Un mondo a fumetti


Il Grande Fumetto

Nessuno si è accorto che viviamo all’interno di un grande fumetto? Dove il Bene e il Male (come ammoniva un tempo George Bush jr e più recentemente Silvio Berlusconi) hanno nomi e cognomi. Il Bene di nomi ne ha tanti: ovviamente tutti noi Paesi buoni, ossia gli occidentali progrediti; poi ci sono i Paesi di cui diffidare perché ancora non hanno dato prova di volersi adattare al 100% al nostro modello consumistico- capitalistico- religioso; e infine il Male, col suo “imperatore”, il cosiddetto Bin Laden, figlio di un povero immigrato yemenita divenuto ricchissimo costruttore amico della famiglia reale saudita.

E non importa se probabilmente Osama bin Muhammad bin ʿAwaḍ bin Lāden, il più celebre dei suoi 51 fratelli, è già morto da chissà quanti mesi. Ciò che conta è avere un nemico. Oggi che non ci sono più i feroci Hitler, Stalin, Pol Pot, abbiamo sempre un nemico subdolo che può colpire dovunque nel mondo all’improvviso con un attentato suicida.

Ma non ci viene mai, proprio mai il sospetto che voler esportare la democrazia (meglio sarebbe dire il capitalismo) con la forza delle armi, con l’organizzazione di colpi di Stato in altri Paesi, con le pressioni sulle economie povere, altro non è che divenire noi il Male? Certo, la propaganda aiuta molto: demonizzare l’avversario, il diverso da noi, finisce per convincere i nostri simili che siamo sempre e solo noi a stare dalla parte della ragione. Posso forse pensare che mio fratello, mio padre e io stesso siamo i cattivi e gli altri i buoni? L’assuefazione è un’arma potente: di distruzione di massa.

In questo Grande Fumetto da qualche tempo è comparso un nuovo personaggio, certo ambiguo e primula rossa come tutti gli hacker: è l’australiano Julian Assange, ideatore e portavoce del sito WikiLeaks. Viso pallido, oggi è il nemico numero due degli Stati Uniti che hanno mosso 120 specialisti del Pentagono per frenare le infiltrazioni di WikiLeaks,  che il 28 novembre 2010 ha diffuso i 251.287 cablogrammi confidenziali che i diplomatici delle ambasciate Usa si sono scambiati negli ultimi due anni con la madrepatria per far conoscere cosa avevano saputo dei Paesi che li ospitavano. Ma i documenti già finiti nelle mani di The Guardian, El Pais, The New York Times, Le Monde, Der Spiegel, sono solo l’ultima goccia di uno stillicidio di notizie riservate e in alcuni casi top secret che il sito più temuto del mondo ha già rivelato.

Perchè lo fa e chi ha alle spalle?

Julian Assange, 39 anni nativo di una cittadina australiana (Townsville) potremmo definirlo il Robin Hood del nostro Grande Fumetto: colui che ruba ai ricchi (informazioni) per darle ai poveri (noi comuni cittadini).

Nato come hacker nel gruppo chiamato International Subversives (Sovversivi Internazionali), utilizzando lo pseudonimo Mendax (ispirato allo splendido mendace di Orazio) accede fin da ragazzo ai computer di un’Università australiana e, visto che ci riesce, prova con successo ad entrare nel sistema informatico del Dipartimento Difesa degli Stati Uniti. Nel ’92 paga una multa di 2.100 dollari australiani per i suoi reati informatici. Poi elabora un programma che gli consente di entrare più efficacemente nei computer di chi è in rete e nel 2007 con altri promuove il sito WikiLeaks. Nel frattempo inizia a diffondere nel mondo informazioni riservate sulla guerra in Iraq e in Afganistan, svelando molti scottanti retroscena di politica internazionale, asportati dai computer federali americani. In Svezia, dopo un suo ennesimo furto informatico, il tribunale di Stoccolma lo accusa di stupro e molestie, per i quali è inseguito da un mandato di arresto internazionale.

Il 4 maggio scorso diffonde il video cruento dell’omicidio di 12 civili (tra cui un giovane fotoreporter iracheno della Reuter e un suo aiuto) colpiti senza motivo da un elicottero americano a Bagdad. Il 25 luglio è la volta di 76.607 documenti americani comprovanti la morte di 20.000 afgani. 391.832 sono i documenti che il 23 ottobre WikiLeaks sparge in rete tramite server dislocati in Belgio e Svezia, dimostrando che in Iraq i morti civili sono 15.000 più di quelli ufficialmente comunicati dalle truppe occupanti.

La forza di WikiLeaks sta in 12 hacker e in almeno 712.000 euro frutto di donazioni sconosciute. Con tutta probabilità si tratta di generosi aiuti di qualche potenza straniera interessata a screditare gli Stati Uniti, ma in queste questioni non esistono mai certezze. Internet, ancora una volta e con grande forza, oggi che ha 41 anni (se ne consideriamo la nascita nel 1969 come Arpanet, progetto della Difesa americana) si è ribellato ai suoi stessi genitori.

 

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