Mafia & CO.


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La vergogna di Stato

Manuela Loi è una ragazza dai capelli folti e gli occhi sorridenti. Contenta di essere in polizia, anche se ha dovuto passare da un’isola all’altra: dalla sua Sardegna alla Sicilia. Ha un fidanzato che sta per sposare e fra tre mesi compirà 25 anni, ma al momento è il lavoro che la impegna al 100%. E’ domenica pomeriggio e fa caldo, siamo in luglio e a Palermo c’è molto sole. Sestu, il suo paese vicino Cagliari, è lontano anni luce. Oggi non ha impegni, ma è a disposizione: significa che possono chiamarla in servizio. Sale sull’auto blindata, ancora non sa che sta per diventare tristemente famosa in tutta Italia, che le verranno dedicate scuole in tutta la Sardegna, ma soprattutto che quello è il suo ultimo giorno di sole, il suo ultimo giorno. Da cinque giorni fa parte della scorta di Paolo Borsellino (è la prima donna affidata ad una scorta ad alto rischio) e ora sta accompagnando il giudice a casa della vecchia mamma. E’ il 19 luglio 1992, quella è via d’Amelio. Le due auto blindate che arrivano dalla villa di un amico di Borsellino, parlamentare dell’Msi, si fermano sotto i palazzi nella strada che il giudice aveva invano chiesto al Comune venisse interdetta al parcheggio. Scendono i primi agenti in copertura, poi il giudice scortato da un altro poliziotto e da Manuela. Impugnano i mitra, ma appena Borsellino suona il campanello del citofono, una 126 parcheggiata lì davanti esplode con il suo carico di 96 kg di tritolo. Col giudice e Manuela Loi muoiono sul colpo Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Claudio Triana, Vincenzo Limuli. L’asfalto si solleva per 200 metri e i condomini sono sventrati fino al quinto piano.

A distanza di qualche giorno i resti della giovane donna, la prima poliziotta italiana morta in servizio, recuperati a brandelli perfino sulle pareti del condominio, vengono ricomposti in una bara e mandati a casa a Cagliari. Ma a questo punto avviene l’incredibile, che Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, ricorda con rabbia e indignazione nei suoi interventi pubblici: i familiari ricevono anche la fattura delle spese di trasporto. La vergogna di Stato.

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Intreccio di tabulari e “cantanti”

Pochi giorni prima, cioè subito dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, in un intervento pubblico a Palermo, Borsellino aveva detto testualmente: La Corte di Cassazione continua ad affermare, di fatto, che la mafia non esiste. Continua a far morire Giovanni Falcone

Tra gli investigatori chiamati sul posto, Gioacchino Genchi, esperto analizzatore di flussi telefonici e telematici balzato in questi mesi agli onori delle cronache, in seguito dichiarò che l’unico luogo plausibile da dove avrebbe potuto essere premuto il telecomando di innesco dell’esplosione (vedendo direttamente il luogo dell’attentato senza esserne investiti dall’onda d’urto), era il castello liberty di Utveggio, sede di un centro del Sisde (servizio segreto civile), in seguito smantellato in una sola notte), sul monte Pellegrino che domina la città. E poi Genchi tirò in ballo uno specifico agente segreto, già coordinatore dei centri Sisde in Sardegna e Sicilia: Bruno Contrada, arrestato 5 mesi dopo la strage di via d’Amelio per concorso esterno in associazione mafiosa (condanna a 10 anni confermata in Cassazione nel 2007) e nel 2008 già agli arresti domiciliari per motivi di salute). Lo accusavano 4 pentiti di calibro: Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo, Salvatore Cancemi e Giuseppe Marchese. Ma quello che dice Genchi è un dato tecnologico: qualcuno avvisò Contrada dell’attentato di via d’Amelio solo 80 secondi dopo lo scoppio. Che tempestività i servizi! I familiari lo seppero due ore più tardi. Ma come? Non si stava parlando di mafia? Vuoi vedere che i servizi segreti italiani non “hanno seguito molto da vicino” solo il terrorismo! E poi c’è la questione del capitano dei carabinieri Arcangiòli (oggi colonnello), fotografato e filmato pochi minuti dopo la strage, mentre porta in salvo la borsa in pelle di Borsellino. La porta al giudice Ayala, poi dirà in questura, ma di fatto più tardi la rimise nell’auto blindata del giudice dove l’aveva presa. E perché mai? Una volta acquisita… E perché mai senza stendere un verbale… Di fatto la borsa non conteneva più l’agenda rossa da cui Borsellino non si separava mai. Oggi il colonnello suggerisce ai magistrati di cercare altri agenti segreti che si aggiravano tra le auto carbonizzate. Qui sotto ospito con piacere l’intervento che mi ha concesso Salvatore Borsellino, fratello del magistrato assassinato, che da 17 anni si batte per ottenere la verità. Con la determinata illusione che solo i parenti delle vittime, nel nostro Belpaese, possono nutrire.

Qualche notizia sui curiosi abitatori del castello di Utveggio: http://koze_kozim.go.ilcannocchiale.it/post/1598001.html

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La morte della giustizia

Mi è arrivata una notizia alla quale la mia mente si rifiuta di credere. Sono ormai abituato nei 17 anni che sono passati dall’assassinio di Paolo Borsellino a continuare a vederlo ripetutamente massacrato da tutte le volte che è stata negata la giustizia per quella strage. Da tutte le volte che delle indagini sono state bloccate, che dei processi sono stati archiviati nel momento in cui arrivavano ad essere indagati i veri autori di quella strage, i veri assassini di Paolo e dei ragazzi della sua scorta. I veri assassini: quelli che hanno procurato l’esplosivo di tipo militare necessario per l’attentato, quelli che dal castello Utveggio hanno premuto il pulsante del telecomando che ha provocato l’esplosione, quelli che in una barca al largo del golfo di Palermo attendevano la comunicazione dell’esito dell’attentato, quelli che si sono precipitati sul luogo dove le macchine continuavano a bruciare, calpestando i pezzi di quei cadaveri e camminando nelle pozzanghere formate dal sangue di quei ragazzi per poter prelevare l’agenda rossa di Paolo e insieme ad essa le prove della scellerata trattativa tra mafia e Stato. Quella trattativa per portare avanti la quale Paolo doveva essere eliminato, ed eliminato in fretta.

Credevo di essere ormai abituato a tutto, di riuscire a resistere a qualsiasi disillusione, a qualsiasi venir meno della speranza di ottenere Giustizia, ma questa volta il colpo è troppo forte, questa volta non so se riuscirò a reggerlo. Il ricorso presentato in Cassazione dalla Procura di Caltanissetta, retta da Sergio Lari, a fronte della sentenza di assoluzione emanata dal GUP nei confronti del capitano Arcangioli era inoppugnabile. Quella sentenza grida vendetta sia per quanto riguarda la forma giuridica che la sostanza. Basta guardare, nelle fotografie e nei video, il cap. Arcangioli. Si vede un uomo che si allontana dalla macchina con il suo bottino tra le mani per consegnarlo a chi gli ha ordinato di sottrarre quella preziosa testimonianza autografa dello stesso Paolo sui motivi del suo assassinio. Basta questo per capire che non possono essere in alcun modo accettare le motivazioni addotte dallo stesso Arcangioli per giustificare le innumerevoli e discordanti versioni date, per giustificare le sue presunte amnesie sulle persone alle quali quella borsa era stata consegnata. Per riapparire poi, due ore dopo la sua scomparsa, sul sedile posteriore della macchina blindata di Paolo ma vuota del suo prezioso contenuto. Quell’uomo che si allontana dalla macchina a passo spedito, guardandosi intorno con espressione sicura per verificare se qualcuno lo sta osservando non è un uomo sconvolto, è un uomo sicuro di sé e a cui non importa se è fatto di sangue e di pezzi di carne il terreno su cui cammina. E’ un uomo che sta compiendo un’azione di guerra e deve portarla a termine. E se così non fosse, se il cap. Arcangioli fosse innocente e non fosse lui ad avere sottratto quell’agenda, gli dovrebbe allora essere data la possibilità di difendersi in un pubblico dibattimento, di difendersi davanti all’opinione pubblica da un’accusa così infamante: con la stessa visibilità che è stata data ai processi dei coniugi di Erba, di Meredith, della Franzoni o alla pretesa agonia mediatica di un povero corpo morto ormai da 17 anni come quello di Eluana. Ma la Giustizia in Italia è ormai marcia. Sono stati eliminati senza bisogno di tritolo quei giudici che hanno osato avvicinarsi ai fili scoperti della corruzione del sistema di potere. Sono stati intimoriti gli altri magistrati con gli esempi di provvedimenti disciplinari inauditi e di espulsioni dalla Magistratura. Provvedimenti ed espulsioni decretati per giudici che cercavano soltanto di ottemperare al giuramento prestato allo Stato al momento di intraprendere il loro servizio allo Stato. Quello Stato in cui avevano creduto e per servire il quale Paolo è stato ucciso. Si è ormai arrivati alla fase finale. Per legge si proclama che il nero è bianco e che la realtà non è quella che vediamo. E’ quella che DOBBIAMO vedere.

Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo Borsellino


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2 risposte a “Mafia & CO.

  1. Vero. Mi ha colpito questa similitudine. Solo che uno vuol sapere per sé e l’altro lo fa a nome di Dio appunto.


  2. “Mi sono sempre domandato perché la Mafia e la Chiesa usino lo stesso titolo per rappresentare gli uni gli uomini d’onore, gli altri gli uomini di fede.

    Don è un termine comunemente utilizzato, riservato anticamente al Papa, poi ai vescovi ed agli abati ed infine ai preti.

    Utilizzato come prefisso al nome per indicare i nobili di alcune regioni, i principi e i duchi, questo termine deriva dalla parola latina Dominus, che significa signore o padrone.

    Nel film “il Padrino”, abbiamo compreso come il Don, sia anche titolo di rispetto usato nelle famiglie criminali per indicare il Boss mafioso, il capo.”

    (Dal sito voicepopuli.it)

    Il Boss ed il Prete sono abili confessori.

    L’uno ti punta la pistola contro e stai sicuro che canti, pena l’inferno delle pallottole.

    L’altro ti punta il dito contro, e in nome di Dio ti fa confessare tutti i tuoi peccati, pena i fuochi e le torture dell’Inferno.

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