Sadismo contagioso


L’ombra che è in ognuno di noi

Fate indossare un’uniforme a un uomo, ditegli che può usare tranquillamente il manganello che gli evete fornito e mettetelo in gruppo. Agitate bene e il risultato che ne esce è questo, filmato il 25 settembre alla stazione centrale madrilena di Atocha, dove anche i vigilantes privati si trasformano in agenti anti sommossa pronti a menare anche i passeggeri in attesa del treno che criticano le violenze che vedono. 

L’esperimento della prigione di Stanford

Quello che dico è provato dall’esperimento condotto nell’estate 1971 dal prof. Philip Zimbardo psicologo della Stanford University. Obiettivo: verificare la teoria della deindividuazione espressa dallo studioso del comportamento sociale Gustave Le Bon che nel 1895 scrisse La psicologia delle folle. Le Bon sosteneva che gli individui di un gruppo coeso tendono a perdere l’identità personale, la consapevolezza, la responsabilità, fino ad esprimere impulsi antisociali. L’esperimento produsse situazioni così drammatiche da portare i ricercatori a sospenderlo per evitare danni seri nei partecipanti.

Teatro della prova in cui i volontari assumevano i ruoli di carcerati e di guardie, fu il seminterrato dell’Istituto di Psicologia di quell’Università a Palo Alto, dove venne fedelmente riprodotto un carcere. Risposero all’appello pubblicato su un quotidiano 75 studenti universitari. Gli sperimentatori scelsero 24 maschi di ceto medio, fra i più equilibrati e maturi. A sorteggio, metà di loro fu assegnata al ruolo di detenuti e metà a quello dei secondini. I prigionieri indossarono ampie tute su cui era apposto un numero davanti e uno dietro, un berretto di plastica e una catena a una caviglia; e dovevano rispettare regole ferree. Le guardie invece indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole che impedivano ai prigionieri di vedergli gli occhi, erano dotate di manganello, fischietto e manette, e avevano pieni poteri per il mantenimento dell’ordine. (nella foto una delle guardie dell’esperimento).

Per due giorni tutto bene, i partecipanti sapevano che era un gioco; ma al terzo ecco i primi episodi di violenza: i detenuti si spogliarono delle tute barricandosi nelle celle e iniziarono ad inveire contro le guardie; queste si fecero avanti intimidendoli e umiliandoli, cercando di spezzare l’unità che essi avevano sviluppato. Iniziò la prima violenza psicologica: li costrinsero a cantare canzoni oscene, a fare i loro bisogni in secchi che non venivano vuotati, a pulire i cessi a mani nude. A quel punto vi fu la ribellione: un tentativo di evasione di massa che le guardie e il direttore del carcere (il professor Zimbardo) evitarono a fatica. Arrivati al quinto giorno il comportamento dei prigionieri, che evidentemente non avevano vie di fuga, si mostrò passivo e compromesso da seri disturbi emotivi; le guardie invece, forti del loro potere, continuavano a comportarsi con sadismo. A quel punto fu decisa l’interruzione dell’esperimento, salutata dai detenuti come una liberazione vera e propria, ma fu vissuta negativamente delle guardie che sentivano di perdere quel potere totale di cui avevano goduto e forse anche cominciavano a rendersi conto di aver esagerato, ma solo ora che tornavano al cospetto con la realtà reale di studenti universitari. L’esperimento aveva colto nel segno trasformando, nelle psicologie dei singoli, una finta prigione in una prigione vera. Il processo di deindividuazione, in sostanza, fa perdere la responsabilità personale delle proprie azioni, abbassa il senso di colpa assieme alla vergogna e alla paura e fa sfogare i comportamenti distruttivi. Il singolo individuo pensa che le sue azioni fanno parte di quelle del gruppo. Philip Zimbardo in proposito ha scritto il saggio L’effetto Lucifero. L’ultima foto, sempre riferita all’esperimento, mostra le angherie subite dai detenuti. E’ un’immagine che riporta ad altre di tempi molto molto più recenti…

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