L’italiana della Potëmkin


Da Salerno alla Corazzata Potëmkin

Pochi lo sanno, ma per la scena più celebre del capolavoro del cinema russo – La corazzata Potëmkin– quella della carrozzina che scende da sola la lunghissima scalinata di Odessa in mezzo alle vittime civili del massacro dei cosacchi dello zar, nel 1925 il grande regista Sergey M. Eizenštejn volle una italiana: Beatrice Vitoldi, 30 anni, di Salerno. Anche se la sua interpretazione risulta impeccabile (per il gusto enfatico dei tempi, dettato dall’esigenza di sopperire totalmente con l’immagine alla voce) e se nei lineamenti e nell’espressività ricorda la futura Anna Magnani, Beatrice non era un’attrice: nè più nè meno come gran parte degli altri che si vedono nella pellicola muta di 75 minuti. A parte pochi attori professionisti, gli interpreti erano gente del popolo e veri marinai di Odessa e Sebastopoli, dal momento che il film doveva ricordare il reale ammutinamento della flotta della corazzata avvenuto 25 anni prima (nel 1905, quindi con 12 anni di anticipo sulla rivoluzione russa). L’incarico venne dato al regista Eizenštejn che aveva soltanto 27 anni, ma si era già distinto con il film Sciopero!. Curioso il fatto che il film sia solo una minima parte della sceneggiatura scritta dall’armena Nina Agadžanova-Ŝutko per 8 episodi: i tempi imposti dal regime per l’uscita della pellicola non permettevano infatti di superare l’anno in corso, quindi il regista lavorò solo su 50 righe della voluminosa opera della scrittrice.

Per rendere realistica la scena, Eizenštejn pretese e ottenne la Dodici Apostoli, corazzata gemella della Potëmkin: la rimisero in sesto, verniciandola e restaurandola per l’occasione. A riprese ultimate, il montaggio con inquadrature che per quegli anni erano rapidissime (raramente superavano i tre secondi) richiese solo 12 giorni e la presentazione al teatro Bol’ šoj di Mosca avvenne puntualmente il 21 dicembre 1925 con il regista assente dalla sala perché in cabina di proiezione a ultimare in segreto il montaggio. Nella versione definitiva la bandiera rossa che sventolava, non appariva in bianco e nero come tutte le scene del film, ma effettivamente rossa: ogni fotogramma in cui era presente venne colorato a mano. E nel 1930 con l’avvento del sonoro, vi si aggiunse la musica di Sostakovic. Fin dalla prima, il gradimento del partito fu trionfale, mentre ai cittadini sovietici non piacque in modo particolare. A occidente arrivò soltanto negli anni Sessanta. E’ uno dei film più premiati della storia del cinema. (nella foto la scalinata oggi)

La vera storia della corazzata Potëmkin

La storia vera della Potëmkin è la seguente: un giorno i marinai zaristi in arrivo al porto di Odessa, si accorgono che la carne che stanno mangiando è così vecchia che ha fatto i vermi. Protestano, ma il medico di bordo, negando l’evidenza, li invita a non fare tante storie. Al loro rifiuto i comandanti minacciano la fucilazione per rifiuti di nutrirsi con quella carne. Obbediscono solo gli ufficiali, i sottufficiali e qualche marinaio; gli altri allora vengono raggruppati sul ponte della nave sotto un telone davanti al plotone di esecuzione. Tutto è pronto per la condanna a morte, ma l’ordine non viene eseguito, anzi dà il via all’ammutinamento: medico e comandanti vengono uccisi. Una volta al porto i marinai lasciano in bella mostra il cadavere crivellato di colpi del loro compagno che aveva guidato la rivolta, con un cartello: Morto per un cucchiaio di minestra. Per la popolazione locale Grigorij Vakulinkuk diventa un eroe; ne nascono comizi e proteste e la polizia zarista nella notte spara sulla gente inerme ammazzando anche donne e bambini. L’episodio non avviene sulla grande scalinata di Odessa, come narra il film, ma il risultato non cambia. Al termine degli scontri, dalla corazzata partono le cannonate che disperdono l’esercito; poi la nave deve affrontare l’arrivo di altri navigli da guerra inviati per sedare la rivolta. Ma i marinai di quella flotta lealista solidarizzano con quelli della Potëmkin.

L’attrice salernitana

Chi era Beatrice Vitoldi? La donna dai lineamenti mediterranei, madre del piccolo che precipita dentro la carrozzina lungo la scalinata di Odessa dopo che lei viene colpita a morte dai soldati dello zar, era una trentenne nata a Salerno nel 1895. Figlia di una coppia campana, aveva nel cognome parte del suo destino: al singolare Vitoldo è l’italianizzazione del nome di Vytautas granduca di Lettonia. E proprio  in Lettonia a Riga emigrò nel 1900 con la famiglia perché il padre ingegnere era stato chiamato come consulente dell’industria tedesco-russa Russisch-Baltischen Waggonfabrik (poi Russo-Balt). In seguito i Vitoldi si trasferirono nella capitale San Pietroburgo dove l’ingegnere trovò un incarico in un’azienda di macchine utensili. L’incontro Beatrice – Eizenštejn (anch’egli trasferitosi nel 1905 da Riga) avvenne in quella città anche grazie al fatto che la ragazza italiana si era fatta travolgere dagli ideali rivoluzionari partecipando attivamente alla rivoluzione bolscevica e anche al Proletkult, istituto attivo dal 1917 al 1925 per promuovere l’arte popolare priva di influenze borghesi. Beatrice Vitoldi lavorava negli uffici dell’istituto che si trovavano in un lussuoso palazzo borghese della Prospettiva Nevsky, allora ribattezzata via della cultura proletaria.

Grazie alla Corazzata Potëmkin la fama di questa attrice- non attrice italiana valse a Beatrice Vitoldi nel 1931 la nomina di prima ambasciatrice sovietica in Italia: anche allora evidentemente più che alla politica si mirava all’immagine che avrebbe portato maggior consenso alla causa del socialismo reale. Tuttavia la sua stella (rossa) era destinata ben presto a spegnersi drammaticamente. Richiamata in “patria” nel 1937, Stalin la fece processare durante una delle sue purghe (dal 1936 al 1938) che la inghiottirono assieme a centinaia di migliaia di altri intellettuali risucchiati nei gulag, dove lei nel 1939 morì. Video della scena di Beatrice Vitoldi

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