Testimonianza da Bengasi


Che i cuori del mondo

siano puntati su di noi !

Si sono perfino scusati con noi per quanto stava accadendo nel loro Paese. E lo hanno fatto dopo averci dato cibo, coperte, medicine; ci hanno riempito di così tante attenzioni da farci commuovere. Erano persone di ogni classe sociale: avvocati, medici, povera gente, come quelli che in questi giorni hanno manifestato davanti al palazzo di giustizia contro il regime di Gheddafi.

Chi parla è una ragazza italiana, finita a lavorare a Bengasi, nell’estremo est della Libia, la prima città liberatasi dopo 42 anni di dittatura. L’ho incontrata quasi casualmente oggi cercandola su Internet e raggiungendola in Turchia a Marmaris dove una nave turca l’aveva portata dopo 20 ore di tragitto, assieme ad altri italiani e a migliaia di profughi turchi in fuga dalla Libia in fiamme. Questo il suo breve racconto.

A Bengasi ci sono almeno altri cento italiani. Sono riuscita a scappare solo grazie al mio datore di lavoro libico e ai colleghi, visto che le comunicazioni con il nostro Ministero degli esteri sono state molto carenti. Siamo saliti su una delle navi venute appositamente per caricare migliaia di cittadini turchi in fuga. Il 22 febbraio avevo saputo del C130 inviato dall’Italia, ma l’aeroporto di Bengasi è tuttora impraticabile. Così, costeggiando la città, abbiamo raggiunto il porto dove siamo stati accolti con grandissima amicizia dalla popolazione che ha rifornito i profughi di tutto quello che poteva servire. In due giorni la gente si è organizzata in una sorta di protezione civile per i 4.000 sfollati esteri e per le esigenze locali: ho visto privati cittadini che dirigevano il traffico, altri che aiutavano i feriti visto che l’ospedale sta vivendo momenti difficili; altri ancora che sgomberavano le strade. Sappiamo che dall’Egitto sono entrati gli aiuti e che polizia ed esercito hanno solidarizzato con la popolazione. La gente è felice, ma c’è ancora tensione e si teme per ciò che accadrà a Tripoli nelle prossime ore; anche perché nel Paese sono entrati i mercenari chiamati da Gheddafi, gente che guadagna 2.000 dollari al giorno per uccidere…

Lo spauracchio, sventolato dal regime, di una Libia prossimamente islamizzata e quindi pericolosa è una grande falsità. I libici tengono alla loro terra in un modo che definire commovente è riduttivo.

Sono stati molto civili e li vedevamo finalmente felici perché dicevano che era la prima volta che si sentivano davvero padroni del loro Paese e con tanta voglia di proteggerlo. La profuga italiana mi lascia con questa frase che le è stata detta dalla gente di Bengasi: Non vogliamo aiuti militari, ma che i cuori del mondo siano puntati su di noi.

Nel cartello di questa foto scattata il 22 febbraio a Bengasi c’è scritto: Sì aprite i panifici, sì aprile i negozi, sì aprite le farmacie. Sì alla continuità


Una risposta a “Testimonianza da Bengasi

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