La donna guida? In galera


La donna guida? Allora in galera.

Sembrerà strano, ma in Arabia Saudita, Paese grande investitore negli Stati Uniti e amico dell’Occidente, alle donne è proibito guidare l’automobile. Anzi questo è l’unico Stato del mondo che vieta alle donne di mettersi al volante. Anche se non c’è una vera e propria legge in materia, di fatto il Ministero dell’interno impone il divieto basandosi su un editto religioso e presto una donna di 35 anni che vive a Gedda, subirà un processo per aver guidato l’auto sfidando le regole sociali, malgrado abbia affermato che un’emorragia le imponeva di raggiungere in fretta l’ospedale. Così la totalità delle donne deve farsi condurre da un uomo, magari pagando un autista personale (circa 185 euro al mese).

Il video seguente mostra Manal al-Aharif, 32 anni, consulente di sicurezza dei computer, incarcerata lo scorso 22 maggio per 10 giorni per aver messo su Youtube queste immagini che la mostrano alla guida di un’auto per le strade di Khobar.

Una fotoreporter americana ha raccontato di aver visto sei auto della polizia circondare quella di una sua amica saudita, sorpresa al volante.

In una recente campagna condotta su Facebook e Twitter, un gruppo di donne sfida il divieto, che nel novembre del 1990 aveva portato all’arresto di 47 donne che si erano messe al volante. Si apprende che gli ultra conservatori invitano i mariti a picchiare le mogli che intendono andare contro la fatwa mettendosi alla guida. Ma alle donne in Arabia Saudita è proibito anche molto meno: non possono nemmeno andare in bicicletta. Possono però studiare e perfino frequentare l’Università, anche se in istituti per sole femmine…(foto di Manal Al-Hazzaa)

Che gioia invecchiare: a 45 anni

la donna saudita può viaggiare da sola

Nonostante nel giugno 2009 il Regno dell’Arabia Saudita abbia promesso al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite di annullare la figura del tutore maschile e di porre fine al sessismo, tuttora la legge saudita impone alla donna di avere un tutore maschio (suo padre, il fratello, il marito, o addirittura il figlio) che ha il compito di controllare la sua vita. Ecco cos’altro è vietato a chi in Arabia Saudita ha la sventura di nascere femmina: non può lavorare o inviare una domanda di lavoro senza il permesso del tutore legale; non può viaggiare senza tutore o senza il suo consenso scritto (a meno che non abbia più di 45 anni); non può andare a scuola o trasferirsi all’estero anche se ha vinto una borsa di studio. La donna saudita poi non ha il diritto di sposarsi o divorziare se il tutore non vuole; da sola non può seguire richiedere documenti e nemmeno seguire l’iter processuale che la riguarda: Human Rights Watch riferisce il caso di Sawsan Salim in Qasim, punita con 300 frustate e un anno e mezzo di carcere per essersi presentata in tribunale senza tutore. La donna saudita non può farsi operare senza il permesso del tutore maschio e addirittura se questi non si presenta a reclamarla, la donna ricoverata può anche restare tutta la vita in ospedale. Va da sé che se non ha diritto a queste libertà elementari, la femmina saudita non può aprire un conto bancario neanche per i propri figli, iscriverli a scuola o viaggiare con loro senza il permesso dell’indispensabile tutore: quello che magari impone (e i casi sono molti) alla figlia dodicenne di sposare un vecchio per soldi. Ma l’Occidente non si permette di criticare i comportamenti anacronistici e per noi incivili di un Paese amico, è molto più facile farlo con i Paesi che i Bush definivano gli Stati canaglia. (foto delle attiviste ucraine di Femen che passano in auto col velo e a seno nudo davanti all’ambasciata saudita protestando per il divieto di guida delle saudite).

C’è un proverbio che spiega bene quanti siano, in Arabia Saudita, i diritti femminili: Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba.

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