Leonardo esportato su Marte


Leonardo, dai Codici a Marte

560 anni dopo la sua nascita in un paesino delle colline fiorentine (Anchiano vicino a Vinci), Leonardo da Vinci ha coronato forse un sogno mai sognato: quello di andare su Marte. Ci è finito però in un modo che difficilmente avrebbe potuto immaginare: in formato digitale. Il suo ritratto e il suo Codice sul volo degli uccelli (17 carte conservate alla Biblioteca Reale di Torino) sono stati portati il 6 agosto 2012 sul suolo marziano da Curiosity, la speciale jeep che deve il suo nome a Clara Ma, studentessa dodicenne del Kansas, oggi 15 anni, vincitrice di un concorso servito per battezzare questo rover.

Gli studi di Leonardo finora conosciuti sono contenuti in 10 Codici, ossia raccolte di appunti e disegni che costituivano i taccuini che il più grande inventore di tutti i tempi portava con sé e che poi vennero smembrati (fin dal Cinquecento) per essere venduti qua e là. Dei 22 tra Codici e raccolte di manoscritti per un totale di 3.367 documenti di Leonardo, solo tre si trovano in Italia: il Codice Atlantico, la più grande raccolta di carte di Leonardo, ben 1.119, da lui realizzate tra il 1487 e il 1518, conservata alla Biblioteca Ambrosiana di Milano; il Codice sul volo degli uccelli risalente circa al 1505, che si trova alla Biblioteca Reale di Torino (17 carte) e il Codice Trivulziano che alla Biblioteca Trivulziana di Milano conserva 55 delle 62 carte originarie del periodo 1487- 1490.

La Collezione Reale consta di 29 fogli contenenti disegni realizzati tra il 1478 e il 1518 e si trova in Gran Bretagna alla Royal Library a Windsor.

Il Codice Arundel è un complesso di 283 carte predisposte tra il 1478 e il 1518 ed è conservato alla British Library di Londra.

Il Codice di Madrid I, sono 192 carte scritte tra il 1490 e il 1499 oggi conservate alla Biblioteca Nacional de Madrid come pure il Codice di Madrid II con 157 carte realizzate tra il 1503 e il 1505.

Poi ci sono il Codice Forster I, II e III conservati al Victoria e Albert Museum di Londra.  Nel primo caso si tratta di 101 carte del periodo 1487- 1490; di 159 carte composte tra il 1495 e il 1497 e di 94 del periodo 1493- 1496 che costituivano un taccuino di appunti e schizzi occasionali, con ricette, favole, disegni urbanistici.

Il Codice Hammer (oggi Collezione Bill Gates a Seattle) è un manoscritto di 36 carte realizzate da Leonardo tra il 1506 e il 1510.

L’ultima raccolta di manoscritti leonardeschi si chiama MS (manoscritti) e va dalla lettera A alla M per un totale di 1.125 pagine tratte soprattutto da taccuini (in alcuni casi integri) conservati all’Institut de France di Parigi: la raccolta presenta gli scritti più antichi che si conoscono di Leonardo, del 1487 (Ms. B) e arrivano al 1514.

Innumerevoli le curiosità, tra cui il progetto per la Sforzinda, la città ideale disegnata per Ludovico il Moro dall’architetto fiorentino Antonio Averlino detto il Filarete, l’elicottero e altre macchine volanti. Ma nel Codice Arundel compaiono più volte, scritte tra le annotazioni del maestro, anche conti della spesa. Non si sa se a compilarli accanto agli appunti redatti allo specchio per renderli indecifrabili agli altri, fu lo stesso maestro o il suo allievo prediletto (e forse amante), il brianzolo Gian Giacomo Caprotti che Leonardo chiamava Salaì. Di fatto vi si leggono chiaramente, nella lista della spesa fatta a Firenze ed espressa in lire: La matina de Sancto Zanobi 25 de magio 1504 sabato… panni 13, bove 6, vino 9, pane 6, carne 4, mona (madonna) 2, funghi 3, farina 2, fruta 1. domenega pane 6, vino 9, carne 7, minestra 2, fruta 2.

In un altro foglio del Codice Arundel, sempre del 1504, assieme ad appunti in matita rossa sul corso dell’Arno e del Mugnone, più appunti di matematica: martedì pane 6, carne 11, vino 7, fruta 4, minestra 2, insalata 1.

Il misterioso Salaì da Monza

Salaì (il ragazzo del quadro e quello che Leonardo riprodusse in questo disegno in matita rossa) rimase a lungo un personaggio all’ombra del maestro, poco indagato dagli storici. Eppure restò accanto a Leonardo per ben 27 anni, da quando questi aveva 38 anni fino ai 65 (morì in Francia a 67 anni). Gian Giacomo Caprotti era un bambino di 10 anni quando il 22 luglio 1490 da Oreno vicino Monza fu mandato a bottega dal celebre pittore fiorentino, che in Corte Vecchia, di fronte al Duomo di Milano, aveva aperto uno studio dopo che si era trasferito nella capitale sforzesca 8 anni prima, al servizio di Ludovico il Moro. Fu proprio Leonardo a soprannominarlo Salaì quattro anni dopo aver “assunto” come garzone quel bambino. Ad ispirarlo fu il nome di un diavolo del poema Morgante del Pulci: il ragazzino infatti era vivace, bugiardo, testardo, ghiotto e pure ladro, perché rubò subito 4 lire allo stesso Leonardo, che tuttavia lo perdonava sempre. E continuò a derubarlo, come Leonardo scrisse di nuovo quando Gian Giacomo aveva già 17 anni (Oggi si è rubato nove soldi). Nel 1490 Leonardo aveva alle sue dipendenze 4 persone: 3 erano gli allievi Gian Giacomo Caprotti (10 anni di Oreno), Giovanni Boltraffio (23 anni di Milano) e Marco D’Oggiono (15 anni di Oggiono, Lecco), più un uomo di fatica. Due anni dopo si unì a loro Caterina, al servizio come domestica: forse Caterina la madre di Leonardo, rimasta vedova, forse Caterina la madre di Salaì. Non si sa perché il celebre ingegnere- pittore tenne tanti anni a servizio un ragazzo che lui stesso definiva inaffidabile: di certo  lo ritrasse più volte. In un disegno il ragazzo compare nelle sembianze di un angelo con un seno pronunciato e un pene in erezione: opera posticcia (il pene) di allievi o dello stesso maestro, che non disdegnava scrivere sui suoi taccuini storielle a sfondo sessuale o disegnare coiti eterosessuali nei suoi studi anatomici. Leonardo disegnò pure ragazzi coi falli in erezione e strane figure allegoriche che poi vennero distrutte: nel Cinquecento il pittore- scrittore Giampaolo Lomazzo fece però a tempo a vederle e a descriverle: Uno dei quali era bellissimo fanciullo, co’l membro in fronte e senza naso, e con un’altra faccia di dietro della testa, col membro virile sotto il mento, e l’orecchie attaccate a i testicoli, le quali due teste havevano le orecchie di fauno; e l’altro mostro aveva in cima del naso il membro.

Ma com’era questo ragazzino (ritratto sulla destra di fronte a un vecchio) che il maestro aveva preso così a benvolere? Prese in Milano Salaí Milanese per suo creato, il quale era vaghissimo di grazia e di bellezza, avendo begli capegli, ricci et inanellati, de’ quali Lionardo si dilettò molto; et a lui insegnò molte cose dell’arte, e certi lavori che in Milano si dicono essere di Salaí, furono ritocchi da Lionardo. A dirlo era Giorgio Vasari, lo storico dell’arte nato 8 anni dopo la morte di Leonardo.

Erano passati 14 anni da quel 9 aprile 1476 quando Leonardo da Vinci, 6 giorni prima del suo 24° compleanno, con altri uomini (alcuni della Firenze che contava, tra cui un Tornabuoni) finì sotto processo con l’accusa di aver sodomizzato un prostituto di 17 anni. Ecco il testo della lettera anonima: Notifico a voi Signori Officiali come egli è vera cosa che Jacopo Saltarelli fratello carnale di Giovanni Salterelli, sta co’ lui all’orafo in Vachereccia, dirimpetto al buco, veste nero, d’età d’anni 17 o circa. El quale Jacopo va dietro a molte misserie e consente compiacere a quelle persone che lo richiegono di simili tristizie. E a questo modo ha avuto a fare di molte cose, cioè servito parechie dozine di persone, delle quali ne so buon date, et al presente dirò d’alcuno… . Fra i nomi elencati compare Lionardo di ser Piero da Vinci sta con Andrea del VerrochioQuesti hanno avuto a soddomitare decto Jacopo, et così vi fo fede.

Firenze non era Venezia, dove solo due anni prima due omosessuali attivi erano stati decapitati e bruciati e i 4 passivi che si erano accompagnati a loro avevano subito fustigazioni, nasi tagliati e il bando cittadino. Gli accusati di Firenze vennero tutti assolti perché la giustizia non teneva conto delle denunce anonime: erano al limite permesse quelle segrete (denunciante noto solo ai magistrati). L’assoluzione fu condizionata al fatto che gli accusati non venissero nuovamente tamburati, cioè denunciati (absoluti cum conditione ut retamburentur). Ecco cosa qualche anno più tardi fece dire Leonardo al suo personaggio Maso in una satira a proposito di Modena: O non mi debo io maravigliare con ciò sia che tutto un omo non paghi che cinque soldi, e a Firenze io, solo a metter dentro el cazzo, ebbi a pagare dieci ducati d’oro, e qui metto el cazzo e coglioni e tutto il resto per sì piccol dazio? Una prostituta costava due o tre monetine d’argento mentre 10 monete d’oro era quando pagavano ai magistrati fiorentini i sodomiti.

Tra Leonardo e Gian Giacomo Caprotti ci fu quasi certamente una relazione sessuale. Così almeno pensavano i colleghi del giovane.  Il restauro del Codice Atlantico portò alla luce dei disegni di allievi rimasti per secoli incollati sul supporto. Su uno dei fogli (i due mezzi fogli 132v e 133v qui a fianco) la mano incerta di un ragazzo aveva schizzato l’immagine d’una bicicletta (progettata da Leonardo?, ma di cui non esiste traccia in altri scritti) assieme a un giovane dal naso molto lungo e posticcio che indossa una mantella a laccetti e a due membri virili in erezione, dotati di gambe e code, che marciano verso un foro sopra il quale sta scritto Salaj.

In un testo scritto di suo pugno, Leonardo tradisce attraverso l’uso di una o anziché una a la sua preferenza sessuale: Movesi l’amante per la cosa amata come il suggietto con la forma, come il senso col sensibile, e con seco s’uniscie e fassi una cosa medesima... Quando l’amante è giunto all’amato, lì si riposa.

Quando Gian Giacomo Caprotti aveva 26 anni, nel 1506, nella vita di Leonardo entrò un altro ragazzino, Francesco Melzi, 15 anni, di ottima famiglia milanese, figlio di un capitano della nilizia. Fu allora che Leonardo si separò da Salaì. Melzi prese il posto di Salaì come allievo prediletto e accompagnò il maestro nei suoi tour a Roma nel 1513 e infine in Francia dove Caprotti non andò se non dopo la morte di Leonardo. Il Caprotti si trasferì nella casa che aveva costruito dentro la vigna che Leonardo aveva concesso 20 anni prima ai genitori del giovane, fuori Porta Vercellina. Salaì ottenne in eredità dal maestro metà della vigna e i alcuni dipinti; si sa che quattro di questi il giovane monzese li vendette al re di Francia, decisamente arricchendosi. Erano: Leda, Vergine con Bambino e Sant’Anna, il San Giovanni Battista e la Gioconda.

A Melzi andò molto di più in termini di valore non immediato: tutti i disegni e i manoscritti di Leonardo. Melzi li custodì gelosamente come gli aveva chiesto il maestro che aveva anche voluto che il discepolo li riordinasse, cosa che fece nella villa di famiglia a Vaprio d’Adda in provincia di Bergamo. Sfortunatamente alla morte di Melzi nel 1570 Orazio Melzi, suo figlio, non comprese il significato di quelle vecchie carte ingiallite che rimasero a lungo in una cassa nella soffitta della villa prima di venir regalate agli amici e poi vendute allo scultore Pompeo Leoni il quale provvide a smembrarne i taccuini e i quaderni riunendoli per argomenti e per ricavarne più soldi dalle singole vendite. Ciò che fa parte dei patrimoni di musei e collezioni private, esce tutto da casa Melzi prima, e Leoni poi.

La Gioconda nuda del ‘500

A proposito del giovane Gian Ciacomo (Salaì) merita raffrontare 6 quadri. Il suo ritratto (collezione privata, sopra il titolo precedente) fattogli da anonimo quando aveva 22 anni e indossava panni incredibilmente ricchi per essere un umile allievo; il disegno di Leonardo che lo raffigurava, la Monna Vanna chiamata anche Gioconda nuda (collezione privata svizzera) che il Caprotti dipinse come versione androgina della Monna Lisa, certamente aiutato dallo stesso Leonardo; il San Giovanni Battista di Leonardo (Louvre, Parigi), il San Giovanni Battista di Gian Giacomo Caprotti (Pinacoteca Ambrosiana, Milano) e il San Giovanni nel deserto (con bastone in mano, opera di Leonardo del 1513, ora al Louvre), oltre alla celebre Gioconda

Il ritratto di Salaì, coincidente o leggermente posteriore all’ingresso di Francesco Melzi nella vita di Leonardo, è opera del grande maestro, di un allievo o è un autoritratto? Il San Giovanni Battista di Leonardo (1508- 1513) riproduce un 28enne Salaì (che fin da piccolo si prestava come modello), mentre lo stesso allievo anni dopo riprodusse, copiando se stesso, il quadro del maestro. Forti le somiglianze tra il ritratto di Salaì, i tre San Giovanni Battista e la Monna Vanna: come dire che mentre Leonardo Da Vinci dipinse il Salaì in vesti maschili, il ragazzo si raffigurò come donna muscolosa e dal seno

prosperoso. Ma difficile dire che la Monna Lisa , che Leonardo portò sempre con sè fino alla morte, modificandola continuamente, sia una versione invecchiata del ritratto di quel ragazzino ribelle di Monza.

Il Leonardo proibito

Il pene ministro della specie umana

Se l’Angelo incarnato disegnato da Leonardo da Vinci e ricomparso in Germania soltanto nel 1991) fu bandito dalla bacchettona regina Vittoria d’Inghilterra (quella che fece coprire perfino le gambe dei tavoli) per via di quello svettante fallo in erezione, nulla si fece contro i manoscritti e i disegni erotici leonardeschi conservati a Windsor.

A proposito del membro virile (nel disegno leonardesco a fianco, la riproduzione anatomica di una penetrazione), Leonardo tra i suoi appunti annotò nel 1508 questa considerazione psicologica dall’inequivocabile titolo Della verga: Questa conferisce collo intelletto umano, e alcuna volta ha intelletto per sé, e ancora che la volontà dell’omo lo voglia provocare, esso sta ostinato, e fa a suo modo, alcuna volta movendosi da sé, senza licenza o pensieri dell’omo, così dormiente, come desto, fa quello desidera: e spesso l’omo dorme e lui veglia, e molte volte l’uomo veglia e lui dorme; molte volte l’omo lo vole esercitare, e lui non vole; molte volte lui vole, e l’omo gliel vieta. Adunque è pare che questo animale abbia spesso anima e intelletto separato dall’omo, e pare che a torto l’omo si vergogni di nominarlo, non che di mostrarlo, anzi sempre lo copre e lo nasconde, il qual si dovrebbe ornare e mostrare con solennità, come ministro dell’umana spezie. (Windsor RL 19939 r- 19029 v (K/P 72 r & 71 v), Windsor, 19930 r-19029 v (K/P 72 r & 71 v).

A proposito di testicoli invece scrisse, confermando o anticipando il pensiero che il coraggio maschile stia nel dimostrare di avere le palle: Testiculi, testimoni del coito. Questi tengono in sé lo ardire, cioè sono aumentatori dell’animosità e della ferocia (De Anatomia, fogli B.13 r.).

E circa il coito: L’atto del coito e li membri a quello adoperati son di tanta bruttura che se non fussi le bellezze de’ volti e li ornamenti delli adoperanti e la frenata disposizione, la natura perderebbe la spezie umana (De Anatomia, fogli A. 10 r.).

E nel manoscritto qui fotografato, Leonardo da Vinci si divertì a trovare nomi alternativi e aggettivi per il fallo: Cazzo, nuovo cazzo, cazuole, cazzellone, cazatello, cazata, cazelleria, cazate, cazo in ferigno, cazo erbato, caza vela, pinchellone. (Ar.f.44 v.)

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