Assange intervista Correa


Julian benvenuto nel club dei perseguitati!

Presidente non lasci che la uccidano!

 Dal 17 aprile 2012 il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, 41enne australiano che tiene in scacco i governi di mezzo mondo con le sue rivelazioni basate su intercettazioni realizzate dagli hacker della sua “agenzia planetaria” WikiLeaks, ha sulla rete tv russa RT (Russia Today multilingue) un programma settimanale. In The World Tomorrow intervista personaggi molto conosciuti facendosi raccontare vicende oscure ai comuni mortali: ovvero, come gira il mondo. Uno dei suoi intervistati, il 22 maggio 2012, è stato il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa. Ecco il resoconto, quasi parola per parola, dei 26 minuti di botta e risposta tra Assange che si trovava a Londra nel 500° giorno di arresti domiciliari, e il presidente del Paese sudamericano. L’intervista chiude con alcune battute piuttosto amare, che la dicono lunga sui rischi corsi da chi esce dai binari dei poteri forti che governano il mondo.

JULIAN ASSANGE

Con Chavez e Lula è sorta una nuova generazione di leader in America Latina. Questa settimana è con me il presidente dell’Ecuador, Raffael Correa, un populista di sinistra che ha cambiato il volto dell’Ecuador; però diversamente dai predecessori, è laureato in Economia. In accordo con i messaggi riservati della diplomazia statunitense, Correa è il presidente più popolare della storia democratica dell’Ecuador. Ma nel 2010 fu preso in ostaggio in un tentato colpo di Stato. Egli ha incolpato del tentato golpe i mezzi di comunicazione corrotti e ha messo in atto una controffensiva. Dice che è la stampa a decidere quali riforme si possono introdurre nel Paese. Voglio sapere qual è la sua visione dell’America Latina, quale la sua opinione sugli Stati Uniti

RAFAEL CORREA

Veda, come dice Evo Morales (presidente della Bolivia dal 2006, ndr), l’unico Paese che può star sicuro di non avere golpe sono gli Stati Uniti, perché non hanno un’ambasciata americana. In ogni caso, voglio anche dirle che una delle cause del disagio della polizia fu il fatto che noi abbiamo tagliato il finanziamento che l’ambasciata americana dava alla polizia prima del nostro governo e un anno e più dopo il nostro arrivo. Abbiamo lavorato a lungo: unità intere, posti chiave, assolutamente finanziati dall’ambasciata degli Stati Uniti, i dirigenti della nostra polizia erano scelti dall’ambasciatore americano e pagati dagli Stati Uniti. A quel punto abbiamo quindi alzato moltissimo lo stipendio dei poliziotti. Ma questa gente continuava a prendere soldi dall’altra parte. Allora abbiamo tagliato tutto ciò e ci sono persone che non torneranno più nel nostro e in altri Paesi.

Riguardo agli Stati Uniti, le relazioni sono state sempre molto amichevoli, ma con mutuo rispetto e sovranità. Personalmente ho vissuto 4 anni negli Usa, ho titoli accademici di questo Paese, amo e ammiro moltissimo il popolo degli Stati Uniti. Mi creda che in nessun modo, l’ultima cosa che vorrei essere è essere anti- americano, però sempre chiamo le cose col loro nome, e se ci sono politiche internazionali americane nocive per il mio Paese e per la nostra America, le denuncerò a viso aperto, e mai permetterò che venga meno la sovranità del mio Paese.

Ok alla base militare Usa in Ecuador

Se avremo una nostra base a Miami

 

JULIAN ASSANGE

Perché il suo governo ha chiuso la base militare statunitense di Manta?

RAFAEL CORREA

Ma lei accetterebbe una base straniera nel suo Paese, Julian? In ogni caso, il problema è tanto semplice, come dissi a suo tempo, non c’è alcun problema ad avere una base nordamericana in Ecuador, perfetto. Possiamo permettere di installare questa base purché ci diano il permesso di installare una base militare ecuatoriana a Miami. Se non trovano ostacoli, accetteranno. Si sta divertendo molto con l’intervista Julian, sono contento. Io pure mi diverto.


JULIAN ASSANGE

Mi sto divertendo molto con i suoi scherzi. Presidente Correa, perché lei ha chiesto che noi rivelassimo tutti i rapporti riservati?

RAFAEL CORREA

Noi non abbiamo nulla da nascondere. Semmai WikiLeaks ci ha rafforzato perché la grande accusa a noi rivolta dall’ambasciata Usa era l’eccessivo nazionalismo e la difesa della sovranità del governo ecuatoriano. Certo che siamo nazionalisti: certo che difendiamo la sovranità del Paese. In caso contrario, come le ho dimostrato prima, molti WikiLeaks parlavano di tutti gli interessi esistenti da parte dei gruppi di potere dentro i mezzi d’informazione nazionale, gruppi che vanno a chiedere aiuto, a timbrare il cartellino nelle ambasciate estere. Non abbiamo assolutamente paura, che pubblichino tutto ciò che hanno sul governo ecuatoriano …

 

JULIAN ASSANGE

Cacciaste l’ambasciatore americano in Ecuador come conseguenza della pubblicazione dei dispacci riservati di WikiLeaks? Perché farlo? Sarebbe stato più facile dire: “Bene, ho queste notizie su questo ambasciatore, ora so cosa pensa”. Non è meglio mantenere il diavolo che lei conosce già?


RAFAEL CORREA

Questo glielo abbiamo detto, e con quale arroganza rispose che non aveva niente da dire. Era una donna totalmente avversa al nostro governo (Heather Hodges, ndr), una donna di estrema destra che arrivò con il sigillo della Guerra Fredda negli anni Sessanta; la goccia che fece traboccare il vaso fu WikiLeaks, dove denunciava che i suoi contatti ecuatoriani le avevano detto che il capo della polizia era un completo corrotto, e che sicuramente io l’avevo messo in quel posto sapendo che era corrotto, per poterlo controllare. Chiamammo la signora ambasciatrice per chiederle spiegazioni e con superbia, arroganza, prepotenza, smania imperialista che la caratterizzavano, disse che lei non aveva nessuna spiegazione da dare, e siccome qui rispettiamo il Paese, abbiamo espulso questa signora.

Voglio dirle che dopo quasi un anno di indagini, il comandante Hurtado, falsamente accusato dall’ambasciatrice, risultò assolutamente innocente, assolutamente pulito da tutte le indagini, ma è una dimostrazione di come cattivi funzionari nordamericani, per la loro avversione ai governi progressisti, segnalino qualsiasi cosa, senza prove, in base a dicerie, bugie dei loro contatti che normalmente sono oppositori dei nostri governi.

JULIAN ASSANGE

Presidente Correa, che opinione ha dei cinesi? E’ un Paese grande e potente. Commerciando con i cinesi sta passando da un diavolo all’altro?


RAFAEL CORREA

Primo, noi non lavoriamo con i demoni. Se qualcuno si presenta come demonio, gli diciamo semplicemente: molte grazie. Secondo, lei vede un poco lo snobismo e il neocolonialismo delle nostre élites e dei ceti medi della comunicazione. Quando il 60% del nostro commercio e gran parte dei nostri investimenti erano concentrati sugli Stati Uniti, e ci davano 20 centesimi per finanziare lo sviluppo, non c’era problema. Ora che siamo il Paese che ottiene il maggior numero di investimenti cinesi della regione, siccome i cinesi non son certo alti, colorati, di occhi chiari, ecco sono diavoli, ci sono problemi. Basta questo! Ma la Cina sta finanziando addirittura gli Stati Uniti! Bene che finanzi pure l’Ecuador! Bene che finanzi una buona estrazione di petrolio! Di miniere, energia idroelettrica, ma non abbiamo solo finanziamenti cinesi, anche russi, brasiliani, abbiamo diversificato i nostri mercati e le nostre fonti di finanziamento, ma c’è chi vuole continuare con la dipendenza di sempre. Questo è tutto.


Posso criticare gli abusi che si fanno in Europa

se 5 su 7 tv ecuadoriane sono delle banche?

 

JULIAN ASSANGE

Presidente Correa, come lei sa, da anni sto conducendo una battaglia per la libertà di informazione, per il diritto della gente a comunicare, per il diritto di pubblicare informazioni vere. In che modo le sue riforme non finiranno per togliere la libertà di espressione?

RAFAEL CORREA

Bene, lei è un’ottima prova, Julian, di com’è la stampa, e queste corporazioni come la Società Interamericana di Stampa, che non è altro che una corporazione di padroni di giornali in America Latina. Su WikiLeaks si sono pubblicati molti libri e l’ultimo è di due autori argentini, che analizzano, Paese per Paese, e nel caso dell’Ecuador, dimostra come i media non pubblicarono le carte che li accusavano. Per esempio, i gruppi di informazione hanno discusso, arrivando all’accordo di non pubblicare i loro sporchi traffici per non esserne danneggiati. Le leggo la traduzione in spagnolo di uno dei WikiLeaks che mai la stampa ecuadoriana ha pubblicato: … “Il fatto che la stampa si senta libera di criticare il governo, ma non un banchiere che scappa e i traffici della sua famiglia, rivelano molto sul dove risiede il potere in Ecuador…” Questi sono i messaggi resi pubblici da WikiLeaks, perché veda un poco come sono le cose in Ecuador e in America Latina, noi crediamo, mio caro Julian, che i soli limiti all’informazione e alla libertà di espressione sono quelli che stanno nei trattati internazionali, nella convenzione interamericana dei Diritti Umani: l’onore e la reputazione delle persone e la sicurezza delle persone e dello Stato. Tutto il resto, più gente lo conosce e meglio è. E lei ha manifestato il suo timore, frequente tra i giornalisti in buona fede, ma che è uno stereotipo del timore che il potere statale limiti la libertà di espressione. Questo quasi non esiste in America Latina. Sono idealizzazioni, miti. Per favore, si capisca che qui il potere mediatico era, e probabilmente è, molto maggiore che quello politico. Di fatto, in funzione ai suoi interessi, il potere economico ha potere politico e sociale; e soprattutto il potere informativo.  E ci sono stati i grandi elettori, i grandi legislatori, i grandi magistrati, la corte di giustizia. Eliminiamo questa idea dei poveri e validi giornalisti, di stampa angelica che cerca di dire la verità; e di tiranni, burocrati, dittatori che fanno in modo di evitarla. Non è vero. E’ il contrario. I governi che cerchiamo di fare sono in gran parte perseguitati dai giornalisti che credono che, per il fatto di avere una penna o un microfono, possono sfogare questo loro disamore. Perché spesso è solo per antipatia che ingiuriano, calunniano, eccetera. I mezzi di comunicazione sono dedicati a difendere gli interessi privati. Per favore, che lo capisca il mondo; quel che succede in America Latina. Quando arrivai al governo avevo 7 canali di tv nazionali. Nessuna televisione pubblica, tutti privati. Cinque proprietà di banchieri. Si immagina lei, se volessi avere uno scontro contro una banca per evitare, per esempio, la crisi e gli abusi che stan succedendo in Europa, particolarmente in Spagna, avrei una campagna spietata a livello televisivo per difendere i loro interessi e i loro padroni, proprietari di queste catene di televisioni che sono i banchieri. Non prendiamoci in giro. Togliamoci dalla testa queste falsità e stereotipi dei governi malvagi che perseguono gli angelici e validi giornalisti e i media. Spesso è al contrario, Julian. Questa gente travestita da giornalista cerca di far politica, destabilizzare i nostri governi per evitare qualsiasi cambiamento nella nostra regione, e per non perdere il potere che hanno sempre ostentato.

Censura su WikiLeaks per proteggere 

compagnie petrolifere italiane in Kazakistan

JULIAN ASSANGE

Presidente Correa, sono d’accordo con la sua descrizione del mercato dei media. Noi, una volta o l’altra, abbiamo vissuto la stessa cosa; grandi imperi con cui abbiamo lavorato, come the Guardian, El País, the New York Times, Der Spiegel, hanno censurato il nostro materiale violando i nostri accordi di pubblicazione per ragioni politiche o per proteggere oligarchi come Tymoshenko in Ucrania, che stava nascondendo a Londra la sua ricchezza, o grandi e corrotte compagnie petrolifere italiane che operano in Kazakistan.  Abbiamo prove circa questo, dato che sappiamo il contenuto del documento originale e possiamo vedere ciò che hanno stampato e ciò che hanno cancellato. Ma mi sembra che il modo corretto di affrontare i monopoli e i duopoli e i cartelli in un mercato è separandoli o facendo in modo che nuovi editori accedano al mercato. Lei non vorrebbe un sistema che permetta il facile accesso al mercato editoriale per far sì che anche piccoli editori e singoli individui siano protetti e non regolati e i grandi gruppi editoriali siano separati e regolamentati?

 

RAFAEL CORREA

E’ quello che cerchiamo di fare, Julian. Sono oltre due anni che stiamo discutendo una nuova legge sulla comunicazione, per ripartire l’offerta radio televisiva, in modo da avere solo un terzo in mano ai privati con finalità di lucro, un altro terzo di proprietà comunitaria o senza fini di lucro e il restante terzo di proprietà pubblica, non solo del governo centrale, dei governi locali, municipi, governi parrocchiali. Non son bastati 2 anni, nonostante sia un punto della Costituzione approvata nelle urne nel 2008, ratificata dal popolo nella consulta popolare lo scorso anno. Nonostante ciò la nuova legge è stata sistematicamente bloccata dai grandi media. La chiamano legge bavaglio, grazie ai loro legislatori salariati che hanno in Assemblea Nazionale, che servono a questi interessi. Questo cerchiamo di fare: democratizzare l’informazione, la comunicazione.

JULIAN ASSANGE

Parlando recentemente col presidente di Tunisia gli ho chiesto se era sorpreso del poco potere di cambiare le cose che hanno i presidenti. Lo ha notato anche lei?

RAFAEL CORREA

Guardi, si sono voluti demonizzare i leader, perché una delle grandi crisi dell’America Latina dagli anni ’90 a inizio del nuovo secolo, durante la grande e triste notte neoliberale, è stata la crisi dei leader. Cosa significa essere leader? Essere capaci di influire sugli altri. Allora, ci possono essere buoni leader, che usano queste doti per servire gli altri e possono esserci cattivi leader, e disgraziatamente ne ha avuti molti l’America Latina, che usano queste capacità per servirsi degli altri. Credo che i leader siano importanti, soprattutto nei processi di cambiamento. Si immagina l’indipendenza degli Stati Uniti senza i grandi leader che ha avuto? Immagina la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda Guerra mondiale senza i grandi leader che ha avuto? Ma per cercare di opporsi a questi processi di cambiamento fatti da forti e buoni leader, altri dicono che sono dittatori, populisti, malvagi. In America Latina e in Ecuador, stiamo amministrando un sistema e lo stiamo cambiando perché quello che per secoli ci ha accompagnato è stato un disastro totale. Ci ha trasformato nell’area più diseguale del mondo, ricca di povertà, miseria, anche se questa era la regione più prospera del mondo. Non è come negli Stati Uniti. Che differenza c’è tra democratici e repubblicani? Credo ci sia più differenza tra quel che penso la mattina e quel che sto pensando la sera. Qui stiamo cambiando un sistema e c’è bisogno di leadership, serve potere legittimo, democratico, per cambiare le strutture e le istituzioni dei nostri paesi in funzione alle loro grandi maggioranze.

Se gli americani protestassero di più

Obama avrebbe più potere

 

JULIAN ASSANGE

Mi pare che il presidente Obama non sia capace di controllare queste enormi forze attorno a sé. Non si applica questo concetto a tutta la leadership? Come ha fatto lei a cambiare tanto nell’Ecuador? E un indice dei tempi che cambiano? E’ grazie alle sue capacità personali? Al suo partito? Che forza le sta permettendo di arrivare dove Obama non riesce?

RAFAEL CORREA

Mi permetta di iniziare dalla fine. Il compromesso, il consenso è qualcosa di auspicabile, ma non è di per sé un fine. Per me, sarebbe più semplice raggiungere questo compromesso, questo consenso, cedendo, zoppicando; e accontenterei molti, senza però cambiare assolutamente nulla. Accontenterei soprattutto, i poteri reali di questo Paese, ma tutto continuerebbe uguale a prima. A volte è impossibile accordarsi, a volte serve affrontare. La corruzione va affrontata. L’abuso di potere bisogna affrontarlo. La bugia va affrontata. Non si possono far concessioni a questi vizi sociali tanto gravi per i nostri Paesi. Quel che si è fatto in Ecuador, non è grazie a me. Questo è un errore. I popoli cambiano, i Paesi cambiano, non grazie a un leader. A volte un leader coordina. E’ per la volontà di tutto il popolo. Quel che ci ha dato potere è stata l’indignazione di tutto il popolo ecuadoriano. Credo che questo è ciò che manca un pochino più al popolo nordamericano per far sì che il presidente Obama abbia la capacità di fare cambi reali in quel Paese. Che questa indignazione, questa Occupazione di Wall Street, questa protesta dei cittadini comuni contro il sistema diventi più forte, più organica, più permanente, e dia forza in questo caso al presidente Obama per poter fare i cambiamenti che richiede il sistema statunitense.

Sudamerica senza più

gli ok di Washington

 

JULIAN ASSANGE

Vorrei sapere dove lei pensa che l’Ecuador e il Sudamerica stiano andando. Mi pare che, fino a un certo punto, ci sono buone cose, come sa, l’integrazione del Sudamerica, il miglioramento delle condizioni di vita e il fatto che gli Stati Uniti e altri Paesi esercitino ogni giorno meno influenza in America Latina. Ma dove crede che si arriverà tra 10 o 20 anni?

RAFAEL CORREA

L’ha detto lei. Si sta riducendo l’influenza degli Stati Uniti e questo è qualcosa di positivo. Per questo abbiamo convenuto che l’America Latina sta passando dal consenso di Washington a quello senza Washington.

 

JULIAN ASSANGE

Forse sarà col Consenso di San Paolo del Brasile.

RAFAEL CORREA

Un consenso senza Washington. Esatto ok. E questo è buono, perché queste politiche che arrivavano dal Nord non erano funzionali alle necessità della nostra America, ma solo degli interessi di quei Paesi, e più di tutti, dei loro capitali. Se lei analizza le politiche economiche, e modestia a parte, qualcosa ne capisco, hanno potuto talvolta essere buone, cattive, però tutte hanno avuto per denominatore comune l’essere in funzione dei grandi capitali e soprattutto della finanza. E questo, fortunatamente, sta cambiando. Io ho grandi speranze, sono molto realista, so che si son fatti grandi passi, ma manca molto cammino. So che ancora questo cammino passato non è irreversibile, che tutto può trasformarsi se tornano gli stessi di sempre a dominare i nostri Paesi. Ma siamo molto ottimisti. Crediamo che l’America Latina stia cambiando e se continuiamo questa strada di cambiamento, il cambio sarà definitivo. Non è un’epoca di cambiamento, è un cambiamento di epoca quello che sta vivendo la nostra America. E se continuiamo con queste politiche sovrane, con politiche economiche in cui la società domina il mercato e non viceversa evitando che il mercato converta in prodotti la propria società, le persone e la vita; se continuiamo con queste politiche di giustizia, equità sociale, superando le immense ingiustizie di secoli, soprattutto rispettando i nostri indigeni, discendenti dell’Africa eccetera, l’America Latina avrà un grande avvenire.  E’ la regione del futuro. Abbiamo tutto perché sia la regione più prospera del mondo. Se non l’abbiamo ancora raggiunto è stato per i cattivi dirigenti, per la cattiva politica, i cattivi governi; e questo è quello che sta cambiando nella nostra America.


JULIAN ASSANGE

Grazie presidente Correa.

 

RAFAEL CORREA

E’ stato un piacere conoscerla, Julian, almeno con questo mezzo, e animo! Animo! Benvenuto nel club dei perseguitati.

 

JULIAN ASSANGE

Grazie, faccia attenzione. Non lasci che la uccidano.

RAFAEL CORREA

Grazie. Cerchiamo di farlo tutti i giorni, di evitarlo.

traduzione Roberto Brumat

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