Piercamillo Davigo


Il giudice Davigo e la Banda Bassotti

Ci sono alcune scemenze che in Italia si ripetono da vent’anni, tipo: “Violazione del segreto istruttorio” e “Perché prima di Mani Pulite voi magistrati non perseguivate la corruzione?”. Chi parla, davanti ai cittadini di Comune di Cadoneghe (Padova), intervistato il 30 marzo da Giovanni Viafora del Corriere del Veneto, è il consigliere di Cassazione Piercamillo Davigo, già magistrato del pool Mani Pulite. E subito appare la sua grande verve. Sono scemenze, perché il segreto istruttorio non c’è più da 22 anni e l’invito a comparire davanti al giudice è un atto pubblico; inoltre l’interesse a diffondere notizie riservate sui processi è sempre degli avvocati difensori che in questo modo cercano di deviare l’attenzione dei media dai loro assistiti ad altri soggetti che si incontrano nella causa. E poi scusate, ma non si deve sapere se uno è un ladro? Quanto al perseguire la corruzione, è con Mani Pulite che si è scoperchiato il vaso anche perché gli arrestati hanno tutti vuotato il sacco. Proprio così mi disse un giorno un inquisito: “Adesso vuoto il sacco”. Un’espressione che avrebbe potuto usare uno della Banda Bassotti, e invece era un segretario nazionale di partito.  

Un’altra cosa buffa che capita nei casi di corruzione e sentirsi chiedere dall’imputato: Perché proprio io? I ladri d’auto non lo dicono mai e se lo dicessero io gli risponderei: Intanto cominciamo da lei, poi se vuol fare i nomi dei suoi colleghi, andiamo a prendere anche loro.

(nella foto in bianco e nero il pool di Mani Pulite)

 

 

 

 

I partiti fanno quel che vogliono

Interrogato sui partiti, il magistrato ha ricordato che sono associazioni non riconosciute in cui accade di tutto. Abbiamo avuto Buttiglione e La Malfa che, sebbene fossero in minoranza, hanno espulso la maggioranza del loro partito. Sui partiti c’è da preoccuparsi seriamente, perché i loro meccanismi di selezione nominano anche farabutti. Le liste elettorali le fa chi vince il congresso e, ove non vi sia congresso, chi ha il controllo del partito: e per averlo bisogna essere in possesso del più alto numero di tessere di iscritti, che spesso sono inventati. La Margherita, ai suoi inizi, aveva più iscritti che voti… E se i farabutti fabbricano tessere per avere la maggioranza, non è nemmeno reato; anche se i partiti prendono i nostri soldi delle tasse come finanziamento pubblico. Noi cittadini potremmo pretendere che i partiti vengano regolati dalla legge e controllati dalla Corte dei Conti.  

Piercamillo Davigo ricorda un interrogatorio: Dopo avermi raccontato che comprava le tessere di partito, un indagato mi fece scandalizzato il nome di un suo collega che faceva altrettanto. Ma come? Gli chiesi. Lei fa la stessa cosa… Sì, rispose quello, ma l’altro mi ha rubato gli elenchi per tesserare gli stessi che ho già tesserato io.

Il guaio, prosegue il giudice, è che i politici una volta smascherati non smettono di rubare, smettono invece di vergognarsi. Destra e sinistra han fatto di tutto per stroncare i nostri processi. Oggi le condanne sono un decimo di quelle del 1995, grazie a ignobili leggi passate negli ultimi 16 anni. Un esempio di queste porcherie? La creazione di fondi neri da usare per pagare le mazzette, grazie al centro sinistra dal 2000 non è più reato; sempre il centro sinistra poi ha fatto in modo che per l’abuso d’ufficio non siano più possibili le intercettazioni e ci sia la rapida prescrizione. In queste materie di corruzione il centro destra legifera in modo spesso confuso e non riesce a farsi approvare le leggi, mentre il centro sinistra, con l’appoggio dei suoi stessi avversari, fa passare leggi analoghe

Nei momenti di crisi, rileva il magistrato, gli scandali di corruzione emergono di più, perché con meno soldi pubblici la torta da spartirsi si restringe; con la crisi però la gente si innervosisce di più quando sente questi scandali e i politici che gridano al complotto! Se il Consiglio regionale della Lombardia ha l’80% di indagati (4 su 5), il 10% dei nostri parlamentari è fatto da pregiudicati.

Chi indaga non deve esserne scalfito dal consenso popolare: Anche perché ci abituano a essere indifferenti alle reazioni provocate dai nostri atti. Anche per questo non possiamo diventare politici: un bravo magistrato è abituato a pensare al bene comune e non agli interessi dei suoi elettori. L’ho detto spesso a Di Pietro, che per me resta il miglior investigatore che ho conosciuto; uno che, nel gergo della malavita, era un “zanza” (truffatore), nel senso che quando interrogava faceva credere all’inquisito di sapere già tutto. Per il senso di rispetto delle istituzioni, era uno che quando stava davanti al procuratore della Repubblica Borrelli, scattava sull’attenti.

 

Le prescrizioni

Siamo gli unici in Europa, assieme alla Grecia, ad avere i processi che si vanificano perché i termini di prescrizione, invece di fermarsi, continuano a maturare anche dopo il giudizio di primo grado. Sarebbe ragionevole modificare questa regola che uccide i processi; ma in Italia le leggi ragionevoli sono spesso quelle che non si approvano.

La mafia al nord

Il giudice parla di mafia al nord. Diceva un vice questore tanti anni fa: “I mafiosi son come i pidocchi, vanno dove c’è lo sporco, per cui bisogna far pulizia”. In Sicilia c’era il tavolino dove politica e mafia discutevano di come spartirsi gli affari. Da un mio studio emerge che la corruzione si scopre dove ce n’è di meno. Pensate che a Reggio Calabria in 20 anni ci sono state solo due condanne per corruzione. Nelle nostre indagini ci siamo imbattuti in imprenditori del nord che al sud pagavano le tangenti alla mafia: c’era una multinazionale delle consegne che, per eliminare i furti dei suoi dipendenti, a Milano aveva ingaggiato la ‘ndrangheta e a Napoli la camorra. La mafia al nord ha la stessa struttura che ha al sud. L’anno scorso tra Milano e Reggio Calabria un’unica operazione ha portato a 300 arresti e 1.000 anni di carcere comminati, con tanto di reggente ‘ndranghetista filmato in Lombardia e sindaci leghisti coinvolti.

 

Il fenomeno corruzione

Non è la Procura di Milano ad aver scoperto più corruzione: in rapporto alla popolazione è quella di Lecce. La corruzione è un fenomeno seriale e diffusivo. Ricordo quand’ero giovane uno dei miei primi casi: a Pavia l’ufficio Iva fu chiuso per l’arresto di 27 dei 30 dipendenti, tutti rei confessi. Il mio primo imputato per corruzione era un mio coetaneo di 28 anni che aveva intascato 250.000 lire, l’equivalente del suo stipendio mensile. Quando gli chiesi perché si era sporcato per così poco, rispose che quando venne assunto capì subito come funzionavano le cose e che avrebbe perso il posto se si fosse comportato onestamente. “Lei non può capire- mi disse- perché a lei questo coraggio non è richiesto”. In effetti io non sono mai stato tentato. Col caso delle carceri d’oro ci siamo imbattuti in un sistema criminale che prevedeva il versamento di tangenti ai funzionari pubblici anche quando questi erano andati in pensione: perché se gli imprenditori non l’avessero fatto, i nuovi funzionari statali non si sarebbero fidati di loro e quindi non avrebbero concesso le autorizzazioni ai loro lavori. Ricordo che in altri interrogatori emerse che dall’ANAS partì la richiesta che le mazzette venissero messe in normali sacchetti: avevano infatti una stanza piena fino al soffitto di valigette e non sapevano più dove metterle…

 

Chi ruba tanto, si stupisce poi per la condanna

In Italia manca la cultura dei danni causati dalla classe dirigente corrotta e nei funzionari pubblici manca l’orgoglio del proprio ruolo. Così, quando viene condannato chi ha sottratto i risparmi di una vita di migliaia di persone che gli si sono affidate, quello addirittura si stupisce. Callisto Tanzi commentò la condanna per bancarotta fraudolenta con un “Non me l’aspettavo!” . Per forza, sono tutti abituati a farla franca.

Cosa può fare allora la gente di fronte a questo andazzo? Hanno chiesto in molti al magistrato: Facile. Arrabbiarsi.

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