Negazionismo


image004Camera a gas di Dachau. Priebke negava

Enrico Vanzini ha dovuto liberarla dai morti 

Nel suo testamento Erick Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine, ha scritto Nei campi di concentramento non c’erano camere a gas, ma solo immense cucine per gli internati e anche un bordello per le loro esigenze… Già durante la guerra gli alleati hanno cominciato a fabbricare false prove sui crimini nazisti. Nei campi le camere a gas non si sono mai trovate, salvo quella costruita a fine guerra dagli americani a DachauDSCN6686 2Ecco cosa racconta un sopravvissuto a Dachau, Enrico Vanzini, oggi novantenne, nel libro L’ultimo Sonderkommando italiano (Rizzoli), a proposito della camera a gas che lui scoprì all’alba di uno di quei terribili 15 giorni in cui le SS lo obbligarono a gettare nei forni crematori i cadaveri dei suoi compagni di prigionia: Una notte è arrivato un treno di ebrei e dopo averli fatti spogliare di tutto gli hanno detto che potevano farsi le docce. Ma altro che docce… poverini, li hanno fatti entrare nella camera a gas. Dentro quella stanza nello stesso edificio del crematorio ci hanno fatto entrare in due, io e il mio compagno dei forni. E’ stata una scena agghiacciante, non sapevo dell’esistenza della camera a gas, non sapevo cosa fosse una camera a gas; ed era lì, una cameretta oltre lo stanzone dei forni. Sono entrato in quell’inferno alle 5,30 del mattino. Dentro c’era un forte odore di gas, così le SS ci hanno fatto indossare una mascherina da chirurgo per poter respirare. C’era un’atmosfera spettrale, con quattro lucine accese in alto sugli angoli del locale. Li abbiamo trovati abbracciati gli uni agli altri, avvinghiati così forte che non eravamo capaci di staccarli dalla stretta che li aveva uniti quando si erano sentiti morire. Sessanta uomini di ogni età, erano ancora attaccati, uno all’altro, era qualcosa che ti spaccava il cuore…

Per inciso, a proposito delle “grandi cucine a disposizione degli internati” decantate da Priebke, nei 7 mesi passati nel lager di Dachau, Enrico Vanzini dimagrì 56 kg.

3103221346_8058a6dbcaLe prove dell’esistenza delle camere a gas

Nella sua lucida follia auto assolutoria Priebke ha anche scritto: Gli storici non hanno trovato un solo documento che riguardasse le camere a gas. Non un ordine scritto, non una relazione, non un rapporto degli addetti. A proposito di prove documentali, se ai negazionisti non fossero sufficienti le foto e i filmati realizzati dagli americani e dai russi quando liberarono i campi di concentramento nazisti, ecco cosa ha testimoniato alla corte marziale americana durante il processo celebrato a Dachau dal 15 novembre al 13 dicembre 1945, Johann Kick del Dipartimento Politico di Dachau, che dall’ottobre 1944 all’aprile 1945 lavorò in quel lager come medico del campo principale: Il 24 aprile 1945 il dottor Hintermayer andò nella baracca che conteneva prigionieri sofferenti di vari disturbi mentali ordinando che fossero vestiti e portati via. I pazienti sono stati contati e poco tempo dopo i loro vestiti sono arrivati​​ alla sala di sinfezione. Era noto che i vestiti di chi veniva ucciso o gasato venivano inviati nella stanza disinfezione. Nello stesso processo un altro imputato, Emil Erwin Mahl, capo del crematorio di Dachau dal luglio 1944 al 29 aprile 1945, ha raccontato: Mi ricordo particolarmente bene l’esecuzione di una donna ebrea, Fritzi Kahn. Condannata a morte per aver avuto un rapporto razziale con un detenuto tedesco nel sotto campo di Kaufering, fu giustiziata a Dachau. Hanno costretto l‘accusata a spogliarsi completamente nella camera a gas. La donna si è inizialmente rifiutata di camminare svestita davanti a tanti uomini, allora l’Hauptscharführer Kuhn e Boettger l’hanno trascinata fuori dalla camera a gas. Lei ha tentato di coprirsi il corpo con le mani e questa cosa ha provocato le risate e gli scherzi volgari di Boettger, Kuhne altri presenti all’esecuzione, tra cui anche lo Sturmbannführer Hintermayer. La donna è stata poi posizionata sulla botola e io le ho messo il cappio attorno alla testa.

Nella foto Ilse Koch (moglie del comandante del lager di Buckenwald, definita per la sua crudeltà la cagna di Buckenwald) al processo di Dachau.

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