Di Mameli – Novaro, Fratelli d’Italia


festival_di_sanremo_1960bDi Mameli – Novaro, Fratelli d’Italia

Se all’epoca fossero esistite la Siae e i tornei calcistici internazionali, Michele Novaro non sarebbe certo morto povero. Invece il genovese autore della musica dell’Inno di Mameli, non vide mai riconosciuta economicamente la sua opera, scritta a 29 anni a Torino in una notte di fine 1847 (qualcuno parla del 10 novembre, lo storico Umberto Levra del 5 dicembre, il biografo Anton Giulio Barrili scrive una sera di mezzo settembre), e morì povero.

Pochi giorni prima di ricevere a Torino il testo dell’inno, a Genova il suo amico di famiglia aristocratica Goffredo Mameli dei Mannelli, aveva scritto le parole per un inno rivoluzionario: le aveva sottoposte ad alcuni cantori popolari dei carruggi che le intonavano sulle note di canzoni esistenti, poi le aveva proposte a tale Magioncalda e a Giuseppe Novella che provarono a musicarle; ma Mameli non era soddisfatto. Così si ricordò di quel suo vicino di casa, Novaro, trasferitosi a Torino per lavorare come secondo tenore e maestro di coro del Teatro Regio e del teatro di Carignano. Trascrisse le parole che aveva buttato giù di getto con errori ortografici (Italia senza “t”, Balilla con 4 “l”, perché senza accento…), saltando l’ultima strofa che aveva nervosamente cancellato nella prima stesura (Tessete o fanciulle bandiere e coccarde, fan l’alme gagliarde, l’invito d’amor) e cambiando l’incipit: non più Evviva l’Italia, ma Fratelli d’Italia.

Le parole di quell’inno inizialmente chiamato La benedizione delle bandiere e poi Il canto degli Italiani, vennero consegnate a Michele Novaro una sera mentre si trovava nel palazzo di via XX Settembre 68 nel salotto dell’intellettuale di sinistra e amico Lorenzo Valerio, (nel ’42 aveva promosso ad Agliè uno dei primi asili infantili) dove in tanti si riunivano abitualmente per parlare di politica e intonare canti patriottici (Novaro ne scrisse diversi). Fu il pittore genovese Ulisse Borzino in arrivo dalla Liguria, a mettere un foglietto in mano a Michele. Era del comune amico Goffredo Mameli che da Genova gli chiedeva di mettere in musica quei versi. Dopo averli letti Michele, visibilmente commosso, ne fece partecipi gli amici che ne rimasero entusiasti. Si mise subito al piano azzardando i primi accordi, ma aveva bisogno di più concentrazione, così lasciò tutti per correre a casa e mettersi al suo pianoforte. Come raccontò in seguito ad Anton Giulio Barrili biografo di Mameli: Io sentii dentro di me qualche cosa di straordinario, che non saprei definire adesso, con tutti i ventisette anni trascorsi. So che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo. Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all’inno, mettendo giù frasi melodiche, l’un sull’altra, ma lungi le mille miglia dall’idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po’ in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c’era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d’un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l’originale dell’inno Fratelli d’Italia.

Questo un altro ricordo dell’amico Vittorio Bersezio, giornalista e in seguito direttore della Gazzetta Piemontese, antenata de La Stampa: Stavamo nella sala del Caffè della Lega Italiana, quando entrò il Novaro: “Amici, gridò con voce di tenore alquanto concitata, ho scritto la musica dell’Inno di Mameli: L’ho finita adesso, voglio che la sentiate: Venite”. Si andò nella casa del Novaro… Egli sedette al piano. La sua voce, che per il teatro era poca, per quella camera riusciva piena e sonora e l’interno affetto e il sentimento che l’avevano ispirato davano al suo canto una grande efficacia d’espressione. Quando ebbe gettato quell’ultimo grido, quel Sì finale, che ha tanta forza e tanta fierezza, tutti si strinsero attorno al Maestro: lo si serrò, lo si abbracciò, si plaudì, si gridò, si pianse. Si proclamò, ed era vero, che l’Italia aveva il suo Canto.

12_mameli-novaro_672-458_resizeIl canto al corteo dei contestatori di Genova

L’inno fu stampato su centinaia di fogli e distribuito a Genova il 10 dicembre 1847 durante una grande manifestazione di piazza che richiamò patrioti da tutta Italia per ricordare il 101° anniversario dell’insurrezione antiaustriaca, ma soprattutto per far sapere al re Carlo Alberto di Savoia che il popolo voleva l’unità d’Italia. Nel corteo di oltre 32.000 persone (gruppi ordinati di studenti, operai, artigiani) c’erano anche due ragazzi che alla testa di un gruppo di universitari coraggiosamente sfidarono il governo sabaudo sventolando le bandiere tricolori bianco-rosso-verde: Goffredo Mameli e Luigi Paris. Al termine della manifestazione a cui la polizia non si oppose, Mameli consegnò il suo tricolore al rettore dell’Università di Genova (dov’è ancor oggi conservato), mentre Luigi Paris portò il suo con sé fino all’esilio in Sudamerica dove dovette riparare inseguito alla sua partecipazione al moto di Genova. Rientrato in patria nel 1890, Paris donò la bandiera alla città di Genova. Nelle immagini: a sinistra Mameli e a destra Novaro.

Tra i tanti inni cantati in quella manifestazione spiccava quello di Mameli e Novaro, perché si rivolgeva al popolo e non più ai sovrani mettendo in rilievo, come esempi da seguire, episodi storici che vedevano protagonista il popolo. Fratelli d’Italia, cantato pubblicamente la prima volta in quell’occasione (anche se privato dagli autori dell’ultima strofa palesemente anti austriaca), venne immediatamente proibito dalla polizia fino alla dichiarazione di guerra all’Austria (23 marzo 1848): la sua diffusione nel resto d’Italia fu immediata perché a portarlo in giro furono gli stessi partecipanti al corteo genovese. Più tardi venne suonato liberamente anche dalle bande militari e cantato dai soldati e dai volontari della guerra di Lombardia, divenendo per chi aspirava all’unità d’Italia quel che La Marsigliese rappresentava per i francesi.

Mameli, figlio di un contrammiraglio della Regia Marina di Sardegna e di una marchesa, nel marzo 1848 guidò come capitano dei bersaglieri 300 volontari corsi in aiuto di Nino Bixio nell’insurrezione di Milano contro gli austriaci. Il ragazzo scrisse anche le parole dell’Inno militare poi musicato da Giuseppe Verdi. Quando tornò a Genova, dal 16 ottobre diresse il quotidiano mazziniano Diario del popolo diffondendo per la prima volta in città le parole d’ordine unità – Dio – popolo. Come aiutante di campo di Garibaldi qualche mese più tardi combatté i francesi a Roma dove il 3 giugno 1849 rimase ferito per errore da un colpo di baionetta sferratogli da un bersagliere della legione Manara durante un attacco a francesi e papalini: la ferita si infettò tanto che un amico chirurgo dovette amputargli la gamba sinistra. La sopraggiunta infezione lo portò alla morte il 6 luglio 1849 all’età di 21 anni. Tanto se ne addolorò Garibaldi che scrivendo a sua madre marchesa Adele Zoagli Mameli, disse tra l’altro: …Egli, Mameli, avria trovato l’inno italiano, l’inno che la sollevasse dalla polve, quando generato da un Mameli!… Era verso sera di quel giorno fatale, quando Mameli, ch’io aveva trattenuto al mio fianco, la maggior parte di quel giorno, siccome aiutante mio, mi chiese supplichevole di lasciarlo proceder avanti, ove più ferveva la pugna, sembrandogli ingloriosa la sua posizione presso di me. Dopo pochi minuti egli mi ripassava accanto, trasportato gravemente ferito, ma radioso, brillante nel volto, d’aver potuto spargere il sangue per il suo paese. Non ricambiammo una parola; ma gli occhi nostri s’intesero, nell’affetto che ci legava da tanto tempo; egli proseguiva come in trionfo. Un’amputazione dolorosissima non poté serbare all’Italia quella vita che tanto prometteva di genio e di valore. Io non rividi più l’amico del cuore. Lascio all’impareggiabile sua genitrice questo pegno di affettuosa reminiscenza.

Il musicista nell’ombra

Tanto eroico il paroliere quanto nell’ombra il musicista. Michele Novaro non fu uomo d’azione e rimase nelle retrovie per scrivere inni patriottici e raccogliere fondi per foraggiare le imprese garibaldine. Rientrato a Genova nell’Italia ormai unita, nel 1864 vi fondò una scuola popolare di musica scrivendo le opere per le recite dei suoi allievi e devolvendo spesso gli incassi degli spettacoli a chi mostrava spirito risorgimentale. Il suo fervore artistico- patriottico, non accompagnato da indispensabili remunerazioni, lo portarono a dover chiudere la sua scuola e a sopravvivere con l’umile paga di maestro di scuola civica. Il 21 ottobre 1885 morì povero e malato. I suoi studenti pagarono il suo monumento funebre nel cimitero monumentale di Staglieno di Genova, dove riposa accanto alla tomba di Mazzini.

Picture dated 1900 of Italian composer Guiseppe VeGiuseppe Verdi s’innamorò di Fratelli d’Italia

L’inno dei due patrioti genovesi piacque a tal punto a Giuseppe Verdi che, quando gli organizzatori dell’Esposizione Universale di Londra del 1862 invitò lui e i musicisti di Germania, Francia e Gran Bretagna (Giacomo Meyerbeer, Daniel-Francois- Esprit Auber e William Sterndale Bennett) a comporre un brano per l’occasione, dopo che Rossini aveva rifiutato, Verdi inserì Fratelli d’Italia per due volte nella sua cantata Inno delle nazioni (13 minuti) cambiandogli le parole. Nel suo brano Verdi volle includere accenni musicali alle nazioni francese, inglese e italiana e quindi, in omaggio al suo spirito repubblicano, oltre a riferimenti obbligati all’inno inglese, citò La Marsigliese e Fratelli d’Italia. Furono volutamente due licenze politicamente scorrette, dal momento che da dieci anni La Marseillaise come inno nazionale francese era stata sostituita da Partant pour la Syrie composta da Ortensia de Beauharnais, madre di Napoleone III; e dal momento che l’inno del Regno d’Italia era la Marcia Reale. Non si sa se fu per questa sua intemperanza o, come ufficialmente si disse, per il rifiuto oppostogli dal direttore napoletano Michele Costa, di fatto gli inglesi non gli permisero di esibirsi al concerto di apertura del 1° maggio, ma successivamente ad un concerto di beneficienza alla Royal Opera House il 24 maggio. Il brano verdiano, dopo una citazione di Fratelli d’Italia, inserì a pieno titolo il brano di Mameli – Novaro in un mix con God save the Queen e La Marsigliese.

L’Inno di Mameli fu adottato dallo Stato italiano, nel 1946 come inno nazionale con la dicitura provvisoriamente; e quell’avverbio portò più volte all’errore gli stranieri che in cerimonie pubbliche suonarono in nostro onore la Marcia Reale anche in tempi di Repubblica Italiana. Audio della Marcia Reale.

p024_1_00Le parole dell’inno nazionale italiano

Fratelli d’Italia L’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa. Dov’è la Vittoria? Le porga la chioma, Ché schiava di Roma Iddio la creò. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L’Italia chiamò. Noi siamo da secoli Calpesti, derisi, Perché non siam popolo, Perché siam divisi. Raccolgaci un’unica Bandiera, una speme: Di fonderci insieme Già l’ora suonò. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L’Italia chiamò. Uniamoci, amiamoci, l’Unione, e l’amore Rivelano ai Popoli Le vie del Signore; Giuriamo far libero Il suolo natìo: Uniti per Dio Chi vincer ci può? Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L’Italia chiamò. Dall’Alpi a Sicilia Dovunque è Legnano Ogn’uom di Ferruccio Ha il core, ha la mano, I bimbi d’Italia Si chiaman Balilla, Il suon d’ogni squilla I Vespri suonò. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L’Italia chiamò. Son giunchi che piegano Le spade vendute: Già l’Aquila d’Austria Le penne ha perdute. Il sangue d’Italia, Il sangue Polacco, Bevé, col cosacco, Ma il cor le bruciò. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L’Italia chiamò. Nell’audio l’Inno delle Nazioni di Giuseppe Verdi. 

 

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