Morto il Papa copto


E’ morto il Papa, il patriarca dell’Africa

Si chiamava Shenouda III, ed è morto il 17 marzo 2012 a 88 anni. Era il Papa di Alessandria e il Patriarca di tutta l’Africa. Il Papa della Chiesa copta ortodossa di Alessandria. Nato ad Asyut in Egitto, Nazeer Gayed Roufail, per la sua autorevolezza era molto rispettato anche dalla comunità musulmana. Abbandonato il monastero siriano di Scetes, divenne 117° Papa di Alessandria nove mesi dopo la morte di Cirillo VI avvenuta nel 1971. Prima però passò gli ultimi sei anni da monaco in eremitaggio in una grotta a 6 km dal monastero.

Un anno prima del suo pontificato, l’Egitto passò dalle mani di Nasser a quelle di Sadat: presidente con cui questo Papa ebbe forti divergenze al punto da venir esiliato in un monastero nel deserto Nitrian, nel delta del Nilo; per far ritorno in città solo alla morte di Sadat, grazie all’amnistia concessagli dal successore Mubarak. Politicamente Shenouda III fu sempre a favore della causa palestinese, al punto da invitare i copti a non recarsi mai in pellegrinaggio a Gerusalemme, pena la scomunica, Per non far male alla causa degli arabi e dei cristiani.

Il Papa eremita

Nel 1973, proprio a motivo del suo impegno verso l’unificazione della Chiesa, fu il primo Papa copto ortodosso di Alessandria ad incontrare, dopo 1.500 anni, un Papa di Roma: il pontefice era Paolo VI. Il Papa di Alessandria nel 2000 ottenne dall’Unesco il premio Madanjeet Singh per la tolleranza e la non violenza.

La sua morte, sopraggiunta dopo ripetute cure all’estero per problemi ai polmoni e per complicazioni epatiche, è avvenuta il giorno 8 Parenhat 1728 del calendario copto. I funerali saranno seguiti dalla sepoltura nel monastero di San Pishoy nel deserto di Nitrian. Il governo ha decretato tre giorni di lutto per i dipendenti statali dell’intera comunità cristiana d’Egitto, che rappresenta il 10% della popolazione. Nella notte tra sabato e domenica, si calcola che 100.000 persone siano andate alla cattedrale di San Marco al Cairo (la più grande dell’Africa e del Medio Oriente, considerata Il Vaticano dei copti) a rendere omaggio alle spoglie; molti i fedeli rientrati appositamente dall’estero. Come si vede nella foto, il corpo del Patriarca è stato ricomposto, seduto, su uno scranno, circondato da fedeli all’interno della cattedrale.

San Marco, Venezia e le origini della Chiesa copta

A quella stessa cattedrale ultimata nel 1968, Papa Paolo VI come segno di distensione tra le due chiese, restituì parte delle reliquie di San Marco che nell’anno 828 erano state sottratte all’Egitto da due veneziani che le avevano portare al loro doge, probabile mandante dell’operazione. Ma quella restituzione di reliquie provenienti dal Vaticano e non da Venezia, avvenuta con 1.140 anni di ritardo, non piacque troppo agli egiziani. Alla cerimonia erano presenti il presidente Nasser, l’imperatore d’Etiopia Haile Selassié e il Papa Cirillo VI.

San Marco fu il dotto evangelista libico (nato a Cirene e conoscitore di greco, latino ed ebraico) che conobbe il Cristianesimo quando lasciò la Libia invasa dalle tribù nomadi per rifugiarsi coi genitori a Gerusalemme; lo diffuse poi in Italia e in Egitto prima di essere martirizzato dai romani in Egitto nell’anno 63. La giovinezza la trascorse in Turchia ad Antiochia, dove compare la prima traccia del termine cristiano per indicare un seguace di Cristo.

Il suo legame con Venezia venne segnalato nel 1350 dal doge Andrea Dandolo che nella sua Chronica scrisse che questo discepolo di san Pietro a Roma, fu dal successore di Cristo inviato a presentare alle genti romane il  vangelo che lui aveva scritto nella capitale dell’impero. Come traduttore personale di Pietro che non parlava greco (allora lingua internazionale paragonabile all’odierno inglese), Marco si era occupato prima della comunità ebraica che a Roma contava 45.000 persone, poi di quella romana. Ascoltando il vecchio discepolo e traducendone i racconti  iniziò a trascriverli sintetizzandoli. Così nacque il vangelo di San Marco. Per diffondere la parola di Gesù, nell’anno 48 Pietro inviò Marco ad Aquileia che, per importanza dopo Roma, era la seconda città della penisola. Lì il santo rimase due anni, ricevendo nuovi e vecchi fedeli a cui raccontava quanto appreso da san Pietro, standosene seduto su una cattedra che gli era stata regalata. Consentì poi che le sue scritture redatte in greco (il suo è il più breve dei quattro vangeli) venissero copiate per essere meglio pubblicizzate. Nei 16 capitoli del suo vangelo, sono forti gli accenni a Cristo come figlio di Dio e per questo come simbolo dell’evangelista fu scelto il leone, dominatore degli animali. Secondo la tradizione, poi, ad Aquileia san Marco compì il suo primo miracolo guarendo dalla lebbra Ataulfo, figlio di Ulfio, il capo della città.

Tornò a Roma assieme ad Ermagora, perché Pietro desse al friulano da lui scelto, l’incarico ufficiale di responsabile dei cristiani di Aquileia. Rientrando con una barca a vela (da Aquileia a Ravenna, per proseguire poi via terra), una bufera li costrinse ad attraccare su un isolotto della laguna veneziana, Rivo Alto (oggi Rialto) dove (secondo la leggenda) Marco ebbe la visione mistica che profetizzava la sua sepoltura in una magnifica nuova città, Venezia. A Roma Pietro lo inviò per far proseliti ad Alessandria, metropoli cosmopolita di un milione di abitanti dominata dal faro alto 120 metri e dal tempio del dio Serapide. Dopo essersi fermato nella sua Cirenaica per un periodo di apostolato, Marco raggiunse Alessandria aiutando la prima comunità cristiana d’Egitto e compiendo miracoli. Lì però i suoi avversari lo fecero arrestare mentre celebrava la messa di Pasqua e non sopravvisse al secondo giorno di detenzione, morendo il 25 aprile del 68. Il corpo gettato nelle fiamme, secondo la leggenda venne graziato da una violenta bufera, così che le sue spoglie poterono essere messe in salvo nella stessa località di Boucoli dove Marco amava rifugiarsi nella prima chiesa costruita. Il santuario lì eretto nel 310, risparmiato dall’attacco dei persiani del 620, fu invece bruciato durante l’invasione araba del 644, ma le reliquie vennero salvate e tornarono nel ricostruito santuario di Alessandria. Nell’828 un gruppo di mercanti veneziani vi giunse appositamente per sottrarle e portarle nella nascente Venezia che aveva bisogno di un santo protettore da venerare. Del gruppo facevano parte Buono (dell’isola di Malamocco o Metamauco) e Andrea detto Rustico (di Torcello). Buono era stato nominato tribuno per essersi distinto nella battaglia navale contro il re francese Pipino il Breve che aveva tentato nell’810 di entrare in laguna; il Rustico era un ex carpentiere divenuto poi commerciante. Per il loro coraggio, testimoniato dal tribuno Angelo Partecipazio, furono quasi certamente incaricati dal figlio di questi, il doge Giustiniano Partecipazio, della delicatissima missione segreta. Partiti nel novembre 827 con 10 navi, si staccarono dalla flotta con la San Nicola di proprietà di Buono, per raggiungere Alessandria d’Egitto contravvenendo agli ordini dell’imperatore di Bisanzio (e dello stesso doge) di non trafficare con gli arabi. Della tre alberi facevano parte, con loro altri 10 di equipaggio: Pietro secondo ufficiale; i marinai Giacomo, Emilio, Nikos e Medes; il legato del doge Giuseppe Baseio detto Giusto; i soldati Brutus detto Brutto e Hubert de Gascoyne detto Franco; il medico ebreo Elihu ben Moische e il suo assistente Rebekan ben Moische.

Qui la storia si mescola alla leggenda: i due avvicinano i padri custodi del santuario, Staurazio e Teodoro, che li avvertono dell’intenzione del califfo Mamum di Alessandria di costruire moschee usando colonne e marmi presi dalle chiese cristiane; i musulmani hanno già arrestato un altro custode di quel tempio. Gli agenti di Venezia quindi propongono ai religiosi di sostituire le spoglie di san Marco con quelle della martire santa Claudia e di accompagnarle assieme a loro in Italia. I quattro allora nascondono i resti in ceste di vimini sotto foglie di cavoli e di carne di maiale kanzir (che gli islamici, considerandola impura, non avrebbero mai toccato) e li caricano sulla loro nave, probabilmente una acazia a tre alberi (acazia deriva dal greco akis, punta, dal nome della ciabatta greco-araba akazia). Nonostante il mare agitato, la nave risale l’Adriatico fino a Umago in Istria, da dove i due comandanti inviano un’ambasciata al doge il quale prepara la degna accoglienza. Il 31 gennaio 828 il corpo di san Marco arriva a Venezia nel porto di Olivolo (sede vescovile nel sestiere Castello) dove ad accoglierlo ci sono il vescovo Orso, il doge Giustiniano Partecipazio e la città intera. In attesa che venga costruita la basilica di San Marco (con funzione di cappella del doge), le spoglie del santo restano in una stanza di Palazzo Ducale. Una volta portato a Venezia san Marco, i due eroi ottennero in premio 100 libbre d’argento.

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