Archivio per la categoria 'STORIA'

10
Feb
09

Palestina

bambina-e-soldato

Le radici dell’odio

Golia e Davide. I primi cent’anni

1843. Yehudah Alkalai, rabbino nato a Sarajevo, per primo invoca la nascita di colonie ebraiche in Terrasanta. Non auspica uno Stato, ma una vasta comunità religiosa dentro l’Impero ottomano. Scrive: Il sultano non farà obiezioni perché ogni nazione adorerà il suo Dio.

1870. In Palestina ebrei russi e rumeni promuovono insediamenti agricoli gettando le basi, con la scuola agricola Mirkve’ Israel, dell’attuale Tel Aviv.

1882. Prima migrazione di massa dalla Russia. I pionieri invocano la rinascita del popolo ebraico.

1890, 1 aprile. Il giornalista viennese Nathan Birnbaum in un articolo sul suo giornale Selbstemanzipation (Autoemancipazione) conia il termine sionismo, inteso come progetto per ricostituire uno Stato ebraico.

1896. Il giornalista ungherese Theodor Herzl a Vienna pubblica il libro Der Judenstaadt. (Lo Stato giudaico. Saggio di una soluzione moderna alla questione ebraica). E’ il manifesto del Movimento Sionista, nato in risposta al forte antisemitismo esistente.

1897, maggio. Herzl fonda a Vienna Die Welt, primo giornale sionista (non è il quotidiano tedesco attuale).

1897, 29 agosto. A Basilea primo Congresso Sionistia, voluto da Herzl e da lui presieduto. Si invoca la nascita di uno Stato per gli ebrei nella Terra di Israele. Sul suo giornale Herzl scrive: A Basilea ho fondato lo stato ebraico… Tra 50 anni tutti se ne renderanno conto…

1901. Al 5° Congresso Sionista si costituisce il Fondo Nazionale Ebraico (Keren Kayemet Le Israel, o KKL) per comprare terreni ed eseguire opere di urbanizzazione in Israele.

1902. Gli inglesi propongono la creazione di uno Stato ebraico in Uganda, ma agli ebrei la proposta non piace.

1904. Grande ondata migratoria ebraica russo-polacca verso la Palestina.

1907. Si inizia a parlare di come ufficializzare la presenza ebraica in Palestina e gli insediamenti si fanno massicci.

1909. Fondazione di Tel Aviv, prima città del mondo interamente ebraica.

1917. Gli inglesi sconfiggono gli Ottomani che lasciano la Palestina dopo 400 anni di dominio. La Dichiarazione Balfour del 2 novembre impegna Londra ad appoggiare una patria ebraica in Palestina.

1918. Nasce l’esercito ebraico. Dopo l’apporto spionistico all’esercito inglese, gli ebrei di Palestina costituiscono dentro le forze britanniche un proprio corpo volontario armato che combatte i turchi.

1919, 3 gennaio, Londra. Chaim Weizmann, capo dell’Organizzazione Sionista Mondiale e l’emiro Feisal Ibn al-Hussein al-Hashemi per conto del regno arabo di Hedjaz (regione dell’Arabia Saudita), firmano un accordo di collaborazione tra i due popoli. Al punto 4 si parla di stimolare e incoraggiare l’immigrazione in larga scala di ebrei in Palestina e salvaguardare gli interessi di contadini e proprietari arabi assistendoli nel loro sviluppo economico. Al punto 7 l’Organizzazione Sionista si impegna a fare ogni sforzo per assistere lo Stato Arabo fornendogli i mezzi per sviluppare le sue risorse naturali e le sue possibilità economiche.

1920. La Società delle Nazioni assegna alla Gran Bretagna (che ne controlla il territorio da 3 anni) il mandato sulla Palestina. Nel 1920 nasce Haganah, forza paramilitare clandestina per la difesa degli insediamenti ebrei.

1929, 14 agosto. Primi scontri generalizzati, dopo l’offesa arrecata agli arabi da gruppi nazionalisti sionisti di destra che avevano marciato attorno al Muro del pianto di Gerusalemme rivendicando la proprietà della città santa. In risposta, marcia araba fino al Muro e rogo di alcune pagine di libri di preghiere ebraici. Gli scontri infiammano presto l’intera Palestina. Il 24 agosto 70 ebrei uccisi a Hebron. Seguono rappresaglie militari di Haganah.

1931. In Palestina vivono 360.000 ebrei (erano 83.000 nel 1915), 761.922 arabi e 90.000 cristiani.

1933. Dopo nuove migrazioni ebraiche da Polonia e Russia, inizia una forte corrente migratoria dalla Germania nazista.

1936. Guerra civile di 3 anni scatenata dalle richieste arabe di indire elezioni, fermare la migrazione israeliana e terminare il mandato britannico. Gli inglesi si oppongono con durezza e negli scontri muoiono 5.000 arabi, 400 ebrei e 200 di loro. Alla fine gli inglesi promettono di ritirarsi entro il 1949 e di limitare l’immigrazione (che diventerà quindi clandestina, aumentando vorticosamente). Venendo meno l’appoggio inglese, gli ebrei cercano aiuto negli Stati Uniti.

1940. Durante la guerra mondiale gli ebrei si schierano con gli alleati, gli arabi con tedeschi e italiani in chiave anti-inglese. In questo periodo nascono le formazioni paramilitari Banda Stern, Irgun e Lehi che praticano il terrorismo contro gli arabi e contro gli inglesi fino al 1948.

1946, 22 luglio. Tra gli ideatori dell’attentato dinamitardo al King David Hotel, sede del comando inglese a Gerusalemme che provoca 91 morti (41 arabi, 28 inglesi, 17 ebrei e altri) ci sono i futuri primi ministri israeliani David Ben Gurion e Menachem Begin (comandante di Irgun, in seguito premio Nobel per la pace).

1948, 10 aprile. Di notte i gruppi paramilitari Irgun e Stern tentano di sgomberare il villaggio arabo di Dei Yassin provocando 250 vittime tra cui donne e bambini. Il giorno dopo Irgun distribuisce agli arabi le foto degli uccisi con l’avvertimento scritto: Aspettatevi altrettanto se non sparite!

1948, 13 aprile. Rappresaglia araba con attacco a un convoglio di medici e infermieri ebrei che stanno raggiungendo un ospedale di Gerusalemme: 77 morti. Lo stesso giorno nasce il primo governo ebraico.

1948, 15 aprile. Il Patriarca cristiano di Palestina per la prima volta nella storia si schiera dalla parte degli arabi. Intanto, temendo il peggio e su indicazione degli stessi capi arabi, 250.000 musulmani iniziano ad abbandonare Haifa, Jaffa, Tiberiade e Safed, finendo nelle tende di improvvisati campi profughi. Alla fine gli esuli saranno 900.000 e libereranno terre per gli ebrei.

1948, 26 aprile. Truppe arabe entrano in Palestina dall’Iraq.

1948, 27 aprile. L’esercito inglese spara contro i gruppi terroristici ebraici entrati a Jaffa, mentre truppe irachene combattono a fianco di quelle della Legione Araba. Gli inglesi bloccano due navi con emigranti ebrei e ne rimandano una in Germania. Con tre formazioni paramilitari che Londra considera terroristiche, gli ebrei organizzano la resistenza per scacciare gli inglesi dalla Palestina.

1948, 28 aprile. L’Egitto accoglie i primi profughi palestinesi.

1948, 14 maggio. Senza attendere i tempi previsti dall’ONU, nasce lo Stato di Israele secondo la risoluzione ONU n. 181 (29 novembre 1947) che prevede la divisione della Palestina in 3 parti: uno Stato ebraico sul 56% del territorio, uno Stato palestinese e un’area internazionale comprendente Gerusalemme e Betlemme. 33 i paesi favorevoli, 13 contrari (tra cui quelli arabi e la Grecia), 10 gli astenuti (tra cui Gran Bretagna e Cina). Premier e ministro della difesa è Ben Gurion. La Corte Internazionale di Giustizia respinge il ricorso delle nazioni arabe che contestano la competenza ONU in merito alla spartizione di un territorio. Si pone così fine (si pensa) a secoli di diaspora e persecuzioni degli ebrei, creando per essi uno Stato nella terra madre della loro religione, senza però tenere in conto le esigenze di chi già occupava quelle terre da centinaia di anni. Prevedendo rappresaglie arabe e l’arrivo di altri ebrei dall’Europa, si decide di mescolare i due popoli: 99% di arabi nello Stato arabo e 55% di ebrei nello Stato ebraico, più un’area internazionale interreligiosa abitata per il 51% da arabi. Gli ebrei (tranne le formazioni terroristiche) accettano, gli arabi no, contrariati dalla mancanza di sbocchi sul mar Rosso e sul lago di Tiberiade, principale risorsa idrica dell’area; e dal fatto che alla minoranza ebraica viene concessa la maggioranza del territorio.

1948, 15 maggio. Gli Stati Uniti di Truman riconoscono immediatamente lo Stato di Israele. Due giorni dopo lo fa Stalin e a seguire altri paesi, meno il Vaticano che non tollera ebrei in Terrasanta. Lo stesso giorno l’Egitto entra in guerra contro Israele: ufficialmente per punire le bande terroristiche ebraiche e ristabilire la sicurezza in Palestina. Eserciti egiziano, transgiordano, iracheno, libanese e siriano entrano in Palestina “per mantenere l’ordine e preservare i luoghi santi da umiliazioni ebraiche”. Come rappresaglia alla strage di Deir Yassin tre aerei arabi bombardano le colonie ebraiche di Kfar Etzion massacrandone la popolazione. Nei giorni seguenti 1.500 ebrei si arrendono a Gerusalemme e poi gli israeliani bombardano Amman, capitale della Transgiordania.

1948, 25 giugno. Il comandante di Irgun, Begin, minaccia di rovesciare il governo ebraico.

1948, 29 giugno. Dopo 25 anni di occupazione, gli inglesi lasciano la Palestina.

1948, 3 luglio. Arabi ed ebrei respingono il piano di pace del mediatore Onu Bernadotte, che propone: riduzione dello Stato ebraico, mantenimento dell’unità palestinese tra zona ebrea e araba, libertà d’immigrazione nella zona ebrea, statuto internazionale per Gerusalemme. Riprendono gli scontri.

1948, 17 settembre. A Gerusalemme il mediatore Bernadotte e l’osservatore Onu colonnello Serot, vengono assassinati, pare dalla banda Stern.

1949, 13 gennaio. A Rodi si aprono le trattative…

palestina

L’orribile comandamento della Bibbia

(dall’Antico Testamento – Deuteronomio 7, 12)

7:1 Quando il Signore, Iddio tuo, ti avrà fatto entrare nella terra alla quale sei diretto per prenderne possesso, e ne avrà cacciate d’innanzi a te molte nazioni …7:2 e quando il Signore, Iddio tuo, te le avrà date in potere e tu le avrai sconfitte, dannale allo sterminio, non venire a patti con loro e non conceder loro grazia. 7:5 Ma trattali così: demolite i loro altari, spezzate i loro cippi, abbattete le loro Asceroth, date alle fiamme i loro idoli… 7:16 Distruggi dunque tutti i popoli che il Signore, Iddio tuo, ti dà: non si impietosisca il tuo occhio per loro… 12:2 Distruggete tutti i luoghi, nei quali quelle nazioni a cui voi ne toglierete il possesso, hanno servito ai loro dei, sopra i monti e sopra i colli o sotto ogni albero frondoso; 12:3 Abbattete i loro altari, spezzate le loro statue, incendiate i loro boschi, fate a pezzi i simulacri dei loro dei, cancellate il loro nome da quel luogo.

I riferimenti sono ai Cananei, popolo che credeva negli dei degli Ittiti e che nel 1.200 a.C. venne in gran parte cacciato dalla Palestina dagli Ebrei, i quali scappando dalla schiavitù in Egitto, chiamarono quei luoghi Terra di Israele.

La Terra di Israele è stata finora abitata da almeno 15 popoli, a partire dal 600.000 a.C. come dimostrano alcuni ritrovamenti umani a sud del lago di Tiberiade. Il più lungo periodo di influenza su questa terra è stato quello romano (701 anni) seguito da quello arabo ottomano (400 anni) e poi dall’ebraico (250 anni).

A Gerico e sulle rive del Mar Morto attorno al 10.000 a.C. si stabilirono le prime comunità agricole; nel 4.000 a.C. primi insediamenti a Gerusalemme; nel 3.000 a.C. in Palestina si stanziarono i Cananei fondatori della città di Ebla. Nel 2.500 a.C. la tribù cananea dei Gebusiti fondò Gerusalemme. Nel 1.800 a.C. iniziò la prima migrazione in Palestina di nomadi provenienti dalla Caldea e dalla Mesopotamia e dei Filistei, popolo marinaro che arrivava da Creta e si stabilì sulle coste palestinesi. Gli Ebrei erano pastori nomadi provenienti da Ur in Caldea (nell’attuale Iraq a sud di Bagdad, vicino a Nassiria) e si stabilirono nel Sinai, nel deserto del Negev e in quello arabo, spostandosi poi in Egitto a seguito di una carestia. Nel 1.250 a.C., divenuti schiavi dei successori degli Hyksos, gli ebrei lasciarono l’Egitto ristabilendosi in Palestina. Nel 1.000 a.C. a Gerusalemme governava re Davide a capo di un regno israelita. Nel 926 a.C. gli Egiziani saccheggiarono Gerusalemme e nell’840 a.C. i Siriani la occuparono per 30 anni. Nel 720 a.C. gli Assiri conquistarono la capitale. Nel 587 a.C. fu la volta dei Babilonesi che la distrussero assieme al tempio deportando gli Israeliti a Babilonia e governando il territorio fino al 538 a.C.. Poi fu la volta dei Persiani (iraniani) che, sconfitti i Babilonesi, trasformarono Gerusalemme in capitale di una provincia persiana (dal 538 al 333 a.C.). Nel 332 a.C. Alessandro il Macedone conquistò Gerusalemme che rimase sotto il controllo greco fino al 301 a.C. prima do tornare sotto l’influenza egiziana per circa cent’anni. Successivamente, nel 200 a.C,, Gerusalemme passò sotto i Seleucidi greco-siriani e nel 169 a.C., il governatore di quel popolo, Antiochio Epifanio, dopo aver distrutto la capitale ne bandì l’ebraismo fino alla rivolta ebraica dei Maccabei nel 167 a.C., fondatori della dinastia Asmoneana durata dal 141 al 63 a.C., anno dell’avvento dei Romani che la tennero in pugno fino al 638 d.C., passando attraverso varie rivolte, la cacciata degli Ebrei nell’anno 135 ad opera dell’imperatore Adriano e un’occupazione persiana. Nel 638 iniziò il dominio islamico con la conquista del califfo Omar Ibn al-Khattab che chiamò Gerusalemme Al-Quds (La Santa) e permise agli Ebrei di farvi ritorno in una città completamente islamizzata. Dopo il governo dei Turchi dal 1.072 al 1.092, i Crociati nel 1.099 conquistarono Gerusalemme trasformandola in un regno latino; ma nel 1.187 Saladino la riportò ai Musulmani e agli Ebrei fu permesso rimanervi. Dal 1.229 al 1.239 la pace tra Turchi e Cristiani assegnò all’imperatore Federico II di Germania il governo della città santa, che poi tornò agli Arabi fino al 1.516, con un intervallo di un anno di invasione mongola (1.243-44). Nel 1.517 fu la volta dell’Impero Ottomano che governò la Palestina esattamente 400 anni fino al 1.917.

29
Gen
09

Sopravvissuto a 4 lager

133-1186-mauthausenAl prete che nega l’Olocausto

il racconto dell’uomo morto due volte

La precisazione del Papa Ratzinger che il 28 gennaio 2009 ha rinnegato le frasi negazioniste rispetto alla Shoah espresse dal vescovo inglese Richard Williamson (da lui riabilitato il 24 gennaio dalla scomunica pronunciata da Giovanni Paolo II contro i lefèvriani) non è bastata a frenare le dichiarazioni di quanti negano l’Olocausto di sei milioni di ebrei e l’uccisione di altri quattro milioni di prigionieri nei lager nazisti. Dopo Williamson, che si dice convinto che nei campi di sterminio del Terzo Reich siano morti “solo 300.000 ebrei”, un altro sacerdote lefèvriano, don Floriano Abrahamowicz (viennese, ma esercita in provincia di Treviso) intervistato dalla Tribuna di Treviso, il 28 gennaio dice che la funzione delle camere a gas era quella di… “disinfettare”!

E’ lo stesso giovane prete che (testimonia il servizio di Anno Zero su Youtube) disse ai fedeli in chiesa: Con l’aiuto divino vi incoraggio a rispondere se necessario, anche in modo armato a un’aggressione, combattendo non solo l’Islam, forse ancora di più i suoi mandanti.

A questo sacerdote offro il resoconto di questa testimonianza filmata che ho raccolto tra le sue lacrime dall’ex soldato padovano, Luigi Bozzato, finito ventenne a Dachau, Mauthausen e in altri due campi: non era ebreo, quindi il suo racconto non ferirà l’orgoglio “cristiano” del suddetto prete.

Ci hanno portato in stazione sul carro bestiame e ci hanno buttato su, peggio delle bestie. Per ogni vagone eravamo 80-90, per fare i bisogni… in piedi. Uno moriva e non poteva mica cadere per terra… Quando arriviamo a Innsbruck il treno si ferma, apre le porte… Gridano con la cattiveria che han loro: “Fuori i bambini!”. Alle mamme han portato via i bambini. Giù le donne e noialtri uomini là su questo vagone. I bambini su un vagone e le donne su un altro. Queste donne non volevano lasciare i figli, immaginarsi bambini di 3-4 anni, ma anche di 5,6 7 mesi… A Monaco ci lasciano su un binario morto una notte e un giorno senza bere né mangiare. A Dachau ci fanno scendere… Con la fame che avevamo… C’era sempre qualche pezzo di pane o di pastasciutta che buttavano. Abbiamo cominciato a mangiare anche se c’erano i vermi. Allora i tedeschi han cominciato a picchiarci col moschetto… Ci mettiamo in colonna e sull’entrata del campo c’era l’emblema della morte. Entriamo e c’è una fila di tavoli con le Ss. Consegnati i documenti, un tedesco mi ha detto: “Ah italiano! Se non sei morto in Italia, qua morirai”. Tutti quelli come me o partigiani o ebrei, ci buttano in un camerone. Appena arriviamo, con le macchinette cominciano a pelarci, farci la pulizia dappertutto. E dopo ci danno un colpo di Clorina, con cui una volta si disinfettavano i gabinetti. Ci sono persino uscite delle vesciche. Poi ci hanno accompagnato fuori nudi e ci danno una veste a righe sporca e piena di pulci e pidocchi. Ci portano in una baracca. Al numero 24 c’erano i bambini che venivano da altre parti e al 27 c’erano i sacerdoti di diverse religioni. Alla mattina sveglia alle 4 e mezza. Alle 5 e mezza eri sul campo controllato dal kapò- il capo baracca. Aveva la tabella, registrava tanti vivi e tanti morti, perché ne morivano sempre…

Abbiamo cominciato a lavorare andando a prendere le bombe ritardatarie a grappolo, una scoppia adesso, una dopo un’ora, un giorno. Ma noi non eravamo artificieri, non sapevamo niente, eravamo gruppi da 200 e siamo ritornati in 30-40. Rientriamo e incontro un padovano. “Ciao- gli dico- hai un numero così basso… Com’è?” “Mi chiamo Fortin, sono parroco di Terranegra” “E io sono di Pontelongo”. Lui aveva 10-12.000 numeri meno di me. Ci mettiamo a parlare …Lui è stato tradito dalla popolazione che l’ha venduto per 500 lire perché dava assistenza agli inglesi.

Passano tre mesi e comincio a non star bene. Trovo il prete: mi tasta e dice “Hai la febbre, a occhio hai la pleurite”. “Io padre non ce la faccio più, voglio uccidermi”. “No- ha detto- bisogna che resisti”. Passano ancora due mesi e mi dice ancora di resistere: “Bisogna che torniamo a casa. E poi ti ho promesso che verrò io a sposarti con la tua ragazza”.

Quando fanno l’appello nella baracca risulto presente, ma appena tutti escono io mi nascondo tra i morti. Passa così una settimana, finché han fatto l’appello generale sul campo e alla baracca numero 22 ne manca uno. Sarebbe presente dice il kapò. Guarda… Sapeva già che mancava un italiano. Allora sono andati a vedere attorno al reticolato dove c’erano 5000 volts e tanti andavano a suicidarsi: come minimo 40-50 per notte. Io sono nascosto, aspetto un poco e sento che non ritorna il resto dei prigionieri. Vado fuori. I tedeschi mi prendono e cominciano a picchiarmi, poi mi portano sul piazzale, c’erano 2-3 gradini e una picca a destra e una a sinistra e il tavolo di torture. “Italiener kein arbheit” (italiano niente lavoro)… Mi danno 50 frustate e io dovevo contare fino 50, ma dopo il 7 sono svenuto… Mi portano alla baracca di punizione numero 19. C’è ancora. Mi buttano là, saremo stati 50-60. A uno mancava mezzo sedere. Mi sveglio sfinito, in 2 o 3 giorni avevo dormito 10 ore. E ho sorseggiato un brodo. Una scodella di smalto. Era senza gusto, pieno di vermi perché era lì da 3-4 giorni… e poi non sono stato più capace di mangiare, mi sento male. Viene un tedesco: “Domani vi mandiamo via”. Vedo arrivare il prete- lui come tutti gli altri preti, andava a concimare i campi vicini con la cenere dei cadaveri. “Padre- gli ho detto e lui ha fatto un salto, credeva di avermi già concimato- Padre, lei forse tornerà a casa, ma io ormai non torno più. Non vede come sono messo? Se mi vedono mio papà e mia mamma… Mi viene vicino e apre una scatola che somiglia a quelle delle pastiglie Valda che ho consegnato al tempio dell’Internato Ignoto, mi benedice mi comunica mi abbraccia senza dire neanche una parola. Poi io là non l’ho più visto. Mi sono addormentato. La mattina ci portano alla stazione, ci buttano sul carro bestiame e dopo un giorno e una notte arriviamo a Badenburg. Entriamo e il capo baracca polacco che lavorava assieme ai tedeschi vede che avevo la “I” e il triangolo rosso: “Tu italiener?” “Ya, italiener, ormai sono alles kaput, sono sfinito, non ne posso più, guarda- ho mostrato le gambe- come sono messo e in più ho preso 50 frustate…. Dov’è Dio?” Mi ha detto “Italiener, dopo l’appello passi al numero 11 e ti fermi. Mi prepara un pacchetto con un pezzo di pane. Siccome in ogni baracca eravamo 3-400-500 e c’erano sempre morti, avanzava del pane. I kapò non erano magri come noi e allora aiutavano qualcuno. Mi dà questo pezzo di filone fatto di segature, semola e rape macinate, erba… Sono andato avanti 2 ore. Mi dice “Italianer, tu morgen arbheit in fornasa” (domani lavori in fornace). Lì non si stava male perché il freddo non lo sentivi. Mi han messo a caricare le pietre sui carrelli che dovevano andare fuori. Per 10-12 giorni. Poi siccome avevano fatto un ufficio nuovo per le Ss, mi manda a fare le pulizie. C’era da togliere l’erba, ero fortunato. E mano a mano che la toglievo la mangiavo. Saltavano fuori i vermi e mangiavo anche quelli, ho cominciato a mangiare erba, tutto quanto. Perché ormai ero sfinito. Ho saputo dopo che pesavo solo 37 kg. Poi ho fatto pulizie dentro con lo straccio. Il terzo giorno un Ss entra nel suo ufficio e mi dice “Buono buono, tu italiano?” “Sì” “Tu Badoglio?” Io ho taciuto perché eravamo traditori noialtri no? Allora ha detto “Tutto bene, preparato bene”. Mi han rimesso in fornace. Dopo 30-40 giorni, con 15-20 uomini mi portano a Mauthausen. Si è cominciato subito a vedere morti. Ci portano alla baracca 13. Alla mattina formano i gruppi e mi mandano a lavorare giù alla “cava della morte”. Ma come faccio se non riesco a camminare? Nella cava dopo aver caricato i carrelli, un kapò mi dice “Oggi devi portare il sasso sulla scala di 178 gradini”. Come faccio se non riesco neanche a camminare? Erano sassi da 15-20-30 kg e ce li caricavano sulle spalle. Uno mi dice “Ricordati di non stare a sinistra, ma a destra perché la scala pende a sinistra”. Quando arrivavamo sopra c’era un tedesco che ci aspettava e ai primi che arrivavano dava un colpo al sasso; perché non avevano bisogno di questi sassi, avevano bisogno di ucciderci. Io non ce la faccio, con la testa bassa stando sempre attento a quelli che arrivavano prima… Quando arrivavano su, quello gli dava un colpo e magari il sasso rotolando giù ne ammazzava 15-20-30. Allora buttavo giù il sasso e riscendevo. Quando siamo giù guardiamo tutti questi morti e poi avanti per la scala finché rientriamo in baracca. Lì fanno l’appello e ti danno un mestolo di acqua e rape fatte con le segature. Poi andavi a dormire. Alla mattina ti davano questo caffè che pareva fatto di ruggine, senza gusto e un filone di pane per 20 persone; poi a lavorare. Passano mesi e una bella sera alle 8 guardano il mio numero 70367 sul braccio: “Italiener, morgen du khein arbeit”. Mi portano quasi a metà campo dove a destra c’è una scaletta che porta giù: ci sono camere a gas, crematori e banchi di torture. Mi spogliano nudo e cominciano a pestarmi in mezzo alla neve, 30-40 centimetri di neve, poi mi buttano giù, ormai non sentivo più niente… Mi trovo nella camera a gas e invece di mollare il gas hanno mollato acqua. Dopo 3-4 ore, non so quante, sono rinvenuto dietro il crematorio. Sono nudo, esco, c’è una sala, apro la prima porta vicino al crematorio e ci sono 7-8 cadaveri. Cos’ho fatto? Mi sono vestito con i vestiti del primo morto. Il morto aiutava il vivo. Ora con il 150.049, avevo due numeri. Ho trovato un gesso con cui ho scritto “LB”, adesso la B si legge appena appena. Poi sono andato nella baracca 15 dove c’era sempre movimento.

A metà marzo 1945 vedo arrivare tanti prigionieri, forse quelli di Auschwitz e di tanti altri campi. Li portavano al centro della Germania, più vicino e man mano che arrivavano li ammazzavano tutti. Perché anche a Mauthausen aprivano fosse comuni e li buttavano là. Sono rimasto a Mauthausen altri 10-12 giorni, poi mi hanno spedito al sotto campo di Dachau, a 4-5 km. Là ho visto questa “balilla”, una bella ragazzina, poi ho capito che era italiana, nata a Rodi da mamma di Trieste e papà bulgaro. Poi mi hanno mandato a Araka. Mi danno pala e piccone, ma io non riesco a lavorare. Facevo finta, e mi vedo il secondo o terzo giorno recapitare un pacchetto di pane: c’era una mela e un pezzettino di pane. Dono di un soldato della Wehrmacht. Ho cominciato a mangiare, a riprendermi un po’. Poi però hanno preso nome e cognome del soldato e non l’ho più visto. E a me il giorno dopo cominciano a frustarmi. Là c’erano due italiani che lavorano nella cucina delle Ss, erano veneziani di Dolo. Mi han portato nella loro baracca dove mi hanno disinfettato, mi han dato da mangiare, tenendomi un paio di giorni. Poi è arrivata una ragazza: le donne mangiavano un cucchiaio in meno di sbobba per darlo a lei che aveva più bisogno. Dopo 15-20 giorni veniamo liberati il 5 maggio 1945 dalla 5^ armata americana. Quando venivano avanti gli americani gli urlavamo che si fermassero. Loro credevano che gli facessimo festa… invece gli dicevamo “No!” Infatti i primi sono rimasti fulminati toccando il cancello elettrificato. Quando hanno aperto il portone noi siamo scappati, siamo andati al deposito di patate a 150 metri dal campo, per prendere del cibo e tornare al campo. Abbiamo acceso il fuoco, ma finché si cucinavano le patate… tanti hanno cominciato a mangiarle affumicate. Gli americani se ne sono accorti e hanno buttato via tutto distribuendo delle razioni. Tanti si sono gonfiati, anch’io mi sono gonfiato… allora mi è venuto in mente che quando qualcuno era malmesso di stomaco, in farmacia ti davano carbone di legna. Ne ho preso e mi ha salvato, ma in tanti invece sono morti proprio riprendendo a mangiare. Dopo 15-20 giorni è arrivata la prima autocolonna italiana mandata dal Papa. Il 25-26 maggio è arrivato l’ordine: “Nella notte preparatevi che alle 9 arriva la colonna. Abbiamo dato preferenza alle donne perché si lavassero. Non c’erano i bagni come adesso, mancava l’acqua. Gli americani hanno preparato dei letti sui camion; c’erano crocerossine e suore. Alla mattina verso le 6-7 ritrovo questa ragazza e le chiedo: “Sarai contenta che andiamo a casa!” Lei rispose: “Luigi tu sarai contento perché troverai tuo papà e tua mamma… Io ho visto morire tutti i miei, di 8 sono rimasta sola. E poi… sono una donna?” L’avevano sterilizzata, hanno torturato anche lei… Facevano esperimenti di fecondazione….

Ne ho viste tante… L’odore di morto portato dal fumo lo sentivi a 20 km di distanza! Ogni tanto prendevano 500 uomini nudi nel piazzale e sparavano, anch’io ho preso una pallottola sulla gamba che mi ha tolto in una baracca un dottore polacco con una lama di seghetto.

La cosa peggiore era quando ammazzavano i bambini: la mamma stava per partorire, le sollevavano il bambino mentre vedeva la luce di Dio e davanti a lei lo infilzavano con la baionetta… Poi ammazzavano anche lei… Vedevi prendere il piccolo per la testa e spaccargliela. Andiamo! Noi avevamo colpa che avevamo vent’anni… Ma quei bambini là… Italiane, ebree, tutte… Le italiane sono state più perseguitate perché hanno cominciato già nel ’33. Quello che han passato gli ebrei l’abbiamo passato anche noi. Loro sono stati perseguitati di più, ma come numero, in proporzione… i giorni loro e i giorni nostri sono là. Ho visto di tutto: esperimenti, torture, punture per vedere quanto si resiste… La maggior parte delle donne veniva sterilizzata, gli toglievano tutto. La maggior parte sono morte così. Anche le ragazze di 14,15 anni le fecondavano e facevano esperimenti.

Tornato a casa, il secondo giorno vengono a trovarmi i compagni partigiani. E dicono “Adesso è ora che anche tu…” Ma mio papà ha risposto: “Ragazzi, basta sangue” e a me: “Siediti là. Adesso stai in pace. A ricordare, perdonare, non dimenticare e non odiare”.

Una volta sono andato in gita in Germania e ho trovato un giovane tedesco che piangendo mi viene vicino e mi abbraccia. “Non hai colpa tu- gli ho detto”. Non avrebbe colpa neanche se suo papà fosse stato un Ss… Ero fascista anch’io…Volevo partire volontario, poi il colonnello mi disse “No Bozzato, mai fare la firma”.

Mi sono rimasti dentro tutti i morti e le barbarie che ho visto. Non posso ancora dormire perché sono sempre là che chiamano: “Vieni a portare un mazzo di fiori!”.

Gli incubi di Luigi Bozzato sono definitivamente finiti nel settembre 2008 a 85 anni, quando Luigi, che ha vissuto facendo della sua vita una testimonianza attiva, è morto per la seconda volta. Nei registri di Mauthausen risulta deceduto il 24 dicembre 1944. Il Comune del suo paese natale, Pontelongo, dove ha vissuto nella sua casa-museo circondato dall’angoscia della memoria, ha proclamato un giorno di lutto cittadino. Ricordare, perdonare, non dimenticare e non odiare, gli aveva insegnato suo padre.

15
Gen
09

Rappresaglie

sorelle_balousha110 italiani per ogni tedesco ucciso.

200 palestinesi per ogni israeliano ucciso.

Le rappresaglie, quando ci vogliono sono necessarie in guerra, anche se purtroppo sono sempre gli innocenti a pagare. Le rappresaglie, del resto, sono ammesse dagli usi internazionali.

Chi parla, a Mestre al processo del 4 marzo 1947 che lo vide imputato in un tribunale inglese per l’eccidio delle Fosse Ardeatine costato la vita a 335 romani, è il feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante delle forze tedesche in Italia, divenuto celebre per l’ordine di fucilare 10 italiani per ogni tedesco ucciso dai partigiani.

La rappresaglia voluta da Kesserling fu la risposta alla strage di via Rasella del 23 marzo 1944, costata la vita (nell’immediato) a 33 soldati tedeschi, 2 passanti e al ferimento di altri 110 militari del terzo Reich (altri 9 morirono in seguito).

L’attentato di via Rasella fu troppo grave perché io, comandante supremo in Italia, non stimassi doverosa la rappresaglia. Avevo altro da fare io, con la mia responsabilità di comandante supremo di un fronte minacciato, e con una città esplosiva come Roma alle spalle, che preoccuparmi delle leggi! Sappiano gli uomini che un comandante supremo non é tenuto a preoccuparsi dei regolamenti.

Quando il procuratore inglese gli chiese quali altre rappresaglie avrebbe potuto adottare anziché giustiziare 335 innocenti, Kesserling presentò tre scenari apocalittici: Avrei potuto ordinare lo sfollamento di Roma per due milioni di persone, o dichiarare decaduto lo status di Città aperta facendo rientrare nella capitale le nostre truppe ed esporre così la cittadinanza ai bombardamenti aerei anglo-americani; avrei potuto infine dare alle fiamme l’intero quartiere di Roma. Ma preferisco sedere qui su questo scanno di imputato, piuttosto che avere nella storia un seggio accanto a quello di Nerone.

La minaccia partigiana- dichiarò al processo il generale Kesserling- venne ad aggravare la situazione disastrosa per il temuto dissolvimento dell’esercito tedesco. Come comandante supremo avevo il diritto e il dovere di oppormi a questa guerriglia insidiosa di fuori legge, con tutti i mezzi di cui disponevo; mezzi, del resto, consentiti dalle usanze internazionali. Io diramai gli ordini ai comandi. Se vi furono eccessi da parte di qualche reparto isolato o di gruppi di singoli soldati, questi sono dovuti allo stato di esasperazione in cui la durissima guerra e le azioni insidiosissime dei partigiani – la cui offensiva veniva quando meno la si attendeva, da dietro una casa, da dietro una siepe – avevano ridotto i miei soldati. Spero che, comunque vada questo processo, i legislatori di tutte le Nazioni fissino, in forma inequivocabile, la disciplina dell’azione partigiana, in modo che non vi siano più dubbi in proposito.

La condanna fu severa, ma l’epilogo grottesco. Condannato a morte, la pena venne commutata in ergastolo, poi in 21 anni, ma nel 1952 Kesserling era già stato scarcerato per un tumore che gli impedì di scontare più di 5 anni di carcere, ma non di divenire capo federale del movimento paramilitare degli Elmetti d’acciaio - Stahlhelm, Bund der Frontsoldaten.

Dopo 20 giorni di rappresaglie israeliane nella striscia di Gaza, il bilancio è di 1.000 morti palestinesi. Le vittime israeliane, a partire dai primi missili di Hamas, lanciati contro Israele il 27 dicembre, sono state 5. Il rapporto della rappresaglia, è quindi oggi, di 200 palestinesi per ogni israeliano ucciso. Nella foto del quotidiano inglese Independent, le cinque sorelline colpite nel sonno da un caccia bombardiere F16 israeliano nella loro povera casa dentro il campo profughi di Jabaliya.

Nel 2006 incontrai in conferenza stampa l’allora ambasciatore israeliano Gol Ehud: gli chiesi perché Israele che, tra i due contendenti era il più forte, non dava prova di saggezza facendo per primo un passo indietro. Il cortese ambasciatore perse le staffe: Voi italiani non capite a cosa siamo continuamente sottoposti!… Già, forse noi non possiamo capire.

16
Feb
08

I grandi revivals

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La storia va avanti… ma poi ritorna

Riecco la messa in latino

La storia è fatta di corsi e di ricorsi. Giobbe Covatta ci scherza su: Corsi e ricorsi, ma non arrivai. E quindi non c’è da stupirsi se, dopo la negazione da parte di alcuni che siano avvenute terribili realtà come l’Olocausto o eventi come il primo sbarco sulla luna, in Italia qualcuno tenti di rievocare situazioni o (in alcuni casi) spettri del passato. Di là dal Tevere, per esempio, al pontefice tedesco che non nasconde di aver fatto parte (forzatamente come i suoi coetanei) della Hitler Jugend (gioventù hitleriana) o di essersi arruolato volontario a 16 anni per caricare i cannoni della antiaerea a difesa della fabbrica BMW dai bombardamenti alleati del ’43 e nemmeno di essere poi passato a un reparto intercettazioni telefoniche, piace maledettamente il latino al punto di consentirlo (dal 14 settembre 2007) a qualsiasi prete lo voglia rispolverare per rendere la messa… incomprensibile ai più. Era dal 1970 che questa antica usanza di pregare in latino (che piaceva anche a padre Pio) era scomparsa per merito di papa Paolo VI, ed ora risorge dalle ceneri.

Riciclare il latino non è un puro esercizio dialettico o letterario e non vuol neanche dire tornare alle origini: oltre a creare un’inevitabile frattura tra il popolo dei fedeli che al 90% non ne capisce i termini, ha delle implicazioni storiche, richiama un lontano passato di cui, tra l’altro, la Chiesa farebbe meglio a volersi dimenticare. Sì perché la messa in latino si rifà al rito di san Pio V (che aveva rielaborato il Messale romano allora in uso) e quindi riporta alla mente il periodo in cui fu partorita. Papa Pio V, già Inquisitore a Como e Roma, divenne Grande Inquisitore Generale mostrando di amare i roghi contro gli eretici. Rimase celebre per aver sconfitto militarmente i Turchi il 7 ottobre 1571 a Lepanto a fianco della flotta veneziana (a ricordo di quella data istituì la festa del Santo Rosario), per aver scritto il Catechismo Romano e stabilito l’unità della Liturgia Romana. Ma anche per il suo odio per gli Ebrei che scacciò dallo Stato Vaticano (tranne Roma e Ancona) ordinando che perfino i loro cimiteri venissero distrutti e obbligandoli a fuggire portandosi dietro i loro morti.

Tra le sue imprese minori: l’abolizione del Carnevale, la punizione per accattoni e bestemmiatori, la cacciata delle prostitute e l’abolizione delle tauromachie romane. Fa impiccare un poveraccio che lo ha offeso con una scritta ingiuriosa su un vespasiano; impicca e brucia davanti a Castel Sant’Angelo il poeta Aonio Paleario che non credeva al purgatorio e che l’aveva attaccato in un sonetto: Quasi che fosse inverno, brucia cristiani Pio siccome legna per avvezzarsi al fuoco dell’inferno. Fa decapitare e bruciare anche Pietro Carnesecchi, anziano prelato eretico (già segretario pontificio) e impone che tutti i cardinali siano presenti allo show del patibolo. Peccato che la pioggia gli guasti lo spettacolo rendendo difficile alle fiamme ardere a dovere.

Per Pio V il peccato più grave per un essere umano è il sesso tra coppie non sposate: reato che punisce con la pubblica fustigazione. Per evitare che gli umani cadano in tentazione proibisce ai single di avere domestiche e alle monache di ospitare in convento cani maschi. Siccome gli piace predicare bene e razzolare male, pur essendo contro il nepotismo prende come consigliere un nipote e dà a un altro nipote un posto nella milizia vaticana, cacciandolo quando gli dicono che ha fatto sesso. Eppure, nonostante queste prove di “specchiata cristianità”, nel 1712 lo fanno santo. Forse perché anche da papa dormiva su un pagliericcio, era rigidamente vegetariano, usava gli abiti dei suoi predecessori, dava soldi ai poveri durante la carestia e non faceva altro che lavorare, pregare… e firmare condanne a morte. E’ alla “sua messa” che oggi papa Ratzinger guarda per riportare in auge il latino. Viene da chiedersi se l’interesse della Chiesa del 2000 sia quello di avvicinare il più possibile il proprio messaggio alla gente o piuttosto di restare fedele agli antichi rituali anche a costo di accrescere il divario che la separa dalla maggioranza dei cattolici che credono, ma non sono praticanti. Sarà forse un fatto anagrafico: Benedetto XVI ha vissuto i suoi primi 43 anni ascoltando solo messe in latino!

16
Apr
07

Storia di ordinaria giustizia

storiaGhigliottina

Maneggiare con cura dopo l’uso

Alla fine la testa va esibita al pubblico tenendola per i capelli o, in presenza di un calvo, va impugnata per le orecchie. E’ una delle indicazioni pratiche che il boia francese doveva rispettare al termine della decapitazione, quando la testa del ghigliottinato cadeva nel cesto. In molti si sono chiesti (da fine Settecento al 1981 quando la Francia abolì la pena capitale) che pensasse il cervello del decapitato. Nel senso che prima del taglio l’emozione per l’evento finale il cervello richiamava molto sangue e quindi, a testa tagliata, probabilmente restava attivo per alcuni minuti (qualche medico sosteneva 2, altri addirittura 11). Prova è che gli occhi di qualcuno degli sventurati continuavano a roteare dopo la decapitazione. Allora qualcuno, filosoficamente si chiese: il ghigliottinato si rende conto di essere morto? Questione di lana caprina… Di fatto la decapitazione più eccellente fu un fiasco. Quando il 21 gennaio 1793 fu il turno di Luigi XVI, il boia numero uno di Parigi Charles Henry Sanson, forse per l’emozione, posizionò male nel traversino il collo del condannato e quando la lama vi si abbattè non riuscì a tranciarlo di netto. Il re lanciò urla strazianti e morì così con il collo a penzoloni sulla cesta. Andò meglio per la regina Maria Antonietta, la cui ultima parola salendo sul patibolo, a quanto si raccontò, fu “pardon” per aver inavvertitamente pestato il piede del boia. Sanson era però abituato a scene molto più raccapriccianti. Da ragazzo era stato aiutante del boia ufficiale e collaborò quindi per conto di Luigi XV e secondo il barbaro uso regale, a squartare da vivo Damiens l’attentatore del sovrano. Lo squartamento era riservato proprio a chi aveva osato troppo, come minare alla vita del re o dei suoi figli. Consisteva nel legare la vittima per braccia e gambe a quattro cavalli spronati a galoppare in direzioni opposte. Si dice erroneamente che la ghigliottina l’abbia inventata il dottor Joseph Ignace Guillotin che fu tra i primi a praticare le vaccinazioni preventive. Di certo fu il Re Sole a chiedergli di far modificare la lama della già esistente ghigliottina rendendola più obliqua. Il vero costruttore del marchingegno fu il falegname tedesco Schmidt. Sanson, il primo ad usare la ghigliottina, era di lontana origine fiorentina (emigranti di metà Cinquecento). Solo lui e i suoi figli giustiziarono 2.800 persone. Il giorno in cui per sua mano morirono Robespierre e seguaci, pare che Sanson e figli toccarono il poco felice record di 12 esecuzioni in 13 minuti. A quanto pare la sola volta che Charles Henry Sanson si commosse sul patibolo fu quando un suo figlio, inciampandosi mentre mostrava al pubblico l’ennesima testa mozzata, cadde dalla alta forca e morì.




Biografia

LAVORO Giornalista pubblicista, collaboro con quotidiani e riviste nazionali- Uffici stampa- Testi per aziende, documentari, web, biografie, pubblicità- Speaker HOBBY Scrivere e fotografare

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