Immigrati italo-brasiliani


pansieri Transatlantico

“Meglio in America che in Italia

Qui chi ci tratta male sono i nostri fratelli” 

(per il Corriere della sera 30 novembre 2006 – dorso veneto)

PADOVA. “A Treviso non ci sono extracomunitari lavavetri… solo qualche venditore di fiori. Ma io che faccio? Mando un gruppo di vigili urbani che gli disfano tutto. E i fiori poi li faccio portare al camposanto, sulle tombe”. Scoppia una risata, ma di quelle che sottendono un’aperta critica… e lo si sente immediatamente dai commenti in sala. La spacconata di un cabarettista? No, l’intervista rilasciata dal prosindaco Gentilini ai giovani autori del documentario “Merica”, presentato lunedì sera in anteprima a Padova al festival Videopolis. Non è che una delle colorite ammissioni dell’ex “sindaco sceriffo” che hanno suscitato nel pubblico una scandalizzata ilarità; anche perché il tema del video, finanziato in parte dalla Regione Veneto per premiare i vincitori dell’edizione 2005 del festival, affrontava un argomento serio: l’immigrazione di ritorno, quella dei nipoti dei veneti emigrati in Brasile tra l’8 e il ‘900 e ora desiderosi di tornare alle radici, più che altro in cerca di lavoro. Gentilini però ha dato molto di sé anche affermando a proposito degli extracomunitari, che “Noi all’estero abbiamo esportato la nostra civiltà, mentre questi che vengono nel nostro territorio, di che civiltà sono portatori? Della civiltà del deserto, della steppa, della tundra”. Anche per questo nel video il prosindaco trevigiano ricorda che suggerì al governo di abbandonare le missioni militari all’estero: non perché fossero sbagliate, ma per impiegare quei soldati, assieme ai poliziotti, “per blindare i nostri confini”.Poi il clima torna serio: “Merica” parla nell’italiano dialettale dei figli e nel portoghese dei nipoti; dice l’amarezza per una vita bestiale nei campi dove gli italiani sostituirono i neri quando fu abolita la schiavitù… e il desiderio di vedere da vicino la tanto sognata patria. “Nonna raccontava che in mezzo all’oceano pensava che avrebbe buttato a mare il corpo del figlio più piccolo, poi chiese al bambino cosa lo stomaco pretendesse di più: qualcosa di salato, rispose zio. E qualcosa di salato gli salvò la vita”. Pare la storia dei barconi dei disperati del Nord Africa. E poi il sogno deluso. Si spegne l’eco del coro di bambini che in mezzo al verde rigoglioso delle colline carioca canta “Sono un italiano” e si accende il grigio dell’inverno padano. E’ l’arrivo a Verona e a Treviso dei ragazzi dal cognome veneto, dalla pelle abbronzata e l’accento soave dello Stato di Santo Espiritu: filmati pochi mesi fa nelle loro case diroccate che ricordano quelle dei documentari in bianco e nero di quando l’Italia era terzo mondo. Sono i fortunati oriundi, partiti prima che la lista d’attesa per ottenere la cittadinanza italiana diventasse lunga 15 anni, dice il nostro console. “Siamo italiani a tutti gli effetti, ma qui nel Veneto ci offendono come fossimo extracomunitari. Allora meglio andarsene in America dove siamo comunque immigrati, ma almeno non soffriamo per l’affronto che a trattarci male sono i nostri fratelli”.

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