Sigillo di Sant’Antonio al Giglio


Costa Concordia, il comandante scendeva, il vice sindaco saliva a bordo

Del naufragio della Costa Concordia ho saputo da Facebook, e io abito a soli 200 metri dal porto. Il ricordo di quella notte del 13 gennaio è di Giacomo Castaldi (nella foto sotto con Leztizia Solari) dipendente dell’hotel Castello Monticello. Alle 22,20 mi ha telefonato la mia fidanzata che su Facebook aveva visto la nave su una rotta sbagliata. Guarda dalla finestra, mi ha detto. E così l’ho vista dritta verso il porto, vicinissima, con tutte le luci accese. C’era gente a prua che gridava. Poi sono arrivate le prime barche dal porto, da Santo Stefano e da Talamone. Ho chiamato la proprietaria dell’hotel, che era chiuso, perché portasse delle coperte. C’erano già i primi naufraghi.

Un giro per la vita il 18 giugno ha fatto tappa all’Isola del Giglio per testimoniare la vicinanza alla popolazione isolana che si è fatta in quattro nell’emergenza del naufragio di Costa Concordia. In questa occasione, accompagnato anche da Elettra Marconi figlia dell’inventore della radio che è stata fondamentale nelle operazioni di soccorso, il velista padovano Alfredo Giacon, portavoce del Comune di Padova, ha consegnato al primo cittadino del Giglio il sigillo della città del Santo, proprio per la solidarietà mostrata dalla popolazione. Nell’occasione  ho potuto intervistare alcuni dei testimoni di quella notte.

Letizia Solari, mostrandomi il biglietto di ringraziamento scrittole da una giovane naufraga tedesca, rivive l’arrivo del primo scampato: Era un tedesco, elegante e col salvagente addosso, saliva a piedi in collina verso il mio albergo. Io avevo aperto tutto, acceso il riscaldamento, preso le coperte e predisposto per la notte. Il tedesco era spaesato, credeva di essere a La Spezia, sua moglie e i parenti erano chissà dove. Verso le 23 mi ha telefonato la società Costa chiedendo di aprire l’albergo: 27 stanze, un centinaio di letti che si sono presto riempiti di famiglie, mentre eravamo sorvolati dagli elicotteri e medici e ambulanze si susseguivano più in basso. Poi per aiutare chi si era gettato in mare, con mio figlio sono scesa al porto dove i soccorsi erano già ben coordinati. E’ lì che ho visto anche i tedeschi piangere. In hotel sono arrivati i filippini e i coreani dell’equipaggio, tutti inzuppati. Sono stati bravissimi: prima si sono assicurati che i passeggeri fossero nelle loro stanze, poi sono entrati loro; e sì che erano bagnati, con i vestiti strappati, mezzi nudi; li abbiamo riforniti di pantaloni e camicie. Gli ultimi a entrare e gli ultimi a lasciare l’hotel.

Roberto Galli è il comandante della polizia locale e della Protezione civile del Giglio. I carabinieri mi hanno chiamato alle 22,10 allertandomi per una nave in avaria fuori dal porto. Appena arrivato ho riconosciuto il fumaiolo della Costa e con una pilotina dei carabinieri le siamo arrivati sotto attivando subito le procedure di emergenza. Ricordo tre ragazze coi giubbetti che camminavano sul ponte 4, l’unico rimasto illuminato. Dopo 30 minuti le prime scialuppe sono state calate in mare, poi la nave ha iniziato a inclinarsi. Abbiamo recuperato i primi due affogati e abbiamo visto sulla scogliera le luci di alcuni giubbetti di salvataggio. Essendo un tratto pericoloso per via degli scogli, ci siamo precipitati in auto da quel lato della costa, trovando un centinaio di persone che a nuoto avevano raggiunto il promontorio: tra questi anche un anziano disabile e dei bambini stranieri, a due dei quali ho dato la mia giacca e il maglione. Mentre arrivava l’ambulanza ho individuato sugli scogli cinque membri dell’equipaggio della Concordia: quattro erano bagnati e uno, identificatosi come il comandante Schettino, no. Mi disse di essere scivolato nella scialuppa. Per cinque volte lo invitai a seguirmi al porto: l’avrei fatto risalire sulla nave per coordinare lo sgombero, ma rispose che doveva star lì per coordinare il salvataggio della sua nave. Mi sembrava molto tranquillo, secondo me non capiva bene cosa stava accadendo; ripeteva che quello scoglio non era segnato sulle carte. Così abbiamo portato in sicurezza i naufraghi, poi sono tornato in quello specchio d’acqua a cercare la moglie di un naufrago, ma l’abbiamo trovata affogata. Oltre alla calma del comandante mi ha colpito la tranquillità dei passeggeri che stavano affrontando il momento più drammatico della loro vita. Al porto un silenzio irreale, rotto solo dalle sirene e dal rumore degli elicotteri.

Ricordo una francese incinta e i feriti più gravi portati via in elicottero, gli altri presi in consegna dai due medici e 4 infermieri del 118 del Giglio. Intanto abbiamo fatto uscire dal porto i due traghetti per far spazio ai mezzi di soccorso che arrivavano e altri due sono stati richiamati da Porto Santo Stefano. Quando sono rientrato a casa alle 5,30 per prendere la divisa che mi avrebbe riparato dal freddo, ho trovato tutto spalancato e le luci accese. Mia moglie era corsa all’asilo a dare una mano e aveva lasciato aperto perché chi avesse bisogno di un riparo potesse entrare in casa.

Sergio Ortelli è il sindaco del Giglio. La nostra isola è stata violata in una splendida e mite notte di luna piena. La popolazione è stata grande, ha permesso di salvare 4.000 persone e le ha accolte come poteva: in 4.000 si sono improvvisamente riversati sul molo che ne contiene al massimo mille. Abbiamo tutti aperto le nostre case ospitando fino a 40 persone per famiglia. Noi siamo solo 900 abitanti. Schettino? Non l’ho conosciuto, lui non ha chiesto di me e io sinceramente non ho voluto conoscerlo. Non posso invece dimenticare gli occhi dei bambini, sbarrati e persi nel vuoto. Nemmeno gli adulti sapevano dov’erano, chiedevano di prendere un treno; l’idea di trovarsi su un’isola li preoccupava tantissimo perché isola significava per loro dover riprendere una nave. Eppure tanti, in salvo sul molo, trovavano la forza di scattare fotografie. I primi turisti del macabro, soprattutto stranieri che oggi hanno preso il posto degli abituées italiani e vengono al Giglio soprattutto per vedere il relitto della Costa, sono stati proprio i suoi naufraghi. Chi si dava più da fare erano le signorine della reception e delle attività di svago della nave; l’equipaggio sembrava ben organizzato, gli addetti alle scialuppe erano i camerieri. Credo che sarebbe bastato lanciare l’allarme 45 minuti prima per evitare i morti: i compartimenti allagati erano 5, non uno solo…

Mentre il comandante Schettino scendeva, sulla Costa Concordia qualcuno ci saliva. Era Mario Pellegrini, vice sindaco. Mi hanno avvisato alle 22,45 i carabinieri e sono arrivato al porto contemporaneamente al sindaco. Le scialuppe erano in acqua e così ho pensato servisse il mio aiuto a bordo. Sono salito dalla biscaggina e ho cominciato ad aggirarmi per i ponti. C’era gente che piangeva, incredula, spaventata. Avevano tutti il salvagente, ma non capivano cosa stava accadendo. Nessun ufficiale. Credendomi un passeggero una ragazza dell’equipaggio mi ha rimproverato perché non indossavo il salvagente. Sul ponte 3 ho aiutato dei passeggeri a salire sulle scialuppe finché ho mandato via le ultime quasi vuote. Una coppia di anziani che si aggirava spaurita ho dovuto caricarla io. Poi sono passato sull’altro lato della nave che poco dopo ha iniziato a inclinarsi. La parte dove mi trovavo prima iniziava a colare a picco. Lo scenario è cambiato all’improvviso: panico, urla, un’unica scaletta davanti. Io mi trovavo in un corridoio interno e a un tratto le luci si sono spente per sempre; per fortuna c’era la luna. Paura? Ho avuto modo di viverla giorni dopo ripensando ai miei due figli che potevano restare orfani se solo mi fossi attardato 20 secondi sull’altro fianco della Concordia. Sentivo gridare aiuto dai corridoi che collegano i ponti: erano diventati dei pozzi pieni d’acqua. Così assieme all’ufficiale della Costa Simone Canessa, l’unico trovato a bordo, a un medico della nave e a un commissario di bordo, usando i cordini che assicurano i salvagenti abbiamo tirato fuori da quel buco nove persone (due erano passeggeri) e l’ultimo di questi, quasi schiacciato sotto un americano che pesava 130 kg, rischiava di annegare perché l’acqua gli arrivava ormai alla gola. Sono stati momenti difficili. Poi ci siamo spostati sul fianco emerso della nave capovolta, per far defluire uno ad uno i naufraghi sulle scialuppe: in pratica le formichine che avete visto nelle riprese a infrarossi degli elicotteri. Verso le 3 di notte erano quasi tutti in salvo. Sono rientrato nella nave per una prima ispezione dei ponti, aprendo tutte le porte che potevo. E’ stato allora che ho trovato una ragazza coreana dell’equipaggio che aveva una gamba rotta; vicino aveva il suo fidanzato.

La nave giganteggia nel porto, obbligando ancora l’isola a vivere in stato d’assedio, tra sommozzatori, forze dell’ordine, troupes televisive. Chiedo al sindaco qual è il suo destino: Ci vorrà ancora un anno per liberarci del relitto. Sta per iniziare la saldatura delle lamiere squarciate dallo scoglio, poi verranno conficcati sul fondale 20 pali per imbragare la nave e ancorarla perché non scivoli nelle vicine acque profonde. Poi si realizzeranno cinque piattaforme da 40×40 metri da metterle sotto, quindi i galleggianti laterali la drizzeranno, in seguito verranno svuotati quando la Concordia sarà di nuovo in grado di galleggiare. E si ripareranno le altre falle. Quale il suo destino? Non si sa. Intanto la porteranno via, pare per sezionarla.

Oltre che dai rilevatori dei movimenti, il transatlantico è guardato a vista giorno e notte da motovedette di polizia, carabinieri, guardia costiera che evitano atti di sciacallaggio di quanti, a prezzo della propria vita, vorrebbero entrare nelle cabine sommerse per impadronirsi dei beni custoditi nelle casseforti. Lasciamo il Giglio con la sua balena bianca spiaggiata e mortalmente ferita. Il mare, da azzurro trasparente, ridiventa blu cobalto.

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