Il Neanderthal che è in noi


La fortuna di essere dei bastardi

Se gli europei resistono bene al virus dell’HIV e hanno un forte sistema immunitario (ma si ammalano di atropatia psoriasica e della rara sindrome di Behçet) lo devono al fatto che più o meno 80.000 anni fa un loro progenitore Homo Sapiens ha fatto sesso con una donna della razza Neanderthal. E se gli asiatici resistono bene alla malaria devono ringraziare un iniziale rapporto sessuale andato a buon frutto tra un loro antenato Sapiens e una donna Denisovan (razza coeva del Sapiens e discendente del Neanderthal) che viveva nell’Asia occidentale (in una cava siberiana ne sono stati trovati un dito e un dente di 50.000 anni fa). Sono stati i figli bastardi nati da quelle unioni tra esseri diversi a fare dell’uomo moderno una creatura più resistente a virus e batteri. Con l’uomo di Neanderthal noi Sapiens del 2000 condividiamo il 99,7% del nostro Dna; ed esattamente come lui condividiamo anche il 98,8% del Dna dello scimpanzé. E ancora, circa il 2% del patrimonio genetico neanderthaliano è presente in noi: e siamo stati noi Sapiens a ereditarlo, mentre dal Sapiens il Neanderthal non ha preso nulla. I melanesiani della Nuova Guinea hanno nel loro patrimonio genetico tra il 5 e il 7% dei geni dei Denisovans.

Cosa abbiamo ereditato dall’uomo di Neanderthal

L’allele è un insieme di geni che concorrono a determinare un dato carattere genetico; ebbene metà degli alleli HLA-A (HLA è l’antigene leucocitario fondamentale per il sistema immunitario) presente oggi nel patrimonio genetico degli europei, deriva dall’uomo di Neanderthal; il 70% dello stesso è stato ereditato dai popoli asiatici, mentre gli abitanti di Papua ne hanno ereditato il 95% dai Denisovans (senza che questi si spingessero mai verso il sud dell’Asia). Il 50-60% dei cinesi e dei papuani presenta gli antichi alleli HLA-A*11 resistenti alla malaria. Per ricordare l’importanza dell’antigene HLA, basta dire che se gli HLA del donatore e del ricevente non sono compatibili, il trapianto di organi non si può fare perché avrebbe luogo il rigetto. (qui sopra cromosomi umani)

Siamo quindi simili all’uomo di Neanderthal? Naturalmente no. Le differenze risiedono nei geni coinvolti nello sviluppo cognitivo, nella struttura del cranio, nel metabolismo energetico, e nella morfologia e fisiologia della pelle. E’ quanto risulta da recentissimi studi genetici compiuti sui resti di queste tre delle forse 5 specie umane diverse che per centinaia o migliaia di anni hanno convissuto e si sono sessualmente incrociate, seppure marginalmente. La frequenza di questi contatti carnali è difficile da quantificare, però si possono fare ipotesi sulla libertà dei costumi sessuali primitivi. Considerando che, se si verificano oggi nelle nostre società evolute accoppiamenti contro natura tra uomini e animali (senza scomodare la favola di Apuleio del II secolo in cui una donna giaceva con un asino, ricordo l’arresto pochi anni fa in Repubblica Domenicana di un tassista sorpreso vicino al suo taxi ad accoppiarsi con un’asina), a maggior ragione questi episodi saranno avvenuti nei primordi quando non esistevano regole sociali. Quindi il fatto che esseri umani, pur di sembianze diverse, si riconoscessero come specie, fa ipotizzare che i rapporti sessuali tra diversi non siano stati poi così rari.

Quando gli immigrati eravamo noi

Europei e asiatici quindi ancora conservano nel loro Dna tracce del lontano progenitore: l’uomo di Neanderthal; non è così invece per gli africani. Come hanno rilevato quattro anni di studi di genetica svolti da un gruppo internazionale di ricercatori coordinati da Svante Pääbo (nella foto) genetista del Max-Planck Istituto di Antropologia Evolutiva di Lipsia, noi e gli uomini di Neanderthal siamo praticamente identici a livello di proteine. Quindi si può dire che l’uomo di Neanderthal non si è completamente estinto dal momento che un po’ di lui vive in molti di noi.

Il risultato è stato ottenuto assemblando il Dna presente nelle ossa di tre donne neanderthaliane vissute 38.000 anni fa in Croazia, Spagna e in Siberia (la siberiana era una Denisovan) e confrontandolo con quello dell’uomo moderno. Ricostruendo il 60% del genoma neanderthaliano (composto da oltre miliardi di nucleotidi – le “lettere” del codice genetico A, C, T e G legate insieme nel Dna) è stato possibile confrontarlo con quello di un cinese, un francese, un abitante della Papua Nuova Guinea, un africano del sud e uno dell’ovest. Nei tre individui non africani sono stati rinvenuti geni di Neanderthal, mentre non ce n’è traccia nel genoma dei due africani; il genoma di Neanderthal è presente oggi ovunque nel mondo tranne in Australia e nell’Africa sub sahariana.

L’uomo di Neanderthal ha coabitato con gli Homo Sapiens in Europa e in Asia occidentale fino a circa 30.000 anni fa, prima di estinguersi lasciando le sue ultime tracce a Gibilterra, forse cacciato dall’uomo moderno all’estremo lembo di terra occidentale.

Essendosi verificato il flusso di geni dall’uomo di Neanderthal al Sapiens tra i 50.000 e gli 80.000 anni fa è evidente che le due razze si sono mescolate dopo che 80.000 anni fa poche centinaia di Sapiens iniziarono a migrare dal Medio Oriente verso il nord incontrando negli altri territori questa vecchia razza di uomini che avevano lasciato l’Africa molto prima di loro: tra i 400.000 e gli 800.000 anni fa divenendo di fatto i primi asiatici e i primi europei. E a noi uomini moderni Sapiens mediorientali è toccato, dopo centinaia di migliaia di anni, divenire gli immigrati che hanno occupato le terre popolate dai legittimi abitanti. La storia si ripete.

Il Neanderthal italiano

Julien Riel-Salvatore, docente di Antropologia all’Università di Denver, dopo studi effettuati in tutta Italia sulla presenza della cultura Uluzzian (dalla baia di Uluzzo in provincia di Lecce di cui si vedono nel disegno alcuni ritrovamenti) in oltre 20 siti, sostiene che l’uomo di Neanderthal era molto più intraprendente di quanto abbiamo sempre creduto. Era forte, aveva il gene per il linguaggio e quello per la musica.

Circa 42.000 anni fa la cultura aurignaziana, attribuita all’Homo sapiens moderno, apparve nel nord Italia, mentre l’Italia centrale ha continuato ad essere occupata dai Neanderthal della cultura musteriana, presenti da almeno 100.000 anni. Riel-Salvatore ha trovato in tutto il sud Italia frecce, ocra, strumenti in osso, ornamenti e oggetti per cacciare e pescare realizzati dai neanderthaliani Uluzzian. Ciò può indicare che si erano evoluti indipendentemente dal contatto con i Sapiens, grazie al cambio repentino di clima che li ha obbligati a ideare nuove strategie di caccia per sopravvivere. Ma può anche essere che abbiano copiato o rubato questi oggetti dei Sapiens o che siano stati assorbiti da quella società più evoluta. In fondo i due ceppi non erano poi troppo diversi e avevano anche aspettative di vita simili: erano vecchi a 40 anni.

Razzismi ignoranti

Chi, manipolando la credulità popolare, ha voluto distinguere l’uomo moderno in diverse razze (bianchi, neri, gialli o ebrei), trova in queste recenti scoperte genetiche la risposta alle mistificazioni che nei secoli hanno determinato milioni di delitti razzisti: le sole razze umane diverse tra loro sono esistite in epoca primitiva e l’accoppiamento tra alcune di queste (Sapiens, Neanderthal, Denisovans) ha dato origine al rafforzamento della specie. Se siamo quel che siamo lo dobbiamo al fatto che non abbiamo una purezza razziale. Al contrario, grazie al mix di geni ottenuto da razze diverse, siamo profondamente bastardi.

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4 risposte a “Il Neanderthal che è in noi

  1. si è vero non esistono differenze genetiche tali da giustificare la superiorità di un gruppo di uomini,o chiamata razza, su di un altro…però da quanto letto si evince che esistono sostanziali differenze tra gli europei gli asiatici e gli africani…ora rimarcarli potrebbe essere frainteso da alcuni ma non considerarli è pura stupidità poichè esistono

    • Comunque la si voglia vedere, siamo tutti pronipoti delle stesse coppie umane iniziali che venivano (a quanto finora si sa) dall’Africa. Ma sarebbero potute nascere in Asia o in Europa o in America, poco cambia. L’importante, credo, è considerarci tutti figli della stessa Terra: ci sono fin troppe divisioni tra noi per cercarne di nuove. E poi l’odio razzizale ha sempre prodotto mostri e non ha mai fatto vivere bene chi lo provava. Sottolineare a tutti i costi le differenze tra i popoli, anziché le similitudini, allontana e acuisce la possibilità di scontri invece che di incontri. Certo siamo molto diversi per cultura, per religione, per abitudini; ma per il resto poco cambia: che si abbiano gli occhi a mandorla, i capelli biondi, la pelle scura o chiara, siamo uguali. La paura dell’altro, del diverso, ha sempre generato effetti negativi anziché positivi. Fortunatamente la genetica insegna che siamo una razza sola. Meglio ci farebbe sentirci una cosa sola e aiutarci. Il fatto è che le differenze le sottolineano quelli che hanno l’interesse a farci scontrare tra di noi per ottenere (loro) dei vantaggi da queste guerre…

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