TAV – Stato – mafia


I segreti dell’Alta Velocità

Gli affari Stato – mafia

Fu un errore tattico della criminalità organizzata a far scoprire a un giudice il meccanismo della corruzione che stava alla base dell’affare Alta Velocità in Italia. I fatti, così come nel seguente video registrato ad Avigliana (To) il 13 giugno 2007 li racconta il protagonista della vicenda, giudice Ferdinando Imposimato (allora membro della Commissione Antimafia), partono dal 1994. In quell’anno lo Stato avviò i lavori della tratta dell’Alta Velocità Roma- Napoli: valore 10.000 miliardi di lire. E fu allora che la mafia iniziò a far scoppiare delle bombe lungo il percorso ferroviario, così il magistrato incaricò Criminalpol, Guardia di Finanza, Carabinieri di indagare su quali fossero le imprese incaricate di realizzare l’opera. Dopo due anni di indagini venne fuori l’intreccio. Con l’approvazione del 7° governo Andreotti, quattro mesi dopo l’insediamento della coalizione DC, PSI, PSDI e PLI (Trasporti Carlo Bernini, Lavori Pubblici Giovanni Prandini, Partecipazioni Statali Giulio Andreotti, Tesoro Guido Carli, Ambiente Giorgio Ruffolo, Industria Guido Bodrato) il 7 agosto 1991 le Ferrovie dello Stato incaricarono la TAV SpA (nata 19 giorni prima e dotata di un capitale sociale di 100 miliardi di lire), di progettare l’Alta Velocità tra Milano e Napoli e tra Torino e Venezia. A metà ottobre 1991 la TAV SpA stipulò contratti con quelli che vennero definiti General Contractors e che erano: IRI, ENI e Fiat, società incaricate della realizzazione delle sei tratte previste. Fin qui tutto lineare: IRI era l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (voluto da Mussolini nel ’33 per salvare dal fallimento tre grosse banche), ENI era l’Ente Nazionale Idrocarburi (ancora per pochi mesi ente statale, poi nel 1994 divenne SpA), Fiat era il gruppo industriale torinese. A capo dell’IRI c’era Franco Nobili (2 mesi di carcere nel 1993 per Mani pulite, poi l’assoluzione in appello, foto 1), a capo dell’ENI Gabriele Cagliari (morto suicida o “suicidato” con un sacchetto di plastica attorno alla testa il 20 luglio 1993 nel carcere di San Vittore dov’era detenuto per lo scandalo Enimont, foto 2), a capo della Fiat l’avvocato Giovanni Agnelli (foto 3), incensurato.

Corruzione ad alta velocità

Presentando il suo libro Corruzione ad alta velocità, il giudice Imposimato racconta che gli investigatori scoprirono che i tre General Contractors (IRI, ENI, Fiat) incaricati dei lavori dell’Alta Velocità, in realtà non costruivano un bel nulla, ma comunque si intascavano il 20% di quanto stanziato dal Ministero del Tesoro; come unico sforzo appaltavano i lavori ad alcune imprese (sempre le stesse). Quindi i lavori li facevano le imprese appaltate… Macchè. Nemmeno loro si sporcavano le mani preferendo intascare un ulteriore 20%; subappaltavano a imprese spesso collegate a mafia e camorra, le quali si prendevano un altro 20%: ed erano imprese che gli stessi giudici Falcone e Borsellino verificarono avere collegamenti anche con i Corleonesi di Totò Riina. Queste imprese affidavano finalmente i lavori effettivi a piccole imprese che guadagnavano il 10% del totale. Quindi, sintetizza il giudice, dei 10.000 miliardi di lire, 2.000 miliardi se li spartivano IRI, ENI e Fiat, 2.000 altre imprese amiche, 2.000 la mafia e la camorra e 1.000 chi, per conto delle mafie, eseguiva materialmente i lavori. In tutto 6.000 miliardi di tangenti, col risultato ovvio che i soldi non bastavano a completare l’opera. Lorenzo Necci (foto a fianco), allora amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, mise poi a punto un sistema di controllo del sistema, delegando Romano Prodi, presidente dell’IRI, quale garante dell’Alta Velocità e facendo presiedere a Susanna Agnelli (sorella del presidente Fiat) il Comitato Nodi Alta Velocità: quindi i controllori controllavano se stessi. Nel 1996 Necci fu arrestato per associazione a delinquere finalizzata a reati contro la pubblica amministrazione, peculato, corruzione aggravata, abuso d’ufficio, false comunicazioni sociali, truffa in danno delle Ferrovie, ma venne assolto in 42 processi e finì ucciso nel 2006 da un’auto mentre in bici era in vacanza in Puglia: per l’omicidio colposo l’investitore Donato Rodio, imprenditore di Locorotondo, fu condannato a 1 anno e 4 mesi.

Il senso della misura

Per questo dettagliato rapporto delle forze dell’ordine, il giudice Imposimato dice di essere stato attaccato da sinistra, da destra e dal centro, con l’eccezione di Rifondazione Comunista, e di non aver avuto il piacere di ricevere l’attenzione della stampa italiana diversamente da quella inglese, francese, tedesca. E malgrado le tante minacce di querele, non una sola lo ha mai raggiunto. Ferdinando Imposimato è presidente onorario aggiunto alla Corte di Cassazione. Nella sua carriera ha seguito direttamente casi piuttosto scottanti: rapimento di Aldo Moro (1978), omicidio di Vittorio Bachelet (1980), attentato a Giovanni Paolo II (1981), Banda della Magliana (1981). Per primo ha parlato della pista bulgara nel terrorismo in Europa, di connessioni terrorismo italiano-servizi segreti israeliani, di connessioni tra KGB e omicidio Moro; e nel 1986 venne convinto a lasciare la magistratura per le pressanti minacce della mafia, dopo che tre anni prima gli era stato ucciso il fratello Franco, sindacalista, per una vendetta trasversale collegata al processo alla Banda della Magliana. Pure in Francia e Spagna girano mazzette – dice –  ma loro almeno hanno il senso della misura.

3 risposte a “TAV – Stato – mafia

  1. ma di niente , anzi sarebbe cosa buona e giusta che lei continuasse…..a deliziarci di queste verita’! buon proseguimento.

  2. ringrazio questo giornalista che con la sua maestria, riesce a far chiarezza in questo mare di confusione.
    a volte una sana e giusta informazione riesce a farti cambiare idea…

    con stima Angela Bacchin

    • Grazie Angela, il merito non è mio, ma dell’esistenza di voci alternative a quelle ufficiali che abbiamo ogni giorno negli occhi e nelle orecchie. Cercando tra le più autorevoli che restano in disparte, le notizie emergono da sole. E sono davvero tante e, spesso, sconvolgenti come queste.

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