del consumo dicendo addio al proprio, di mondo.
Nel film documento Draquila che Sabina Guzzanti ha presentato al festival di Cannes 2010 si vede proprio questo: da un lato la vulnerabilità e l’impotenza della gente prostrata dalla calamità e dall’altro la forza della “prodigiosa macchina da guerra” chiamata Protezione Civile; con qualche preoccupante variazione sul tema: il divieto agli enti locali di dire la loro sulla ricostruzione della propria città, il divieto per le troupes televisive senza autorizzazione di entrare nelle tendopoli per intervistare i terremotati, il divieto per i terremotati di riunirsi in assemblee senza l’autorizzazione del capo-campo, il divieto di contestare con striscioni, il divieto di usare megafoni, il divieto di tornare nelle proprie abitazioni e di viverci anche se non pericolanti, il divieto di continuare ad allevare animali, il divieto di chiedere la ricostruzione della loro città…
C’è un’altra faccia della medaglia, nel film, oltre alla celebrazione del “leader maximo” e al riscontro di popolarità tributatogli mentre regala gli appartamenti dal triplo sistema antisismico (i costi esorbitanti delle nuove case costruite a 2.700 euro al mq li pagano ovviamente i contribuenti italiani) in cui non manca nulla (ci sono pure scopini per il wc e bottiglia di spumante nel porta ghiaccio sponsorizzato Protezione civile, c.a.s.a. e Repubblica Italiana), ma in cui non è permesso battere neanche un chiodo.
Certo i prefabbricati in legno sono case a tutti gli effetti e non container, ma secondo la magistratura anche qui la ricostruzione non è più sana di quella che ha spartito denari pubblici lasciando per anni e anni altri terremotati dentro alloggi-bidone.
E quando qualcuno (esperti di terremoti) solleva il capo a dire “Il disastro era prevedibile, bastava vedere la storia del Quattrocento e del Seicento quando forti sciami sismici precedettero l’apocalisse”, ecco la rassicurante Protezione Civile invitare gli aquilani a restare in casa. Il film documento fa parlare un giornalista, che dopo una prima scossa quella terribile notte del 6 aprile in cui perse i due figli, rassicurò la bambina che gli diceva “Qui moriamo tutti”.
E c’è, nel pericoloso Draquila che il ministro Bondi non sarebbe riuscito a vedere senza inorridire, il “sospetto” di una manovra antidemocratica attuata dando pieni poteri alla Protezione Civile, divenuta una sorta di deus ex machina non in chiave di prevenzione, ma per qualsiasi intervento edilizio di grande rilievo da attuare al di fuori delle leggi locali e nazionali. Un potere assoluto applicato non solo alle emergenze (poi ci indigniamo sentendo i due amici costruttori che al telefono sghignazzano l’indomani del sisma pensando agli imminenti affari!), ma ai grandi eventi, con la piena libertà per il governo di considerare tali qualsivoglia avvenimento: comprese le visite pastorali del Papa in questo o quel paesino.
Sono le intercettazioni telefoniche e gli scandali così smascherati, ricorda la Guzzanti, ad aver impedito che Guido Bertolaso diventasse ministro (quindi intoccabile) come Berlusconi aveva promesso, e hanno fatto franare il proposito di privatizzare anche la potente Protezione Civile trasformandola in SpA.
A dispetto del riferimento vampiresco, Draquila non è un film da ridere, è un film che spalanca gli occhi di un’Italia sonnolenta che ha perso il senso della comunità e della solidarietà. E’ un film da vedere. A meno che non si preferisca osannare ad occhi chiusi il governo “del fare” e “dell’amore” che si batte contro “le forze dell’odio” espresse da chi ancora (e sono tanti anche se profondamente disorientati) si ostina a non capire che è bene affidarsi all’”uomo forte” che sa essere paterno col nostro popolo perennemente in cerca di una guida. Dare alla gente quello che la gente chiede, ecco il segreto: siano soap opera o ipermercati, tv digitale o crociere, promesse non mantenibili o promesse mantenute. E poco importa se l’immagine internazionale del nostro Paese è ridicolizzata (o peggio). L’importante è poter fare gli affari propri. Tutti.
Un principesco belcanto
Principe e Pupo a Sanremo
L’Italia è un paese di poeti, santi, navigatori: ma anche di cantanti. Quindi un posto al Festival di Sanremo non si nega a nessuno, men che meno a un principe di Casa Savoia. Certo, Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto, proprio italiano non è dal momento che è nato a Ginevra 37 anni fa: in ogni caso da cantante sarà sul palco dell’Ariston nella 60^ edizione del festival della canzone italiana in trio assieme al più collaudato Pupo e al tenore Luca Canonici. Ne sentivamo l’esigenza? Ai posteri l’ardua sentenza.
Il nobile, che nel suo chilometrico nome di battesimo tradisce le simpatie di babbo Vittorio Emanuele e di mamma Marina Ricolfi Doria per lo scià di Persia e per il principe ereditario (Reza e Ciro Pahlavi), da quando nel 2002 è entrato ufficialmente in Italia dal forzato esilio svizzero, non sa proprio resistere al fascino delle lucine rosse delle telecamere. Fin dal 1995 presenziò come ospite fisso dall’estero alla trasmissione Rai Quelli che il calcio; nel 2002 si fece prendere in giro dallo spot di una marca di sottaceti; nel 2008 eccolo su Canale 5 giurato de Il ballo delle debuttanti; nel 2009 ballerino su Rai Uno a Ballando con le stelle e lo stesso anno candidato Udc alle elezioni europee.
Ma se le ormai innegabili doti di intervistato, di attore, ballerino e politico le abbiamo già ampiamente sperimentate, per questo consulente finanziario svizzero dal cognome impegnativo il talento canoro ancora non lo avevamo nemmeno sospettato.
Sarà quindi il caso di incollarsi al televisore per la favoleggiante maratona 2010 targata Antonella Clerici, così da non perdere la principesca attesissima versione della canzone Italia amore mio che eleverà il rampollo del nobil casato all’olimpo del belcanto italico. Così poi forse nella collezione autunno-inverno 2010 dei capi Heritage italiano- Principe d’Italia di cui Emanuele Filiberto è ispiratore, oltre agli stemmi dell’aquila della Regia Marina Italiana, allo scudo reale della Cavalleria di Pinerolo e agli stemmi delle ex colonie d’Africa, il principe potrà piazzare anche i certamente più conosciuti fiori di Sanremo. Sarebbe forse, repubblicanamente parlando, più opportuno.
Come accoglieranno critica e pubblico la prossime performance di E.F.? Ho il sospetto che avranno lo stesso atteggiamento che nel 2007 colse la Presidenza della Repubblica quando il principino e suo padre chiesero allo Stato italiano di risarcirli con 260 milioni di euro e con la restituzione dei beni confiscati alla famiglia Savoia dopo la fuga del re e la fine della monarchia. Da Roma la risposta fu più o meno: i danni dovete pagarli voi all’Italia! Comunque vada, l’italiano ha la memoria corta e perdona tutto. E poi un festival non è una ragion di Stato. (nella foto Emanuele Filiberto di Savoia, avo seicentesco del “nostro”)
Benigni a Sanremo

L’omosessualità secondo Benigni
conquista Sanremo
Un grandissimo Roberto Benigni per 30 minuti ha imposto l’attenzione alla platea di Sanremo nella prima serata del festival. Andando a braccio, come sempre, sulla più stretta attualità politica e sempre con la promessa di non cadere nella banalità di parlare di Berlusconi: dalle dimissioni di Veltroni al lodo Alfano, da Mastella “Un generoso che ha permesso a tutti i successori alla Giustizia di fare per forza meglio di lui” alla riforma della giustizia che darà la sicurezza della pena: “Ma è la sicurezza della cena che vogliono gli italiani!”. Poi la proposta: “Silvio, ti propongo di fare come Mina che è diventata un mito… sparita dalle scene, non si fa più vedere da anni e per questo è diventata un mito. Tu potresti sparire, ma non in Svizzera, più lontano su un’isola magari in Nuova Zelanda assieme ad Apicella; ogni tanto scrivete una canzone e ce la mandate… Così poi ti cercano su Chi l’ha visto: un metro e 70 (uno e 50 secondo la Questura) belloccio… almeno ti ricordo così se nel frattempo non hai cambiato la Costituzione… Silvio tu devi veramente sparire!”. Ma è negli ultimi dieci minuti che Benigni ha tirato fuori la sua vena di grande umanità, quella che sa toccare il cuore e il cervello di tutti. Ha parlato di omosessuali. “Non è un peccato. Il vero peccato è la stupidità. Gli omosessuali ci hanno dato dei doni enormi. Gli omosessuali sono stati incarcerati, torturati, uccisi nei lager perché amavano una persona: lasciamo stare di che sesso, quella è una faccenda loro. Amavano- una- persona. Che penseremmo noi eterosessuali se quando ci innamoriamo perdutamente venissimo presi incarcerati torturati e mandati a morte per questo?”. E ha chiuso recitando l’ultima lettera che a fine Ottocento Oscar Wilde scrisse da un carcere inglese dov’era rinchiuso per aver amato una persona del suo stesso sesso, al suo giovane amore. Lettera che si chiudeva con l’invito a fuggire in Italia: “… Il tuo amore ha ali larghe ed è forte, mi giunge attraverso le sbarre della prigione e mi conforta… Il tuo amore è la luce di tutte le mie ore. Il nostro amore è sempre stato nobile e bello e se io sono stato il bersaglio di una terribile tragedia è perché la natura di quell’amore non è stata compresa”. Molti del pubblico si sono alzati in piedi, e alla ripresa dopo la pubblicità, Paolo Bonolis ha sottolineato che persone come Benigni, visibilmente commosso a fine monologo, lo fanno sentire fiero di essere italiano.
Ricordando De André

De André, l’indiano e il Missoni
Un piccolo ricordo personale di Fabrizio De André. Era la fresca sera del 18 agosto 1981 allo stadio di Lignano, per la prima volta (è stata anche l’unica) sentivo De Andrè dal vivo, tra l’altro assieme al figlio Cristiano e con l’ultimo disco Indiano (registrato in luglio) che raccontava del sequestro di persona subìto due anni prima. Dopo il concerto vidi Fabrizio raggiungere il camerino lungo la pista, ma prima che potesse entrarvi venne avvicinato da un giovane fan. Il ragazzo si tolse di scatto la t-shirt e gliela regalò. A quel punto De André non ci pensò due volte: sbottonò il cardigan Missoni mettendolo nelle mani dello sconosciuto. Tutto qui, pochi secondi per un simbolico passaggio di consegne che mi lasciò incredulo per quanto appariva “alla pari”.
Per approfittare l’indomani della spiaggia non rientrammo a Padova. Quella notte io e la mia ragazza abbiamo dormito scomodamente in auto: c’erano pochi soldi, eravamo ragazzi e un po’ invidiammo quel nostro “collega” premiato con un trofeo così particolare.
Vota Antonio, vota Antonio!

Totò, principe di Costantinopoli ecc. ecc.
Il 15 aprile 1967 a 69 anni moriva a Roma Totò, ‘o principe. E infatti era principe per davvero. A 48 anni (nel ’46) il Tribunale di Napoli gli consentì di fregiarsi dei titoli nobiliari ereditati da suo padre naturale (marchese Giuseppe de Curtis) che lo riconobbe come figlio quando Totò aveva 30 anni, ma soprattutto dal marchese Francesco Gagliardi Foccas che lo adottò quando Antonio era 35enne. Da allora l’attore divenne Antonio Griffo Focas Flavio Dicas Commeno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Cicilia, di Tessaglia, di Ponte di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo. Ovvero… Totò, come lo chiamava mamma sua.
Il titolo di Porfirogenito (generato dalla porpora, ossia nella Sala della porpora del palazzo imperiale di Costantinopoli dove venivano alla luce i principi), era attribuito ai membri della famiglia imperiale bizantina nati da padre regnante. Una serie di titoli così roboanti da sembrare perfino inventati.
Gli imprinting
Eppure agli inizi Totò non se la passò proprio principescamente. Nacque alle 7,30 del 15 febbraio 1898 in una povera casa napoletana del popolare rione Sanità ai piedi di Capodimonte (via S.Maria Antesaecula 109). La mamma Anna Clemente, bella popolana, l’aveva avuto dal marchese Giuseppe de Curtis che sposò solo nel 1921, quando il suocero (nobile decaduto) non poteva più continuare ad opporsi alla loro relazione.
Dalle elementari e dai poveri vicoli frequentati appena poteva, Antonino passò al ginnasio del collegio Cimino nel palazzo del principe di Santobuono, vicino casa. Qui ebbe il suo primo imprinting. Il suo precettore, per gioco o per errore, gli sferrò un pugno deviandogli il setto nasale e determinando un dislivello di un cm. tra i due lati del viso: il primo tratto caratteristico della futura vis comica di Totò. L’altro aiuto arrivò dal comico napoletano Gustavo De Marco, che Totò imitava fin da ragazzo (alla fine degli anni Dieci) nelle feste di amici e in famiglia. De Marco (classe 1883) teneva in testa l’inseparabile cappello, muoveva il corpo come fosse snodato, usava molto la mimica facciale e gli scioglilingua; e il suo cavallo di battaglia era Il bel Ciccillo, che Totò poi riprese assieme all’uomo-marionetta (inventato da De Marco).

Avrebbe voluto diventare l’attore, mamma non voleva, così decise di farsi prete. Iniziò come chierichetto nella vicina chiesa di S.Vincenzo, ma l’esordio fu drammatico: dimenticò le frasi in latino e venne rimproverato dal parroco e preso a sberle da mamma. A 14 anni mollò la scuola e per un po’ fece l’imbianchino per mastro Alfonso. Di quel periodo la prima esperienza sessuale: gli amici lo portarono da Carmela, anziana prostituta considerata una “nave scuola” e contrasse lo scolo da cui si curò. Poi iniziò a imitare De Marco anche nei teatrini della Sanità. Facendosi chiamare Clerment, si esibiva per 1,80 lire al giorno. Ma mamma Anna non voleva e così a 16 anni nel 1914, nonostante spirassero venti di guerra, partì volontario per il 22° Reggimento di Pisa dove inventava sempre nuove scuse per marcare visita. Sfortunatamente dopo qualche settimana, nell’aprile 1915, l’Italia entrò nel conflitto e Antonio Clemente (aveva ancora il cognome della madre) fu spedito al 182° battaglione fanteria destinato ad invadere la Francia. Alla stazione di Alessandria mise in atto le sue attitudini recitative simulando un attacco di epilessia: pare che il motivo fosse più che altro lo spavento per gli avvertimenti dei superiori che avevano anticipato alla truppa l’esigenza di dividere le camerate con i soldati marocchini, conosciuti per certe ambiguità sessuali. Inviato all’ospedale militare di Livorno, si ispirò ad un ottuso caporale per coniare la frase Siamo uomini o caporali? A guerra finita Totò tornò a Napoli, ma il clima era cambiato: le macchiette alla De Marco non piacevano più e dopo diverse parodie e un grande fiasco teatrale ad Aversa nel ‘22, abbandonò Napoli per Roma.

Dove non riuscì la bravura poté il barbiere
Al teatro Jovinelli ebbe subito grande successo, soldi e il nome sui manifesti. Ma fu il suo barbiere Pasqualino a farlo scritturare nell’esclusivo teatro Umberto. Da lì arrivarono chiamate a Milano e Torino. Nel ’26 passò alla rivista e nel ’27 un grande successo lo riappacificò con la sua Napoli.
Nel 1933 eccolo impresario di una compagnia di avanspettacolo, il nuovo genere che prevedeva piccole compagnie teatrali impegnate in show di 45 minuti, zeppi di doppi sensi, con copioni spesso improvvisati e pochi soldi. Si esibivano nei teatrini di terza categoria. Dopo 7 anni di avanspettacolo, nel 1940 Totò sciolse la compagnia.
I grandi amori
Nel 1930 per lui si uccise la chanteuse genovese Liliana Castagnola, celebre in Francia e Italia: tra lei, gelosissima e più vecchia di tre anni, e Totò, nacque una breve storia d’amore da lei chiusa ingerendo un intero tubetto di sonniferi quando il suo compagno la lasciò definitivamente per seguire la compagnia a Padova.
Nel ’32 Totò sposò la nobildonna Diana Rogliani Serena di Santa Croce: 34 anni lui, 17 lei. Dopo due anni nacque Liliana (nome evocativo scelto dal principe) e nel ’40, per colpa dell’interesse di Totò per le donne, i due annullarono il matrimonio, accordandosi di restare sotto lo stesso tetto finché la figlia si fosse sposata. Un giorno però i giornali parlarono di un flirt tra l’attore e Silvana Pampanini. Diana accettò una proposta di matrimonio e Totò, indignato per la rottura del patto, compose e le dedicò la canzone Malafemmena.

(con Silvana Pampanini)
Nel 1954 in Svizzera sposò segretamente Franca Faldini, attrice ebrea esordiente, di 33 anni più giovane, che gli resterà accanto per sempre. Aveva visto una sua foto nel ’51 su “Oggi” e l’aveva subito cercata. Lo stesso anno la bella ragazza restò incinta, ma Massenzio de Curtis morì venendo al mondo.
97 film e pochissima tv
Totò lascia 97 film da protagonista, a partire da Fermo con le mani (1937) di Gero Zambuto, assieme a Tina Pica, dove lui veste anche i panni di una massaggiatrice. Lo diressero tra gli altri: Steno, Monicelli, Comencini, De Filippo, Rossellini, Aldo Fabrizi, Luigi Zampa, Blasetti, De Sica, Mastrocinque, Turi Vasile, Christian Jaque, Bolognini, Corbucci, Gregoretti, Lattuada, Pasolini e Dino Risi. L’ultimo lavoro fu Capriccio all’italiana (1968) di Risi e Pasolini. Ma il regista che lavorò più con lui fu Mario Mattoli che firmò con lui 15 pellicole: da I due orfanelli (1946) a Sua eccellenza si fermò a mangiare (1961).

(con Tina Pica)
Dal 1947 in poi non mancò anno senza fare almeno un film. Ne fece perfino nel ’39 quando aveva avuto una menomazione all’occhio sinistro, e nel ’56 quando ebbe problemi anche al destro restando cieco per qualche tempo.
Nell’autunno del ’66 si lasciò tentare dalla pubblicità girando nove sketch per Carosello: ne sono rimasti solo due del Brodo Star (Totò cassiere, Totò calzolaio). E nel gennaio ’67 ne girò altri 7, mai trasmessi perché qualcuno li rubò.
Cinque giorni prima di morire ultimò la serie tv Tutto Totò, nove episodi (dei 10 previsti) curati da Bruno Corbucci per la regia di Daniele D’Anza. Girò per tre mesi, nel ’67, con difficoltà a causa della vista e con poca convinzione: chiedeva spesso alla sua spalla Mario Castellani, se quelle vecchie battute avrebbero fatto ancora ridere.
Lui non amava la televisione, che però accettò di fare, anche se con parsimonia. La prima apparizione fu nel 1958 a Il Musichiere di Mario Riva. Quella volta fece passare un brutto quarto d’ora all’amico e compagno di rivista Riva: di punto in bianco Totò esclamò “Viva Lauro”, allora sindaco monarchico di Napoli. Quell’uscita gli costò l’allontanamento dalla Rai per qualche anno. Fino al 1966 quando riapparve a Studio Uno, dove assieme a Mina cantò la sua canzone Baciami. In quell’occasione, parlando del Delle Vittorie disse “Questo teatro è stato inaugurato da me e Anna Magnani durante la guerra e ora, durante la pace, è stato rovinato dalla tv”.
Totò cantautore
Non si pensa mai a Totò come a Gino Paoli o a Venditti. Eppure Totò era un cantautore. Meglio sarebbe dire un autore di musica e testi, anche se qualche canzone l’ha anche cantata. E quaranta sono i brani che ha scritto. Tutti hanno in mente la celebre Malafemmena, ma Antonio de Curtis ne scrisse tante di canzoni, tra il 1941 e il 1967: cantate da Mina, Fausto Leali, Roberto Murolo, Nino Taranto, Achille Togliani, Anna Magnani, Claudio Villa, Natalino Otto, Fausto Cigliano, Lina Sastri, James Senese.
Totò poeta
Totò ne scrisse almeno 64, tra vere poesie e riflessioni. Eccone due tradotte dal napoletano.
RIFLESSIONE
In verità vorrei sapere
cosa siamo in cima a questa terra
e cosa rappresentiamo:
gente di passaggio,
siamo forestieri,
quand’è ora ce ne andiamo.
FELICITA’
Vorrei sapere cos’è questa parola
Vorrei sapere che significa.
Sarà ignoranza la mia,
mancanza di scuola,
ma chi l’ha capito
me lo deve insegnare.

… Semplicemente Totò
televisioni coraggiose

Chi è senza peccato…
Mercoledì sera ho visto un esempio di rara coraggiosa televisione. Una tv capace di esprimersi apertamente, in dissenso rispetto alla maggioranza dei benpensanti, di centrodestra o centrosinistra che siano. A Markette, su La 7, hanno parlato don Andrea Gallo della comunità S.Benedetto al Porto, e la scrittrice Barbara Alberti, che non hanno usato mezzi termini per contestare le ingerenze del Vaticano nelle scelte sociali degli italiani.
Il religioso, chiamato ad esprimersi sulla vicenda Benedetto XVI- La Sapienza e la laica che ha parlato di aborto. Non ha usato parafrasi don Gallo quando ha detto che la Chiesa, che oggi si scandalizza della chiusura di una parte del mondo laico nei suoi confronti, dovrebbe essere la prima (in linea con l’insegnamento evangelico) ad aprirsi verso i suoi fratelli: non solo verso i sacerdoti che vogliono sposarsi, ma anche verso i tanti preti che vengono emarginati e a cui si rende la vita difficile, come toccato a due suoi maestri.
Vibrante e definitivo l’alt di Barbara Alberti alla Chiesa che intende forzare le scelte sofferte delle donne: “Chi non sa niente di sesso pretende di dire a noi cosa dobbiamo fare. L’aborto è un’enorme sofferenza per la donna. Ma quando si rende conto che se nascesse, la sua creatura non sarebbe amata, la donna può arrivare a compiere un gesto disperato. Uccide una parte di se stessa”.
Chi è senza peccato scagli la prima pietra!




