Monumento a Graziani


Graziani. Il macellaio d’Etiopia ha il suo monumento

Affile è un piccolo Comune di 1.500 anime, nella provincia romana. Fin qui niente di strano; come non è strano che il sindaco Ercole Viri, che dal 2008 guida una giunta di centrodestra, abbia simpatie per le personalità politiche della destra. Solo che quest’estate è riuscito a scandalizzare l’opinione pubblica internazionale. Nessuno all’estero (in Italia sì) aveva commentato la decisione il 26 maggio 2012 di re – inaugurare un busto (il primo era stato danneggiato) al leader del Movimento Sociale Italiano (MSI) Giorgio Almirante, che mai aveva nascosto la fierezza di essere stato fascista; ma il monumento inaugurato cinque mesi dopo (11 agosto 2012) ha fatto parlare la stampa estera, Daily Telegraph e Bbc in testa, ma anche New York Times e El Paìs. Il perché è presto detto: con denaro pubblico (160.000 euro, precisa il New York Times) si è costruito un mausoleo dedicato al ministro della guerra del regime fascista, il generale Rodolfo Graziani, nato a 18 km da Affile, a Filettino (Frosinone) l’11 agosto 1882 (dove i sindaci di destra hanno trasformato in museo la sua casa natale) e morto a Roma l’11 gennaio 1955 dopo una condanna a 19 anni di carcere. Una scelta che ha suscitato un vespaio di polemiche in Italia, non solo perché rilegittima il fascismo, ma anche (e forse soprattutto) perché celebra chi ha fatto uso scientemente di armi di distruzione di massa provocando migliaia di morti innocenti. E tutto questo sotto la scritta PATRIA ONORE che campeggia sul mausoleo realizzato in collina nel parco di Radimonte: parco che una precedente giunta avrebbe voluto invece riqualificare con quei 160.000 euro.

Chi era Rodolfo Graziani

Era il 1935 quando l’Italia, paese invasore dell’Etiopia, fece bombardare la popolazione locale con l’iprite (gas letale usato per la prima volta dai tedeschi in Belgio nel 1917 a Ypres, da cui il nome). Quei raid aerei portarono il nostro Paese ad essere tra i primi al mondo a utilizzare armi di distruzione di massa e certo i primi ad usarle dal cielo: per la precisione 85 tonnellate di pirite nebulizzate in 5 mesi nell’aria respirata dalla popolazione inerme. Lo stesso gas che gli italiani avevano usato in Libia nel 1930 nel golfo della Sirte. L’iprite è altamente vescicante e, fissandosi nel terreno per settimane, nella migliore delle ipotesi provoca devastanti piaghe difficilmente guaribili, ma in alta concentrazione uccide in soli 10 minuti; penetra qualsiasi tipo di tessuto e può dare la morte anche lentamente, danneggiando il Dna e provocando tumori. Nessuno dopo di noi l’ha più impiegato.

Ordinò i bombardamenti aerei all’iprite

Ma l’ex seminarista di buona famiglia borghese frusinate Rodolfo Graziani con la passione per la guerra (nel 1918 a 36 anni divenne il colonnello più giovane della storia italiana) si rese anche protagonista di altri atti particolarmente degni di essere ricordato con un monumento pubblico. Il macellaio di Libia, come venne battezzato evidentemente per il suo spirito umanitario, nel 1921 in Libia riuscì a battere la resistenza facendo internare centinaia di migliaia di libici in campi di concentramento appositamente allestiti nel deserto, dove morirono decine di migliaia di prigionieri per la scarsezza di acqua e cibo e per le pessime condizioni igienico- sanitarie. Fu una vera e propria pulizia etnica: tecnica che gli valse nel 1930 la promozione da parte di Mussolini a governatore della Cirenaica. Nel 1935 divenne comandante delle operazioni in Abissinia dove fece uso di bombe aeree dotate di gas asfissianti, sterminando un nemico poco armato, che in alcuni casi difendeva la propria terra lanciando pietre contro i carri armati italiani.

Dopo che gli abissini riuscirono ad abbattere un aereo italiano, ne torturarono e decapitarono il pilota, la vigilia di Natale il generale Graziani inviò su di loro tre caccia Caproni 101 bis carichi di bombe all’iprite e al fosgene, bombe che scoppiavano a 250 metri d’altezza per amplificare l’effetto del gas che lo stesso Mussolini in un telegramma aveva autorizzato ad usare come estrema ratio. In 5 giorni vennero lanciati 125 ordigni. La comunità internazionale costrinse il duce a smettere quel tipo di bombardamenti, che tuttavia Graziani riprese anche il 30 dicembre sul fronte nord dove gli italiani intenzionalmente colpirono un ospedale della Croce Rossa svedese.

Come viceré d’Etiopia, Graziani allestì lager e forche e la repressione italiana fu brutale, come mostrano le foto di nostri soldati che esultano accanto ai cadaveri penzolanti dei ribelli, impugnano a mo’ di trofeo le loro teste mozzate o le gettano nelle ceste. Si sa che molti prigionieri vennero anche lasciati cadere dagli aerei, molto prima quindi di quel che avvenne in Argentina con i desaparecidos uccisi dal regime fascista tra il 1976 e il 1983.

1.600 monaci massacrati

Nel 1937 durante una pubblica manifestazione culminata con l’elemosina fatta da Graziani a poveri e capi tribù, il viceré fu oggetto di un attentato. Una delle 5 bombe lanciategli contro gli provocò 350 ferite. L’attentato proseguito a colpi di mitragliatrice, causò 7 morti e 50 feriti e fu l’inizio di una dura rappresaglia che dai primi 300 etiopi uccisi indiscriminatamente sul luogo dei fatti portò alla morte di moltissimi altri (3.000 secondo gli inglesi, 30.000 secondo gli etiopi, 300 per gli italiani). Guarito, il generale Graziani ordinò il massacro al monastero ortodosso di Debre Libanos, ritenuto rifugio temporaneo degli attentatori: morirono 1.600 tra monaci e giovani catechisti, vescovo compreso (secondo le ultime ricostruzioni degli storici Angelo Del Boca, ma soprattutto dei colleghi inglese Ian L. Campbell ed etiopico Degife Kabré Sadik). I due storici stranieri sono recentemente andati a caccia delle prove di quella rappresaglia, trovando i resti dei monaci e uno scampato alla rappresaglia. I monaci, secondo le testimonianze raccolte, vennero spinti sull’orlo di un burrone nella gola di Zega Weden, schierati in fila davanti al baratro e uccisi a colpi di mitragliatrice: man mano che cadevano, gli ascari dell’esercito italiano li gettavano nel crepaccio. Campbell e Sadik hanno parlato con chi scampò all’eccidio fingendosi morto: aveva 14 anni. Scendendo nella gola sono stati trovate le ossa dei religiosi assassinati da Graziani che sull’eccidio non ebbe mai ripensamenti: per lui fu un romano esempio di pronto, inflessibile rigore. É stato sicuramente opportuno e salutare. E aggiunse: Non è millanteria la mia quella di rivendicare la completa responsabilità della tremenda lezione data al clero intero dell’Etiopia con la chiusura del convento di Debre Libanos.

Angelo Del Boca commenta: Sono stati martiri giovinetti che la cristianità non ricorda e non piange perché africani e diversi.

In seguito le rappresaglie si indirizzarono su migliaia di indovini e cantastorie, rei di profetizzare la fine della dominazione italiana. Dopo alterne vicende politico-militari, Graziani fu ministro della Difesa della Repubblica Sociale Italiana. Arresosi agli americani a Milano, finì in Algeria in un campo di concentramento da dove passò nel carcere di Procida. Per reati compiuti durante la RSI lo condannarono a 19 anni, ma 17 gli vennero abbuonati e nel 1953 divenne presidente onorario del Movimento Sociale Italiano, morendo a Roma come uomo libero nel ’55.

Questo eroe della patria (di cui dovremmo sentirci orgogliosi?) oggi ha il suo monumento pagato dalla collettività. Chissà se il Vaticano, che ancora dovrebbe piangere i suoi martiri massacrati per aver fatto il loro dovere di cristiana accoglienza, ha protestato.

Dall’Etiopia un appello: quel monumento

ricordi le vittime del fascismo

Il 30 agosto 2012 la rivista Ethiopian Review ha lanciato un appello (https://www.change.org/petitions/mayor- … -criminals ) perché il governo italiano e il sindaco di Affile si scusino con l’Etiopia per questo gesto di profanazione delle vittime; chiede anche di rimuovere il memoriale, destinandolo invece a tutte le vittime del fascismo: italiane e africane. Mille firme raccolte solo il primo giorno, ma ne servono 5.000 entro il 30 settembre da presentare all’ ambasciataitaliana a Londra, davanti alla quale 100 persone hanno tenuto un sit-in di 18 ore. Gli organizzatori spiegano: Non riusciremo mai a sconfiggere il fascismo, se non sconfiggeremo coloro che lo celebrano. Nel documento si ricorda che Rodolfo Graziani in Etiopia in soli 3 giorni (febbraio 1937) comandò la strage di 30.000 civili, fece cospargere le case di benzina e le diede alle fiamme; i soldati italiani posarono per le foto sui cadaveri; e in maggio 3.000 intellettuali copti furono assassinati dai soldati del regime fascista.

16 risposte a “Monumento a Graziani

  1. Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perch il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

  2. RITORNO ETIOPIA 2 ETIOPIA RELIGIONE ETIOPIA ARTE

    ETHIOPIA

    QUELLO CHE IN ITALIA NON SI SA

    OPPURE
    SI PREFERISCE IGNORARE

    Se, nel corso dei vostri viaggi, avrete l’opportunità di trascorrere qualche giorno in Addis Abeba e vi imbattete in un palazzo epoca fascista, molto simile allo stile delle Case Popolari molto diffuse (IACP) nelle nostre città, non è conveniente fermarsi e chiedere di visitare quel luogo.- L’ingresso era presidiato e ritengo che lo sia ancora oggi, da due militari armati che, se reputano voi siate italiani, vietano l’ingresso.-

    Questo è capitato al sottoscritto quando, dopo aver letto la scritta “MUSEO ITALIANO” sovrastante l’ingresso, tentò di entrare.- Fu necessario l’intervento di un amico etiope ed esponente dell’attuale politica locale per poter accedere a quel luogo.-

    La visita mi lasciò perplesso ed imbarazzato per quanto vidi e quanto mi fu spiegato dall’Etiope.-

    Pur avendo studiato ed avuto l’occasione di leggere testi della nostra storia, non avevo la minima idea di quanto scempio avevano causato i nostri padri in quella terra d’Africa.-

    E’ inutile dire che in quel luogo esistono le testimonianze dell’uso dei gas tossici impiegati nei bombardamenti ed è anche inutile che alcune personalità storiche del nostro giornalismo abbiano negato questo infausto evento.-

    Quanto si è accennato per i gas tossici è niente a confronto delle stragi compiute in quel paese dal nostro corpo di occupazione.- L’opinione pubblica italiana è molto sensibilizzata circa le stragi compiute dai tedeschi in Italia, quella di Cefalonia a danno dei nostri militari in Egeo, quelle compiute in Italia Meridionale e Centro Settentrionale e quella a danno degli Ebrei nel corso ed coda all’ultimo conflitto.- Siamo anche sensibili per le stragi compiute dal regime comunista in Russia e Repubbliche connesse e siamo stati anche perplessi per la strage ultima perpetrata dal regime croato a danno della comunità albanese mussulmana del Kossovo.-

    Ma la maggior parte degli Italiani non conosce quello che combinammo prima e durante l’ultimo conflitto; non è volere ignorare il passato, ma la storia italiana è stata scritta in maniera da tenere occultate molte verità scottanti che però, hanno consentito a molti criminali di passare per gente onesta e rispettosa di sani principi religiosi ed etici.- Non è affatto vero.- Se da un lato chiediamo che giustizia venga fatta per coloro che agirono in modo crudele e spregiudicato, non si capisce perché non si debba chiedere giustizia anche per coloro che furono oggetto delle nostre orrende malefatte.-

    E’ il caso di quanto accadde in Etiopia: – Si era nel 1937 e solo da un anno ( Maggio 1936) le forze armate italiane espugnarono l’Impero del Negus Hailè Selassiè dopo che questi aveva chiesto alla Società delle Nazioni di fermare le volontà di Mussolini.- Non ci fu niente da fare; l’offensiva italiana continuò e si concluse come tutti sanno con la nascita dell’Africa Orientale Italiana.-

    L’Etiopia era stata conquistata, ma esistevano ancora focolai di resistenza da parte di alcuni Ras fedeli ad Hailè Selassiè specie nella parte Nord del paese (Tigray) dove i militari italiani sicuramente non potevano stare tranquilli a causa della guerriglia sugli altopiani di cui erano padroni gli Etiopi fedeli al Negus.-

    Il comando dell’Etiopia fu affidato Pietro Badoglio che fu sostituito, nel 1937, dal Maresciallo Adolfo Graziani a cui passò il titolo di Vicerè di Addis Abeba.-

    Proprio nel Febbraio del 1937 il Vicerè Graziani decise di distribuire ai poveri della città di Addis Abeba una cospicua somma di danaro (Talleri) in segno di pace e rompere lo stato d’insicurezza in cui si viveva nella città.- L’evento era anche legato alla nascita di Umberto, principe ereditario di casa Savoia e la cerimonia della distribuzione si svolse sulla scalinata della residenza dell’ex Negus Hailè Selassiè (oggi sede dell’Università).- La resistenza partigiana etiopica, guidata anche dai servizi inglesi, decise di colpire proprio in quel giorno (19 Febbraio) sfruttando l’opportunità di infiltrarsi tra la folla dei diseredati che affluirono al Piccolo Ghebi.- Le informazioni storiche parlano di due Eritrei, ma gli Etiopi accennano ad un numero superiore di giovani Tigrigni e non Eritrei che, confusi tra la folla, lanciarono diverse bombe a mano contro lo Stato Maggiore Italiano in cui era anche presente il Vicerè Graziani.- Vi furono sette morti e Graziani rimase ferito alla schiena.- La ritorsione italiana fu rapida.- Lo stesso Mussolini da Roma ordinò “una radicale pulizia” ed il Federale di Addis Abeba, Guido Cortese non se lo lasciò dire due volte.- Le squadre armate fasciste, unite agli Ascari Eritrei rastrellarono la città , bruciarono Tucul, usarono bombe a mano contro coloro che cercavano di sottrarsi alle fiamme e diedero al fuoco anche la Chiesa Ortodossa di San Giorgio.- La vendetta italiana portò a contare 30 mila morti secondo gli Etiopi e siamo portati a credere più agli Etiopi che ai numeri di casa nostra.- L’azione di rappresaglia si svolse con due sistemi; il primo, quello che abbiamo già descritto per sommi capi e quello ufficiale, secondo le direttive di Graziani che volle l’eliminazione degli indovini e cantastorie che prevedevano nelle loro nenie, la fine imminente dell’occupazione italiana.- Furono anche trucidati alti funzionari governativi, intellettuali, notabili dell’ex Negus, giovani ufficiali educati in Inghilterra: furono tutti fucilati dai Carabinieri al comando del comandante Azolino Hazon.-

    Gli attentatori non furono trovati e qualcuno preposto alle indagini militari italiane insinua a Graziani che i due Eritrei erano stati addestrati presso il luogo sacro agli Etiopi di Debre Libanos.-

    Graziani non perde tempo ed ordina al generale Maletti di provvedere in merito.- Il generale non aspetta altro; è un esecutore preciso ed inesorabile.- Nella sua marcia di avvicinamento a Debre Libanos brucia oltre 100 mila Tucul, distrugge tre chiese, devasta un convento fucilando i monaci con le mitragliatrici e, fino all’arrivo al centro religioso, si potranno contare più di duemila cinquecento morti.- Il 19 Maggio del 1937, il generale Maletti occupa Debre Libanos e comunica a Graziani di avere le prove della colpevolezza dei monaci (cosa non veritiera in quanto gli attentatori provenivano dal Nord dell’Etiopia confinante con il Sudan sotto controllo Inglese).- Questa informazione autorizza Graziani ad ordinare l’annientamento dei monaci e del priore e vice priore: Anche in questo caso vennero impiegate mitragliatrici ed i corpi dei morti furono gettati in un crepaccio tra le rocce dietro il convento.- Ancora oggi, se qualcuno vuole cercare le prove di questo atroce ed inutile massacro, può constatare “de visu” la quantità di ossa umane e brandelli di cotone bianco che in quel luogo restano, in assordante silenzio, a testimonianza di una crudele, insulsa e spregevole azione alla pari di quelle messe in atto dai tedeschi.-

    L’eccidio di Debre Libanos fu la miccia che originò la Rivolta Etiope dell’estate del 1937.- Tutta l’Etiopia insorge e vuole vendetta di quello stolto ed arrogante vicerè chiamato Graziani tanto che nel Novembre dello stesso anno, viene sostituito da Amedeo d’Aosta, ma è tardi.- Passa qualche anno e la seconda guerra mondiale fa crollare l’occupazione italiana ed avvera le predizioni dei veggenti diffuse dai cantastorie Etiopi.-

    Queste sono le notizie attinte da documenti etiopi, inglesi, ed informazioni riscontrate al Museo Italiano di Addis Abeba con l’aggiunta di testimonianze di anziani e monaci locali.-

    Mi è capitato di essere stato invitato a bere della birra in un locale di un paesino prossimo alla cascata di Tiss Issat (l’acqua che fuma), in un intervallo nel corso di lavori presso la centrale idroelettrica di Tiss Abbay che sfrutta le acque del Nilo in prossimità del Lago Tana.-

    Ebbene, vi erano degli avventori etiopi in età molto avanzata e quando hanno capito che ero Italiano, mi hanno dimostrato tutto il loro sdegno e non vi fu alcun gesto che abbia potuto calmare le loro opinioni.- Devo dire che il loro comportamento fu molto civile anche se mi rinfacciarono le azioni dei miei padri indicandomi i luoghi e ciò che avrei trovato a prova degli eccidi.- Mi vergognai e dimostrai che quanto loro esponevano era pienamente giustificato,- Naturalmente, non potevano credere che di quei fatti, noi Italiani della successiva generazione, non sapevamo proprio nulla.-

    Ga. No.

    • La ringrazio Ga.No. per le puntuali precisazioni e per la testimonianza di quanto ancora sia viva nella popolazione etiope la rabbia per quanto fecero gli italiani. E’ vero, qui da noi queste cose non si sanno.

  3. per par codicio, dovrebbe citare anche le malefatte di Togliatti al quale in Italia si è dedicato ben più che un Monumento. La ringrazio dello spazio messo a disposizione.
    Enzo

    • Grazie a lei per il commento. Il mio intento non era di scagliarmi contro una parte politica, ma di andare a vedere quel che la storia ci ha consegnato in merito a chi la cronaca ha rimbalzato in prima pagina con la vicenda del monumento contestato. Confesso di conoscere poco o nulla di Togliatti, ma non mi risulta si sia reso colpevole di genocidio. Il mio intento, semmai era di mettere in evidenza che anche noi italiani ci siamo resi colpevoli di atrocità e non siamo stati gli “stinchi di santo” che riteniamo; anzi. Andando a vedere nell’articolo “Italiani brava gente” ho evidenziato che sono stati proprio gli italiani a praticare (prima dei nazisti) le rappresaglie del tipo “10 fucilazioni per ogni italiano ucciso”. Certo, erano altri tempi, quando un generale dell’esercito italiano (Birzoli) si vantava di commentare, a proposito dell’occupazione del Montenegro (paese natale della moglie del re d’Italia): “Ogni notte abbiamo ucciso famiglie intere, picchiandole a morte o sparandogli”… E tutti i nostri responsabili di genocidio sono usciti indenni dai tribunali, considerati sempre eroi di guerra e in alcuni casi finendo celebrati. Detto questo sono perfettamente d’accordo con lei che sono colpevoli anche i responsabili e i mandanti di altri delitti, perchè ogni omicidio è un delitto (anche in guerra, secondo me), e come tali non andrebbero messi sugli altari, mentre ne abbiamo avuti molti seduti in parlamento: dell’una e dell’altra parte politica.

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  6. Meno male che almeno nei blog se ne scrive! Nell’apprezzare quest’attenzione assente nei principali media, segnalo altre indicazioni, articoli e riferimenti alle petizioni per la rimozione del Monumento la rubrica NEWS e APPELLI sul sito dell’Associazione per gli Studi Africani in Italia – ASAI : http://studiafricani.wordpress.com

  7. Pingback: Graziani. Il macellaio d’Etiopia ha il suo monumento | Partito della Rifondazione Comunista Federazione Germania·

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