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Totò, principe di Costantinopoli ecc. ecc.

Il 15 aprile 1967 a 69 anni moriva a Roma Totò, ‘o principe. E infatti era principe per davvero. A 48 anni (nel ’46) il Tribunale di Napoli gli consentì di fregiarsi dei titoli nobiliari ereditati da suo padre naturale (marchese Giuseppe de Curtis) che lo riconobbe come figlio quando Totò aveva 30 anni, ma soprattutto dal marchese Francesco Gagliardi Foccas che lo adottò quando Antonio era 35enne. Da allora l’attore divenne Antonio Griffo Focas Flavio Dicas Commeno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Cicilia, di Tessaglia, di Ponte di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo. Ovvero… Totò, come lo chiamava mamma sua.

Il titolo di Porfirogenito (generato dalla porpora, ossia nella Sala della porpora del palazzo imperiale di Costantinopoli dove venivano alla luce i principi), era attribuito ai membri della famiglia imperiale bizantina nati da padre regnante. Una serie di titoli così roboanti da sembrare perfino inventati.

Gli imprinting

Eppure agli inizi Totò non se la passò proprio principescamente. Nacque alle 7,30 del 15 febbraio 1898 in una povera casa napoletana del popolare rione Sanità ai piedi di Capodimonte (via S.Maria Antesaecula 109). La mamma Anna Clemente, bella popolana, l’aveva avuto dal marchese Giuseppe de Curtis che sposò solo nel 1921, quando il suocero (nobile decaduto) non poteva più continuare ad opporsi alla loro relazione.

Dalle elementari e dai poveri vicoli frequentati appena poteva, Antonino passò al ginnasio del collegio Cimino nel palazzo del principe di Santobuono, vicino casa. Qui ebbe il suo primo imprinting. Il suo precettore, per gioco o per errore, gli sferrò un pugno deviandogli il setto nasale e determinando un dislivello di un cm. tra i due lati del viso: il primo tratto caratteristico della futura vis comica di Totò. L’altro aiuto arrivò dal comico napoletano Gustavo De Marco, che Totò imitava fin da ragazzo (alla fine degli anni Dieci) nelle feste di amici e in famiglia. De Marco (classe 1883) teneva in testa l’inseparabile cappello, muoveva il corpo come fosse snodato, usava molto la mimica facciale e gli scioglilingua; e il suo cavallo di battaglia era Il bel Ciccillo, che Totò poi riprese assieme all’uomo-marionetta (inventato da De Marco).

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Avrebbe voluto diventare l’attore, mamma non voleva, così decise di farsi prete. Iniziò come chierichetto nella vicina chiesa di S.Vincenzo, ma l’esordio fu drammatico: dimenticò le frasi in latino e venne rimproverato dal parroco e preso a sberle da mamma. A 14 anni mollò la scuola e per un po’ fece l’imbianchino per mastro Alfonso. Di quel periodo la prima esperienza sessuale: gli amici lo portarono da Carmela, anziana prostituta considerata una “nave scuola” e contrasse lo scolo da cui si curò. Poi iniziò a imitare De Marco anche nei teatrini della Sanità. Facendosi chiamare Clerment, si esibiva per 1,80 lire al giorno. Ma mamma Anna non voleva e così a 16 anni nel 1914, nonostante spirassero venti di guerra, partì volontario per il 22° Reggimento di Pisa dove inventava sempre nuove scuse per marcare visita. Sfortunatamente dopo qualche settimana, nell’aprile 1915, l’Italia entrò nel conflitto e Antonio Clemente (aveva ancora il cognome della madre) fu spedito al 182° battaglione fanteria destinato ad invadere la Francia. Alla stazione di Alessandria mise in atto le sue attitudini recitative simulando un attacco di epilessia: pare che il motivo fosse più che altro lo spavento per gli avvertimenti dei superiori che avevano anticipato alla truppa l’esigenza di dividere le camerate con i soldati marocchini, conosciuti per certe ambiguità sessuali. Inviato all’ospedale militare di Livorno, si ispirò ad un ottuso caporale per coniare la frase Siamo uomini o caporali? A guerra finita Totò tornò a Napoli, ma il clima era cambiato: le macchiette alla De Marco non piacevano più e dopo diverse parodie e un grande fiasco teatrale ad Aversa nel ‘22, abbandonò Napoli per Roma.

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Dove non riuscì la bravura poté il barbiere

Al teatro Jovinelli ebbe subito grande successo, soldi e il nome sui manifesti. Ma fu il suo barbiere Pasqualino a farlo scritturare nell’esclusivo teatro Umberto. Da lì arrivarono chiamate a Milano e Torino. Nel ’26 passò alla rivista e nel ’27 un grande successo lo riappacificò con la sua Napoli.

Nel 1933 eccolo impresario di una compagnia di avanspettacolo, il nuovo genere che prevedeva piccole compagnie teatrali impegnate in show di 45 minuti, zeppi di doppi sensi, con copioni spesso improvvisati e pochi soldi. Si esibivano nei teatrini di terza categoria. Dopo 7 anni di avanspettacolo, nel 1940 Totò sciolse la compagnia.

I grandi amori

Nel 1930 per lui si uccise la chanteuse genovese Liliana Castagnola, celebre in Francia e Italia: tra lei, gelosissima e più vecchia di tre anni, e Totò, nacque una breve storia d’amore da lei chiusa ingerendo un intero tubetto di sonniferi quando il suo compagno la lasciò definitivamente per seguire la compagnia a Padova.

Nel ’32 Totò sposò la nobildonna Diana Rogliani Serena di Santa Croce: 34 anni lui, 17 lei. Dopo due anni nacque Liliana (nome evocativo scelto dal principe) e nel ’40, per colpa dell’interesse di Totò per le donne, i due annullarono il matrimonio, accordandosi di restare sotto lo stesso tetto finché la figlia si fosse sposata. Un giorno però i giornali parlarono di un flirt tra l’attore e Silvana Pampanini. Diana accettò una proposta di matrimonio e Totò, indignato per la rottura del patto, compose e le dedicò la canzone Malafemmena.

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(con Silvana Pampanini)

Nel 1954 in Svizzera sposò segretamente Franca Faldini, attrice ebrea esordiente, di 33 anni più giovane, che gli resterà accanto per sempre. Aveva visto una sua foto nel ’51 su “Oggi” e l’aveva subito cercata. Lo stesso anno la bella ragazza restò incinta, ma Massenzio de Curtis morì venendo al mondo.

97 film e pochissima tv

Totò lascia 97 film da protagonista, a partire da Fermo con le mani (1937) di Gero Zambuto, assieme a Tina Pica, dove lui veste anche i panni di una massaggiatrice. Lo diressero tra gli altri: Steno, Monicelli, Comencini, De Filippo, Rossellini, Aldo Fabrizi, Luigi Zampa, Blasetti, De Sica, Mastrocinque, Turi Vasile, Christian Jaque, Bolognini, Corbucci, Gregoretti, Lattuada, Pasolini e Dino Risi. L’ultimo lavoro fu Capriccio all’italiana (1968) di Risi e Pasolini. Ma il regista che lavorò più con lui fu Mario Mattoli che firmò con lui 15 pellicole: da I due orfanelli (1946) a Sua eccellenza si fermò a mangiare (1961).

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(con Tina Pica)

Dal 1947 in poi non mancò anno senza fare almeno un film. Ne fece perfino nel ’39 quando aveva avuto una menomazione all’occhio sinistro, e nel ’56 quando ebbe problemi anche al destro restando cieco per qualche tempo.

Nell’autunno del ’66 si lasciò tentare dalla pubblicità girando nove sketch per Carosello: ne sono rimasti solo due del Brodo Star (Totò cassiere, Totò calzolaio). E nel gennaio ’67 ne girò altri 7, mai trasmessi perché qualcuno li rubò.

Cinque giorni prima di morire ultimò la serie tv Tutto Totò, nove episodi (dei 10 previsti) curati da Bruno Corbucci per la regia di Daniele D’Anza. Girò per tre mesi, nel ’67, con difficoltà a causa della vista e con poca convinzione: chiedeva spesso alla sua spalla Mario Castellani, se quelle vecchie battute avrebbero fatto ancora ridere.

Lui non amava la televisione, che però accettò di fare, anche se con parsimonia. La prima apparizione fu nel 1958 a Il Musichiere di Mario Riva. Quella volta fece passare un brutto quarto d’ora all’amico e compagno di rivista Riva: di punto in bianco Totò esclamò “Viva Lauro”, allora sindaco monarchico di Napoli. Quell’uscita gli costò l’allontanamento dalla Rai per qualche anno. Fino al 1966 quando riapparve a Studio Uno, dove assieme a Mina cantò la sua canzone Baciami. In quell’occasione, parlando del Delle Vittorie disse “Questo teatro è stato inaugurato da me e Anna Magnani durante la guerra e ora, durante la pace, è stato rovinato dalla tv”.

Totò cantautore

Non si pensa mai a Totò come a Gino Paoli o a Venditti. Eppure Totò era un cantautore. Meglio sarebbe dire un autore di musica e testi, anche se qualche canzone l’ha anche cantata. E quaranta sono i brani che ha scritto. Tutti hanno in mente la celebre Malafemmena, ma Antonio de Curtis ne scrisse tante di canzoni, tra il 1941 e il 1967: cantate da Mina, Fausto Leali, Roberto Murolo, Nino Taranto, Achille Togliani, Anna Magnani, Claudio Villa, Natalino Otto, Fausto Cigliano, Lina Sastri, James Senese.

Totò poeta

Totò ne scrisse almeno 64, tra vere poesie e riflessioni. Eccone due tradotte dal napoletano.

RIFLESSIONE

In verità vorrei sapere

cosa siamo in cima a questa terra

e cosa rappresentiamo:

gente di passaggio,

siamo forestieri,

quand’è ora ce ne andiamo.

FELICITA’

Vorrei sapere cos’è questa parola

Vorrei sapere che significa.

Sarà ignoranza la mia,

mancanza di scuola,

ma chi l’ha capito

me lo deve insegnare.

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… Semplicemente Totò

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