Testimonianza dalla Libia


Ci bombardano i piloti serbi

Dopo quattro giorni di black out i collegamenti Internet, a intervalli, sono di nuovo possibili con la Libia. Così riesco a ottenere altre informazioni, questa volta da Misurata, dove un ingegnere trentenne che vuol restare anonimo, mi racconta che la situazione in città ora è calma dopo il bombardamento aereo di due giorni fa da parte dell’aviazione di Gheddafi.

Abbiamo respinto qualche soldato e i mercenari di Mali e Niger. Ma in città c’è una caserma con meno di 100 soldati bloccati dentro che aspettano di essere liberati da Khamis, il figlio più piccolo di Gaddafi che si trova in una caserma a 70 km da qui. I militari vorrebbero arrendersi, anche perché da 4 giorni hanno finito i viveri, ma temono di ribellarsi ai loro comandanti.

Come state vivendo questi giorni?

Siamo pronti e armati anche se non siamo soldati. Però abbiamo voglia di liberare il nostro Paese. I negozi sono aperti, c’è cibo, ma le scuole sono chiuse e le banche aprono solo tre giorni la settimana. In ogni caso nessuno lavora.

Siete informati su ciò che accade nelle altre città?

Certamente, vediamo le tv straniere, anche Rai e Canale 5, naturalmente Al Jazeera e abbiamo “Libia Libera”, una radio costituita in tutte le città liberate. Tre giorni fa a Misurata è venuto un elicottero per bombardarne la sede, ma l’abbiamo abbattuto e abbiamo arrestato i cinque dell’equipaggio. Internet funziona male e Youtube è stato chiuso. In ogni caso abbiamo informazioni da ogni parte della Libia, un po’ meno dal sud.

Da Misurata c’è qualcuno che cerca di lasciare la Libia fuggendo in Tunisia o in Egitto?

La gente non vuole andarsene perché siamo tutti una famiglia. So che ai confini con la Tunisia ci sono circa 300 libici, gli altri sono stranieri.

Hai notizie da Tripoli?

A Tripoli è tutto diverso. I soldati di Gheddafi circondano la capitale. Poi ci sono da 6.000 a 10.000 soldati africani a sud della Libia che aspettano di andare a Tripoli, Misurata e ad est.

Chi sono questi soldati?

Non militari veri e propri, ma gente pagata dal nostro ex leader che vuole bruciare e distruggere tutto in Libia prima di andarsene. Entrano da sud ovest, dalla città di Obari, dall’Algeria, dal Chad, dal Niger. Quando arrivano in città fanno paura, ma li abbiamo cacciati nel deserto il 20 febbraio. E’ gente che l’ex leader e i suoi figli ha assoldato fin dal 1987.

Ci sono anche mercenari europei?

Serbi, solo piloti serbi: sono loro che hanno sparato sulla gente di Tripoli. Partono dall’aeroporto di Sert a 250 km da Misurata. Ieri e stamattina gli aerei di Gaddafi hanno bombardato l’aeroporto di Brega. Si sono ripresi la città perché quella è una zona petrolifera che gli interessa. Non hanno ancora bombardato i pozzi, che in ogni caso sono stati svuotati dalla gente per paura di esplosioni: il petrolio è stato disperso nel suolo.  La vicina Gaba, 70 km, è di nuovo libera.

Com’è la situazione attorno a Misurata?

Le città vicine, Zelitan (a 40 km a ovest di Misurata), Werfalla e Tawergha, 10.000 abitanti ciascuna, sono sotto il controllo dell’ex leader. Lì gli abitanti stanno con Gaddafi perché lui li ha pagati.

Sul fronte degli aiuti internazionali?

Stamattina a Misurata, terza città libica con 700.000 abitanti, è arrivata una nave del Qatar: ha scaricato viveri. Una nave italiana giorni fa si è invece portata via gli ultimi italiani rimasti.

Gli insorti parlano con una voce unica?

Sì, i nuovi capi temporali stanno trattando con gli esponenti internazionali: gli ex ministri dell’Interno e della Giustizia sono i portavoce di tutte le città liberate.

Tornando a Tripoli, cosa puoi dirmi della situazione?

C’è molta paura a Tajura, 10 km a est della capitale. I soldati prendono la gente dalle case dalla mezzanotte alle 4. Entrano, arrestano ragazzi e bambini e li portano nella caserma dell’aeroporto militare di Mitiga. Così sperano di evitare che questi organizzino le manifestazioni. E chi non passa dalla loro parte l’ammazzano. Prendono anche i feriti dell’ospedale di Tripoli perché i giornalisti internazionali non li possano intervistare.

E Gheddafi?

Vive nel suo quartier generale di Bab Al-Azizia che è grande come un paese, rifornitissimo, con tanto di strade sotterranee che conducono in salvo fuori dalla città. Sappiamo che ogni giorno qualcuno che gli è vicino lo lascia: e non sono soltanto militari. Ma da Tripoli non si può scappare. Domani ci sarà un’imponente manifestazione a Tripoli e in tutte le città liberate. La gente vuole uscire in strada, ci sarà un milione di persone. So che Gaddafi in capitale ha fatto piazzare posti di blocco ogni 500 metri…

Ma perché i libici ce l’hanno così tanto con il raìs?

La Libia è un Paese ricco, ma il popolo è povero. I ragazzi non hanno una casa per sposarsi, chi studia deve andare all’estero per avere un buon livello di istruzione, e se ti ammali, anche una semplice febbre, è meglio che ti fai curare in un ospedale della Tunisia…

Cosa pensi dell’atteggiamento dell’Italia?

Siamo felici del nuovo atteggiamento. Felici che il vostro ministro degli Esteri abbia detto che il nostro ex leader non è più amico dell’Italia. E’ una cosa bella per noi, però a livello internazionale dobbiamo aspettare che Usa ed Europa trattino questa situazione complicata. Il tempo è a vantaggio nostro. L’unico problema è che lui intanto fa sparare sulla gente.

L’ingegnere che ha vissuto anche nel nostro Paese, dice: Ho il visto pronto per andare in Europa, ma non lascio la mia famiglia. Abbiamo tutti fiducia in una Libia diversa e vogliamo restare. Sono ottimista, siamo sempre ottimisti noi.

Che cosa chiedete alla comunità internazionale?

Di chiudere lo spazio aereo per non far alzare gli aerei che partono dagli aeroporti militari di Tripoli, Sert (a nord) e Sabha (nel deserto centrale) per bombardarci. Noi qui di aerei non ne abbiamo. Non vogliamo però che entrino i soldati americani, perché questo è il nostro Paese e questa è la nostra rivoluzione. Non vogliamo diventare come l’Iraq o la Somalia. I libici diventano cattivi quando vedono militari stranieri.

Poi, dopo un’ora di conversazione, Internet ritorna muto.

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