Giovani ministri


Il premier vuole ministri giovani

Pensando ai politici del Risorgimento italiano ci vengono in mente dei vecchi. E invece i ministri del governo Cavour insediatosi a palazzo Carignano a Torino il 23 marzo 1861 – il primo governo del Regno d’Italia – erano tutti giovani. A cominciare da Vittorio Emanuele II che 9 giorni prima aveva compiuto 41 anni e da soli 6 giorni era stato nominato re d’Italia; poi lo stesso premier torinese Camillo Benso conte di Cavour che ne aveva 50. Il più giovane dei suoi ministri, Ubaldino Peruzzi de’ Medici, aveva 38 anni e il più vecchio, Niutta, 58. Il paradosso è che la vecchia monarchia sabauda partorì una classe politica giovane e la giovane democrazia repubblicana invece ci ha abituato alle gerontocrazie.

Il primo governo, proprio per l’esigenza di tenere unita l’Italia appena assemblata (mancavano ancora Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Roma), fu caratterizzato da un’ampia rappresentanza regionalistica (3 i meridionali), da un numero esiguo di ministri (solo 9) e dal fatto che fu abbastanza tecnico e con qualche conflitto  di interesse. Ecco com’era composto.

AFFARI ESTERI e MARINA: Camillo Benso, conte di Cavour, 50 anni, nato a Torino, politico.

INTERNO: Marco Minghetti, 42 anni, nato a Bologna, proprietario terriero.

GRAZIA E GIUSTIZIA e AFFARI ECCLESIASTICI: Giovanni Battista Cassinis, 55 anni, nato a Biella, giurista.

GUERRA: Manfredo Fanti, 55 anni nato a Carpi (Bs), generale.

FINANZE: Pietro Bastogi, 53 anni, nato a Livorno, finanziere

AGRICOLTURA, INDUSTRIA E COMMERCIO: barone Giuseppe Natoli, 45 anni, nato a Messina, avvocato massone.

PUBBLICA ISTRUZIONE: Francesco De Sanctis, 43 anni, nato ad Avellino, scrittore e critico letterario.

LAVORI PUBBLICI: Ubaldino Peruzzi de’ Medici, 38 anni, nato a Firenze, politico.

Ministro senza portafoglio: Vincenzo Niutta, 58 anni, nato a Catanzaro, magistrato.

Il governo durò in carica solo 2 mesi e 20 giorni per la prematura scomparsa del suo primo ministro Cavour, morto il 6 giugno 1861.

 

 

7 ministri in una camera (d’hotel)

Pensando alle prebende, ai benefit e ai vitalizi di cui godono i nostri parlamentari, suscita ammirazione e rispetto sapere che nei primi giorni di permanenza a Torino il neo ministro della Pubblica Istruzione Cassinis (nella foto) dovette dividere la stanza d’albergo con altri sei, per la penuria di stanze in città; e che i 443 parlamentari di quegli anni si pagavano di tasca propria le spese per gli studi effettuati all’estero dove andavano ad apprendere i rudimenti della politica. 

Il primo governo, a forte base conservatrice, si presentava con una destra di impostazione centralista e una sinistra federalista che avrebbe voluto regioni rette da governatori a nomina governativa e con consorzi tra province.

A scegliere chi mandare in quel primo parlamento furono solo 418.696 italiani maschi, ovvero l’1,9% dei 22.182.377 residenti. Avevano diritto al voto gli alfabetizzati maggiori di 25 anni che pagassero le tasse (tra le 20 e le 40 lire annue). Ma siccome anche allora il fisco non riusciva a rastrellare il dovuto, si scelse di dare il voto anche ad altre categorie sensibili, pur senza che dimostrassero di aver adempiuto il loro dovere tributario: docenti universitari, magistrati, ufficiali. Avevano diritto di voto pure ufficiali in pensione, commercianti, industriali, artigiani, notai e laureati che pagassero anche metà delle tasse dovute.

 

 

 

 Il discorso del re

Il primo parlamento dell’Italia unita si riunì a Torino alle ore 11 del 18 febbraio 1861 a palazzo Carignano, in quella che era stata la sala delle feste della dimora sabauda fino al trasferimento della corte a Palazzo Reale. Nel 1848 in parte della sala era stato costruito un emiciclo per ospitare il Parlamento Subalpino. Il re (di Sardegna, non ancora d’Italia) entrò alle 11 preceduto dal duca d’Aosta e dal principe di Piemonte, tra il plauso di senatori e onorevoli del nuovo parlamento italiano, per il suo saluto inaugurale scritto dal premier Cavour. Tra i primi passaggi c’era l’invito ai politici a vegliare perché l’unità politica (non ancora compiutamente raggiunta) non venisse mai meno. Citò gli equi e liberali princìpi che vanno prevalendo nei Consigli d’Europa e il ruolo di garanzia che l’Italia avrebbe di nuovo assunto; ringraziò i governi francese e inglese della loro benedizione al nuovo corso italiano e assicurò la Prussia sul fatto che l’unità d’Italia non poteva offendere nessuna nazione. Richiamò i parlamentari alla promozione dell’esercito e della marina per la tutela dei confini; e celebrando in sintesi gli ultimi successi bellici, ricordò che grazie ad essi il popolo italiano poteva confidare nuovamente sul proprio futuro di nazione. Il commiato fu quello di re e di soldato. La seduta venne interrotta molte volte dagli applausi, facendo così protrarre il breve discorso per ben 45 minuti. Tra i neo parlamentari presenti spiccavano nomi illustri: Alessandro Manzoni, Giuseppe Verdi, Giuseppe Garibaldi, Massimo D’Azeglio. Andato via il re, Garibaldi e Cavour ebbero un forte alterco sulla questione dell’esercito italiano. Era davvero iniziata l’ordinaria amministrazione parlamentare.

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