Missione “di pace”


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Italiani, da vittime a carnefici

La storia si ripete. Una colonna di autoblindo italiane in movimento incrocia un’auto che arriva a velocità sostenuta. Dopo i segnali con i fari e un colpo di avvertimento in aria, i soldati italiani sparano con la mitragliatrice contro il lunotto posteriore uccidendo una bambina afgana di 13 anni che viaggia coi genitori e uno zio. Lo zio alla guida dirà che per colpa della pioggia battente ha visto il convoglio militare straniero solo all’ultimo momento, ma era troppo tardi e la raffica aveva già fatto saltare metà faccia della bambina e ferito la madre della piccola e lui stesso. E’ avvenuto il 3 maggio a Herat in Afganistan, dove gli italiani in “missione di pace” hanno usato armi da guerra pesanti contro una famiglia inerme scambiandola per kamikaze. Correvano per non far tardi a un matrimonio e avevano con sé valigie, fiori e una chitarra. Avevano il torto di viaggiare veloci su una strada del loro paese e di aver scelto (magari perché era la loro) un’auto spesso usata dai terroristi, una Toyota Corolla DX station wagon. Sarebbe come dire che negli anni Ottanta chiunque guidasse una Fiat 128 (l’auto preferita dalle Brigate rosse) correva più di altri il rischio di essere colpito dal fuoco delle forze dell’ordine se sorpreso a non rispettare i limiti di velocità.

La Toyota Corolla è un modello che drammaticamente ricorda un omicidio speculare avvenuto il 4 marzo 2005 in Iraq, quello del funzionario dei servizi segreti militari Nicola Calipari colpito a Baghdad dal fuoco americano che ferì anche la giornalista Giuliana Sgrena e un altro ufficiale del Sismi.

L’auto afgana è stata centrata dai colpi dopo che aveva superato il convoglio italiano, il quale non si è fermato né per verificare gli effetti provocati né per vedere se aveva causato vittime. Non possiamo dimenticare che qui siamo in guerra, ha subito giustificato il deputato Pd Ettore Rosato (in visita in Afganistan) e gli hanno fatto eco i ministri degli Esteri Frattini e della Difesa La Russa, parlando di profondo dolore e di dolore e rammarico.

Ora c’è da chiedersi se anche gli italiani si comporteranno come gli americani, cercando di manomettere l’auto incriminata; ma in questo caso le foto riportate dai media mostrano chiaramente che la Corolla è stata colpita posteriormente (la ragazza era seduta dietro) e il parabrezza non è saltato, mentre la versione dei militari parla di colpi al vano motore. Quindi non poteva essere stata considerata un’autobomba lanciata contro i soldati italiani.

Viene anche da chiedersi se la vita di una tredicenne del terzomondo vale quanto quella di un alto funzionario dei servizi segreti di un paese del G8 e se in Italia la sua morte susciterà un’emozione che andrà oltre l’auspicata riparazione economica alla famiglia (a prescindere dall’esito delle inchieste avviate a Roma e a Herat). In Afganistan gli italiani, com’era accaduto in Iraq per gli americani, hanno definito questa uccisione un tragico incidente. Nel 2005 papa Giovanni Paolo II definì la vittima italiana un eroe; papa Benedetto XVI farà altrettanto con la piccola afgana di cui non è stato fornito neanche il nome? (foto Epa).

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