Testimonianza da Tripoli


Le ore contate di Gheddafi

Nader ha 36 anni e da qualche anno vive a Tripoli. Parla un perfetto italiano e giovedì 24 febbraio mi racconta come si vive nella capitale della rivoluzione, assediata dalle ultime forze di Gheddafi.

Non ci danno il permesso di uscire dalla città, per fortuna Internet da ieri sera funziona di nuovo e pure i cellulari, anche se non benissimo. Il figlio del dittatore dice che tra poco la stampa internazionale potrà entrare a Tripoli, ora che è stata fatta pulizia dopo quel che è successo. Gheddafi oggi ha parlato ancora in televisione, lo ha fatto da un cellulare. Diceva frasi strane, ma non più minacciose: forse sono le ultime parole pronunciate al popolo; perché ha seri problemi con i suoi fedelissimi e perché ormai il 95% della Libia è in mano ai cittadini. Ma io che conosco la voce del rais da quando sono nato, sono sicuro che non era la sua. Sta prendendo tempo. Vedrai che tra due giorni sentirete che è fuggito in Zimbawe dove sa di essere al sicuro e dove ha da tempo messo i soldi.

Da noi si dice che la Libia potrebbe diventare un Paese integralista islamico…

Questa è la più grande menzogna che Gheddafi sta dicendo. Le tribù si sono tutte unite per cacciarlo. Ora vogliamo tutti solo liberare il Paese. I libici vogliono dimenticare 42 anni di inferno.

Come si vive in questi giorni a Tripoli?

Due giorni fa era guerra aperta contro chiunque voleva uscire o entrare. Ammazzavano dappertutto. Ora gli uomini del regime sono piazzati a est, appena fuori la città. Ci sono tanti posti di blocco. Qui a Tripoli ieri ho visto girare per il centro dei turisti, credo spagnoli. Ma in generale gli stranieri se ne stanno andando, perché l’aeroporto è attivo.

Da noi si è parlato di bombardamenti aerei. Sono avvenuti davvero?

Sì, due notti fa abbiamo sentito tre o quattro forti esplosioni a est, fuori città a 10-15 km dal centro, a Tajoura nel distretto di Tripoli: probabilmente è vero che gli aerei hanno colpito dei depositi di armi per impedire che finissero nelle mani dei rivoltosi. Oggi tutto è calmo, non si sentono spari, ma dobbiamo aspettare la notte. Di giorno si esce di casa, poi col buio diventa pericoloso. Anche ieri c’erano dei cecchini che sparavano. Ma la tv libica continua a ripetere falsità: dice che la situazione è tranquilla.

Come vanno gli approvvigionamenti?

Difficile trovare da mangiare, fuori dei negozi si fa un’ora di fila e tantissimi sono chiusi. Da cinque giorni praticamente nessuno lavora.

Confermi la presenza di mercenari?

Sì, li ho visti passare in città, a piedi o sulle jeep dell’esercito, quelle con le mitragliatrici. Carri armati a Tripoli non ce ne sono, ma stanno all’ingresso della città per non far entrare nessuno. E poi ci sono sempre gli elicotteri in cielo.

Com’è la storia dei piloti che si sono catapultati fuori dal mig?

Li avevano mandati da Tripoli a Bengasi per bombardare la gente, ma loro non se la sono sentita e hanno fatto precipitare l’aereo. Così Gheddafi ci ha pensato bene prima di inviarne degli altri… E poi ci sono i due aerei andati a Malta.

Quanti sono i morti finora?

Difficile dirlo. A Tripoli saranno un migliaio, 4-500 a Bengasi. Ma a ovest della capitale ci sono ancora tre città in guerra: Ghirian, Zawia a 60 km e Zintan. Misurata, la quarta città libica a 200 km a est, sta vivendo una situazione ancora difficile: oggi ho sentito un amico che ci vive. E’ passata in mano ai civili.

Ma com’è nata la rivolta?

La gente è sempre stata contro Gheddafi, che però aveva dalla sua l’esercito e la polizia… Oggi non si sa quanti fedelissimi abbia ed è difficile distinguere i buoni dagli altri. Il guaio è che il mondo non dice niente! Tutto è nato quando i libici hanno visto che nei Paesi vicini si stavano ribellando. E poi da tempo la situazione si era fatta difficile: poco lavoro, troppi divieti e repressione… Per più di 42 anni abbiamo vissuto come fuori dal pianeta. Conosco stranieri che solo ora sentono dell’esistenza della Libia! Cinque anni fa, quando sul giornale danese uscirono le famose vignette contro Maometto, a Bengasi la gente si infuriò e la polizia iniziò a sparare uccidendo in un solo giorno 600 persone. Lo scorso 17 febbraio a Bengasi la gente è scesa in piazza per ricordare quell’episodio. Un avvocato che chiedeva il perché della strage è stato imprigionato e la popolazione si è rivoltata: quella notte la polizia ha ucciso sei persone, e poi è venuto il resto.

Ma adesso Gheddafi dov’è?

Chi lo sa. Se non se ne andrà presto da Tripoli e arriveranno dalle altre città a liberarci, ci sarà la guerra solo in un punto della città, sui 30 ettari del centro di Tripoli dove lui ha la sua casa, il suo quartier generale e il suo bunker.

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2 risposte a “Testimonianza da Tripoli

    • Sono contento di averlo fatto. Entrare in contatto con questa realtà, e con il racconto della ragazza italiana che ha dovuto lasciare Bengasi, mi ha permesso di far conoscere cose che non conoscevo; e soprattutto un’umanità e una voglia di libertà di cui in Italia non ci si rende conto. Quando ho raccontato a Nader che l’italiana era rimasta commossa dell’aiuto ricevuto dai libici, ne è stato felice.

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