Cena al buio


buioUna cena al buio. Nel senso… senza luce

(per il Corriere della sera – 15 febbraio 2006 – dorso Veneto)

LOREGGIA. Scambiare la polenta per purè, le verze per cavoli o il vino bianco per rosso sarebbe impossibile per un cieco; è invece normale per chi è abituato ad affidare agli occhi il suo approccio col cibo. In questi trabocchetti percettivi sono caduti 25 invitati alla quarta cena al buio organizzata venerdì scorso nella sua villa dall’imprenditore- scrittore non vedente Davide Cervellin. Cena al buio nel vero senso della parola e non nell’accezione comune del termine: in questo caso, da incontrare non c’era un partner a sorpresa, ma le proprie percezioni in assenza di luce. Non a caso l’esperimento è caduto nella giornata “M’illumino di meno” lanciata da Caterpillar di Radio 2. Portati per mano da Davide, che li ha accolti a lume di candela, gli ospiti uno alla volta sono entrati nell’insolita dimensione di un luogo misterioso, accompagnati al proprio posto a tavola dove hanno dovuto prendere dimestichezza con piatto, posate, tovagliolo. Nel buio più totale hanno imparato a tenere il bicchiere attaccato al piatto, a cercare a tentoni il pane, a versare acqua e vino: prima con un dito nel bicchiere fino a bagnarlo, poi soppesando i liquidi. E ci si è avventurati in gesti non più ovvi, come passarsi la bottiglia, servire da bere o il cibo nel piatto del vicino. Le sole fonti luminose percepite erano la lucina rossa e i riflessi bianchi degli occhiali a infrarossi che permettevano alla figlia dell’imprenditore Daisy, chef della serata, di aggirarsi con le pietanze nell’oscurità totale. La convivialità e la curiosità hanno presto fugato anche i timori di macchiarsi con la zuppa di verze o col radicchio all’olio dei Colli. Poi, chi lo desiderava, poteva farsi guidare (o azzardare da solo) dall’altra parte della stanza per conoscere gli altri commensali. Tra le mani che stringi c’è quella di Dina di Udine, venuta fin qui per far provare al fidanzato quel che lei vive tutti i giorni. “Non vedere facilita il contatto umano che è sparito dalla nostra cultura” spiega Cervellin: e difatti per sapere se hai qualcuno vicino, finisci con naturalezza per toccargli la spalla o la testa. Ti dai del tu con tutti, forse perché stai condividendo una situazione “a rischio”, o forse semplicemente perché non hai più barriere. Cenare al buio non è un gioco di società, ma un’occasione per riflettere: la convivialità è di enorme aiuto, perché immaginarsi completamente soli nella stessa situazione, comunica un senso di smarrimento che faremmo bene a tener presente per rapportarci meglio agli altri.

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