Sentenza Dell’Utri


Borsellino: Giustizia negata

C’è una persona per bene come Salvatore Borsellino, ingegnere di 69 anni, che dopo la morte del fratello Paolo, assassinato dalla mafia in via D’Amelio a Palermo il 12 luglio 1992 assieme ai poliziotti della sua scorta scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, vive per chiedere allo Stato giustizia e verità. Compito difficile il suo, sapendo che per interlocutore ha uno Stato che per anni ha nascosto la trattativa avviata con la mafia per fermare lo stragismo voluto da Totò Riina: trattativa che potrebbe essere la vera causa dell’assassinio del giudice Paolo Borsellino, ovviamente contrario a qualsiasi collusione Stato- mafia.

Il giorno della sentenza della Quinta sezione della Corte di Cassazione, che il 9 marzo 2012 ha rimandato al mittente il processo per contiguità con la mafia del senatore del Pdl Marcello Dell’Utri (i giudici palermitani dovranno rifarlo da capo, ma non ne avranno il tempo materiale), Salvatore Borsellino sulla sua pagina Facebook si è espresso così: Mi è mancato il respiro quando ho sentito la sentenza della Corte di Cassazione su Dell’Utri, mi si è fermato il cuore. Dopo la sentenza sull’Agenda Rossa non posso accettare anche questo, Non può essere negata a tal modo la Giustizia. Ricordate l’intervista di Paolo su Dell’Utri. Chiedo a tutte le Agende Rosse di non dargli tregua, di gridargli il nostro disprezzo e la nostra rabbia dovunque si trovi, di impedirgli di ricordarci mostrando la sua faccia che cosa è veramente la mafia.

Ma perché Salvatore Borsellino ha provato questa brutta sensazione?

A sua insaputa al compleanno del boss

e al matrimonio del trafficante

Il pensiero va alla cena del 41° compleanno che il boss di Catania Antonino Calderone il 24 ottobre 1976 festeggia nel ristorante Alla collina pistoiese in via Amedei a Milano, assieme ai mafiosi nonchè trafficanti di droga Vittorio Mangano, Antonino e Gaetano Grado: con loro anche un altro palermitano, Marcello Dell’Utri, che poi dirà agli inquirenti di esserci stato portato dal concittadino Cinà senza sapere chi fossero gli altri.  E va a un altro discutibile ricevimento il 19 aprile 1980:  al Café Royal, elegante caffè londinese in Piccadilly Circus angolo Regent Street, dove assieme a Gaetano Cinà, Marcello Dell’Utri partecipa al matrimonio tra una ragazza inglese e Maria Girolamo Fauci detto Jimmy che per il clan Caruana gestisce il traffico di droga in Gran Bretagna. Tra gli invitati spiccano il latitante Francesco Di Carlo (testimone di nozze), Girolamo Teresi della famiglia palermitana della Guadagna. Anche in quel caso Dell’Utri dice che al matrimonio e al banchetto di quegli sconosciuti ce lo portò Cinà. Il pensiero va anche a una sponsorizzazione che nel 1990 Dell’Utri come dirigente Publitalia (Fininvest) ottiene dalla squadra femminile di pallacanestro di Trapani: il presidente della squadra si sente chiedere un’intermediazione di 750 milioni di lire, con la formula Ci pensi perchè abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare. E difatti l’avvertimento è seguito dalla visita del boss trapanese Vincenzo Virga: per questa tentata estorsione, in primo grado nel 2004 Dell’Utri viene condannato a 2 anni. Il pensiero va anche ad altri elementi poco avvicinabili, che invece hanno avuto rapporti con il senatore Pdl: i Graviano, boss di Brancaccio mandanti dell’omicidio di don Pino Puglisi, e altri. E a Bernardo Provenzano, che a detta dei magistrati di Palermo che hanno indagato su Marcello Dell’Utri, lo ammirava molto.  Ma il pensiero non va solo a questo…

Cassata da 12 kg

dono del boss

a Berlusconi

Ci sono alcune intercettazioni telefoniche di Marcello Dell’Utri, che danno da pensare. La prima è del Capodanno 1987. Un certo Gaetano Cinà, titolare di una lavanderia di Palermo e suo amico di vecchia data lo chiama a Milano per fargli gli auguri e per sapere se lui ha ricevuto la cassata inviatagli. Dell’Utri nel 1987 è amministratore delegato del gruppo Fininvest di Berlusconi e Cinà non è un piccolo imprenditore siciliano qualunque, è nientemeno che il padrino della famiglia mafiosa Malaspina di Palermo, vicino a Stefano Bontate; lui è Silvio Berlusconi amico di Dell’Utri, e la cassata di 11 kg e 800 grammi era stata recapitata per Natale da Palermo al cavaliere di Arcore con tanto di pensierino scritto sopra con la glassa: Canale Cinque. L’11 giugno 1988 il boss richiama Dell’Utri dicendosi stupito per una citazione in giudizio da parte del tribunale penale di Milano che per il fallimento di 4 società gli ha bloccato il conto corrente. Dell’Utri lo tranquillizza: Sono fesserie, non c’è problema. E il boss: L’Italia non può andare avanti per queste La terza è una telefonata di servizio tra Cinà e un altro siciliano.

L’attentato alla Fininvest?

Per Berlusconi un gesto d’affetto

Quarta telefonata: Silvio Berlusconi chiama Marcello Dell’Utri per avvisarlo che Vittorio Mangano il 28 novembre 1986 è mandante di un piccolo attentato alla sede Fininvest in via Rovani a Milano (Mangano in quel tempo si trova in carcere in Sicilia). Ma il danneggiato e il suo amico ci ridono sopra, il patron della Fininvest la ritiene una ragazzata: Se voleva 30 milioni me li chiedeva e glieli davo… E il 30 novembre arriva la risposta (intercettata) di Dell’Utri, che informa Berlusconi: Mangano assolutamente è proprio da escludere… C’è da stare tranquillissimi… Ho visto Tanino che è qui a Milano. Perchè a Berlusconi dovrebbe interessare la presenza a Milano del titolare di una lavanderia di Palermo? Uomo tra l’altro a lui così noto da essere sufficiente il soprannome siciliano Tanino invece di nome e cognome (Gaetano Cinà) (foto in bianco e nero).

Un mafioso come baby sitter

Era stato lo stesso Marcello Dell’Utri a presentare all’imprenditore Berlusconi Vittorio Mangano. Berlusconi nel ’73 aveva 37 anni e Mangano 33. Lo tenne due anni in casa sua come fattore e factotum della tenuta della villa di Arcore, ma il loro non era il classico rapporto padrone- servitore, perché quel curioso siciliano non solo sedeva a tavola con gli ospiti dell’industriale milanese, ma come dirà lo stesso Berlusconi, Si trasferì in casa nostra con sua mamma, sua moglie e le due bambine che accompagnava ogni giorno all’asilo assieme ai miei figli. Portava la domenica i miei figli a vedere le corse dei cavalli… Qualcuno, contraddicendo le giustificazioni di Berlusconi, sostiene che l’imprenditore milanese sia stato costretto dalla mafia a ingaggiare quel mafioso per tutelarsi dai rapimenti (aveva già subito molte minacce verso i figli) e soprattutto per intessere relazioni finanziarie e politiche future.

Dal fallimento Bresciano a Forza Italia

Curiosamente, dopo che il 27 dicembre 1974 Mangano finisce in carcere rimanendovi fino al 22 gennaio 1975, il suo datore di lavoro milanese lo tiene ancora al suo servizio; cosa che ripete anche al secondo spiacevole episodio: arresto dell’1 dicembre 1975. Nell’ottobre 1976 Mangano fa fagotto lasciando definitivamente la villa di via San Martino 42 ad Arcore (è l’indirizzo che comunica in carcere come suo domicilio ufficiale); qualche settimane dopo se ne va dalla residenza di Berlusconi anche Marcello Dell’Utri che lì si era stabilito nel 1974 come suo segretario. Scaricato dal capo, a 36 anni Dell’Utri viene presentato nel 1977 dall’amico Cinà ai fratelli Rapisarda che possiedono il terzo gruppo immmobiliarista italiano: senza esperienza Dell’Utri diventa dirigente della Bresciano che fa parte del gruppo; ma presto tutto il gruppo fallisce. In soccorso a Dell’Utri torna Berlusconi che gli fa fare una brillante carriera, prima in Publitalia, poi in Fininvest e infine in Forza Italia.

Mangano, chi era costui?

Ma chi era Vittorio Mangano? Come affiliato a Cosa Nostra, e poi come reggente della famiglia di Porta Nuova, nel 1986 finì nel maxi processo di Giovanni Falcone, accusato nientemeno che da Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno. Nel processo mafia & droga Paolo Borsellino lo definì Una delle teste di ponte della mafia al nord Italia (nell’ultima intervista rilasciata prima di essere ammazzato, il giudice ricorda una telefonata del febbraio 1980 in cui Mangano parla di cavalli, ossia droga, da consegnare in un albergo di Milano).  Nel 2000 Mangano fu condannato all’ergastolo per gli omicidi di Giuseppe Pecoraro e Giovambattista Romano, ma morì di cancro 4 giorni dopo la sentenza, in casa sua dov’era agli arresti domiciliari per motivi di salute. Eppure non sono bastati questi precedenti per evitare che Silvio Berlusconi in un’assemblea pubblica nel 2008 ne cantasse le gesta negando qualsiasi sua condanna per mafia. Come si vede nel video, Berlusconi difese a spada tratta il mafioso tenendo una mano sulla spalla di Dell’Utri: lo stesso Dell’Utri che incontrò almeno altre due volte Mangano a Milano il 2 e il 21 novembre 1993, nelle pause in cui quest’ultimo era fuori da galera e aule di giustizia. Cinque mesi prima Dell’Utri, Berlusconi, Cesare Previti, Antonio Tajani, Giuliano Urbani, Antonio Martino, Gianfranco Ciaurro e Mario Valducci, avevano fondato Forza Italia, prendendo a prestito lo slogan che la DC aveva usato alle politiche dell’87.

Vittorio Mangano (per la stampa lo stalliere di Arcore) riposa nell’abbazia benedettina di San Martino delle Scale a Monreale (Pa). Sulla sua tomba è incisa la frase di Cristo: Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli

Mangano, per Berlusconi eroe,

non assassino

Dio un giorno avrà certo pietà dei crimini terreni di questa sua pecorella, anche per non essere da meno di Berlusconi che di pietà e di riconoscenza ne ha dimostrata molto prima del giorno del giudizio, dichiarando pubblicamente il 9 aprile 2008 su Radiodue Rai, che Mangano è stato un eroe per non aver mai detto falsità nei suoi confronti. Poco importa se nel 2000 il suo fattore mafioso era stato condannato all’ergastolo per duplice omicidio di mafia compiuto nel 1995, e aveva subito processi per traffico di droga ed estorsione. Il cavaliere avrebbe fatto meno danno alla propria immagine se per Natale avesse inviato alla vedova di Mangano, in memoria dei servigi prestati ad Arcore, una cassata di 11 kg e 800 grammi con su scritto Cosa Nostra. Ma gli italiani non si curano mai dei dettagli: 5 giorni dopo quella dichiarazione che vediamo nel video qui sotto, Berlusconi vinceva di nuovo le elezioni politiche.

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