Questione di mutuo


Calearo. Buona dote per un politico

saper guardare in più direzioni

Politico di razza? Non proprio. Ci sono altri termini più o meno fantasiosi che possono descrivere meglio la carriera di Massimo Calearo a Montecitorio. Di certo ha meriti imprenditoriali, in quanto titolare del Gruppo Calearo (sistemi di telecomunciazione) che conta 300 dipendenti nel Veneto e 250 in Slovacchia); e meriti associativi (già presidente degli Industriali Vicentini e di Federmeccanica). Ha anche un altro merito che i cittadini italiani tuttavia non hanno saputo apprezzare in questi giorni, dopo la sua candida “confessione” alla trasmissione La Zanzara di Radio 24: la sincerità. Sì perché, per chi non avesse sentito quel suo intervento (qui sotto l’audio originale) deve sapere che l’ex onorevole del Partito Democratico (eletto nel 2008 capolista della circoscrizione PD Veneto 1 su suggerimento di Walter Veltroni), poi migrato nel 2009 ad Alleanza per l’Italia (di Rutelli e Tabacci), quindi entrato nel 2010 nel Movimento di Responsabilità Nazionale (di Scilipoti), in seguito promosso da Berlusconi nel 2011 suo consigliere personale per il Commercio Estero, e nel 2012 passato al ruolo di tesoriere di Popolo e Territorio (già Iniziativa Responsabile, con Domenico Scilipoti, Francesco Pionati e Paolo Guzzanti), ha spiattellato qual è il suo sentimento rispetto alla res publica. Calearo (vicentino classe 1955), ha detto che fare il politico è usurante, che da gennaio è andato 3 sole volte alla Camera dei deputati (alcuni giorni dopo, annunciando di volersi dimettere, ha spiegato il motivo: la moglie malata è morta in marzo) e non si è vergognato di ammettere di andarci ogni tanto. E poi ha ammesso il senso della sua presenza in Parlamento: Con lo stipendio di parlamentare pago ogni mese il mutuo della casa che ho comperato: 12.000 euro per una superficie di meno di 3.000 mq. Si tratta di una villa sulle colline di Arcugnano (Vi), già proprietà di Giovanni Pandolfo ex presidente della società autostrade Serenissima, arrestato nel 1990 per corruzione e associazione a delinquere e condannato nel ’97 a 5 anni di carcere e oggi pare rifugiato in Brasile.

Ironizzando sul fatto che in 4 anni lui ha fatto il giro dell’arco costituzionale, che altri impiegano magari una vita a completare, Calearo ha contribuito a dare agli elettori un’immagine realistica di una parte della politica italiana: quella che per lo meno (fino a prova contraria) non si macchia di corruzione, ma nemmeno brilla per interesse per le vicende dei cittadini rispetto al cui bene dovrebbe legiferare. Poi c’è l’altra parte, quella coinvolta negli scandali, nelle tangenti conosciute e in quelle ancora nascoste. Insomma un bel panorama rassicurante al quale solo gli elettori hanno il potere di dare (o meno) la loro approvazione. Calearo quindi è stato sincero. Una dote che gli va riconosciuta, perché ha detto chiaro e tondo il vero motivo per cui fa il politico: guadagnare 15.000 euro al mese, che si uniscono al certo non esiguo introito imprenditoriale. Che sia un caso isolato il suo? In quanto a sincerità senz’altro sì.

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