Bambini in pericolo


Sorpresine eslosive

E’ bello sapere che ci sono persone ricche di fantasia: la fantasia è poesia legata al mondo dell’infanzia. E ci sono persone, in Italia, che fino al 1994 (chissà se qualcuno lo fa ancora clandestinamente) hanno usato la loro grande fantasia proprio pensando ai bambini. Questi signori, probabilmente padri di famiglia che la domenica magari fanno la comunione, hanno progettato piccoli oggetti dai colori sgargianti tali da incuriosire i bambini. Altri padri di famiglia, in fabbrica ne hanno realizzato le forme e altri genitori ancora li hanno riempiti di contenuto: sorpresine da collezionare? In un certo senso sì: 37 grammi di esplosivo liquido. Ed ecco pronti i pappagalli verdi, piccole mine anti uomo che si attivano 24 ore dopo l’armamento, proprio per esplodere in faccia o sotto i piedi di chi li toccherà, magari credendoli un giocattolo.

Sono figli dell’universo della follia che ha partorito molti anni fa la bomba a grappolo (cluster), che andrebbe definita la madre di tutte le bombe: non perché più potente dell’atomica, ma perché quando viene sganciata, partorisce in volo centinaia di piccole bombe assassine le quali, se non scoppiano toccando il suolo, esplodono in seguito alla minima scossa. Quindi uccidono o menomano la popolazione civile anche a distanza di tempo. Le mine pappagallo vengono disseminate dagli elicotteri finendo tra la vegetazione, nel fango, dove capita: così che le si può ritrovare a distanza di anni, magari anche facendo un’escursione turistica. E non è una bella scoperta.

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Troppo sensibili al business della morte

1 agosto 2010. L’Italia, come altri 106 paesi firmatari della Convenzione di Oslo sulle bombe cluster, deve avviare la distruzione dei suoi arsenali e degli stock di fabbrica (entro 8 anni), identificare e bonificare entro 10 anni le aree inquinate da queste grandi bombe che ha venduto in tutto il mondo e assistere le comunità lacerate da tali armi. Ma  il nostro governo a questa scadenza non ha ratificato il trattato. Per non pagare i 160 milioni di euro necessari a riconvertire questi strumenti di morte con altri alternativi strumenti di morte? Cosicché il Parlamento Europeo l’8 luglio ci ha invitato alla ratifica urgente entro il 2010.

Comprare una piccola mina anti uomo costa poco: appena una decina di euro, ma cercarla e disarmarla è molto più costoso: cinquemila euro, secondo uno studio di vent’anni fa. Ecco quindi che il paese che prima investe per distruggerne un altro, poi guadagna anche quand’è chiamato a risanarlo. E fa male pensare che fino al 1994 quando nel mondo è stato bandito l’uso delle mine anti uomo, l’Italia ne era uno dei massimi produttori ed esportatori. Significa che tra di noi ci sono persone che coscientemente pensavano, producevano, vendevano e promuovevano l’export di queste e altre armi simili (a forma di penna o di altri giochini) fatte apposta per rendere ciechi, monchi e zoppi dei bambini in giro per il mondo; progettisti, industriali, operai, commercianti e politici, che a pensarci fanno venire in mente le giustificazioni dei soldati nazisti catturati: Obbedivo agli ordini.

Ma al di là dell’Italia che ha firmato il trattato anti mine, vi sono paesi come Stati Uniti, Russia, Cina, India, Cuba, Egitto e altri 33 che continuano ancora oggi il loro macabro commercio. E sono paesi cosiddetti civili.

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