il referendum si tiene



Questo
referendum non s’ha da fare

E invece si fa. L’ha detto oggi la Consulta

Sono passati 200 anni dall’ordine che Alessandro Manzoni fece dare a don Addondio dal bravo dell’Innominato ne I Promessi Sposi: Questo matrimonio non s’ha da fare, né domani né mai. Una frase rimasta scolpita nell’immaginario collettivo degli italiani per indicare la sopraffazione del più forte, espressa sotto forma di minaccioso avvertimento.

Oggi sembra quasi di sentirla riecheggiare quella frase, ovviamente priva del carattere intimidatorio, proveniente dai palazzi del potere… Questo referendum (sul nucleare) non s’ha da fare. A pronunciare con altre parole questo concetto, suggerito dal premier Silvio Berlusconi, sono i legali nientemeno che dell’Avvocatura dello Stato, istituto che dal 1933 ha compiti di consulenza giuridica e difesa legale di tutte le amministrazioni statali, Regioni comprese. Quindi paradossalmente il quadro che ne esce è il seguente: lo Stato cerca di fermare il popolo perché non si esprima (nè contro né a favore) su una decisione presa dal governo. Un corto circuito.

Dopo aver tentato invano di bloccare il referendum ricorrendo alla Corte di Cassazione, il governo italiano ora prova a bloccarlo con un ulteriore strumento, la Corte Costituzionale (Consulta) che tuttavia il 7 giugno all’unanimità ha dato torto al governo stabilendo che questa consultazione sul nucleare ci sarà e quindi domenica 12 e lunedì 13 giugno si voterà per 4 referendum.

Agli occhi dell’opinione pubblica più attenta, si è trattato di una pessima prova di debolezza dell’esecutivo e anche di mancato rispetto della volontà popolare alla quale il potere intende negare il diritto di esprimersi. Non era mai successo, nella storia repubblicana, che un governo spaventato dal probabile giudizio contrario del popolo (quindi anche dei propri elettori) coinvolgesse le massime istituzioni giudiziarie per impedirlo. Una vera e propria prova di forza contro un diritto sancito dalla Costituzione. Da un lato il presidente del Consiglio si dice non spaventato dal voto e dall’altro fa di tutto perché non si vada a votare. Negare ai cittadini il diritto di esprimersi significa porsi al di sopra di essi imponendo la propria volontà impopolare. E questo è tanto più grave in quanto l’argomento del referendum in questione riguarda la sicurezza e viene percepito dagli italiani (non solo da loro) come una questione di salute pubblica per il presente e per le future generazioni. E’ come se il governo ci stesse dicendo: Lasciate stare, ne riparliamo tra uno o due anni quando non penserete più al disastro di Fukushima e a quello di Chernobyl. Poi decideremo ancora una volta noi facendo esattamente il contrario di quel che vorreste oggi. Ma questo è un ulteriore errore gravissimo che il governo sta facendo allontanandosi ancora di più dal sentire della gente, rafforzando l’opposizione sempre più percepita come paladina della libertà di espressione e alimentando l’insofferenza anche di quanti vorrebbero appoggiarlo, ma non si riconoscono più nelle modalità di questa moderna oligarchia che, anziché confrontarsi con il Parlamento, preferisce trincerarsi dietro la barricata dei decreti legge.

Consulta: perché si vota per il nucleare

Ecco la motivazione della Corte Costituzionale che il 7 giugno ha dichiarato ammissibile il quesito referendario sul nucleare, che il governo Berlusconi ha nuovamente cercato di affossare. Secondo la Consulta l’attuale quesito sull’energia atomica E’ connotato da una matrice razionalmente unitaria e possiede i necessari requisiti di chiarezza, omogeneità e univocità. Secondo l’Alta corte Le norme contenute nel decreto omnibus sono unite da una medesima finalità: quella di essere strumentali a consentire, sia pure all’esito di ulteriori evidenze scientifiche su profili relativi alla sicurezza nucleare e tenendo conto dello sviluppo tecnologico in tale settore, di adottare una strategia energetica nazionale che non escluda espressamente l’utilizzazione di energia nucleare, ciò in contraddizione con l’intento perseguito dall’originaria richiesta referendaria, in particolare attraverso l’abrogazione dell’articolo 5 del decreto legislativo numero 31 del 2010.


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