Grecia, morte lenta


Grecia, non voltiamoci dall’altra parte

Stanno votando la morte della Grecia. Noi abbiamo vinto contro i nazisti, abbiamo vinto contro la dittatura fascista e vinceremo anche questa volta. Mikis Theodorakis.

Che la Grecia sia in guerra è evidente. Non in guerra civile, come mostrano le immagini che la stampa italiana non ama troppo presentare (paradossalmente vediamo cento volte più immagini dalla lontana e oscurata Siria). E’ in guerra contro la finanza e i disastri che complici i governi greci, la finanza internazionale ha compiuto mettendo il Paese in ginocchio.

L’economista greco Yanis Varoufakis, oggi riformista (autore di The Global Minotaur) dopo essere stato consigliere dell’ex premier Papandreu, avverte i pericoli del cambiamento planetario: Accanto al meteo, televisioni e giornal, ogni giorno ci informano sull’andamento dello spread. Ma lo spread non dice nulla, non appartiene alla nostra esperienza quotidiana. Forse è proprio questo il punto: siamo inzeppati di analisi, grafici, ragionamenti, statistiche, una mole disumana di dati priva di eroi e di codardi, di passioni, amori, tradimenti. Lo spread non potrà mai essere un personaggio. E senza personaggi non ci sono storie.

Dice poi l’economista greco che prima della crisi, tanto le formiche tedesche quanto quelle greche hanno duramente lavorato per sbarcare il lunario. Quelle greche si muovevano in settori a bassa produttività (lavori più umili, con bassi salari, basse tutele lavorative e un’inflazione reale superiore a quella ufficiale); le tedesche operavano invece in settori a grande produttività (come l’industria pesante) e la differenza tra gli alti profitti e i salari stagnanti creava un crescente surplus che veniva investito all’estero, a causa dei bassi tassi d’interesse esistenti in Germania. Le formiche greche, al contrario, erano pressate da una martellante campagna condotta dalle banche che, regalando carte di credito a piene mani, spingeva i cittadini a indebitarsi.

Carte di credito, meccanismo infernale

Un cittadino greco racconta: Le carte di credito cominciarono a piovere dal cielo. Ci voleva esperienza per difendersi, serviva uno Stato capace di proteggere i suoi cittadini, ma lo Stato per primo era caduto nella trappola. Ecco come funziona. La tua carta di credito ti chiede di ripagare ogni mese solo il 2% di quanto spendi. Compero per 800 euro? Ne pago solo 16 al mese. Spendo 6400 euro? Pago 128 euro al mese, sì, ma intanto scattano gli interessi altissimi: il 17%, dunque quasi 1.100 euro all’anno oltre a quello che ancora devo ridare, visto che magari mi sono limitato a restituire la minima, il 2%. Se avessi più di una carta di credito, come hanno tanti? Quale debito accumulo? Se, come capita a molti qui, ho uno stipendio di mille euro al mese, come ne esco? Così un bel giorno è arrivata la banca a prendersi tutto quel che avevo.

Ed è a questo punto – continua Varoufakische i banchieri tedeschi hanno cominciato a vedere nel sud Europa un buon affare: il capitale tedesco ha iniziato a fluire verso di noi in cerca di alti guadagni. Ma che succede quando arriva un’inaspettata inondazione di moneta? Bolle speculative, che in Grecia hanno preso la forma del debito pubblico.

Il laboratorio greco

Parlando del caso Grecia, l’economista François Chesnais, professore associato all’Université Paris 13 e militante del Nuovo Partito Anticapitalista, cita una definizione fatta nel 1927 da un ex ministro dello zar: Debito contratto da un regime dispotico per obiettivi estranei agli interessi della nazione e dei cittadini. Chesnais aggiunge: senza il loro consenso e senza la piena conoscenza di chi siano i creditori. Il fatto è, sostiene l’economista francese, che i soldi prestati alla Grecia non erano frutto di paziente e sofferto lavoro dei tedeschi. Quando nel 2007 scoppiò la crisi, il debito greco era al 94.8% del Pil ossia inferiore a quello italiano. Eppure la Grecia è crollata. Perché? Grazie alla collaborazione della Goldman Sachs, che ha venduto titoli derivati al governo greco di Costas Karamanlis (centrodestra); poi la stessa banca americana, che è il più forte colosso finanziario del mondo, ha aiutato il governo di Atene a nascondere il reale bilancio (New York Times www.nytimes.com/2010/02/14/business/global/14debt.html?pagewanted=all ). Il governo greco ha quindi abbassato le imposte per i più ricchi, provocando minori entrate e creando un debito pubblico che si finanzia ricorrendo all’indebitamento. Poi sono arrivate una pessima gestione delle Olimpiadi di Atene nel 2004 e un fortissimo (e per l’Unione Europea ingiustificato e strano) acquisto di armamenti da Germania, Francia e Stati Uniti. Col governo Papandreu e con la scoperta del buco nelle casse statali, si è saputo che solo nell’acquisto di 51 cacciabombardieri, che hanno fatto del bene alle finanze della Lockheed Martin del Maryland costruttrice degli F16 e della Dassault Aviation della regione dell’Ile de France che costruisce i Mirage, la Grecia ha speso il 40% del totale delle sue importazioni. Evidentemente troppo in tempo di pace. E’ emerso che la Grecia era divenuta il terzo partner commerciale dell’industria militare francese. A questi irresponsabili acquisti ne cumulò altri: 4 sottomarini (ora ridotti a 2), 223 cannoni, 170 carrarmati Leopard dalle industrie militari della Germania e ancora dalla Francia 6 fregate, 15 elicotteri e motovedette… Evidentemente in patria nessuno sapeva, o controllava, o aveva la forza di reagire.

Un passo indietro

L’economista francese invita a ripensare al 2001 e all’avvento dell’euro. Per prepararsi, sia Germania sia Grecia effettuano un esperimento: riducono il costo del lavoro abbassando i salari. L’esperimento riesce in Germania dove crescono competitività e occupazione e l’inflazione scende sotto la media europea; ma fallisce ad Atene, dove il flusso di denaro estero invita gli speculatori greci e il governo a chiedere sempre più prestiti alle banche tedesche. Chesnais ricorda che in presenza di un aumento dell’indebitamento delle famiglie e delle imprese greche, le banche dell’Ellade si sono rifinanziate prendendo a prestito altri soldi dalle banche europee. Con un euro forte e col rifinanziamento sui mercati obbligazionari della zona euro, le banche greche hanno aumentato le loro attività internazionali e finanziato a basso costo le proprie attività nazionali, prendendo in prestito a più non posso. Poi però è arrivata la crisi che ha messo tutto in piazza.

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Un debito da vomitare

E in piazza, quella reale, è scesa la gente che oggi chiede allo Stato greco di mettersi sulla costa a vomitare in mare l’enorme debito accumulato. Il popolo greco reclama il diritto all’insolvenza. Rispunta l’antica parola parresia, dovere morale di dire la verità. E’ ciò che i greci chiedono a chi li governa: vuotare il sacco e spiegare come sono andate le cose e perché qualcuno ha messo in ginocchio il Paese per fare gli interessi di chi… Del resto lo chiedeva a gran voce nel dopoguerra lo stesso filosofo francese Michael Fouchault: Siamo sottomessi alla follia e all’idiozia dei padroni: la pòlis ha bisogno di verità, per esistere e salvarsi. E a chiedere che si dica tutto e che la gente possa decidere il proprio destino, sono in Grecia molti pensatori, in testa ai quali ci sono due grandi vecchi: il poeta musicista Mikis Theodorakis (nella foto) e l’eroe nazionale Manolis Glexzos, i quali incuranti dei loro 86 e 89 anni, hanno capeggiato la rivolta popolare venendo aggrediti dalla polizia che certo non poteva averli scambiati per aggressivi black block.

Italiani e greci? Una faccia, una razza

L’Italia guarda quasi con una sorta di fastidio alla Grecia, sembra voler prendere le distanze da un Paese sull’orlo del precipizio. E’ l’atteggiamento di chi vuol distinguersi dal compagno di classe meno bravo, ricorda san Pietro quando rinnegò di conoscere il suo maestro che rischiava la vita. Perfino il presidente Napolitano ha avuto una caduta di stile con quella frase che ha addolorato i nostri vicini: Noi non siamo la Grecia! Il disinteresse italiano lo si capisce dalla scarsità di attenzione che i media pongono alla questione dei nostri confinanti. Eppure Italia e Grecia sono davvero molto vicine. Tra Gagliano del Capo (Le) e l’isoletta greca di Otoni ci sono solo 85 km, come tra Padova e Verona. Ma sono vicine soprattutto per quelle radici di civiltà e di cultura che facevano parte integrante del flusso di export della Grecia classica verso l’Italia, quando noi per esistere in quanto Stato unitario dovevamo aspettare ancora 2.000 anni. Se il nostro Pil è cresciuto nei secoli è anche grazie a quanto dalla Grecia abbiamo importato in termini di conoscenze e grazie alla mescolanza delle nostre genti. Chiediamoci se è giusto che le finanze straniere si impossessino delle risorse energetiche e industriali, ma anche culturali e turistiche della Grecia. Pensiamo che tra poco i soldi del biglietto per una visita al Partenone potrebbe andare a una banca di Berlino e le nostre vacanze all’isola di Paros o Santorini (nella foto) potrebbero finanziare la Goldman Sachs lasciando ai greci pochi spiccioli. Quindi sentiamoci partecipi della sofferenza greca, che presto potrebbe diventare quella dei portoghesi e magari anche la nostra. E non dimentichiamo quella frase che tutti, da turisti in Grecia, ci siamo sentiti rivolgere, con senso di fratellanza: Italiano? Una faza una raza.

2 risposte a “Grecia, morte lenta

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