Archivio per la categoria 'STORIA'

07
apr
12

Irena Sendler

La donna che salvò 2500 bimbi ebrei

Avrei potuto fare di più. Questo ripeteva sempre Irena Sendler, la donna polacca che salvò da morte certa 2.500 bambini ebrei, evitandogli di finire nei campi di concentramento nazisti. Il 12 maggio 2012 saranno 4 anni che Irena ha lasciato questa terra, ma pochi sanno della sua esistenza e del suo sacrificio. Quando aveva 32 anni era infermiera e assistente sociale e su indicazione della resistenza polacca convinse i nazisti (che temevano l’insorgere di un’epidemia di tifo nel ghetto di Varsavia e la possibile contaminazione del resto della città), a darle il lasciapassare per entrare e uscire dal ghetto ebraico. Durante le sue missioni (al braccio portava una stella di David come tutti gli ebrei) si faceva chiamare Jolanta e quello era il nome con cui la conobbero 2.500 bambini: tanti riuscì a portare fuori dal ghetto per metterli al sicuro dopo aver convinto i genitori ad affidarglieli. Il suo lavoro di salvatrice lo iniziò ufficialmente come infermiera, nascondendo i piccoli in un’ambulanza dentro i sacchi per cadaveri, ma anche all’interno delle bare. Successivamente, spacciandosi per tecnico delle condutture idrauliche e fognarie, Irena caricava i piccoli in un furgone, nei sacchi di juta; ma portò via anche neonati nascondendoli in una cassa di attrezzi. Per evitare che durante i controlli le SS sentissero il pianto dei più piccoli, aveva addestrato il suo cane ad abbaiare furiosamente in presenza dei soldati. Una volta in salvo, la resistenza dotava i bambini di falsi documenti e li affidava a famiglie cristiane di campagna, nei conventi delle Piccole Ancelle di Turkowice e di Crotomow o in alcune canoniche. Il progetto era, a occupazione ultimata, ridare l’identità originaria a quei bambini e per questo la donna nascose dentro vasetti di marmellata tutti i loro nomi con le identità false e un codice per risalire a quelle vere. I vasetti li seppelliva sotto un albero di mele del giardino del suo vicino che abitava di fronte ad una caserma tedesca: il posto più sicuro per nascondere un segreto è sempre il più prossimo a chi non deve scoprirlo.

Chi salva una sola vita, salva l’umanità intera   

Quando a guerra finita e fino al 2008, Irena raccontava la sua impresa, si commuoveva ricordando che i genitori di quei bambini le chiedevano se i loro figli si sarebbero salvati: lei rispondeva che poteva garantire solo che se fossero rimasti sarebbero morti. E con questo comunicava involontariamente a quelle persone il loro terribile destino. Nei miei sogni – diceva – sento ancora le urla dei bambini al momento di lasciare i genitori. Fortunatamente nessuno rifiutò di dare ospitalità a quelle creature disperate e destinate a diventare orfane.

Dopo un anno di questa attività, la Gestapo ne fu informata. Così il 20 ottobre 1943 Irena venne arrestata e torturata: le spezzarono i piedi e le gambe lasciandola paralizzata a vita. Ma lei non fece i nomi di nessuno. La condannarono a morte e i partigiani dello Zegota riuscirono a corrompere un agente della Gestapo facendola fuggire prima dell’esecuzione. I nazisti continuarono a cercarla, ma invano. Dopo la guerra la giovane donna disseppellì i vasetti di marmellata che contenevano la vita di tanti bambini e iniziò a ridargliela. Per la maggioranza, purtroppo, i parenti non esistevano più: portati via dal fumo dei forni crematori, uccisi da pallottole, bastoni, fame, malattie o come cavie umane. Nel 1965 lo Stato di Israele ha piantato un albero col suo nome nel Giardino dei Giusti a Gerusalemme e a Irena Sendler è stato riconosciuto il titolo di Giusto tra le Nazioni. Questo titolo, assegnato a 20.000 non ebrei (295 gli italiani) che durante la Shoa hanno salvato ebrei innocenti, vale molto più del premio Nobel per la pace che Irena Sendler non ricevette mai. Al Nobel per la pace la propose nel 2007 il governo di Polonia con l’appoggio di quello di Israele, ma le fu poi preferito l’ex presidente americano Al Gore, perché, si sa, la politica vale più di una vita umana, anzi di 2.500 vite umane: e poco conta se le tre religioni monoteiste (cattolica, ebraica, musulmana) condividono tutte e tre quel bellissimo detto, il cui concetto è: Chi salva una sola vita, salva l’umanità intera. (video Giardino dei Giusti di Gerusalemme)http://www.marcatrevigiana.it/dachau/

19
mar
12

Morto il Papa copto

E’ morto il Papa, il patriarca dell’Africa

Si chiamava Shenouda III, ed è morto il 17 marzo 2012 a 88 anni. Era il Papa di Alessandria e il Patriarca di tutta l’Africa. Il Papa della Chiesa copta ortodossa di Alessandria. Nato ad Asyut in Egitto, Nazeer Gayed Roufail, per la sua autorevolezza era molto rispettato anche dalla comunità musulmana. Abbandonato il monastero siriano di Scetes, divenne 117° Papa di Alessandria nove mesi dopo la morte di Cirillo VI avvenuta nel 1971. Prima però passò gli ultimi sei anni da monaco in eremitaggio in una grotta a 6 km dal monastero.

Un anno prima del suo pontificato, l’Egitto passò dalle mani di Nasser a quelle di Sadat: presidente con cui questo Papa ebbe forti divergenze al punto da venir esiliato in un monastero nel deserto Nitrian, nel delta del Nilo; per far ritorno in città solo alla morte di Sadat, grazie all’amnistia concessagli dal successore Mubarak. Politicamente Shenouda III fu sempre a favore della causa palestinese, al punto da invitare i copti a non recarsi mai in pellegrinaggio a Gerusalemme, pena la scomunica, Per non far male alla causa degli arabi e dei cristiani.

Il Papa eremita

Nel 1973, proprio a motivo del suo impegno verso l’unificazione della Chiesa, fu il primo Papa copto ortodosso di Alessandria ad incontrare, dopo 1.500 anni, un Papa di Roma: il pontefice era Paolo VI. Il Papa di Alessandria nel 2000 ottenne dall’Unesco il premio Madanjeet Singh per la tolleranza e la non violenza.

La sua morte, sopraggiunta dopo ripetute cure all’estero per problemi ai polmoni e per complicazioni epatiche, è avvenuta il giorno 8 Parenhat 1728 del calendario copto. I funerali saranno seguiti dalla sepoltura nel monastero di San Pishoy nel deserto di Nitrian. Il governo ha decretato tre giorni di lutto per i dipendenti statali dell’intera comunità cristiana d’Egitto, che rappresenta il 10% della popolazione. Nella notte tra sabato e domenica, si calcola che 100.000 persone siano andate alla cattedrale di San Marco al Cairo (la più grande dell’Africa e del Medio Oriente, considerata Il Vaticano dei copti) a rendere omaggio alle spoglie; molti i fedeli rientrati appositamente dall’estero. Come si vede nella foto, il corpo del Patriarca è stato ricomposto, seduto, su uno scranno, circondato da fedeli all’interno della cattedrale.

San Marco, Venezia e le origini della Chiesa copta

A quella stessa cattedrale ultimata nel 1968, Papa Paolo VI come segno di distensione tra le due chiese, restituì parte delle reliquie di San Marco che nell’anno 828 erano state sottratte all’Egitto da due veneziani che le avevano portare al loro doge, probabile mandante dell’operazione. Ma quella restituzione di reliquie provenienti dal Vaticano e non da Venezia, avvenuta con 1.140 anni di ritardo, non piacque troppo agli egiziani. Alla cerimonia erano presenti il presidente Nasser, l’imperatore d’Etiopia Haile Selassié e il Papa Cirillo VI.

San Marco fu il dotto evangelista libico (nato a Cirene e conoscitore di greco, latino ed ebraico) che conobbe il Cristianesimo quando lasciò la Libia invasa dalle tribù nomadi per rifugiarsi coi genitori a Gerusalemme; lo diffuse poi in Italia e in Egitto prima di essere martirizzato dai romani in Egitto nell’anno 63. La giovinezza la trascorse in Turchia ad Antiochia, dove compare la prima traccia del termine cristiano per indicare un seguace di Cristo.

Il suo legame con Venezia venne segnalato nel 1350 dal doge Andrea Dandolo che nella sua Chronica scrisse che questo discepolo di san Pietro a Roma, fu dal successore di Cristo inviato a presentare alle genti romane il  vangelo che lui aveva scritto nella capitale dell’impero. Come traduttore personale di Pietro che non parlava greco (allora lingua internazionale paragonabile all’odierno inglese), Marco si era occupato prima della comunità ebraica che a Roma contava 45.000 persone, poi di quella romana. Ascoltando il vecchio discepolo e traducendone i racconti  iniziò a trascriverli sintetizzandoli. Così nacque il vangelo di San Marco. Per diffondere la parola di Gesù, nell’anno 48 Pietro inviò Marco ad Aquileia che, per importanza dopo Roma, era la seconda città della penisola. Lì il santo rimase due anni, ricevendo nuovi e vecchi fedeli a cui raccontava quanto appreso da san Pietro, standosene seduto su una cattedra che gli era stata regalata. Consentì poi che le sue scritture redatte in greco (il suo è il più breve dei quattro vangeli) venissero copiate per essere meglio pubblicizzate. Nei 16 capitoli del suo vangelo, sono forti gli accenni a Cristo come figlio di Dio e per questo come simbolo dell’evangelista fu scelto il leone, dominatore degli animali. Secondo la tradizione, poi, ad Aquileia san Marco compì il suo primo miracolo guarendo dalla lebbra Ataulfo, figlio di Ulfio, il capo della città.

Tornò a Roma assieme ad Ermagora, perché Pietro desse al friulano da lui scelto, l’incarico ufficiale di responsabile dei cristiani di Aquileia. Rientrando con una barca a vela (da Aquileia a Ravenna, per proseguire poi via terra), una bufera li costrinse ad attraccare su un isolotto della laguna veneziana, Rivo Alto (oggi Rialto) dove (secondo la leggenda) Marco ebbe la visione mistica che profetizzava la sua sepoltura in una magnifica nuova città, Venezia. A Roma Pietro lo inviò per far proseliti ad Alessandria, metropoli cosmopolita di un milione di abitanti dominata dal faro alto 120 metri e dal tempio del dio Serapide. Dopo essersi fermato nella sua Cirenaica per un periodo di apostolato, Marco raggiunse Alessandria aiutando la prima comunità cristiana d’Egitto e compiendo miracoli. Lì però i suoi avversari lo fecero arrestare mentre celebrava la messa di Pasqua e non sopravvisse al secondo giorno di detenzione, morendo il 25 aprile del 68. Il corpo gettato nelle fiamme, secondo la leggenda venne graziato da una violenta bufera, così che le sue spoglie poterono essere messe in salvo nella stessa località di Boucoli dove Marco amava rifugiarsi nella prima chiesa costruita. Il santuario lì eretto nel 310, risparmiato dall’attacco dei persiani del 620, fu invece bruciato durante l’invasione araba del 644, ma le reliquie vennero salvate e tornarono nel ricostruito santuario di Alessandria. Nell’828 un gruppo di mercanti veneziani vi giunse appositamente per sottrarle e portarle nella nascente Venezia che aveva bisogno di un santo protettore da venerare. Del gruppo facevano parte Buono (dell’isola di Malamocco o Metamauco) e Andrea detto Rustico (di Torcello). Buono era stato nominato tribuno per essersi distinto nella battaglia navale contro il re francese Pipino il Breve che aveva tentato nell’810 di entrare in laguna; il Rustico era un ex carpentiere divenuto poi commerciante. Per il loro coraggio, testimoniato dal tribuno Angelo Partecipazio, furono quasi certamente incaricati dal figlio di questi, il doge Giustiniano Partecipazio, della delicatissima missione segreta. Partiti nel novembre 827 con 10 navi, si staccarono dalla flotta con la San Nicola di proprietà di Buono, per raggiungere Alessandria d’Egitto contravvenendo agli ordini dell’imperatore di Bisanzio (e dello stesso doge) di non trafficare con gli arabi. Della tre alberi facevano parte, con loro altri 10 di equipaggio: Pietro secondo ufficiale; i marinai Giacomo, Emilio, Nikos e Medes; il legato del doge Giuseppe Baseio detto Giusto; i soldati Brutus detto Brutto e Hubert de Gascoyne detto Franco; il medico ebreo Elihu ben Moische e il suo assistente Rebekan ben Moische.

Qui la storia si mescola alla leggenda: i due avvicinano i padri custodi del santuario, Staurazio e Teodoro, che li avvertono dell’intenzione del califfo Mamum di Alessandria di costruire moschee usando colonne e marmi presi dalle chiese cristiane; i musulmani hanno già arrestato un altro custode di quel tempio. Gli agenti di Venezia quindi propongono ai religiosi di sostituire le spoglie di san Marco con quelle della martire santa Claudia e di accompagnarle assieme a loro in Italia. I quattro allora nascondono i resti in ceste di vimini sotto foglie di cavoli e di carne di maiale kanzir (che gli islamici, considerandola impura, non avrebbero mai toccato) e li caricano sulla loro nave, probabilmente una acazia a tre alberi (acazia deriva dal greco akis, punta, dal nome della ciabatta greco-araba akazia). Nonostante il mare agitato, la nave risale l’Adriatico fino a Umago in Istria, da dove i due comandanti inviano un’ambasciata al doge il quale prepara la degna accoglienza. Il 31 gennaio 828 il corpo di san Marco arriva a Venezia nel porto di Olivolo (sede vescovile nel sestiere Castello) dove ad accoglierlo ci sono il vescovo Orso, il doge Giustiniano Partecipazio e la città intera. In attesa che venga costruita la basilica di San Marco (con funzione di cappella del doge), le spoglie del santo restano in una stanza di Palazzo Ducale. Una volta portato a Venezia san Marco, i due eroi ottennero in premio 100 libbre d’argento.

26
gen
12

Il giorno della memoria

Dachau BARACCA 8 NUMERO 123343

Un ragazzo nei forni crematori

Abbiamo realizzato un docu-film per le scuole che possono richiederlo gratuitamente al sito http://www.marcatrevigiana.it/dachau. Enrico Vanzini, oggi 89 anni, racconta i suoi 7 mesi vissuti nel lager di Dachau, fino alla liberazione da parte degli americani. Aveva 21 anni. Entrò che pesava 86 kg, uscì che non si reggeva in piedi: ne pesava solo 30. Con quei 50 chili perse anche la sua giovinezza perché vide cose che non avrebbe mai dovuto vedere e provò sensazioni terribili che non l’hanno più abbandonato. La sua testimonianza fa luce su tanti aspetti bui. Come tutti patì la fame; come tutti venne bastonato; come alcuni fu costretto a staccare i morti carbonizzati dal filo spinato dove passava la corrente da 1000 Volt; come pochi entrò nel bunker dove i medici nazisti facevano esperimenti umani; come pochi fu chiamato a caricare di cadaveri i forni crematori; e come nessuno, forse, fu costretto a metterci anche un moribondo ancora vivo.

E a chi afferma che a Dachau la camera a gas non entrò mai in funzione, risponde: Hanno mandato me, una notte, a portare quei morti nella stanza attigua dove c’erano i forni: erano poveri ebrei appena arrivati, non avevano nessuna colpa, gli avevano fatto credere che quelle erano docce e invece… Ho fatto fatica a staccare gli uni dagli altri perché quando hanno sentito il gas si sono abbracciati

Nella mente, incisi con la lama, ci sono i  ricordi del genovese falciato da una raffica di mitra per aver raccolto due patate; c’è il compagno di branda che gli dormì tutta la notte abbracciato e morto; e c’è la vecchina tedesca che pagò con la vita un gesto di umanità, quando gli diede un pezzo di pane. Quel pezzo di pane Enrico non osò mai mangiarlo e lo portò a casa a sua mamma. Come una reliquia.

Questo lavoro è stato possibile grazie all’idea dell’Associazione culturale Marca Trevigiana, a Francesca Ambroso e Manuel Pegoraro, al contributo della banca FriulAdria, alle riprese video e al montaggio di Mauro Tacchinardi, alla produzione della Concept Video&Communication di Maser (Tv), alle traduzioni di  Giulia Ortis, all’aiuto per le riprese a Dachau di Maddalena Brumat, al KZ-Gedenkstatte di Dachau, alla Provincia di Treviso e a quanti hanno dato il loro sostegno morale a questa iniziativa. Un grazie speciale, ovviamente, a Enrico Vanzini che si prodiga con i giovani per far sapere. Perché è conoscendo il pericolo che lo si può evitare in futuro. (foto di Manuel Pegoraro).

Valzer antisemita nel Giorno della Memoria

E proprio mentre nel mondo si celebrava il Giorno della Memoria con cui si ricordano gli orrori del nazismo, in Austria, paese che diede i natali ad Adolf Hitler, si consumava una cerimonia di pessimo gusto: il ballo della Burschenschaft Olympia (le corporazioni studentesche tedesche e austriache che fin dall’Ottocento odiavano i francesi e gli ebrei da essi protetti). Questa serata di valzer a Vienna è da tanti anni l’occasione per i nostalgici di  rinverdire in pubblico i  sogni di grandezza del popolo tedesco. Ospite d’onore del ballo, risposta ultra conservatrice alla sacralità del Giorno della Memoria, è stata Marine Le Pen, 43enne candidata del Front National (l’estrema destra francese) alle prossime elezioni presidenziali di Parigi. Nel video della tv tedesca ZDF, le proteste contro questo tradizionale incontro e l’ingresso al ballo di questi nostalgici che, se non sarebbe tecnicamente corretto chiamare neonazisti, certo non lasciano molti dubbi sul loro pensiero: si autodefiniscono konservativ e si schierano dalla parte dei negazionisti dell’Olocausto. David Irving, storico inglese negazionista, venne arrestato nel 2005 in Austria proprio mentre si recava a un’assemblea della Burschenschaft Olympia. Sarebbe bene ricordare che i simboli hanno una grande forza e per questo non vanno trascurati: sono qualcosa che passa nelle nostre coscienze, anche se apparentemente sottotraccia.


20
nov
11

Giovani ministri

Il premier vuole ministri giovani

Pensando ai politici del Risorgimento italiano ci vengono in mente dei vecchi. E invece i ministri del governo Cavour insediatosi a palazzo Carignano a Torino il 23 marzo 1861 – il primo governo del Regno d’Italia – erano tutti giovani. A cominciare da Vittorio Emanuele II che 9 giorni prima aveva compiuto 41 anni e da soli 6 giorni era stato nominato re d’Italia; poi lo stesso premier torinese Camillo Benso conte di Cavour che ne aveva 50. Il più giovane dei suoi ministri, Ubaldino Peruzzi de’ Medici, aveva 38 anni e il più vecchio, Niutta, 58. Il paradosso è che la vecchia monarchia sabauda partorì una classe politica giovane e la giovane democrazia repubblicana invece ci ha abituato alle gerontocrazie.

Il primo governo, proprio per l’esigenza di tenere unita l’Italia appena assemblata (mancavano ancora Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Roma), fu caratterizzato da un’ampia rappresentanza regionalistica (3 i meridionali), da un numero esiguo di ministri (solo 9) e dal fatto che fu abbastanza tecnico e con qualche conflitto  di interesse. Ecco com’era composto.

AFFARI ESTERI e MARINA: Camillo Benso, conte di Cavour, 50 anni, nato a Torino, politico.

INTERNO: Marco Minghetti, 42 anni, nato a Bologna, proprietario terriero.

GRAZIA E GIUSTIZIA e AFFARI ECCLESIASTICI: Giovanni Battista Cassinis, 55 anni, nato a Biella, giurista.

GUERRA: Manfredo Fanti, 55 anni nato a Carpi (Bs), generale.

FINANZE: Pietro Bastogi, 53 anni, nato a Livorno, finanziere

AGRICOLTURA, INDUSTRIA E COMMERCIO: barone Giuseppe Natoli, 45 anni, nato a Messina, avvocato massone.

PUBBLICA ISTRUZIONE: Francesco De Sanctis, 43 anni, nato ad Avellino, scrittore e critico letterario.

LAVORI PUBBLICI: Ubaldino Peruzzi de’ Medici, 38 anni, nato a Firenze, politico.

Ministro senza portafoglio: Vincenzo Niutta, 58 anni, nato a Catanzaro, magistrato.

Il governo durò in carica solo 2 mesi e 20 giorni per la prematura scomparsa del suo primo ministro Cavour, morto il 6 giugno 1861.

 

 

7 ministri in una camera (d’hotel)

Pensando alle prebende, ai benefit e ai vitalizi di cui godono i nostri parlamentari, suscita ammirazione e rispetto sapere che nei primi giorni di permanenza a Torino il neo ministro della Pubblica Istruzione Cassinis (nella foto) dovette dividere la stanza d’albergo con altri sei, per la penuria di stanze in città; e che i 443 parlamentari di quegli anni si pagavano di tasca propria le spese per gli studi effettuati all’estero dove andavano ad apprendere i rudimenti della politica. 

Il primo governo, a forte base conservatrice, si presentava con una destra di impostazione centralista e una sinistra federalista che avrebbe voluto regioni rette da governatori a nomina governativa e con consorzi tra province.

A scegliere chi mandare in quel primo parlamento furono solo 418.696 italiani maschi, ovvero l’1,9% dei 22.182.377 residenti. Avevano diritto al voto gli alfabetizzati maggiori di 25 anni che pagassero le tasse (tra le 20 e le 40 lire annue). Ma siccome anche allora il fisco non riusciva a rastrellare il dovuto, si scelse di dare il voto anche ad altre categorie sensibili, pur senza che dimostrassero di aver adempiuto il loro dovere tributario: docenti universitari, magistrati, ufficiali. Avevano diritto di voto pure ufficiali in pensione, commercianti, industriali, artigiani, notai e laureati che pagassero anche metà delle tasse dovute.

 

 

 

 Il discorso del re

Il primo parlamento dell’Italia unita si riunì a Torino alle ore 11 del 18 febbraio 1861 a palazzo Carignano, in quella che era stata la sala delle feste della dimora sabauda fino al trasferimento della corte a Palazzo Reale. Nel 1848 in parte della sala era stato costruito un emiciclo per ospitare il Parlamento Subalpino. Il re (di Sardegna, non ancora d’Italia) entrò alle 11 preceduto dal duca d’Aosta e dal principe di Piemonte, tra il plauso di senatori e onorevoli del nuovo parlamento italiano, per il suo saluto inaugurale scritto dal premier Cavour. Tra i primi passaggi c’era l’invito ai politici a vegliare perché l’unità politica (non ancora compiutamente raggiunta) non venisse mai meno. Citò gli equi e liberali princìpi che vanno prevalendo nei Consigli d’Europa e il ruolo di garanzia che l’Italia avrebbe di nuovo assunto; ringraziò i governi francese e inglese della loro benedizione al nuovo corso italiano e assicurò la Prussia sul fatto che l’unità d’Italia non poteva offendere nessuna nazione. Richiamò i parlamentari alla promozione dell’esercito e della marina per la tutela dei confini; e celebrando in sintesi gli ultimi successi bellici, ricordò che grazie ad essi il popolo italiano poteva confidare nuovamente sul proprio futuro di nazione. Il commiato fu quello di re e di soldato. La seduta venne interrotta molte volte dagli applausi, facendo così protrarre il breve discorso per ben 45 minuti. Tra i neo parlamentari presenti spiccavano nomi illustri: Alessandro Manzoni, Giuseppe Verdi, Giuseppe Garibaldi, Massimo D’Azeglio. Andato via il re, Garibaldi e Cavour ebbero un forte alterco sulla questione dell’esercito italiano. Era davvero iniziata l’ordinaria amministrazione parlamentare.

21
ott
11

Dittatori nella polvere

Dittatori nel ventre materno

Ci sono dittatori, graziati dalla Storia, che muoiono nei loro letti e altri che finiscono nella polvere crivellati di proiettili. Per i corpi inermi di questi ultimi non c’è rispetto, perché quanto più forte fu il loro potere da vivi, tanto più duro si mostra l’astio degli umili che su quei corpi prigionieri e su quei cadaveri esercitano una vendetta covata per anni. Per alcuni è difficile non perdere l’umanità sentendosi improvvisamente in pugno un potere pari a quello degli odiati oppressori.

Al plotone d’esecuzione del dittatore rumeno Nicolae Ceausescu, condannato a morte dopo un processo sommario, fu raccomandato di non colpirne la faccia perché, dopo, fosse riconoscibile nelle foto. L’immagine di quel corpo scomposto a terra esercitò comunque un macabro effetto, disteso accanto al cadavere della moglie passata per le armi con lui. Ma almeno, in quel freddo 25 dicembre 1989, i due cadaveri vennero subito coperti da un pietoso telo militare: un gesto di pietas.

Benito Mussolini non sfuggì invece all’oltraggio del suo cadavere dopo che era stato umiliantemente appeso a testa in giù a piazzale Loreto a Milano. Oggi è la volta di Mohammar Gheddafi, trascinato ancora vivo su un pick up e picchiato prima di venir sommariamente giustiziato; e poi esibito morto, come trofeo di caccia, tra le gambe di un rivoltoso e ancora tirato su per i capelli dal pavimento a favore di fotografi improvvisati.

A Saddam Hussein era andata meglio, nonostante la diretta tv della sua impiccagione non gli avesse risparmiato l’umiliazione di mostrarsi al mondo, indifeso, nell’ultimo istante della sua vita.

La fine di Saddam Hussein e Gheddafi ha un curioso tratto comune: il luogo della cattura. Un buco. Saddam si era rifugiato il 13 dicembre 2003 sotto terra in un angusto buco sotterraneo nella sua città natale, Tikrit. Gheddafi il 20 ottobre 2011 è stato catturato a Sirte, sua città natale; anche lui nascosto in un buco, un tubo in cemento sotto la strada. Lui che nelle prime fasi della rivoluzione aveva invitato il popolo a schiacciare quei topi di fogna, ha cercato rifugio in un luogo abitato dai topi… Chissà, forse a proposito del luogo di nascita e del cunicolo scavato nella terra uno psicoanalista ci leggerebbe la ricerca di un rifugio nel luogo dei sentimenti, nel proprio passato; o un pentimento, il desiderio di tornare indietro… nel ventre materno.

12
set
11

Il mistero di Leonardo

Il codice della Gioconda

Cosa c’è dietro l’enigmatico sorriso della Monna Lisa ? Se lo chiedono da 500 anni milioni di persone e  gli 8 milioni e mezzo di visitatori che ogni anno vanno in pellegrinaggio al Louvre davanti a questa tela di 77 x 53 cm. che è il simbolo stesso del museo parigino.

Il giornalista investigativo californiano Scott Lund ha trovato la sua risposta, affascinante e intrigante, anticipata a Roma il 10 settembre 2011. Raccolto al Colosseo, dopo un tamtam su Facebook, uno sparuto numero di curiosi, li ha condotti dopo mezz’ora di cammino guidato da un suonatore di cornamusa (novello pifferaio magico che però non ha prodotto l’attesa aggregazione) fin sul colle del Gianicolo dove l’arcano è stato svelato. In questa giornata storica siete i primi a conoscere, dopo 500 anni, il codice della Gioconda, aveva anticipato Lund parlando con una certa enfasi sulla collinetta accanto all’anfiteatro Flavio. E così lo abbiamo seguito in un assolato pomeriggio romano.

La teoria del documentarista che sta scrivendo il libro The Mona Lisa Code, è la seguente. Leonardo da Vinci iniziò prima del 1503 questa piccola tela che portò sempre con sé fino alla morte, attribuendole per questo grandi significati che si sono tradotti negli anni, per i posteri, in un mistero da svelare. Lund pensa che l’opera sia stata partorita non a Firenze come si dice, ma a Roma e rappresenti un simbolico raccordo tra cristianesimo e paganesimo, contenendo una sorta di mappa geografica che unisce il Vaticano al lago di Nemi dove si trovava il tempio di Diana, protettrice delle nascite. Nella retta di 29 km e mezzo che da nordovest a nordest unisce Nemi a San Pietro si trova il Gianicolo, colle sacro al dio bifronte Giano, dove San Pietro venne martirizzato nell’anno 67. E Giano aveva due facce che guardavano lati opposti: in questo caso verso la cristianità e il paganesimo; ma in un’altra trasposizione, verso il maschile e il femminile, verso la vita e la vita che si sta formando. Sul Gianicolo, al tempietto del Bramante (amico di Leonardo) Scott Lunch ha spiegato che Monna Lisa era la personificazione di questa piccola edicola circolare, arrivando a dire che l’artista toscano e il collega marchigiano idearono insieme i due progetti per simboleggiare l’eterno dualismo.

Nella Gioconda vi sarebbe quindi il concetto dell’unità che unisce la madre al figlio che porta in grembo, quell’anima condivisa che l’autore americano ritrova nell’anagramma MONA LISA – ANIMA SOL col significato di anima sola o anima del sole (il sole  sostituì Giano per i Romani). Per questo la donna Lisa non sarebbe una creatura reale, ma un simbolismo ispirato alla dualità del dio Giano bifronte: il che spiegherebbe le sembianze non troppo femminili del ritratto, col lato destro maschile e il sinistro (più ampio) femminile, con sopracciglia assenti per rappresentare meglio il concetto di neonato; la mano destra che ferma la sinistra. Nell’acqua dello sfondo di sinistra si vede del rosso che potrebbe rappresentare il cordone ombelicale, mentre il paesaggio di destra (col ponte) è più attinente alle attività maschili.

Sul Gianicolo da cui si gode la visione d’insieme della caput mundi, nel 1502 Bramante iniziò il tempietto attiguo alla chiesa di San Pietro in Montorio. Il Gianicolo si trova in linea retta col lago di Nemi e per questo lo sfondo alla sinistra della Gioconda rappresenterebbe la leggendaria fonte Egeria consacrata alla dea Diana (lago di Nemi) e meta nell’antichità, dei pellegrinaggi delle donne incinte. Sullo stesso lato sinistro, evidenzia Scott Lund, il paesaggio leonardesco nasconde una roccia che pare un san Cristoforo traghettatore di Gesù bambino. L’altro paesaggio a destra della Monna Lisa è una parte di Tevere, fiume che trasportò la cesta contenente Romolo e Remo neonati. Di qui il convincimento che il codice della Gioconda rappresenti la singola anima che la mamma condivide con suo figlio prima che questo venga alla luce. Ma vi è anche la possibilità, ammette Scott Lund, che MONA LISA sia l’anagramma francese di MIO SALAI, il giovane assistente omosessuale che fu compagno di vita del grande maestro. In questo caso il ritratto potrebbe essere la summa delle fattezze di Salai, di Leonardo e forse della nobile fiorentina Lisa Gherardini. Il mistero continua.

08
set
11

Italiani brava gente

Italiani brava gente

… ma anche impuniti

criminali di guerra

L’italiano si autoassolve sempre delle proprie colpe, e poi il nostro, si dice, è un popolo generoso fatto di brava gente. Ma negli anni recenti del Fascismo noi italiani abbiamo dato dimostrazione di essere un popolo feroce, con giovani e padri di famiglia capaci di compiere atrocità in nome di un’ideologia o anche solo di ordini superiori. Quando si parla di criminali di guerra, non pensiamo mai a nostri connazionali, eppure al termine della seconda guerra mondiale la Jugoslavia ricercava come criminali di guerra 800 italiani e l’Etiopia altri 400: 1.200 italiani criminali di guerra! Tra questi i peggiori per i nostri confinanti erano i generali Mario Roatta e Pirzio Biroli, mentre per gli africani i grandi ricercati erano il maresciallo Pietro Badoglio e il generale Rodolfo Graziani. Ma nonostante le giuste richieste straniere, questi generali vennero protetti e mai processati all’estero, tanto che morirono nei loro letti. E quando ricordiamo le odiose rappresaglie dei tedeschi durante l’occupazione dell’Italia (per ogni tedesco ammazzato, 10 italiani uccisi) dimentichiamo (o meglio non sappiamo) che i nostri connazionali prima di loro avevano fatto ben di peggio: nell’occupazione del Montenegro i comandanti italiani disposero che per ogni soldato italiano ucciso o per ogni ufficiale ferito, si ammazzassero 50 civili e 10 per ogni sottufficiale o soldato feriti in imboscate; altre rappresaglie in Jugoslavia portarono a radere al suolo interi villaggi abitati, e in Somalia la risposta all’uccisione di due aviatori italiani determinò il bombardamento di tre villaggi con 71 bombe all’iprite.

Stragi in Jugoslavia targate Modena

Cominciamo dal primo. Il generale Mario Roatta, 55 anni al momento degli eccidi ordinati in Jugoslavia, nel 1944 fu arrestato, ma non per aver provocato tante vittime innocenti: per non aver difeso Roma dai tedeschi. Subì poi un processo nel ’45 per l’omicidio dei fratelli Rosselli. Ma come avvenne molti anni dopo per Kappler,che scappò dall’Ospedale militare del Celio a Roma, il generale modenese evase in pigiama dall’Ospedale militare Virgilio di Roma prima di deporre nel marzo 1945 fuggendo ; si rifugiò in Vaticano e di qui fuggì in Spagna protetto dal dittatore Franco a cui anni prima aveva dato una mano con le sue truppe volontarie fasciste. Amnistiato nel 1946, fu completamente scagionato nel 1948, nonostante la condanna all’ergastolo per la mancata difesa della capitale dopo l’8 settembre. Rientrò in Italia nel 1966 e morì a Roma due anni dopo. Nessuno gli chiese conto di quanto aveva fatto in Jugoslavia, dove il generale (che i suoi soldati chiamavano la bestia nera) con la 2^ armata istituì molti campi di concentramento in cui si giustiziavano i deportati e autorizzò quotidiani rastrellamenti nei quali l’ordine era di razziare le case e darle alle fiamme. A seguito di un’azione dei partigiani comunisti di Tito, l’esercito italiano al comando di Roatta usava questa condotta: interveniva nella zona con intere divisioni, radeva al suolo i villaggi e deportava nei lager italiani la popolazione. Tristemente famoso quello di Kampor sull’isola di Rab (oggi località balneare). Come raccontano alcuni testimoni nel docu-film Fascist-Legacy (L’eredità del fascismo) girato dalla BBC sulle stragi compiute dagli italiani e trasmesso in Italia soltanto da La7 in ampi stralci nel 2004 (qui il primo di 5 video di circa 9 minuti l’uno che si trovano su Youtube), in quel lager che non aveva molto da invidiare a quelli nazisti, i prigionieri a cui non veniva dato quasi mai da bere, dormivano per terra nelle tende e venivano nutriti a maccheroni galleggianti nell’acqua. I bambini erano costretti a indossare fogli di giornale come pannolini. Le foto di esseri scheletriti raccontano meglio delle parole le condizioni di vita che in un inverno del 1942 provocarono in quel solo campo 50 morti al giorno tra i civili. In tutto a Kampor le vittime accertate furono 4.641 nonostante il tentativo degli italiani di camuffarne il numero seppellendo fino a tre bare sotto un’unica croce. Ma il numero complessivo degli jugoslavi deportati nei lager italiani è di 150.000 (si calcola che sui 360.000 abitanti della provincia di Lubjana, 70.000 vennero internati e 15.000 uccisi).

L’episodio più brutale di quell’occupazione fascista fu l’eccidio di Podhum, villaggio vicino a Fiume. Quando vi entrarono esercito, carabinieri e milizia fascista, con due carri armati, nessuno fu permesso lasciare il paese. Dopo il saccheggio le case furono incendiate coi lanciafiamme mentre le mitragliatrici dei tank sparavano sulla gente. I superstiti dovettero portare i morti in una grande fossa, poi vennero a loro volta uccisi davanti ai familiari costretti a guardare: in tutto 120 vittime. A mezzogiorno, dopo 5 ore di “intervento”, il risultato fu: 320 case bruciate e 800 tra donne e bambini inviati in un lager in Italia. Il generale Roatta in una circolare scriveva: Non occhio per occhio e dente per dente, piuttosto una testa per ogni dente. Nel ’42 il generale Mario Robotti scriveva: Si ammazza ancora troppo poco. E in una circolare ordinava di passare per le armi chiunque, in quelle terre occupate, fosse stato trovato con materiale adatto a preparare tessere comuniste o con documenti comunisti.

Feroce molisano in Montenegro

50 civili per ogni italiano ucciso

Sull’altro fonte meridionale, nel Montenegro occupato dagli italiani, il generale di Campobasso Alessandro Pirzio Biroli, comandante del corpo d’armata, 65 anni all’epoca, prima di divenire per due anni governatore del regno del Montenegro, ordinava i suoi massacri dicendo: Meglio essere temuti che rispettati. Era il primo luglio 1942 quando una camicia nera scrisse alla propria famiglia: Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti. Ogni notte abbiamo ucciso famiglie intere, picchiandole a morte o sparandogli. La ferocia del generale, che ammirava la violenza dei tedeschi e che per il suo impegno ottenne poi da Hitler la Gran Croce dell’Aquila tedesca, si spinse a ordinare le seguenti rappresaglie: per ogni soldato italiano ucciso o per ogni ufficiale ferito 50 civili ammazzati e 10 per ogni sottufficiale o soldato ferito in imboscate. Quest’uomo, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Londra del 1908 per la sciabola a squadre, in un opuscolo distribuito alle truppe, dei montenegrini scriveva: Odiate questo popolo. Esso è quel medesimo popolo contro il quale abbiamo combattuto per secoli sulle sponde dell’Adriatico. Ammazzate, fucilate, incendiate e distruggete questo popolo. Si parla di stupri, omicidi, donne bruciate vive in casa, bombardamenti aerei di scuole e case… Tra i tanti villaggi rasi al suolo con l’uccisione dei loro abitanti, c’è l’episodio raccapricciante di Medjedje dove nel maggio 1943 dopo il passaggio degli italiani, tra le macerie furono trovati carbonizzati 72 cadaveri mutilati, in gran parte vecchi e ammalati.

Il comportamento degli italiani invasori produsse negli jugoslavi una sempre più dura reazione, culminata in feroci schermaglie come la reciproca consegna di cesti pieni di occhi e di testicoli strappati al nemico. Scrisse Tito nelle sue memorie: Le brutali rappresaglie degli italiani (l’incendio di 23 case e l’uccisione di circa 120 abitanti di Vlaka, Jabuka, Babina e Mihailovici e altri villaggi sulla sponda del Lim, nonché le successive commesse a Drenavo) suscitarono in noi e nei nostri combattenti un cupo furore. Neanche del criminale di guerra Pirzio Biroli l’Italia consentì mai l’estradizione (anche per la mancanza di relazioni diplomatiche Italia-Jugoslavia), tanto che il generale visse a Roma libero altri vent’anni prima di morire a 65.

Armi italiane di distruzione di massa

e lager in Etiopia

Sul fronte africano gli italiani si erano distinti già nel 1935 per atti altrettanto feroci di cui si resero protagonisti due eroi della prima guerra mondiale: il maresciallo Pietro Badoglio e il generale Rodolfo Graziani. In Etiopia gli italiani invasori effettuarono bombardamenti aerei con l’iprite (gas letale usato per la prima volta dai tedeschi in Belgio nel 1917 a Ypres, da cui il nome), usando quindi tra i primi al mondo armi di distruzione di massa. Tra il 1935 e il ’36 in 5 mesi in Etiopia gli italiani riversarono sulla popolazione 85 tonnellate di iprite, che già avevano usato nel 1930 nel golfo della Sirte in Libia. Questo gas altamente vescicante, mai più usato in seguito da altri, fissandosi nel terreno anche per settimane, nella migliore delle ipotesi provoca devastanti piaghe difficilmente guaribili, ma in alta concentrazione uccide in 10 minuti; penetra qualsiasi tipo di tessuto e può dare la morte anche lentamente, danneggiando il Dna e provocando tumori.

Graziani. Dal seminario di Subiaco

al gas sugli Abissini,

a decapitazioni e massacro di monaci

Rodolfo Graziani, nato a Filettino nel 1882 da una famiglia borghese, uscito dal seminario di Subiaco, preferì la carriera militare. Dopo aver preso parte come ufficiale alla guerra italo-turca durante la quale imparò l’arabo, come capitano fu pluri decorato nella prima guerra mondiale e nel 1918 a 36 anni divenne il colonnello più giovane della storia italiana. Inviato nel 1921 in Libia, riuscì a battere la resistenza locale riportando la Cirenaica all’Italia colonialista. Quei successi furono però fin da subito ottenuti con la ferocia di questo ufficiale definito in seguito il macellaio di Libia. Un articolo de La Stampa del 23 febbraio 1935 ne cantava le lodi definendolo tempra magnifica di soldato e di colonizzatore, maschia figura…che nella sua tenda non pensa ad altro che a quello che sarà domani il paese conquistato, grazie alla pace che egli ha saputo imporre. Ma la realtà di questo uomo di pace era un’altra: Graziani fece internare centinaia di migliaia di libici in campi di concentramento appositamente allestiti nel deserto, dove morirono decine di migliaia di prigionieri per la scarsezza di acqua e cibo e per le pessime condizioni igienico- sanitarie. L’alto ufficiale perpetrò così uno sterminio basato sul concetto di pulizia etnica: tecnica che gli valse nel 1930 la promozione da parte di Mussolini a governatore della Cirenaica (per 4 anni). Nel 1935 divenne comandante delle operazioni in Abissinia dove fece uso di bombe aeree dotate di gas asfissianti, sterminando un nemico poco armato, che in alcuni casi difendeva la propria terra lanciando pietre contro i carri armati italiani. Dopo le torture e la decapitazione di un pilota italiano fatto prigioniero, la vigilia di Natale il generale Graziani fece un bel regalo agli abissini: inviò su di loro tre caccia Caproni 101 bis carichi di bombe all’iprite e al fosgene, bombe che scoppiavano a 250 metri d’altezza per amplificare l’effetto del gas che lo stesso Mussolini in un telegramma aveva autorizzato ad usare come estrema ratio. In 5 giorni vennero lanciati 125 ordigni. La comunità internazionale costrinse Mussolini a smettere quei bombardamenti all’iprite, che tuttavia Graziani impiegò anche il 30 dicembre sul fronte nord dove gli italiani intenzionalmente colpirono un ospedale della Croce Rossa svedese. In una delle sue raccomandazioni Graziani scrisse: La rappresaglia deve essere effettuata senza misericordia. Anche gli abissini si resero colpevoli di atrocità, arrivando ad evirare i prigionieri e usando pallottole dum-dum vietate a livello internazionale. Come vicerè dell’Etiopia, Graziani allestì lager e forche e la repressione italiana fu brutale, come mostrano le foto di nostri soldati che esultano accanto ai cadaveri penzolanti dei ribelli, impugnano a mo’ di trofeo le loro teste mozzate o le gettano nelle ceste. Si sa che molti prigionieri vennero anche lasciati cadere dagli aerei, molto prima quindi di quel che avvenne in Argentina con i desaparecidos uccisi dal regime fascista tra il 1976 e il 1983.

Durante una pubblica manifestazione culminata con l’elemosina fatta da Graziani a poveri e capi tribù, il vicerè fu oggetto di un attentato. Una delle 5 bombe lanciategli contro gli provocò 350 ferite. L’attentato proseguito a colpi di mitragliatrice, causò 7 morti e 50 feriti e fu l’inizio di una dura rappresaglia che dai primi 300 etiopi uccisi indiscriminatamente sul luogo dei fatti portò alla morte di moltissimi altri (3.000 secondo gli inglesi, 30.000 secondo gli etiopi, 300 per gli italiani). Guarito, il generale Graziani ordinò il massacro al monastero ortodosso di Debre Libanos, ritenuto rifugio temporaneo degli attentatori: morirono tra 1.200 e 1.600 persone tra monaci, suore e giovani catechisti. In seguito le rappresaglie si indirizzarono su migliaia di indovini e cantastorie, rei di profetizzare la fine della dominazione italiana. Dopo alterne vicende politico-militari, Graziani fu ministro della Difesa della Repubblica Sociale Italiana. Arresosi agli americani a Milano, finì in Algeria in un campo di concentramento da dove passò in un carcere a Procida. Per reati compiuti durante la RSI lo condannarono a 19 anni, ma 17 gli vennero abbuonati e nel 1953 divenne presidente onorario del Movimento Sociale Italiano, morendo a Roma come uomo libero nel ’55.

Badoglio, da Asti ai lager di Libia

alle bombe sugli ospedali etiopi

Astigiano, Pietro Badoglio è nei libri di storia come eroe della guerra di Libia (1911-12) e della prima guerra mondiale, prima, e come capo del governo del dopo-Mussolini (dal 25 luglio 1943 all’8 giugno 1944) poi. Fu senatore dal 1919 al 1946, Maresciallo d’Italia, governatore di Cirenaica e Tripolitania. In suo onore nel 1939 il paese natale di Grazzano ha addirittura cambiato nome e ancor oggi si chiama Grazzano Badoglio. Ma di Badoglio non c’è molto da santificarne il ricordo. Il 20 giugno 1929 avviò la deportazione in 13 lager di 100.000 libici dalla Cirenaica, per consentire all’Italia di impossessarsi dei loro beni. Quella massa di persone fu scortata nel deserto con una marcia forzata di mille km; la fatica, gli stenti, le malattie e il caldo ne uccisero 40.000 in 4 anni. Tuttavia in quel periodo Badoglio in Italia veniva celebrato dalla stampa come un grande benefattore dei libici per le molte opere pubbliche realizzate, tra cui la litoranea (la via Balbia, 1.822 km che collegano Tunisia ed Egitto) ed edifici a Tripoli e Bengasi.

Il 30 novembre 1935 Badoglio fu spostato in Etiopia riunendo contro 215.000 abissini poco armati e privi di cannoni e aerei, ben 200.000 soldati, 350 aerei, 750 cannoni e 7.000 mitragliatrici. Non gli fu quindi difficile sbaragliare il nemico e venir proclamato da Mussolini viceré dell’Impero italiano il 9 maggio 1936. Ma nonostante la schiacciante supremazia militare, il generale Badoglio impiegò ugualmente un’arma letale vietata dal Protocollo di Ginevra del 1925: il gas iprite. La usò già prima che Mussolini lo consentisse con ordini scritti il 28 dicembre 1935 (telegramma n. 15081), dicembre 1935 (telegramma n. 29), 19 gennaio 1936 (telegramma n. 790) e per la Somalia il 15 dicembre 1935 (telegramma n. 14551), dicembre 1935 (telegramma n. 79), 6 gennaio 1936 (telegramma n. 336), 27 aprile 1936 (telegramma n. 7440). Rientrato in patria e conferitagli la tessera del Partito Nazionale Fascista, il primo novembre 1937 Badoglio subentrò allo scienziato Guglielmo Marconi alla presidenza del Consiglio Nazionale delle Ricerche e fu tra i firmatari del Manifesto della razza. Caduto in disgrazia al duce, nel 1940 si dimise da capo di Stato maggiore generale e alle 22,45 del 25 luglio 1943 dopo l’arresto di Mussolini voluto dal re Vittorio Emanuele III, pronunciò a Radio Eiar il celebre discorso La guerra continua e l’Italia resta fedele alla parola data Il 28 luglio scrisse rassicurando Hitler sull’alleanza italiana, ma l’8 settembre 1945 alle 19,45 Badoglio parlò nuovamente per radio agli italiani annunciando l’armistizio. Poche ore dopo, alle 5,10 del 9 settembre, lui, il generale Roatta (quello degli eccidi in Jugoslavia), il re e la sua famiglia, stavano già scappando. Badoglio fu il primo a imbarcarsi a Pescara sulla corvetta che avrebbe poi prelevato i Savoia per portarli a Brindisi dove si insediarono sotto la protezione degli alleati. Dopo la capitale provvisoria di Brindisi, nel febbraio 1944 divenne capitale Salerno: qui il 22 aprile 1944 nacque il primo governo post-fascista sostenuto dai sei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale. Vice presidente del consiglio venne eletto il comunista Palmiro Togliatti. Ma dopo un mese e 17 giorni il governo Badoglio cadde e il suo posto fu preso dall’avvocato liberale mantovano Ivanoe Bonomi.

Riguardo all’iprite va ricordato come l’uso di questo gas mortale si sia ritorto contro gli italiani (cittadini innocenti) quando la sera del 2 dicembre 1943, 105 aerei tedeschi giunti da aeroporti italiani, greci e slavi, bombardarono le navi presenti nel porto di Bari. Tanto erano vicine tra loro, che bastarono poche bombe a creare, con gli incendi, una reazione a catena. Tra quelle coilpite c’era il cargo militare americano John Harvey che segretamente trasportava anche 100 tonnellate di iprite. Vennero affondate 5 navi Usa, 4 inglesi, 3 norvegesi, 3 italiane e 2 polacche: 17 navi in tutto, come a Pearl Harbour di cui due giorni dopo ricorse il secondo anniversario. Bari fu la Pearl Harbour italiana. In quella occasione tra il porto e la città vecchia morirono quasi mille persone e molti rimasero ustionati e uccisi dal gas che si sprigionò su Bari con una nube tossica.

Niente processo ai criminali italiani

1° insabbiamento del dopoguerra

L’accusa di genocidio fatta dagli etiopi a Badoglio dopo la fine della guerra, venne aggirata dall’Italia, che ottenne dagli alleati di giudicare in casa i responsabili. All’ONU l’Etiopia aveva inviato un elenco di 10 responsabili italiani di bombardamenti con gas e distruzioni di ospedali, e tra i nominativi risultava quello di Badoglio. Tuttavia quando la commissione d’inchiesta italiana avviò i lavori, il nome del maresciallo d’Italia non compariva e tutte le accuse presto furono archiviate. Il primo di una lunga serie di vergognosi insabbiamenti del dopoguerra italiano.

20
lug
11

I segreti degli Egizi

Due soli Egizi sollevavano 9 tonnellate

Come fecero gli Egizi a costruire 150 piramidi in 900 anni? Non certo impiegando migliaia di schiavi costretti a sollevare incredibili pesi come si è finora creduto. La forza lavoro era composta da operai pagati (a volte scioperavano) che praticavano turni di 10 giorni, intervallati da un week-end di riposo da passare in famiglia nei villaggi-dormitorio raggiungibili a piedi nel deserto. Riguardo al trasporto e innalzamento di blocchi di granito pesanti anche 250 tonnellate, recentemente si è compreso che il sistema usato era ingegnoso, molto più semplice di quel che si pensava e più sicuro rispetto alle moderne tecniche di sollevamento con le gru. Lo spiega l’egittologa archeologa torinese Donatella Avanzo, laureatasi all’Università de Il Cairo, che per conto del Museo Egizio di Torino ha effettuato per anni studi sulle piramidi, su templi e tombe reali. Da moltissimo tempo cercavamo di capire come avessero potuto sollevare quei blocchi, poi in una piramide vicino a quella di Giza, abbiamo notato dei segni regolari lungo tutto il corridoio ascendente: era la prima prova dell’esistenza della “macchina dei lunghi e corti legni” di cui scrisse lo storico greco Erodoto. Grazie al modello realizzato da Osvaldo Falesiedi tecnico Iveco con la passione per l’egittologia, assieme ai ricercatori del laboratorio di Ingegneria strutturale del Politecnico di Torino e al prof. Faraggiana, nel 2009 abbiamo realizzato questi argani lunghi 10 metri per 5 con corde di tessuto vegetale, verificando che effettivamente riuscivano nell’intento. E’ stato un successo avvallato dal prof. Silvio Curto, già direttore del Museo Egizio di Torino e da 10 anni studiato anche nelle Università di Oxford e Cambridge. Due sole persone erano sufficienti a sollevare senza sforzo un blocco pesante 9 tonnellate. Traducendo i geroglifici della nave di Sahura (5^ dinastia) ho anche constatato che le indicazioni di carico dell’albero maestro corrispondevano alla tecnologia descritta da Erodoto.

L’esperta, che al Museo del Duomo di Oderzo dall’11 al 24 luglio ha curato un’interessante mostra sulle abitudini degli Egizi, nelle sue conferenze parla anche di altre curiosità: la tecnologia usata per produrre il vino, con l’abitudine di appendere i fichi nel collo degli orci per accrescere la gradazione alcolica; l’etichetta del vino siriano contraffatta dal faraone Aha (Horus che combatte) che nel 3.200 a.C. si attribuì la paternità di quel liquido ancora non prodotto in Egitto e bevuto solo dal faraone; il ritrovamento di canti dei vignaioli; il torchio portatile (1.200 a.C.); la presenza dell’enologo raffigurato negli affreschi accanto ai vignaioli; i dipinti dei giovani che pigiano l’uva coi piedi all’interno dei tini; l’usanza di corredare le giare di vino con le iscrizioni in geroglifico riportanti nome della vigna e del capo vignaiolo e anno di regno del faraone. Come spiega anche il prof. Livio Secco docente di Lingua Egizia e di Egittologia e autore del primo dizionario egizio-italiano dai tempi di Champollion, Il termine egizio che indicava il vino era irp, parola onomatopeica che forse ricordava il verso dell’ubriaco. Si sono anche trovate descrizioni sulla qualità dei vini: irp nefer, ossia vino buono. In alcuni casi l’aggettivo era ripetuto anche tre volte: nefer nefer nefer.

La medicina dei faraoni

Sono molti i papiri che trattavano di medicina riportando citazioni risalenti al 3.000 a.C. quando già esisteva il codice etico del dottore (chiamato Sunu) il quale aveva come protettrice Sekmet, la dea dal corpo di donna e dalla testa di leonessa che diventava la testa di una gatta quando era intenta a curare (al Museo Egizio di Torino la più grande collezione mondiale di statue di questa divinità). Gli specialisti nell’antico Egitto erano: gastroenterologi, oculisti, dentisti, guardiani dell’ano, chirurghi. Dove non riusciva il medico subentravano il mago e il sacerdote con le loro formule magiche. Tra le curiosità citate da Donatella Avanzo, la lettera che la regina degli Ittiti fece portare alla moglie di Ramesse II attorno al 1.220 a.C. per chiederle di inviare al marito che non riusciva più a orinare, il medico del faraone in cambio di argento e altri doni. La sovrana del popolo un tempo nemico, venne accontentata e in seguito ringraziò annunciando la guarigione del re e onorando la promessa. Il medico aveva un suo codice deontologico: diceva quali mali poteva guarire, quali poteva curare e con quali avrebbe dovuto combattere. In ogni caso il medico seguiva questo principio: se non è possibile guarire il malato, gli si può però star vicino fino alla fine dei suoi giorni. Altra curiosità: nell’antico Egitto la medicina era praticata anche da alcune dottoresse.

17
apr
11

Fascismi. I segnali

Poteri disturbati

Le intercettazioni sono immonde e indegne di uno Stato libero- Certa magistratura che ha fatto morire all’estero Craxi tenta il golpe. Sono due dei concetti espressi da Berlusconi alla convention milanese del Pdl. Ma il premier ha anche definito eversivo il processo Mills e la Consulta un organo politico sottoposto alla sinistra. Ha inoltre evocato l’esigenza di una commissione parlamentare d’inchiesta per associazione a delinquere a fini eversivi, nei confronti della magistratura che indaga su di lui.

Ecco cos’aveva detto della personalità di Berlusconi lo psichiatra Luigi Cancrini, presidente del Centro studi di Terapia familiare e relazionale in un’intervista ad articolo 21 nel dicembre 2009: http://www.articolo21.org/317/notizia/berlusconi-e-il-disturbo-vincente-intervista-allo.html .

Fascismi. I segni da leggere

Benito l’inventore

Il comunismo russo che aveva decapitato il capitalismo spazzando via tutte le forme di potere esistenti per sostituirle con altre altrettanto- se non più- feroci, non può che atterrire le classi dirigenti europee alle prese con la grave crisi economica e politica e con la ricostruzione dopo la grande guerra. Il bolscevismo del 1917 rappresenta il nuovo che avanza, e può essere visto con entusiasmo solo dalle classi più disagiate che sperano di riscattarsi da condizioni di lavoro e di vita appena al di sopra della sussistenza. In Italia due anni di scioperi (1919-20) che portano a ridurre l’orario di lavoro da 11 a 8 ore, minacciano l’espansione del vento dell’est che potrebbe spazzar via non solo i potentati economici, ma anche la classe borghese. Così il capitalismo italiano prima e tedesco poi, con l’appoggio della Chiesa che teme di finire come in Russia, individuati i punti deboli della popolazione su cui è più facile far leva, pilotano il consenso delle masse premiando due personalità dall’egocentrismo smisurato: Mussolini e Hitler. In completa assenza di personalità regali o repubblicane capaci di attrarre su di sé sentimenti di devozione e passione per guidare i sudditi verso nuove alte mete, il potere economico coltiva con pazienza i suoi teneri germogli: creature che tra i loro simboli di rinascita socio-culturale scelgono il teschio, il pugnale e il manganello. Mussolini ha 35 anni e Hitler 30, quando entrano in politica. A simboleggiare la vicinanza tra potere economico e nuove forze nascenti reazionarie, il luogo non casuale dove il 23 marzo 1919 nasce ufficialmente il Fascismo è, in piazza San Sepolcro 9 a Milano, la sede del Circolo per gli interessi industriali, commerciali e agricoli (la futura Confindustria), che l’affitta alla neonata Federazione dei Fasci italiani di combattimento.

Nelle elezioni del novembre ’19 i fascisti prendono 4.500 voti e zero seggi in Parlamento, ma con qualche aiuto da parte di chi conta, alle elezioni del 15 maggio 1921 riescono a far eleggere 35 deputati e da lì inizia la scalata che inizialmente segue l’iter democratico. Nel 1921 il Paese ha altre priorità: 4 milioni di disoccupati, consumi a picco, forti debiti. Siamo in anni in cui la differenza tra chi comanda e chi può solo obbedire è segnata da due elementi fondamentali: analfabetismo e informazione scarsa e manipolata. Nel 1921 non sa né leggere né scrivere il 35,8% dei 35.856.000 italiani: quasi 13 milioni dei nostri nonni e bisnonni basa le sue convinzioni solo su ciò che sente dalla viva voce degli altri o al cinematografo o sui dischi di qualche grammofono: la prima trasmissioneradiofonicadell’URI (Unione Radiofonica Italiana) è diffusa da Roma alle ore 21 del 6 ottobre 1924 con un concerto di Haydn. Pochi quindi possono informarsi leggendo le fonti ufficiali: 17 i quotidiani esistenti (Avanti!, Corriere della sera, Giornale d’Italia, Il Gazzettino, Il Giornale di Sicilia, Il Mattino di Napoli, Il Messaggero, Il Piccolo, Il Resto del Carlino, Il Secolo, Il Secolo XIX, Il Sole, La Nazione, La Stampa Gazzetta Piemontese, La Tribuna di Roma, L’Osservatore Romano, Popolo d’Italia) più uno sportivo (La Gazzetta dello sport). E d’altra parte questi e gli altri giornali non sono più liberi di raccontare tutto: il regime fascista inizia ad acquistare le maggiori testate e a manipolare l’informazione attraverso la censura praticata dal Ministero della Cultura Popolare (Min.Cul.Pop.). Così anche le persone erudite si formano all’ombra di una verità parziale e tendono ad avere dell’Italia solo una falsa visione positiva: è un Paese felice, non toccato da grandi scandali e violenza, sempre più importante nel mondo, dove si fa tanta ginnastica e ci si sente tutti figli della stessa patria, finalmente uniti entro i confini della nazione ricomposta. Così soltanto chi è a contatto con gli oppositori al regime sa dei 726 assalti e pestaggi che nella prima metà del 1921 colpiscono persone e sedi di sinistra nella sola pianura padana; e chi riveste ruoli sociali e sente parlare di questi fatti, li commenta come ragazzate… un po’ di olio di ricino per far passare la voglia di protestare…

E per dar corpo al nuovo pensiero unico, la prima riforma varata da Benito Mussolini capo del governo dal 30 ottobre 1920 è, nel 1923, quella della scuola che diventa il primo educatore degli italiani. Lo stesso anno stabilisce che il direttore dei giornali dev’essere gradito al prefetto, cioè al potere centrale; e nel ’26 con la legge Rocco istituisce una speciale magistratura del lavoro per frenare le controversie sindacali. Abolisce il diritto di sciopero. Nel 1929 sigilla la collaborazione Stato-Chiesa con il Concordato che tra l’altro esenta i sacerdoti dal servizio militare e rende obbligatorio l’insegnamento della religione nelle scuole.

Adolf il clone

Adolf Hitler scende in campo (per usare una locuzione così amata dagli italiani di destra centro e sinistra negli ultimi vent’anni) che è ancora caporale, a 30 anni, quando a Monaco di Baviera viene incaricato di spiare le adunate del Partito Tedesco dei Lavoratori. Il 12 settembre 1919, quando si contrappone pubblicamente al discorso anti capitalistico dell’anti semita Gottfried Feder, uno dei fondatori di quel movimento, si accorge di possedere un grande carisma e pensa di usarlo. Si iscrive al partito divenendone presto il leader; nei suoi comizi populistici gioca una carta facile: attacca praticamente tutti, comunisti, socialisti, liberali, capitalisti ed ebrei.

E quando scala il potere, Hitler lo fa inizialmente in forma democratica. Nel 1928 alle elezioni il suo Partito Nazional Socialista ottiene il 2,6% dei consensi; nel 1930 sono già 6 milioni e mezzo i voti ottenuti, risultando il secondo partito dopo il Socialdemocratico (24,5%), col 18,3% delle preferenze e 107 seggi in Parlamento davanti ai comunisti (13,1%). Ai tedeschi non piace il partito governativo di centro-destra che propone più tasse e tagli alla spesa pubblica, governando a colpi di decreti-legge. Così alle elezioni di due anni dopo, in piena forte crisi economica e politica e dopo che Hitler è già risultato secondo alle presidenziali che han riconfermato il vecchio feldmaresciallo Paul von Hindenburg, i nazisti diventano il primo partito tedesco col 37,4% delle preferenze e 13 milioni di voti; tuttavia contrapponendosi ai comunisti (la seconda forza) non possono governare. Alle successive elezioni indette solo 4 mesi più tardi i nazisti perdono 2 milioni di voti passati ai comunisti. In assenza di alternative e su spinta dei conservatori che preferiscono affidarsi alle nuove idee nazionalsocialiste piuttosto che consegnare la Germania al bolscevismo rivoluzionario, il vecchio presidente Hindenburg (85 anni) il 30 gennaio 1933 nomina Hitler cancelliere del Reich senza rendersi conto di aver legittimato uno dei più feroci dittatori della storia. Dopo 11 anni a Berlino si ripete la storia di quanto avvenuto a Roma il 30 ottobre 1922 quando il re d’Italia aveva affidato la guida del governo a Benito Mussolini, il primo ex socialista che diventa dittatore. Mussolini e Hitler sono stati due leader che avrebbero potuto dire con una certa dose di ragione: Sono stato eletto dal popolo.

19
feb
11

Escort, le origini

Escort, la più volgare

per gli antichi Romani

Le vicende di questi giorni fanno venir voglia di usare i nomi più classici per indicare certi mestieri. Escort, seppure l’inglesismo ne paludi la forma, significa prostituta, e deriva dal termine più volgare con cui gli antichi Romani definivano queste lavoratrici: scortum. Da scortum deriva il francese medievale escorte, da cui l’inglese escort. Secondo il lessicografo Uguccione da Pisa vissuto nel 1200, scortum significava donna che fornica; deriva da corium che voleva dire cuoio, pelle dura, a sua volta derivato dal greco keiro, che voleva dire rasare, tosare. Evidente quindi un valore non certo raffinato dato al termine, molto lontano dal senso di morbidezza ed eleganza. Gli studiosi sostengono che nella romanità scortum, assieme a spurca (sozza) fosse uno dei termini più volgari che indicava chi si prostituiva (donna o uomo). Nel suo libro Words for prostitute in Latin, J.N. Adams dell’Università di Manchester dice chiaramente che tra i 50 sinonimi usati dai Romani per indicare le prostitute, si intuisce che meretrix era più elegante di scortum: d’altro canto quando si trattava di scortum, in Plauto il nome della donna a cui il sostantivo era riferito, non veniva mai citato.

Il commediografo umbro Plauto (255- 184 a.C.), ricordava come offesa il termine Es scortum obscenus, Sei osceno. Terenzio distingue la scortum dalla giovane prostituta, detta scortillum. Plauto che è tra quelli che maggiormente hanno citato le scortum, scrive in Poenulus (la codina): Scortum exoletum ne quis in proscaenio sedeat, neu lictor verbum aut virgae muttiant.. , ossia Che nessuna prostituta stagionata si sieda sul proscenio, che il littore stia zitto e tacciano anche le sue verghe

Apuleio ne le Metamorfosi dice: Perdio, te la meriti proprio una fregatura simile, e anche di peggio se fosse possibile, dal momento che invece di pensare alla tua casa, ai tuoi figli, ti sei messo a fare il galletto con una vecchia scortum. Di scortum parla anche Sallustio nell’opera storica de Catilinae coniuratione ricordando che l’imperatore, per legare a sé i suoi uomini, ad alcuni procurava delle scortum (scorta praebere).

Da un altro lato altri autori latini citavano scortum come donne bellissime e dotate di potere. Giovenale (50-140 d.C.), nel terzo libro delle Satire descrive l’uomo che, vedendo un’elegante scortum a cavallo (Chione, candida pelle), esita temendo sia troppo cara per lui. Nella commedia Menaechmi in cui suggeriva ai sessantenni di astenersi dalle avventure galanti, Plauto diceva: Hodie ducam scortum ad cenam atque aliquo condicam foras, ossia Oggi mi troverò una prostituta e mangerò fuori casa con lei.

Di scortum parla Cicerone in una lettera di Abelardo all’amata Eloisa: E se il nome di moglie appare più sacro e più valido, per me è sempre stato più dolce quello di amica, o, se non ti scandalizzi, di concubina e di prostituta (concubinae vel scorti). Cicerone adoperava la stessa parola per indicare donne di facili costumi che si celavano tra le madri di buona famiglia e che avevano evidentemente un’apparenza molto gradevole e grandi influenze sugli uomini. Scriveva nel De Senectute riferendosi al console Lucio Flaminino: Exoratus in convivio a scorto est… Durante un banchetto fu indotto da una prostituta a decapitare con una scure un condannato a morte. Scrive la poetessa romana Sulpicia (I secolo) nella sua Elegia raccontando il proprio amore per un uomo infimo: La toga è la veste delle prostitute (scortum), che non possono portare la stola matronale.

L’antico termine latino è rimasto quasi intatto nel dialetto romanesco, che con scortico indica da sempre la garconiere, appartamentino per le scappatelle.

Il Dittionario vulgare et latino di Filippo Venuti (stampato nel 1578 a Torino), alla voce puttana riporta: E’ quella, che per prezzo vende l’honore & l’honestà sua. O meretrix, is., o scortum, scorti, o lupa, ae; o monaria, ae.

In epoca latina Diobolare postribulum era il bordello delle prostitute da due soldi; e petro diobolare scortu, significava caprone da battone da poco. Puttaniere era la traduzione in volgare di scortator, colui che va con le scortum.

Alcuni tra i più usati sinonimi per indicare chi si prostituiva (prostituere voleva dire mettere la schiava davanti alla bottega del padrone perché offrisse sesso a pagamento) erano:  ambulatrices (passeggiatrici, in tempi più moderni dette anche peripatetiche), prostitute libere che quando lavoravano la notte diventavano noctilucae (lanterne, oggi lucciole), o bustuarie se esercitavano presso i cimiteri. Se si doveva generalizzare, si parlava di meretrix, colei che guadagna: ma c’erano anche le prostitute bruttine e le vecchie che quindi costavano poco: dette per questo infimae o diobolarie (da due oboli). La madre di tutte le 32.000 censite nella sola capitale, era la lupa, Acca Larenzia che aveva allattato Romolo e Remo; e da lupa derivò il termine lupanare (bordello); ma c’era anche la variante professionale dell’artista emancipata che danzava e recitava e al massimo si concedeva all’uomo di potere in cambio di qualche regalo: la preferita da Cicerone si chiamava Citeride.

Prima di loro i Greci chiamavano pornè le prostitute più infime, col significato di in vendita, mentre la prostituta di lusso era detta etère, compagna. Nel gergo popolare, dal Medioevo ad oggi, la prostituta è anche detta puttana (dal latino puta, ragazza) o troia, nel senso di scrofa gravida: il porcus troianus era il maiale riempito a dismisura di polli e uccelli e servito a tavola (l’aggettivo ricordava ovviamente il cavallo di Troia). In epoca romana la prostituta era la schiava professionista registrata nella lista degli Edili (magistrati): lavorava (versando per questo le tasse) dopo le 4 del pomeriggio nei lupanari e a tutte le ore negli alberghi, nei forni o alle terme indossando sempre la toga maschile per farsi riconoscere. A fugare ogni dubbio sull’origine filologica del termine escort viene il dizionario dell’Accademia della Crusca, che definisce puttana abbietta e sfacciata la bagascia, altrimenti detta in latino scortum. Quindi quella che oggi chiamiamo escort era per i Romani soltanto una prostituta. Come dargli torto? Affittare il proprio corpo per 30 euro o per 10.000, a parte il diverso introito, non è forse la stessa cosa?

La storia italiana ricorda celebri prostitute e la più importante del Medioevo fu la romana Marozia. Il vescovo di Cremona Liutprando (Pavia 920-972), al servizio di Berengario II, in una sua poesia, chiamò scortum impudens satis (prostituta parecchio spudorata) Marozia, personaggio chiacchieratissimo del suo tempo. (sopra il titolo, l’affresco “pubblicitario” all’interno di un lupanare romano)

28
giu
10

Ustica, tra dolore e cinismo

Ustica, dopo 30 anni di menzogne, è tempo di cinismo

Venerdì 27 giugno 1980 il Dc9 Itavia partito con 2 ore di ritardo da Bologna alle 20,30 e atteso a Palermo, viene fermato in volo sul cielo di Ustica e precipita nel Tirreno. Quel volo viene interrotto da un’azione militare attuata in territorio italiano in tempo di pace contro un obiettivo civile, mezz’ora dopo la partenza del velivolo. Ma ci sono voluti 30 anni per non sapere una verità che risulta evidente alle persone di buon senso e al giudice Rosario Priore che concluse il processo nel 1999 con una sentenza riassumibile in questa sua frase: L’incidente al DC9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti.

Non bastasse il giudizio del giudice, suffragato dalle perizie e dagli innumerevoli depistaggi oltre che dalle morti sospette di una dozzina di testimoni, ci sono le affermazioni dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga e, nella trasmissione del 27 giugno 2010 in onda speciale su La 7, dell’ex ministro Gianni De Michelis. Per capire il ruolo delle istituzioni italiane, non solo dell’Aeronautica Militare che sempre ha ostacolato in tutti i modi l’inchiesta, basta ricordare che la Presidenza del Consiglio e l’allora ministro della Difesa invece di adoperarsi per far chiarezza sui fatti, si costituirono parte civile per contestare l’accusa di alto tradimento; la Cassazione però diede torto ai vertici dello Stato, ritenendo che essi non avessero potuto non sapere ciò che era accaduto sotto gli occhi elettronici di diversi radar militari e civili, il cui compito è appunto quello di assicurare la sicurezza dei voli.

Nella trasmissione su La 7 De Michelis ha difeso la “ragion di Stato”, parlando di una guerra sporca in atto tra Est e Ovest, e del fatto che solo gli storici, quando gli archivi segreti saranno aperti, potranno raccontare la verità. De Michelis ha in sostanza difeso le ragioni di opportunità politica internazionale, lasciando intendere che il volo civile si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, mentre era in corso un’azione di guerra. Con grande cinismo il politico veneziano ha ribadito il concetto di giustezza di interventi violenti contro “il nemico”, lasciando intendere l’ovvietà di una totale omertà da parte dei governi “amici”. Che Palazzo Chigi sapesse lo confermò Francesco Cossiga nel 2007 dichiarando che i servizi segreti raccontarono la dinamica dei fatti a lui e all’allora ministro degli Interni Nicolò Amato.

Interpellato in trasmissione lo stratega americano Edward Luttwak, ha fino alla fine difeso la tesi dell’incidente aereo o della bomba, invitando i “giovani magistrati italiani” a richiedere le carte alla Marina Militare Usa perché i segreti di Stato da loro decadono dopo 30 anni; e ha anche più volte accusato i magistrati italiani di inadeguatezza e incapacità di indagare.

Cossiga che nel 1980 era presidente del Consiglio, in una dichiarazione del 24 maggio 2010, aveva dato la sua versione della strage: sotto il Dc9 volava un aereo della Marina militare francese; lo faceva per impedire alla scorta del suo bersaglio libico (l’aereo che avrebbe dovuto trasportare il presidente Gheddafi) di vederlo nel radar. Dall’aereo francese sarebbe partito un missile non ad impatto, che però invece di centrare l’aereo di Gheddafi, esplose vicino al Dc9 Itavia facendolo precipitare. Lo stesso Gheddafi all’indomani della strage dichiarò che quei morti erano stati un errore perché il bersaglio era lui, che essendo stato avvisato dai servizi segreti italiani del piano francese non si sarebbe messo in viaggio.

In tutta questa grave vicenda restano i parenti di 81 innocenti, (11 i bambini) di metà dei quali non è rimasto neanche un brandello di carne su cui piangere. Rappresentati dalla senatrice Daria Bonfietti, i parenti delle vittime si sono sentiti irridere in trasmissione dal cinismo di Luttwak che ha definito l’ostinata ricerca di verità contro le tesi ufficiali degli Stati con il neologismo “usticare”. Abbiamo visto un buon esempio di televisione- specchio di questi tempi barbari: con due bravi giornalisti Luisella Costamagna e Luca Telese giustamente indignati, due evidenti esempi del potere che si avvita su se stesso e una voce libera che, finito il tempo delle sue lacrime personali, chiede con forza piazza pulita di ipocrisie e menzogne. Almeno da parte dello Stato italiano che dovrebbe avere come primo obiettivo la difesa della vita dei suoi cittadini.

10
feb
09

Palestina

bambina-e-soldato

Le radici dell’odio

Golia e Davide. I primi cent’anni

1843. Yehudah Alkalai, rabbino nato a Sarajevo, per primo invoca la nascita di colonie ebraiche in Terrasanta. Non auspica uno Stato, ma una vasta comunità religiosa dentro l’Impero ottomano. Scrive: Il sultano non farà obiezioni perché ogni nazione adorerà il suo Dio.

1870. In Palestina ebrei russi e rumeni promuovono insediamenti agricoli gettando le basi, con la scuola agricola Mirkve’ Israel, dell’attuale Tel Aviv.

1882. Prima migrazione di massa dalla Russia. I pionieri invocano la rinascita del popolo ebraico.

1890, 1 aprile. Il giornalista viennese Nathan Birnbaum in un articolo sul suo giornale Selbstemanzipation (Autoemancipazione) conia il termine sionismo, inteso come progetto per ricostituire uno Stato ebraico.

1896. Il giornalista ungherese Theodor Herzl a Vienna pubblica il libro Der Judenstaadt. (Lo Stato giudaico. Saggio di una soluzione moderna alla questione ebraica). E’ il manifesto del Movimento Sionista, nato in risposta al forte antisemitismo esistente.

1897, maggio. Herzl fonda a Vienna Die Welt, primo giornale sionista (non è il quotidiano tedesco attuale).

1897, 29 agosto. A Basilea primo Congresso Sionistia, voluto da Herzl e da lui presieduto. Si invoca la nascita di uno Stato per gli ebrei nella Terra di Israele. Sul suo giornale Herzl scrive: A Basilea ho fondato lo stato ebraico… Tra 50 anni tutti se ne renderanno conto…

1901. Al 5° Congresso Sionista si costituisce il Fondo Nazionale Ebraico (Keren Kayemet Le Israel, o KKL) per comprare terreni ed eseguire opere di urbanizzazione in Israele.

1902. Gli inglesi propongono la creazione di uno Stato ebraico in Uganda, ma agli ebrei la proposta non piace.

1904. Grande ondata migratoria ebraica russo-polacca verso la Palestina.

1907. Si inizia a parlare di come ufficializzare la presenza ebraica in Palestina e gli insediamenti si fanno massicci.

1909. Fondazione di Tel Aviv, prima città del mondo interamente ebraica.

1917. Gli inglesi sconfiggono gli Ottomani che lasciano la Palestina dopo 400 anni di dominio. La Dichiarazione Balfour del 2 novembre impegna Londra ad appoggiare una patria ebraica in Palestina.

1918. Nasce l’esercito ebraico. Dopo l’apporto spionistico all’esercito inglese, gli ebrei di Palestina costituiscono dentro le forze britanniche un proprio corpo volontario armato che combatte i turchi.

1919, 3 gennaio, Londra. Chaim Weizmann, capo dell’Organizzazione Sionista Mondiale e l’emiro Feisal Ibn al-Hussein al-Hashemi per conto del regno arabo di Hedjaz (regione dell’Arabia Saudita), firmano un accordo di collaborazione tra i due popoli. Al punto 4 si parla di stimolare e incoraggiare l’immigrazione in larga scala di ebrei in Palestina e salvaguardare gli interessi di contadini e proprietari arabi assistendoli nel loro sviluppo economico. Al punto 7 l’Organizzazione Sionista si impegna a fare ogni sforzo per assistere lo Stato Arabo fornendogli i mezzi per sviluppare le sue risorse naturali e le sue possibilità economiche.

1920. La Società delle Nazioni assegna alla Gran Bretagna (che ne controlla il territorio da 3 anni) il mandato sulla Palestina. Nel 1920 nasce Haganah, forza paramilitare clandestina per la difesa degli insediamenti ebrei.

1929, 14 agosto. Primi scontri generalizzati, dopo l’offesa arrecata agli arabi da gruppi nazionalisti sionisti di destra che avevano marciato attorno al Muro del pianto di Gerusalemme rivendicando la proprietà della città santa. In risposta, marcia araba fino al Muro e rogo di alcune pagine di libri di preghiere ebraici. Gli scontri infiammano presto l’intera Palestina. Il 24 agosto 70 ebrei uccisi a Hebron. Seguono rappresaglie militari di Haganah.

1931. In Palestina vivono 360.000 ebrei (erano 83.000 nel 1915), 761.922 arabi e 90.000 cristiani.

1933. Dopo nuove migrazioni ebraiche da Polonia e Russia, inizia una forte corrente migratoria dalla Germania nazista.

1936. Guerra civile di 3 anni scatenata dalle richieste arabe di indire elezioni, fermare la migrazione israeliana e terminare il mandato britannico. Gli inglesi si oppongono con durezza e negli scontri muoiono 5.000 arabi, 400 ebrei e 200 di loro. Alla fine gli inglesi promettono di ritirarsi entro il 1949 e di limitare l’immigrazione (che diventerà quindi clandestina, aumentando vorticosamente). Venendo meno l’appoggio inglese, gli ebrei cercano aiuto negli Stati Uniti.

1940. Durante la guerra mondiale gli ebrei si schierano con gli alleati, gli arabi con tedeschi e italiani in chiave anti-inglese. In questo periodo nascono le formazioni paramilitari Banda Stern, Irgun e Lehi che praticano il terrorismo contro gli arabi e contro gli inglesi fino al 1948.

1946, 22 luglio. Tra gli ideatori dell’attentato dinamitardo al King David Hotel, sede del comando inglese a Gerusalemme che provoca 91 morti (41 arabi, 28 inglesi, 17 ebrei e altri) ci sono i futuri primi ministri israeliani David Ben Gurion e Menachem Begin (comandante di Irgun, in seguito premio Nobel per la pace).

1948, 10 aprile. Di notte i gruppi paramilitari Irgun e Stern tentano di sgomberare il villaggio arabo di Dei Yassin provocando 250 vittime tra cui donne e bambini. Il giorno dopo Irgun distribuisce agli arabi le foto degli uccisi con l’avvertimento scritto: Aspettatevi altrettanto se non sparite!

1948, 13 aprile. Rappresaglia araba con attacco a un convoglio di medici e infermieri ebrei che stanno raggiungendo un ospedale di Gerusalemme: 77 morti. Lo stesso giorno nasce il primo governo ebraico.

1948, 15 aprile. Il Patriarca cristiano di Palestina per la prima volta nella storia si schiera dalla parte degli arabi. Intanto, temendo il peggio e su indicazione degli stessi capi arabi, 250.000 musulmani iniziano ad abbandonare Haifa, Jaffa, Tiberiade e Safed, finendo nelle tende di improvvisati campi profughi. Alla fine gli esuli saranno 900.000 e libereranno terre per gli ebrei.

1948, 26 aprile. Truppe arabe entrano in Palestina dall’Iraq.

1948, 27 aprile. L’esercito inglese spara contro i gruppi terroristici ebraici entrati a Jaffa, mentre truppe irachene combattono a fianco di quelle della Legione Araba. Gli inglesi bloccano due navi con emigranti ebrei e ne rimandano una in Germania. Con tre formazioni paramilitari che Londra considera terroristiche, gli ebrei organizzano la resistenza per scacciare gli inglesi dalla Palestina.

1948, 28 aprile. L’Egitto accoglie i primi profughi palestinesi.

1948, 14 maggio. Senza attendere i tempi previsti dall’ONU, nasce lo Stato di Israele secondo la risoluzione ONU n. 181 (29 novembre 1947) che prevede la divisione della Palestina in 3 parti: uno Stato ebraico sul 56% del territorio, uno Stato palestinese e un’area internazionale comprendente Gerusalemme e Betlemme. 33 i paesi favorevoli, 13 contrari (tra cui quelli arabi e la Grecia), 10 gli astenuti (tra cui Gran Bretagna e Cina). Premier e ministro della difesa è Ben Gurion. La Corte Internazionale di Giustizia respinge il ricorso delle nazioni arabe che contestano la competenza ONU in merito alla spartizione di un territorio. Si pone così fine (si pensa) a secoli di diaspora e persecuzioni degli ebrei, creando per essi uno Stato nella terra madre della loro religione, senza però tenere in conto le esigenze di chi già occupava quelle terre da centinaia di anni. Prevedendo rappresaglie arabe e l’arrivo di altri ebrei dall’Europa, si decide di mescolare i due popoli: 99% di arabi nello Stato arabo e 55% di ebrei nello Stato ebraico, più un’area internazionale interreligiosa abitata per il 51% da arabi. Gli ebrei (tranne le formazioni terroristiche) accettano, gli arabi no, contrariati dalla mancanza di sbocchi sul mar Rosso e sul lago di Tiberiade, principale risorsa idrica dell’area; e dal fatto che alla minoranza ebraica viene concessa la maggioranza del territorio.

1948, 15 maggio. Gli Stati Uniti di Truman riconoscono immediatamente lo Stato di Israele. Due giorni dopo lo fa Stalin e a seguire altri paesi, meno il Vaticano che non tollera ebrei in Terrasanta. Lo stesso giorno l’Egitto entra in guerra contro Israele: ufficialmente per punire le bande terroristiche ebraiche e ristabilire la sicurezza in Palestina. Eserciti egiziano, transgiordano, iracheno, libanese e siriano entrano in Palestina “per mantenere l’ordine e preservare i luoghi santi da umiliazioni ebraiche”. Come rappresaglia alla strage di Deir Yassin tre aerei arabi bombardano le colonie ebraiche di Kfar Etzion massacrandone la popolazione. Nei giorni seguenti 1.500 ebrei si arrendono a Gerusalemme e poi gli israeliani bombardano Amman, capitale della Transgiordania.

1948, 25 giugno. Il comandante di Irgun, Begin, minaccia di rovesciare il governo ebraico.

1948, 29 giugno. Dopo 25 anni di occupazione, gli inglesi lasciano la Palestina.

1948, 3 luglio. Arabi ed ebrei respingono il piano di pace del mediatore Onu Bernadotte, che propone: riduzione dello Stato ebraico, mantenimento dell’unità palestinese tra zona ebrea e araba, libertà d’immigrazione nella zona ebrea, statuto internazionale per Gerusalemme. Riprendono gli scontri.

1948, 17 settembre. A Gerusalemme il mediatore Bernadotte e l’osservatore Onu colonnello Serot, vengono assassinati, pare dalla banda Stern.

1949, 13 gennaio. A Rodi si aprono le trattative…

palestina

L’orribile comandamento della Bibbia

(dall’Antico Testamento – Deuteronomio 7, 12)

7:1 Quando il Signore, Iddio tuo, ti avrà fatto entrare nella terra alla quale sei diretto per prenderne possesso, e ne avrà cacciate d’innanzi a te molte nazioni …7:2 e quando il Signore, Iddio tuo, te le avrà date in potere e tu le avrai sconfitte, dannale allo sterminio, non venire a patti con loro e non conceder loro grazia. 7:5 Ma trattali così: demolite i loro altari, spezzate i loro cippi, abbattete le loro Asceroth, date alle fiamme i loro idoli… 7:16 Distruggi dunque tutti i popoli che il Signore, Iddio tuo, ti dà: non si impietosisca il tuo occhio per loro… 12:2 Distruggete tutti i luoghi, nei quali quelle nazioni a cui voi ne toglierete il possesso, hanno servito ai loro dei, sopra i monti e sopra i colli o sotto ogni albero frondoso; 12:3 Abbattete i loro altari, spezzate le loro statue, incendiate i loro boschi, fate a pezzi i simulacri dei loro dei, cancellate il loro nome da quel luogo.

I riferimenti sono ai Cananei, popolo che credeva negli dei degli Ittiti e che nel 1.200 a.C. venne in gran parte cacciato dalla Palestina dagli Ebrei, i quali scappando dalla schiavitù in Egitto, chiamarono quei luoghi Terra di Israele.

La Terra di Israele è stata finora abitata da almeno 15 popoli, a partire dal 600.000 a.C. come dimostrano alcuni ritrovamenti umani a sud del lago di Tiberiade. Il più lungo periodo di influenza su questa terra è stato quello romano (701 anni) seguito da quello arabo ottomano (400 anni) e poi dall’ebraico (250 anni).

A Gerico e sulle rive del Mar Morto attorno al 10.000 a.C. si stabilirono le prime comunità agricole; nel 4.000 a.C. primi insediamenti a Gerusalemme; nel 3.000 a.C. in Palestina si stanziarono i Cananei fondatori della città di Ebla. Nel 2.500 a.C. la tribù cananea dei Gebusiti fondò Gerusalemme. Nel 1.800 a.C. iniziò la prima migrazione in Palestina di nomadi provenienti dalla Caldea e dalla Mesopotamia e dei Filistei, popolo marinaro che arrivava da Creta e si stabilì sulle coste palestinesi. Gli Ebrei erano pastori nomadi provenienti da Ur in Caldea (nell’attuale Iraq a sud di Bagdad, vicino a Nassiria) e si stabilirono nel Sinai, nel deserto del Negev e in quello arabo, spostandosi poi in Egitto a seguito di una carestia. Nel 1.250 a.C., divenuti schiavi dei successori degli Hyksos, gli ebrei lasciarono l’Egitto ristabilendosi in Palestina. Nel 1.000 a.C. a Gerusalemme governava re Davide a capo di un regno israelita. Nel 926 a.C. gli Egiziani saccheggiarono Gerusalemme e nell’840 a.C. i Siriani la occuparono per 30 anni. Nel 720 a.C. gli Assiri conquistarono la capitale. Nel 587 a.C. fu la volta dei Babilonesi che la distrussero assieme al tempio deportando gli Israeliti a Babilonia e governando il territorio fino al 538 a.C.. Poi fu la volta dei Persiani (iraniani) che, sconfitti i Babilonesi, trasformarono Gerusalemme in capitale di una provincia persiana (dal 538 al 333 a.C.). Nel 332 a.C. Alessandro il Macedone conquistò Gerusalemme che rimase sotto il controllo greco fino al 301 a.C. prima do tornare sotto l’influenza egiziana per circa cent’anni. Successivamente, nel 200 a.C,, Gerusalemme passò sotto i Seleucidi greco-siriani e nel 169 a.C., il governatore di quel popolo, Antiochio Epifanio, dopo aver distrutto la capitale ne bandì l’ebraismo fino alla rivolta ebraica dei Maccabei nel 167 a.C., fondatori della dinastia Asmoneana durata dal 141 al 63 a.C., anno dell’avvento dei Romani che la tennero in pugno fino al 638 d.C., passando attraverso varie rivolte, la cacciata degli Ebrei nell’anno 135 ad opera dell’imperatore Adriano e un’occupazione persiana. Nel 638 iniziò il dominio islamico con la conquista del califfo Omar Ibn al-Khattab che chiamò Gerusalemme Al-Quds (La Santa) e permise agli Ebrei di farvi ritorno in una città completamente islamizzata. Dopo il governo dei Turchi dal 1.072 al 1.092, i Crociati nel 1.099 conquistarono Gerusalemme trasformandola in un regno latino; ma nel 1.187 Saladino la riportò ai Musulmani e agli Ebrei fu permesso rimanervi. Dal 1.229 al 1.239 la pace tra Turchi e Cristiani assegnò all’imperatore Federico II di Germania il governo della città santa, che poi tornò agli Arabi fino al 1.516, con un intervallo di un anno di invasione mongola (1.243-44). Nel 1.517 fu la volta dell’Impero Ottomano che governò la Palestina esattamente 400 anni fino al 1.917.

29
gen
09

Sopravvissuto a 4 lager

133-1186-mauthausenAl prete che nega l’Olocausto

il racconto dell’uomo morto due volte

La precisazione del Papa Ratzinger che il 28 gennaio 2009 ha rinnegato le frasi negazioniste rispetto alla Shoah espresse dal vescovo inglese Richard Williamson (da lui riabilitato il 24 gennaio dalla scomunica pronunciata da Giovanni Paolo II contro i lefèvriani) non è bastata a frenare le dichiarazioni di quanti negano l’Olocausto di sei milioni di ebrei e l’uccisione di altri quattro milioni di prigionieri nei lager nazisti. Dopo Williamson, che si dice convinto che nei campi di sterminio del Terzo Reich siano morti “solo 300.000 ebrei”, un altro sacerdote lefèvriano, don Floriano Abrahamowicz (viennese, ma esercita in provincia di Treviso) intervistato dalla Tribuna di Treviso, il 28 gennaio dice che la funzione delle camere a gas era quella di… “disinfettare”!

E’ lo stesso giovane prete che (testimonia il servizio di Anno Zero su Youtube) disse ai fedeli in chiesa: Con l’aiuto divino vi incoraggio a rispondere se necessario, anche in modo armato a un’aggressione, combattendo non solo l’Islam, forse ancora di più i suoi mandanti.

A questo sacerdote offro il resoconto di questa testimonianza filmata che ho raccolto tra le sue lacrime dall’ex soldato padovano, Luigi Bozzato, finito ventenne a Dachau, Mauthausen e in altri due campi: non era ebreo, quindi il suo racconto non ferirà l’orgoglio “cristiano” del suddetto prete.

Ci hanno portato in stazione sul carro bestiame e ci hanno buttato su, peggio delle bestie. Per ogni vagone eravamo 80-90, per fare i bisogni… in piedi. Uno moriva e non poteva mica cadere per terra… Quando arriviamo a Innsbruck il treno si ferma, apre le porte… Gridano con la cattiveria che han loro: “Fuori i bambini!”. Alle mamme han portato via i bambini. Giù le donne e noialtri uomini là su questo vagone. I bambini su un vagone e le donne su un altro. Queste donne non volevano lasciare i figli, immaginarsi bambini di 3-4 anni, ma anche di 5,6 7 mesi… A Monaco ci lasciano su un binario morto una notte e un giorno senza bere né mangiare. A Dachau ci fanno scendere… Con la fame che avevamo… C’era sempre qualche pezzo di pane o di pastasciutta che buttavano. Abbiamo cominciato a mangiare anche se c’erano i vermi. Allora i tedeschi han cominciato a picchiarci col moschetto… Ci mettiamo in colonna e sull’entrata del campo c’era l’emblema della morte. Entriamo e c’è una fila di tavoli con le Ss. Consegnati i documenti, un tedesco mi ha detto: “Ah italiano! Se non sei morto in Italia, qua morirai”. Tutti quelli come me o partigiani o ebrei, ci buttano in un camerone. Appena arriviamo, con le macchinette cominciano a pelarci, farci la pulizia dappertutto. E dopo ci danno un colpo di Clorina, con cui una volta si disinfettavano i gabinetti. Ci sono persino uscite delle vesciche. Poi ci hanno accompagnato fuori nudi e ci danno una veste a righe sporca e piena di pulci e pidocchi. Ci portano in una baracca. Al numero 24 c’erano i bambini che venivano da altre parti e al 27 c’erano i sacerdoti di diverse religioni. Alla mattina sveglia alle 4 e mezza. Alle 5 e mezza eri sul campo controllato dal kapò- il capo baracca. Aveva la tabella, registrava tanti vivi e tanti morti, perché ne morivano sempre…

Abbiamo cominciato a lavorare andando a prendere le bombe ritardatarie a grappolo, una scoppia adesso, una dopo un’ora, un giorno. Ma noi non eravamo artificieri, non sapevamo niente, eravamo gruppi da 200 e siamo ritornati in 30-40. Rientriamo e incontro un padovano. “Ciao- gli dico- hai un numero così basso… Com’è?” “Mi chiamo Fortin, sono parroco di Terranegra” “E io sono di Pontelongo”. Lui aveva 10-12.000 numeri meno di me. Ci mettiamo a parlare …Lui è stato tradito dalla popolazione che l’ha venduto per 500 lire perché dava assistenza agli inglesi.

Passano tre mesi e comincio a non star bene. Trovo il prete: mi tasta e dice “Hai la febbre, a occhio hai la pleurite”. “Io padre non ce la faccio più, voglio uccidermi”. “No- ha detto- bisogna che resisti”. Passano ancora due mesi e mi dice ancora di resistere: “Bisogna che torniamo a casa. E poi ti ho promesso che verrò io a sposarti con la tua ragazza”.

Quando fanno l’appello nella baracca risulto presente, ma appena tutti escono io mi nascondo tra i morti. Passa così una settimana, finché han fatto l’appello generale sul campo e alla baracca numero 22 ne manca uno. Sarebbe presente dice il kapò. Guarda… Sapeva già che mancava un italiano. Allora sono andati a vedere attorno al reticolato dove c’erano 5000 volts e tanti andavano a suicidarsi: come minimo 40-50 per notte. Io sono nascosto, aspetto un poco e sento che non ritorna il resto dei prigionieri. Vado fuori. I tedeschi mi prendono e cominciano a picchiarmi, poi mi portano sul piazzale, c’erano 2-3 gradini e una picca a destra e una a sinistra e il tavolo di torture. “Italiener kein arbheit” (italiano niente lavoro)… Mi danno 50 frustate e io dovevo contare fino 50, ma dopo il 7 sono svenuto… Mi portano alla baracca di punizione numero 19. C’è ancora. Mi buttano là, saremo stati 50-60. A uno mancava mezzo sedere. Mi sveglio sfinito, in 2 o 3 giorni avevo dormito 10 ore. E ho sorseggiato un brodo. Una scodella di smalto. Era senza gusto, pieno di vermi perché era lì da 3-4 giorni… e poi non sono stato più capace di mangiare, mi sento male. Viene un tedesco: “Domani vi mandiamo via”. Vedo arrivare il prete- lui come tutti gli altri preti, andava a concimare i campi vicini con la cenere dei cadaveri. “Padre- gli ho detto e lui ha fatto un salto, credeva di avermi già concimato- Padre, lei forse tornerà a casa, ma io ormai non torno più. Non vede come sono messo? Se mi vedono mio papà e mia mamma… Mi viene vicino e apre una scatola che somiglia a quelle delle pastiglie Valda che ho consegnato al tempio dell’Internato Ignoto, mi benedice mi comunica mi abbraccia senza dire neanche una parola. Poi io là non l’ho più visto. Mi sono addormentato. La mattina ci portano alla stazione, ci buttano sul carro bestiame e dopo un giorno e una notte arriviamo a Badenburg. Entriamo e il capo baracca polacco che lavorava assieme ai tedeschi vede che avevo la “I” e il triangolo rosso: “Tu italiener?” “Ya, italiener, ormai sono alles kaput, sono sfinito, non ne posso più, guarda- ho mostrato le gambe- come sono messo e in più ho preso 50 frustate…. Dov’è Dio?” Mi ha detto “Italiener, dopo l’appello passi al numero 11 e ti fermi. Mi prepara un pacchetto con un pezzo di pane. Siccome in ogni baracca eravamo 3-400-500 e c’erano sempre morti, avanzava del pane. I kapò non erano magri come noi e allora aiutavano qualcuno. Mi dà questo pezzo di filone fatto di segature, semola e rape macinate, erba… Sono andato avanti 2 ore. Mi dice “Italianer, tu morgen arbheit in fornasa” (domani lavori in fornace). Lì non si stava male perché il freddo non lo sentivi. Mi han messo a caricare le pietre sui carrelli che dovevano andare fuori. Per 10-12 giorni. Poi siccome avevano fatto un ufficio nuovo per le Ss, mi manda a fare le pulizie. C’era da togliere l’erba, ero fortunato. E mano a mano che la toglievo la mangiavo. Saltavano fuori i vermi e mangiavo anche quelli, ho cominciato a mangiare erba, tutto quanto. Perché ormai ero sfinito. Ho saputo dopo che pesavo solo 37 kg. Poi ho fatto pulizie dentro con lo straccio. Il terzo giorno un Ss entra nel suo ufficio e mi dice “Buono buono, tu italiano?” “Sì” “Tu Badoglio?” Io ho taciuto perché eravamo traditori noialtri no? Allora ha detto “Tutto bene, preparato bene”. Mi han rimesso in fornace. Dopo 30-40 giorni, con 15-20 uomini mi portano a Mauthausen. Si è cominciato subito a vedere morti. Ci portano alla baracca 13. Alla mattina formano i gruppi e mi mandano a lavorare giù alla “cava della morte”. Ma come faccio se non riesco a camminare? Nella cava dopo aver caricato i carrelli, un kapò mi dice “Oggi devi portare il sasso sulla scala di 178 gradini”. Come faccio se non riesco neanche a camminare? Erano sassi da 15-20-30 kg e ce li caricavano sulle spalle. Uno mi dice “Ricordati di non stare a sinistra, ma a destra perché la scala pende a sinistra”. Quando arrivavamo sopra c’era un tedesco che ci aspettava e ai primi che arrivavano dava un colpo al sasso; perché non avevano bisogno di questi sassi, avevano bisogno di ucciderci. Io non ce la faccio, con la testa bassa stando sempre attento a quelli che arrivavano prima… Quando arrivavano su, quello gli dava un colpo e magari il sasso rotolando giù ne ammazzava 15-20-30. Allora buttavo giù il sasso e riscendevo. Quando siamo giù guardiamo tutti questi morti e poi avanti per la scala finché rientriamo in baracca. Lì fanno l’appello e ti danno un mestolo di acqua e rape fatte con le segature. Poi andavi a dormire. Alla mattina ti davano questo caffè che pareva fatto di ruggine, senza gusto e un filone di pane per 20 persone; poi a lavorare. Passano mesi e una bella sera alle 8 guardano il mio numero 70367 sul braccio: “Italiener, morgen du khein arbeit”. Mi portano quasi a metà campo dove a destra c’è una scaletta che porta giù: ci sono camere a gas, crematori e banchi di torture. Mi spogliano nudo e cominciano a pestarmi in mezzo alla neve, 30-40 centimetri di neve, poi mi buttano giù, ormai non sentivo più niente… Mi trovo nella camera a gas e invece di mollare il gas hanno mollato acqua. Dopo 3-4 ore, non so quante, sono rinvenuto dietro il crematorio. Sono nudo, esco, c’è una sala, apro la prima porta vicino al crematorio e ci sono 7-8 cadaveri. Cos’ho fatto? Mi sono vestito con i vestiti del primo morto. Il morto aiutava il vivo. Ora con il 150.049, avevo due numeri. Ho trovato un gesso con cui ho scritto “LB”, adesso la B si legge appena appena. Poi sono andato nella baracca 15 dove c’era sempre movimento.

A metà marzo 1945 vedo arrivare tanti prigionieri, forse quelli di Auschwitz e di tanti altri campi. Li portavano al centro della Germania, più vicino e man mano che arrivavano li ammazzavano tutti. Perché anche a Mauthausen aprivano fosse comuni e li buttavano là. Sono rimasto a Mauthausen altri 10-12 giorni, poi mi hanno spedito al sotto campo di Dachau, a 4-5 km. Là ho visto questa “balilla”, una bella ragazzina, poi ho capito che era italiana, nata a Rodi da mamma di Trieste e papà bulgaro. Poi mi hanno mandato a Araka. Mi danno pala e piccone, ma io non riesco a lavorare. Facevo finta, e mi vedo il secondo o terzo giorno recapitare un pacchetto di pane: c’era una mela e un pezzettino di pane. Dono di un soldato della Wehrmacht. Ho cominciato a mangiare, a riprendermi un po’. Poi però hanno preso nome e cognome del soldato e non l’ho più visto. E a me il giorno dopo cominciano a frustarmi. Là c’erano due italiani che lavorano nella cucina delle Ss, erano veneziani di Dolo. Mi han portato nella loro baracca dove mi hanno disinfettato, mi han dato da mangiare, tenendomi un paio di giorni. Poi è arrivata una ragazza: le donne mangiavano un cucchiaio in meno di sbobba per darlo a lei che aveva più bisogno. Dopo 15-20 giorni veniamo liberati il 5 maggio 1945 dalla 5^ armata americana. Quando venivano avanti gli americani gli urlavamo che si fermassero. Loro credevano che gli facessimo festa… invece gli dicevamo “No!” Infatti i primi sono rimasti fulminati toccando il cancello elettrificato. Quando hanno aperto il portone noi siamo scappati, siamo andati al deposito di patate a 150 metri dal campo, per prendere del cibo e tornare al campo. Abbiamo acceso il fuoco, ma finché si cucinavano le patate… tanti hanno cominciato a mangiarle affumicate. Gli americani se ne sono accorti e hanno buttato via tutto distribuendo delle razioni. Tanti si sono gonfiati, anch’io mi sono gonfiato… allora mi è venuto in mente che quando qualcuno era malmesso di stomaco, in farmacia ti davano carbone di legna. Ne ho preso e mi ha salvato, ma in tanti invece sono morti proprio riprendendo a mangiare. Dopo 15-20 giorni è arrivata la prima autocolonna italiana mandata dal Papa. Il 25-26 maggio è arrivato l’ordine: “Nella notte preparatevi che alle 9 arriva la colonna. Abbiamo dato preferenza alle donne perché si lavassero. Non c’erano i bagni come adesso, mancava l’acqua. Gli americani hanno preparato dei letti sui camion; c’erano crocerossine e suore. Alla mattina verso le 6-7 ritrovo questa ragazza e le chiedo: “Sarai contenta che andiamo a casa!” Lei rispose: “Luigi tu sarai contento perché troverai tuo papà e tua mamma… Io ho visto morire tutti i miei, di 8 sono rimasta sola. E poi… sono una donna?” L’avevano sterilizzata, hanno torturato anche lei… Facevano esperimenti di fecondazione….

Ne ho viste tante… L’odore di morto portato dal fumo lo sentivi a 20 km di distanza! Ogni tanto prendevano 500 uomini nudi nel piazzale e sparavano, anch’io ho preso una pallottola sulla gamba che mi ha tolto in una baracca un dottore polacco con una lama di seghetto.

La cosa peggiore era quando ammazzavano i bambini: la mamma stava per partorire, le sollevavano il bambino mentre vedeva la luce di Dio e davanti a lei lo infilzavano con la baionetta… Poi ammazzavano anche lei… Vedevi prendere il piccolo per la testa e spaccargliela. Andiamo! Noi avevamo colpa che avevamo vent’anni… Ma quei bambini là… Italiane, ebree, tutte… Le italiane sono state più perseguitate perché hanno cominciato già nel ’33. Quello che han passato gli ebrei l’abbiamo passato anche noi. Loro sono stati perseguitati di più, ma come numero, in proporzione… i giorni loro e i giorni nostri sono là. Ho visto di tutto: esperimenti, torture, punture per vedere quanto si resiste… La maggior parte delle donne veniva sterilizzata, gli toglievano tutto. La maggior parte sono morte così. Anche le ragazze di 14,15 anni le fecondavano e facevano esperimenti.

Tornato a casa, il secondo giorno vengono a trovarmi i compagni partigiani. E dicono “Adesso è ora che anche tu…” Ma mio papà ha risposto: “Ragazzi, basta sangue” e a me: “Siediti là. Adesso stai in pace. A ricordare, perdonare, non dimenticare e non odiare”.

Una volta sono andato in gita in Germania e ho trovato un giovane tedesco che piangendo mi viene vicino e mi abbraccia. “Non hai colpa tu- gli ho detto”. Non avrebbe colpa neanche se suo papà fosse stato un Ss… Ero fascista anch’io…Volevo partire volontario, poi il colonnello mi disse “No Bozzato, mai fare la firma”.

Mi sono rimasti dentro tutti i morti e le barbarie che ho visto. Non posso ancora dormire perché sono sempre là che chiamano: “Vieni a portare un mazzo di fiori!”.

Gli incubi di Luigi Bozzato sono definitivamente finiti nel settembre 2008 a 85 anni, quando Luigi, che ha vissuto facendo della sua vita una testimonianza attiva, è morto per la seconda volta. Nei registri di Mauthausen risulta deceduto il 24 dicembre 1944. Il Comune del suo paese natale, Pontelongo, dove ha vissuto nella sua casa-museo circondato dall’angoscia della memoria, ha proclamato un giorno di lutto cittadino. Ricordare, perdonare, non dimenticare e non odiare, gli aveva insegnato suo padre.

15
gen
09

Rappresaglie

sorelle_balousha110 italiani per ogni tedesco ucciso.

200 palestinesi per ogni israeliano ucciso.

Le rappresaglie, quando ci vogliono sono necessarie in guerra, anche se purtroppo sono sempre gli innocenti a pagare. Le rappresaglie, del resto, sono ammesse dagli usi internazionali.

Chi parla, a Mestre al processo del 4 marzo 1947 che lo vide imputato in un tribunale inglese per l’eccidio delle Fosse Ardeatine costato la vita a 335 romani, è il feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante delle forze tedesche in Italia, divenuto celebre per l’ordine di fucilare 10 italiani per ogni tedesco ucciso dai partigiani.

La rappresaglia voluta da Kesserling fu la risposta alla strage di via Rasella del 23 marzo 1944, costata la vita (nell’immediato) a 33 soldati tedeschi, 2 passanti e al ferimento di altri 110 militari del terzo Reich (altri 9 morirono in seguito).

L’attentato di via Rasella fu troppo grave perché io, comandante supremo in Italia, non stimassi doverosa la rappresaglia. Avevo altro da fare io, con la mia responsabilità di comandante supremo di un fronte minacciato, e con una città esplosiva come Roma alle spalle, che preoccuparmi delle leggi! Sappiano gli uomini che un comandante supremo non é tenuto a preoccuparsi dei regolamenti.

Quando il procuratore inglese gli chiese quali altre rappresaglie avrebbe potuto adottare anziché giustiziare 335 innocenti, Kesserling presentò tre scenari apocalittici: Avrei potuto ordinare lo sfollamento di Roma per due milioni di persone, o dichiarare decaduto lo status di Città aperta facendo rientrare nella capitale le nostre truppe ed esporre così la cittadinanza ai bombardamenti aerei anglo-americani; avrei potuto infine dare alle fiamme l’intero quartiere di Roma. Ma preferisco sedere qui su questo scanno di imputato, piuttosto che avere nella storia un seggio accanto a quello di Nerone.

La minaccia partigiana- dichiarò al processo il generale Kesserling- venne ad aggravare la situazione disastrosa per il temuto dissolvimento dell’esercito tedesco. Come comandante supremo avevo il diritto e il dovere di oppormi a questa guerriglia insidiosa di fuori legge, con tutti i mezzi di cui disponevo; mezzi, del resto, consentiti dalle usanze internazionali. Io diramai gli ordini ai comandi. Se vi furono eccessi da parte di qualche reparto isolato o di gruppi di singoli soldati, questi sono dovuti allo stato di esasperazione in cui la durissima guerra e le azioni insidiosissime dei partigiani – la cui offensiva veniva quando meno la si attendeva, da dietro una casa, da dietro una siepe – avevano ridotto i miei soldati. Spero che, comunque vada questo processo, i legislatori di tutte le Nazioni fissino, in forma inequivocabile, la disciplina dell’azione partigiana, in modo che non vi siano più dubbi in proposito.

La condanna fu severa, ma l’epilogo grottesco. Condannato a morte, la pena venne commutata in ergastolo, poi in 21 anni, ma nel 1952 Kesserling era già stato scarcerato per un tumore che gli impedì di scontare più di 5 anni di carcere, ma non di divenire capo federale del movimento paramilitare degli Elmetti d’acciaio - Stahlhelm, Bund der Frontsoldaten.

Dopo 20 giorni di rappresaglie israeliane nella striscia di Gaza, il bilancio è di 1.000 morti palestinesi. Le vittime israeliane, a partire dai primi missili di Hamas, lanciati contro Israele il 27 dicembre, sono state 5. Il rapporto della rappresaglia, è quindi oggi, di 200 palestinesi per ogni israeliano ucciso. Nella foto del quotidiano inglese Independent, le cinque sorelline colpite nel sonno da un caccia bombardiere F16 israeliano nella loro povera casa dentro il campo profughi di Jabaliya.

Nel 2006 incontrai in conferenza stampa l’allora ambasciatore israeliano Gol Ehud: gli chiesi perché Israele che, tra i due contendenti era il più forte, non dava prova di saggezza facendo per primo un passo indietro. Il cortese ambasciatore perse le staffe: Voi italiani non capite a cosa siamo continuamente sottoposti!… Già, forse noi non possiamo capire.

16
feb
08

I grandi revivals

chiesa.jpg

La storia va avanti… ma poi ritorna

Riecco la messa in latino

La storia è fatta di corsi e di ricorsi. Giobbe Covatta ci scherza su: Corsi e ricorsi, ma non arrivai. E quindi non c’è da stupirsi se, dopo la negazione da parte di alcuni che siano avvenute terribili realtà come l’Olocausto o eventi come il primo sbarco sulla luna, in Italia qualcuno tenti di rievocare situazioni o (in alcuni casi) spettri del passato. Di là dal Tevere, per esempio, al pontefice tedesco che non nasconde di aver fatto parte (forzatamente come i suoi coetanei) della Hitler Jugend (gioventù hitleriana) o di essersi arruolato volontario a 16 anni per caricare i cannoni della antiaerea a difesa della fabbrica BMW dai bombardamenti alleati del ’43 e nemmeno di essere poi passato a un reparto intercettazioni telefoniche, piace maledettamente il latino al punto di consentirlo (dal 14 settembre 2007) a qualsiasi prete lo voglia rispolverare per rendere la messa… incomprensibile ai più. Era dal 1970 che questa antica usanza di pregare in latino (che piaceva anche a padre Pio) era scomparsa per merito di papa Paolo VI, ed ora risorge dalle ceneri.

Riciclare il latino non è un puro esercizio dialettico o letterario e non vuol neanche dire tornare alle origini: oltre a creare un’inevitabile frattura tra il popolo dei fedeli che al 90% non ne capisce i termini, ha delle implicazioni storiche, richiama un lontano passato di cui, tra l’altro, la Chiesa farebbe meglio a volersi dimenticare. Sì perché la messa in latino si rifà al rito di san Pio V (che aveva rielaborato il Messale romano allora in uso) e quindi riporta alla mente il periodo in cui fu partorita. Papa Pio V, già Inquisitore a Como e Roma, divenne Grande Inquisitore Generale mostrando di amare i roghi contro gli eretici. Rimase celebre per aver sconfitto militarmente i Turchi il 7 ottobre 1571 a Lepanto a fianco della flotta veneziana (a ricordo di quella data istituì la festa del Santo Rosario), per aver scritto il Catechismo Romano e stabilito l’unità della Liturgia Romana. Ma anche per il suo odio per gli Ebrei che scacciò dallo Stato Vaticano (tranne Roma e Ancona) ordinando che perfino i loro cimiteri venissero distrutti e obbligandoli a fuggire portandosi dietro i loro morti.

Tra le sue imprese minori: l’abolizione del Carnevale, la punizione per accattoni e bestemmiatori, la cacciata delle prostitute e l’abolizione delle tauromachie romane. Fa impiccare un poveraccio che lo ha offeso con una scritta ingiuriosa su un vespasiano; impicca e brucia davanti a Castel Sant’Angelo il poeta Aonio Paleario che non credeva al purgatorio e che l’aveva attaccato in un sonetto: Quasi che fosse inverno, brucia cristiani Pio siccome legna per avvezzarsi al fuoco dell’inferno. Fa decapitare e bruciare anche Pietro Carnesecchi, anziano prelato eretico (già segretario pontificio) e impone che tutti i cardinali siano presenti allo show del patibolo. Peccato che la pioggia gli guasti lo spettacolo rendendo difficile alle fiamme ardere a dovere.

Per Pio V il peccato più grave per un essere umano è il sesso tra coppie non sposate: reato che punisce con la pubblica fustigazione. Per evitare che gli umani cadano in tentazione proibisce ai single di avere domestiche e alle monache di ospitare in convento cani maschi. Siccome gli piace predicare bene e razzolare male, pur essendo contro il nepotismo prende come consigliere un nipote e dà a un altro nipote un posto nella milizia vaticana, cacciandolo quando gli dicono che ha fatto sesso. Eppure, nonostante queste prove di “specchiata cristianità”, nel 1712 lo fanno santo. Forse perché anche da papa dormiva su un pagliericcio, era rigidamente vegetariano, usava gli abiti dei suoi predecessori, dava soldi ai poveri durante la carestia e non faceva altro che lavorare, pregare… e firmare condanne a morte. E’ alla “sua messa” che oggi papa Ratzinger guarda per riportare in auge il latino. Viene da chiedersi se l’interesse della Chiesa del 2000 sia quello di avvicinare il più possibile il proprio messaggio alla gente o piuttosto di restare fedele agli antichi rituali anche a costo di accrescere il divario che la separa dalla maggioranza dei cattolici che credono, ma non sono praticanti. Sarà forse un fatto anagrafico: Benedetto XVI ha vissuto i suoi primi 43 anni ascoltando solo messe in latino!

16
apr
07

Storia di ordinaria giustizia

storiaGhigliottina

Maneggiare con cura dopo l’uso

Alla fine la testa va esibita al pubblico tenendola per i capelli o, in presenza di un calvo, va impugnata per le orecchie. E’ una delle indicazioni pratiche che il boia francese doveva rispettare al termine della decapitazione, quando la testa del ghigliottinato cadeva nel cesto. In molti si sono chiesti (da fine Settecento al 1981 quando la Francia abolì la pena capitale) che pensasse il cervello del decapitato. Nel senso che prima del taglio l’emozione per l’evento finale il cervello richiamava molto sangue e quindi, a testa tagliata, probabilmente restava attivo per alcuni minuti (qualche medico sosteneva 2, altri addirittura 11). Prova è che gli occhi di qualcuno degli sventurati continuavano a roteare dopo la decapitazione. Allora qualcuno, filosoficamente si chiese: il ghigliottinato si rende conto di essere morto? Questione di lana caprina… Di fatto la decapitazione più eccellente fu un fiasco. Quando il 21 gennaio 1793 fu il turno di Luigi XVI, il boia numero uno di Parigi Charles Henry Sanson, forse per l’emozione, posizionò male nel traversino il collo del condannato e quando la lama vi si abbattè non riuscì a tranciarlo di netto. Il re lanciò urla strazianti e morì così con il collo a penzoloni sulla cesta. Andò meglio per la regina Maria Antonietta, la cui ultima parola salendo sul patibolo, a quanto si raccontò, fu “pardon” per aver inavvertitamente pestato il piede del boia. Sanson era però abituato a scene molto più raccapriccianti. Da ragazzo era stato aiutante del boia ufficiale e collaborò quindi per conto di Luigi XV e secondo il barbaro uso regale, a squartare da vivo Damiens l’attentatore del sovrano. Lo squartamento era riservato proprio a chi aveva osato troppo, come minare alla vita del re o dei suoi figli. Consisteva nel legare la vittima per braccia e gambe a quattro cavalli spronati a galoppare in direzioni opposte. Si dice erroneamente che la ghigliottina l’abbia inventata il dottor Joseph Ignace Guillotin che fu tra i primi a praticare le vaccinazioni preventive. Di certo fu il Re Sole a chiedergli di far modificare la lama della già esistente ghigliottina rendendola più obliqua. Il vero costruttore del marchingegno fu il falegname tedesco Schmidt. Sanson, il primo ad usare la ghigliottina, era di lontana origine fiorentina (emigranti di metà Cinquecento). Solo lui e i suoi figli giustiziarono 2.800 persone. Il giorno in cui per sua mano morirono Robespierre e seguaci, pare che Sanson e figli toccarono il poco felice record di 12 esecuzioni in 13 minuti. A quanto pare la sola volta che Charles Henry Sanson si commosse sul patibolo fu quando un suo figlio, inciampandosi mentre mostrava al pubblico l’ennesima testa mozzata, cadde dalla alta forca e morì.




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