Italiani brava gente


Italiani brava gente

… ma anche impuniti

criminali di guerra

L’italiano si autoassolve sempre delle proprie colpe, e poi il nostro, si dice, è un popolo generoso fatto di brava gente. Ma negli anni recenti del Fascismo noi italiani abbiamo dato dimostrazione di essere un popolo feroce, con giovani e padri di famiglia capaci di compiere atrocità in nome di un’ideologia o anche solo di ordini superiori. Quando si parla di criminali di guerra, non pensiamo mai a nostri connazionali, eppure al termine della seconda guerra mondiale la Jugoslavia ricercava come criminali di guerra 800 italiani e l’Etiopia altri 400: 1.200 italiani criminali di guerra! Tra questi i peggiori per i nostri confinanti erano i generali Mario Roatta e Pirzio Biroli, mentre per gli africani i grandi ricercati erano il maresciallo Pietro Badoglio e il generale Rodolfo Graziani. Ma nonostante le giuste richieste straniere, questi generali vennero protetti e mai processati all’estero, tanto che morirono nei loro letti. E quando ricordiamo le odiose rappresaglie dei tedeschi durante l’occupazione dell’Italia (per ogni tedesco ammazzato, 10 italiani uccisi) dimentichiamo (o meglio non sappiamo) che i nostri connazionali prima di loro avevano fatto ben di peggio: nell’occupazione del Montenegro i comandanti italiani disposero che per ogni soldato italiano ucciso o per ogni ufficiale ferito, si ammazzassero 50 civili e 10 per ogni sottufficiale o soldato feriti in imboscate; altre rappresaglie in Jugoslavia portarono a radere al suolo interi villaggi abitati, e in Somalia la risposta all’uccisione di due aviatori italiani determinò il bombardamento di tre villaggi con 71 bombe all’iprite.

Stragi in Jugoslavia targate Modena

Cominciamo dal primo. Il generale Mario Roatta, 55 anni al momento degli eccidi ordinati in Jugoslavia, nel 1944 fu arrestato, ma non per aver provocato tante vittime innocenti: per non aver difeso Roma dai tedeschi. Subì poi un processo nel ’45 per l’omicidio dei fratelli Rosselli. Ma come avvenne molti anni dopo per Kappler,che scappò dall’Ospedale militare del Celio a Roma, il generale modenese evase in pigiama dall’Ospedale militare Virgilio di Roma prima di deporre nel marzo 1945 fuggendo ; si rifugiò in Vaticano e di qui fuggì in Spagna protetto dal dittatore Franco a cui anni prima aveva dato una mano con le sue truppe volontarie fasciste. Amnistiato nel 1946, fu completamente scagionato nel 1948, nonostante la condanna all’ergastolo per la mancata difesa della capitale dopo l’8 settembre. Rientrò in Italia nel 1966 e morì a Roma due anni dopo. Nessuno gli chiese conto di quanto aveva fatto in Jugoslavia, dove il generale (che i suoi soldati chiamavano la bestia nera) con la 2^ armata istituì molti campi di concentramento in cui si giustiziavano i deportati e autorizzò quotidiani rastrellamenti nei quali l’ordine era di razziare le case e darle alle fiamme. A seguito di un’azione dei partigiani comunisti di Tito, l’esercito italiano al comando di Roatta usava questa condotta: interveniva nella zona con intere divisioni, radeva al suolo i villaggi e deportava nei lager italiani la popolazione. Tristemente famoso quello di Kampor sull’isola di Rab (oggi località balneare). Come raccontano alcuni testimoni nel docu-film Fascist-Legacy (L’eredità del fascismo) girato dalla BBC sulle stragi compiute dagli italiani e trasmesso in Italia soltanto da La7 in ampi stralci nel 2004 (qui il primo di 5 video di circa 9 minuti l’uno che si trovano su Youtube), in quel lager che non aveva molto da invidiare a quelli nazisti, i prigionieri a cui non veniva dato quasi mai da bere, dormivano per terra nelle tende e venivano nutriti a maccheroni galleggianti nell’acqua. I bambini erano costretti a indossare fogli di giornale come pannolini. Le foto di esseri scheletriti raccontano meglio delle parole le condizioni di vita che in un inverno del 1942 provocarono in quel solo campo 50 morti al giorno tra i civili. In tutto a Kampor le vittime accertate furono 4.641 nonostante il tentativo degli italiani di camuffarne il numero seppellendo fino a tre bare sotto un’unica croce. Ma il numero complessivo degli jugoslavi deportati nei lager italiani è di 150.000 (si calcola che sui 360.000 abitanti della provincia di Lubjana, 70.000 vennero internati e 15.000 uccisi).

L’episodio più brutale di quell’occupazione fascista fu l’eccidio di Podhum, villaggio vicino a Fiume. Quando vi entrarono esercito, carabinieri e milizia fascista, con due carri armati, nessuno fu permesso lasciare il paese. Dopo il saccheggio le case furono incendiate coi lanciafiamme mentre le mitragliatrici dei tank sparavano sulla gente. I superstiti dovettero portare i morti in una grande fossa, poi vennero a loro volta uccisi davanti ai familiari costretti a guardare: in tutto 120 vittime. A mezzogiorno, dopo 5 ore di “intervento”, il risultato fu: 320 case bruciate e 800 tra donne e bambini inviati in un lager in Italia. Il generale Roatta in una circolare scriveva: Non occhio per occhio e dente per dente, piuttosto una testa per ogni dente. Nel ’42 il generale Mario Robotti scriveva: Si ammazza ancora troppo poco. E in una circolare ordinava di passare per le armi chiunque, in quelle terre occupate, fosse stato trovato con materiale adatto a preparare tessere comuniste o con documenti comunisti.

Feroce molisano in Montenegro

50 civili per ogni italiano ucciso

Sull’altro fonte meridionale, nel Montenegro occupato dagli italiani, il generale di Campobasso Alessandro Pirzio Biroli, comandante del corpo d’armata, 65 anni all’epoca, prima di divenire per due anni governatore del regno del Montenegro, ordinava i suoi massacri dicendo: Meglio essere temuti che rispettati. Era il primo luglio 1942 quando una camicia nera scrisse alla propria famiglia: Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti. Ogni notte abbiamo ucciso famiglie intere, picchiandole a morte o sparandogli. La ferocia del generale, che ammirava la violenza dei tedeschi e che per il suo impegno ottenne poi da Hitler la Gran Croce dell’Aquila tedesca, si spinse a ordinare le seguenti rappresaglie: per ogni soldato italiano ucciso o per ogni ufficiale ferito 50 civili ammazzati e 10 per ogni sottufficiale o soldato ferito in imboscate. Quest’uomo, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Londra del 1908 per la sciabola a squadre, in un opuscolo distribuito alle truppe, dei montenegrini scriveva: Odiate questo popolo. Esso è quel medesimo popolo contro il quale abbiamo combattuto per secoli sulle sponde dell’Adriatico. Ammazzate, fucilate, incendiate e distruggete questo popolo. Si parla di stupri, omicidi, donne bruciate vive in casa, bombardamenti aerei di scuole e case… Tra i tanti villaggi rasi al suolo con l’uccisione dei loro abitanti, c’è l’episodio raccapricciante di Medjedje dove nel maggio 1943 dopo il passaggio degli italiani, tra le macerie furono trovati carbonizzati 72 cadaveri mutilati, in gran parte vecchi e ammalati.

Il comportamento degli italiani invasori produsse negli jugoslavi una sempre più dura reazione, culminata in feroci schermaglie come la reciproca consegna di cesti pieni di occhi e di testicoli strappati al nemico. Scrisse Tito nelle sue memorie: Le brutali rappresaglie degli italiani (l’incendio di 23 case e l’uccisione di circa 120 abitanti di Vlaka, Jabuka, Babina e Mihailovici e altri villaggi sulla sponda del Lim, nonché le successive commesse a Drenavo) suscitarono in noi e nei nostri combattenti un cupo furore. Neanche del criminale di guerra Pirzio Biroli l’Italia consentì mai l’estradizione (anche per la mancanza di relazioni diplomatiche Italia-Jugoslavia), tanto che il generale visse a Roma libero altri vent’anni prima di morire a 65.

Armi italiane di distruzione di massa

e lager in Etiopia

Sul fronte africano gli italiani si erano distinti già nel 1935 per atti altrettanto feroci di cui si resero protagonisti due eroi della prima guerra mondiale: il maresciallo Pietro Badoglio e il generale Rodolfo Graziani. In Etiopia gli italiani invasori effettuarono bombardamenti aerei con l’iprite (gas letale usato per la prima volta dai tedeschi in Belgio nel 1917 a Ypres, da cui il nome), usando quindi tra i primi al mondo armi di distruzione di massa. Tra il 1935 e il ’36 in 5 mesi in Etiopia gli italiani riversarono sulla popolazione 85 tonnellate di iprite, che già avevano usato nel 1930 nel golfo della Sirte in Libia. Questo gas altamente vescicante, mai più usato in seguito da altri, fissandosi nel terreno anche per settimane, nella migliore delle ipotesi provoca devastanti piaghe difficilmente guaribili, ma in alta concentrazione uccide in 10 minuti; penetra qualsiasi tipo di tessuto e può dare la morte anche lentamente, danneggiando il Dna e provocando tumori.

Graziani. Dal seminario di Subiaco

al gas sugli Abissini,

a decapitazioni e massacro di monaci

Rodolfo Graziani, nato a Filettino nel 1882 da una famiglia borghese, uscito dal seminario di Subiaco, preferì la carriera militare. Dopo aver preso parte come ufficiale alla guerra italo-turca durante la quale imparò l’arabo, come capitano fu pluri decorato nella prima guerra mondiale e nel 1918 a 36 anni divenne il colonnello più giovane della storia italiana. Inviato nel 1921 in Libia, riuscì a battere la resistenza locale riportando la Cirenaica all’Italia colonialista. Quei successi furono però fin da subito ottenuti con la ferocia di questo ufficiale definito in seguito il macellaio di Libia. Un articolo de La Stampa del 23 febbraio 1935 ne cantava le lodi definendolo tempra magnifica di soldato e di colonizzatore, maschia figura…che nella sua tenda non pensa ad altro che a quello che sarà domani il paese conquistato, grazie alla pace che egli ha saputo imporre. Ma la realtà di questo uomo di pace era un’altra: Graziani fece internare centinaia di migliaia di libici in campi di concentramento appositamente allestiti nel deserto, dove morirono decine di migliaia di prigionieri per la scarsezza di acqua e cibo e per le pessime condizioni igienico- sanitarie. L’alto ufficiale perpetrò così uno sterminio basato sul concetto di pulizia etnica: tecnica che gli valse nel 1930 la promozione da parte di Mussolini a governatore della Cirenaica (per 4 anni). Nel 1935 divenne comandante delle operazioni in Abissinia dove fece uso di bombe aeree dotate di gas asfissianti, sterminando un nemico poco armato, che in alcuni casi difendeva la propria terra lanciando pietre contro i carri armati italiani. Dopo le torture e la decapitazione di un pilota italiano fatto prigioniero, la vigilia di Natale il generale Graziani fece un bel regalo agli abissini: inviò su di loro tre caccia Caproni 101 bis carichi di bombe all’iprite e al fosgene, bombe che scoppiavano a 250 metri d’altezza per amplificare l’effetto del gas che lo stesso Mussolini in un telegramma aveva autorizzato ad usare come estrema ratio. In 5 giorni vennero lanciati 125 ordigni. La comunità internazionale costrinse Mussolini a smettere quei bombardamenti all’iprite, che tuttavia Graziani impiegò anche il 30 dicembre sul fronte nord dove gli italiani intenzionalmente colpirono un ospedale della Croce Rossa svedese. In una delle sue raccomandazioni Graziani scrisse: La rappresaglia deve essere effettuata senza misericordia. Anche gli abissini si resero colpevoli di atrocità, arrivando ad evirare i prigionieri e usando pallottole dum-dum vietate a livello internazionale. Come vicerè dell’Etiopia, Graziani allestì lager e forche e la repressione italiana fu brutale, come mostrano le foto di nostri soldati che esultano accanto ai cadaveri penzolanti dei ribelli, impugnano a mo’ di trofeo le loro teste mozzate o le gettano nelle ceste. Si sa che molti prigionieri vennero anche lasciati cadere dagli aerei, molto prima quindi di quel che avvenne in Argentina con i desaparecidos uccisi dal regime fascista tra il 1976 e il 1983.

Durante una pubblica manifestazione culminata con l’elemosina fatta da Graziani a poveri e capi tribù, il vicerè fu oggetto di un attentato. Una delle 5 bombe lanciategli contro gli provocò 350 ferite. L’attentato proseguito a colpi di mitragliatrice, causò 7 morti e 50 feriti e fu l’inizio di una dura rappresaglia che dai primi 300 etiopi uccisi indiscriminatamente sul luogo dei fatti portò alla morte di moltissimi altri (3.000 secondo gli inglesi, 30.000 secondo gli etiopi, 300 per gli italiani). Guarito, il generale Graziani ordinò il massacro al monastero ortodosso di Debre Libanos, ritenuto rifugio temporaneo degli attentatori: morirono tra 1.200 e 1.600 persone tra monaci, suore e giovani catechisti. In seguito le rappresaglie si indirizzarono su migliaia di indovini e cantastorie, rei di profetizzare la fine della dominazione italiana. Dopo alterne vicende politico-militari, Graziani fu ministro della Difesa della Repubblica Sociale Italiana. Arresosi agli americani a Milano, finì in Algeria in un campo di concentramento da dove passò in un carcere a Procida. Per reati compiuti durante la RSI lo condannarono a 19 anni, ma 17 gli vennero abbuonati e nel 1953 divenne presidente onorario del Movimento Sociale Italiano, morendo a Roma come uomo libero nel ’55. E queste sono alcune foto dell’Archivio di Leopoldo Marcolongo, scattate in Eritrea sotto l’occupazione italiana.

Badoglio, da Asti ai lager di Libia

alle bombe sugli ospedali etiopi

Astigiano, Pietro Badoglio è nei libri di storia come eroe della guerra di Libia (1911-12) e della prima guerra mondiale, prima, e come capo del governo del dopo-Mussolini (dal 25 luglio 1943 all’8 giugno 1944) poi. Fu senatore dal 1919 al 1946, Maresciallo d’Italia, governatore di Cirenaica e Tripolitania. In suo onore nel 1939 il paese natale di Grazzano ha addirittura cambiato nome e ancor oggi si chiama Grazzano Badoglio. Ma di Badoglio non c’è molto da santificarne il ricordo. Il 20 giugno 1929 avviò la deportazione in 13 lager di 100.000 libici dalla Cirenaica, per consentire all’Italia di impossessarsi dei loro beni. Quella massa di persone fu scortata nel deserto con una marcia forzata di mille km; la fatica, gli stenti, le malattie e il caldo ne uccisero 40.000 in 4 anni. Tuttavia in quel periodo Badoglio in Italia veniva celebrato dalla stampa come un grande benefattore dei libici per le molte opere pubbliche realizzate, tra cui la litoranea (la via Balbia, 1.822 km che collegano Tunisia ed Egitto) ed edifici a Tripoli e Bengasi.

Il 30 novembre 1935 Badoglio fu spostato in Etiopia riunendo contro 215.000 abissini poco armati e privi di cannoni e aerei, ben 200.000 soldati, 350 aerei, 750 cannoni e 7.000 mitragliatrici. Non gli fu quindi difficile sbaragliare il nemico e venir proclamato da Mussolini viceré dell’Impero italiano il 9 maggio 1936. Ma nonostante la schiacciante supremazia militare, il generale Badoglio impiegò ugualmente un’arma letale vietata dal Protocollo di Ginevra del 1925: il gas iprite. La usò già prima che Mussolini lo consentisse con ordini scritti il 28 dicembre 1935 (telegramma n. 15081), dicembre 1935 (telegramma n. 29), 19 gennaio 1936 (telegramma n. 790) e per la Somalia il 15 dicembre 1935 (telegramma n. 14551), dicembre 1935 (telegramma n. 79), 6 gennaio 1936 (telegramma n. 336), 27 aprile 1936 (telegramma n. 7440). Rientrato in patria e conferitagli la tessera del Partito Nazionale Fascista, il primo novembre 1937 Badoglio subentrò allo scienziato Guglielmo Marconi alla presidenza del Consiglio Nazionale delle Ricerche e fu tra i firmatari del Manifesto della razza. Caduto in disgrazia al duce, nel 1940 si dimise da capo di Stato maggiore generale e alle 22,45 del 25 luglio 1943 dopo l’arresto di Mussolini voluto dal re Vittorio Emanuele III, pronunciò a Radio Eiar il celebre discorso La guerra continua e l’Italia resta fedele alla parola data Il 28 luglio scrisse rassicurando Hitler sull’alleanza italiana, ma l’8 settembre 1945 alle 19,45 Badoglio parlò nuovamente per radio agli italiani annunciando l’armistizio. Poche ore dopo, alle 5,10 del 9 settembre, lui, il generale Roatta (quello degli eccidi in Jugoslavia), il re e la sua famiglia, stavano già scappando. Badoglio fu il primo a imbarcarsi a Pescara sulla corvetta che avrebbe poi prelevato i Savoia per portarli a Brindisi dove si insediarono sotto la protezione degli alleati. Dopo la capitale provvisoria di Brindisi, nel febbraio 1944 divenne capitale Salerno: qui il 22 aprile 1944 nacque il primo governo post-fascista sostenuto dai sei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale. Vice presidente del consiglio venne eletto il comunista Palmiro Togliatti. Ma dopo un mese e 17 giorni il governo Badoglio cadde e il suo posto fu preso dall’avvocato liberale mantovano Ivanoe Bonomi.

Riguardo all’iprite va ricordato come l’uso di questo gas mortale si sia ritorto contro gli italiani (cittadini innocenti) quando la sera del 2 dicembre 1943, 105 aerei tedeschi giunti da aeroporti italiani, greci e slavi, bombardarono le navi presenti nel porto di Bari. Tanto erano vicine tra loro, che bastarono poche bombe a creare, con gli incendi, una reazione a catena. Tra quelle coilpite c’era il cargo militare americano John Harvey che segretamente trasportava anche 100 tonnellate di iprite. Vennero affondate 5 navi Usa, 4 inglesi, 3 norvegesi, 3 italiane e 2 polacche: 17 navi in tutto, come a Pearl Harbour di cui due giorni dopo ricorse il secondo anniversario. Bari fu la Pearl Harbour italiana. In quella occasione tra il porto e la città vecchia morirono quasi mille persone e molti rimasero ustionati e uccisi dal gas che si sprigionò su Bari con una nube tossica.

Niente processo ai criminali italiani

1° insabbiamento del dopoguerra

L’accusa di genocidio fatta dagli etiopi a Badoglio dopo la fine della guerra, venne aggirata dall’Italia, che ottenne dagli alleati di giudicare in casa i responsabili. All’ONU l’Etiopia aveva inviato un elenco di 10 responsabili italiani di bombardamenti con gas e distruzioni di ospedali, e tra i nominativi risultava quello di Badoglio. Tuttavia quando la commissione d’inchiesta italiana avviò i lavori, il nome del maresciallo d’Italia non compariva e tutte le accuse presto furono archiviate. Il primo di una lunga serie di vergognosi insabbiamenti del dopoguerra italiano.

2 risposte a “Italiani brava gente

  1. Lessi tempo fa’ su Badoglio in Wikipedia che la Societa’ delle Nazioni condanno’ per genocidio Badoglio in contumacia in quanto non si presento in giudizio. Ora non trovo traccia di questo. sarei interessato a: cosa ha fatto la Societa’ delle Nazioni per l’uso del gas e dell’iprite di Badoglio?
    Saluti e Grazie.

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