L’ABC della crisi


L’ABC della crisi

Cos’è la Borsa

E’ un mercato in cui si comprano e si vendono strumenti finanziari, ossia quote dei capitali delle imprese (azioni), quote di debiti (obbligazioni) e prodotti derivati da azioni e obbligazioni (futures, options). In questo mercato vengono immessi nuovi titoli e si comprano e vendono quelli già presenti. La domanda e l’offerta di questi titoli dipendono dalle aspettative degli investitori rispetto a quali saranno i rendimenti che avranno i titoli e rispetto all’andamento delle aziende che li possiedono. Chi compra e chi vende è molto attento a valutare il ciclo economico dei possessori dei titoli. Ma nel contempo, se intende speculare e cioè guadagnare ed ha abbastanza forza per farlo, l’investitore può determinare (da solo o con altri) le sorti stesse di un’azienda e magari anche delle sue consociate, vendendone o comprandone in massa i titoli. Va da sé che i colossi finanziari (banche in primis) hanno un potere enorme di condizionamento del mercato e hanno in pugno aziende e interi Stati. E ciò avviene sia attraverso la regolare compravendita, sia (come accaduto con lo scandalo americano che ha creato l’attuale crisi mondiale) immettendo nel mercato titoli tossici, non corrispondenti a reali valori perché espressioni di una finanza virtuale. La Borsa non è quindi solo un barometro delle condizioni economiche di un Paese, ma può trasformarsi nel suo killer, trascinando a suo piacimento nella polvere (pilotata da pochi poteri forti) le economie di più Stati sovrani. Il potere della finanza è enorme, basta pensare che le guerre rappresentano solo una delle voci del suo vocabolario.

Come per le banche centrali, anche per le Borse si è assistito nel mondo al passaggio di consegne dal pubblico al privato: la Borsa Italiana, ad esempio, dal 2 gennaio 1998, è una S.p.A. formata da banche, SIM (Società Intermediazione Mobiliare), associazione di emittenti e altri.

Cos’è il debito pubblico

E’ il debito che lo Stato ha nei confronti di banche, privati cittadini e aziende, Stati esteri che hanno comperato i suoi titoli di Stato (BOT, CCT, BTP) o le sue obbligazioni (quote di debito). In pratica quando lo Stato ha bisogno di soldi li ottiene facendoseli prestare dai compratori di questi titoli, ma alla scadenza li restituisce con gli interessi; e in assenza di adeguate politiche di contenimento, gli interessi del debito pubblico crescono a dismisura.

Il debito pubblico italiano

Spaventosa la velocità di crescita del debito pubblico italiano, pari a quasi 2.000 euro al secondo, attestata a 1.912 miliardi 620 milioni e rotti (alle ore 17,30 del 28 novembre 2011), per i quali lo Stato nella sola giornata odierna ha speso in interessi oltre 92 milioni di euro (alle 17,30). http://www.italiaora.org/

Cos’è lo spread

Spread è la misura della liquidità di un titolo: più è basso e maggior valore ha il titolo, cioè ha liquidità, è esigibile. Quando sono in molti a voler comprare e vendere un titolo, questo diventa appetibile e di conseguenza il suo spread si abbassa.

Cos’è il rating

Rating significa valutazione. Le agenzie di rating (organismi privati, quindi soggetti ad interessi di parte) esprimono a livello internazionale la valutazione su aziende, ma anche su Stati, rispetto alla loro solidità finanziaria e quindi alla capacità di pagare i debiti. Evidentemente uno Stato declassato nella graduatoria dei paesi affidabili, diventa un luogo in cui è pericoloso investire e ciò determina una fuga in massa degli investitori, innescando fenomeni critici a catena.

Cos’è il default

Quando lo Stato non ha soldi sufficienti per saldare i creditori interni ed esteri (chi ha sottoscritto i suoi titoli e le sue obbligazioni), fallisce come qualsiasi altra azienda.

Cosa succede se uno Stato fallisce

Argentina e Islanda sono falliti, eppure esistono ancora. Nella seconda metà dell’Ottocento la Spagna dichiarò bancarotta ben 16 volte, eppure è ancora al suo posto. Il segnale che le cose non vanno lo danno gli interessi troppo alti dei titoli di Stato: oggi è il caso dell’Italia che promette oltre il 7% di interesse, ieri era per i Bond Argentina che promettevano il 10%, ma che dopo il default del paese sudamericano, sono diventati cartastraccia.  Nel caso dell’Argentina, il paese che dichiarando default smise di pagare i suoi debiti interni ed esteri, ha le proprie obbligazioni ancora escluse dalle Borse internazionali: tuttavia la sua economia è in ripresa.

Il crack islandese

L’isola più a nord d’Europa, 320.000 abitanti, priva di esercito, era uno dei paesi più ricchi del mondo, con la privatizzazione nel 2003 di tutte le banche che erano riuscite ad attrarre molti capitali stranieri grazie ai conti online. La crisi del 2008 mise messo in ginocchio lo spregiudicato sistema bancario, indebitatosi fino al 900% del PIL. Lo stesso anno, fallite le tre banche principali e crollata la moneta nei confronti dell’euro, l’Islanda dichiarò bancarotta. Allora il governo conservatore chiese al Fondo Monetario Internazionale e ad alcuni paesi tra cui Olanda e Gran Bretagna, un prestito di 4 miliardi e 600 milioni di dollari. A gennaio 2009 la pressione popolare fece cadere il governo. Il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea intanto premevano perché lo Stato spalmasse il debito sulla popolazione e il nuovo governo di sinistra dispose che tutte le famiglie islandesi per 15 anni ripagassero il debito pubblico (3 miliardi e mezzo all’interesse del 5,5%), pari a 100 euro al mese per abitante per 15 anni.

Il miracolo d’Islanda

Ma c’è un ma… La popolazione disse no. Perché pagare ciascuno 18.000 euro per risarcire i danni provocati da privati? Banche colpevoli del crack, che avevano astutamente privatizzato gli utili, ma nazionalizzato le perdite. A quel punto la politica per la prima volta si è messa dalla parte dei cittadini smettendo di difendere la finanza. Così il capo dello Stato non ratificò la legge che obbligava gli islandesi a saldare il conto delle banche e indisse un referendum.

Banche e governi olandese e inglese intimidirono gli islandesi minacciando gravi ritorsioni e l’isolamento del paese. Se avessero vinto i referendari, dissero i banchieri stranieri, l’Islanda non avrebbe più ricevuto aiuti internazionali. E la Gran Bretagna paventò il congelamento dei conti islandesi.

La costituzione trasparente

Marzo 2010, il referendum passò col 93% delle preferenze e il FMI chiuse i rubinetti dei prestiti. Ma l’Islanda non rimase con le mani in mano. La prima mossa fu l’emissione di un mandato di cattura internazionale contro Sigurdur Einarsson già presidente della banca Kaupthing considerato tra i responsabili della finanza virtuale islandese. E poi fu la volta della nuova Costituzione. Abolita la vecchia (fotocopia di quella danese), si tolse qualsiasi potere alla finanza. A scriverla furono chiamati 25 cittadini democraticamente eletti tra 522 candidati puliti, tutti maggiorenni, appoggiati da almeno 30 persone e privi di tessera politica. Per renderla il più possibile partecipata, la nuova Costituzione previde suggerimenti che arrivassero via Internet e il consiglio della Costituente si riunì sempre video ripreso in streaming online, all’insegna della massima trasparenza.

Islanda popolo sovrano

Il paese si sta risollevando senza aiuti internazionali, con le sue sole forze, con la sua inventiva e facendo largo uso delle nuove tecnologie: sta diventando, per esempio, la cassaforte mondiale online per i dati sensibili del giornalismo investigativo. Soprattutto non ha svenduto né territorio, né beni del patrimonio pubblico e tantomeno di quello privato. Gli islandesi insegnano all’Europa che viaggia a marce ridotte, che il popolo è davvero sovrano. Basta che se ne renda conto.

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