Giustizia divina


Privacy italiana & privacy vaticana

Tre anni di carcere. Tanto rischiano in Italia le coppiette che si appartano in auto per fare l’amore, come due anni fa stabilì la Corte di Cassazione: a meno che la coppia non renda invisibile all’esterno ciò che sta facendo.

Per un altro tipo di mancata riservatezza lo Stato del Vaticano ha appena condannato allo stesso numero di anni il maggiordomo del Papa, accusato di sottrazione di documenti papali.

La condanna a Paolo Gabriele è arrivata oggi, tramutata con le attenuanti in 18 mesi di carcere e probabilmente a breve soggetta alla grazia di Benedetto XVI.

La sentenza lampo, dopo una settimana di dibattimento e solo 2 ore di camera di consiglio, è stata letta dal presidente del Tribunale vaticano Giuseppe Dalla Torre, precedendola con la formula piuttosto ampollosa In nome di Sua Santità Benedetto XVI gloriosamente regnante, il tribunale invocata la Santissima Trinità ha pronunciato la seguente sentenza…

L’accusato, davanti alla domanda: Si sente colpevole o innocente? aveva risposto che era fortemente convinto di aver agito per esclusivo amore, viscerale direi, per la Chiesa di Cristo e per il suo Capo visibile. Se lo devo ripetere non mi sento un ladro.

Anche lo Stato Vaticano, nonostante il suo tribunale invochi la Santissima Trinità, quindi ammanti le sue sentenze di un valore religioso, emette sentenze di condanna per reati penali come qualsiasi altra nazione. Che poi il pontefice decida di porgere o meno l’altra guancia perdonando chi si è macchiato di un torto, dipende dal grado di vicinanza all’esempio lasciato dal messaggio cristiano che la stessa Chiesa da duemila anni diffonde nel mondo.

Quando il Papa usava la ghigliottina

e il suo boia un mantello rosso

A proposito di giustizia terrena ecclesiastica va ricordato che lo Stato del Vaticano ha carceri proprie (lo stesso Gabriele durante la detenzione ha criticato la durezza delle condizioni a cui era sottoposto), che soltanto nel 2001 Giovanni Paolo II rimosse definitivamente la pena di morte in Vaticano, che nel 1967 di fatto Paolo VI eliminò la condannabilità alla pena capitale e che l’ultima volta che la ghigliottina tagliò una testa nello Stato Pontificio fu il 9 luglio 1870 quando nella cittadina di Palestrina venne giustiziato Agatino Bellomo.

La ghigliottina in San Pietro la portarono i francesi nel 1798, quando proclamarono la Repubblica Romana e deportarono  Pio VI in Francia.  Lo strumento innovativo (nella foto l’originale) fu inaugurato il 28 febbraio 1810 sulla testa di un condannato per omicidio, Tommaso Tintori, decapitato dal boia Giovanni Battista Bugatti soprannominato Mastro Titta (nel disegno accanto al suo strumento di lavoro) che ebbe modo di usare la ghigliottina 56 volte fino al 1813 sempre sotto la gestione francese. Poi il Papa tornò a Roma nel 1815 grazie al
Congresso di Vienna, ma quello strumento di morte non venne messo in soffitta, anzi. Il 2 ottobre 1816 la ghigliottina fu riportata in funzione per la prima condanna a morte del Governo Pontificio: toccò a Tommaso Borzoni, reo di omicidi appensati e ladrocini. Durante il Governo dello Stato Pontificio le esecuzioni capitali avvenivano inizialmente nel 1820 in piazza del Popolo, poi vicino alla chiesa di San Giovanni decollato e in piazza di Ponte Sant’Angelo. Il 24 novembre 1868 la ghigliottina funzionò per l’ultima volta nella capitale per togliere la vita a Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, accusati dell’attentato alla caserma Serristori in Borgo, che provocò la morte di 25 soldati zuavi. Il boia era Antonio Balducci, già aiutante di Mastro Titta. Questo Mastro Titta rimase al servizio dei pontefici per 69 anni, togliendo la vita a 516 condannati attraverso impiccagione, taglio della testa, uso del martello, ghigliottina. Di tutte le sue vittime, che chiamava più paternalmente pazienti, annotava qualcosa su un suo registro personale. Molti arrivavano da fuori Roma per essere sottoposti in città alle cure di Mastro Titta che, per distinguersi dagli altri boia e per adeguarsi all’abbigliamento degli alti prelati, per le sue pratiche indossava un mantello rosso (oggi al Museo  criminologico di Roma). Il suo successore Balducci, nei momenti morti prima dell’esecuzione, usava offrire al condannato una presa di tabacco da fiuto, come vice anche Charles Dickens l’8 marzo 1845 girando per le strade del Vaticano.
(Video di Euronews

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