Le nostre armi che uccidono i bambini


gaza-bajo-bombardeoHo perso le chiavi

Sono arrivato presto al lavoro, prima di tutti, come sempre. Solo che oggi non ho le chiavi. Le ho perse, non so come sia successo. Erano infilate in tasca, nei soliti pantaloni, col ciondolo rosso. Ma non ci sono. Frugo e frugo. Niente, oggi non ci sono.

Chi glielo dice ora a quelli? Tra poco saranno qui, come tutte le mattine alle 5. E vengono pure da lontano, in auto, in moto, in bicicletta, qualcuno anche a piedi. Il padrone no, lui arriva alle 9. Quando lo saprà mi licenzierà. Sono l’unico ad avere le chiavi.

Questa è una fortezza, una cassaforte. Senza le mie chiavi speciali non apre. Si fidava così tanto di me… Tutti si fidavano di me. E io… non so cosa mi ha preso…

Proprio oggi che c’era un grosso carico da fare: uno per Israele, uno per la Siria. Aspettano le nostre armi come il pane. Sono buone, le nostre armi, precise e affidabili: non sembrano neanche italiane tanto vanno bene. Però oggi, di certo, non partiranno.

Credo sia stato per via di quei bambini zuppi di sangue portati fuori dalle macerie. Li ho visti al tg mentre cenavo. Li ho ingoiati con la minestra: un boccone loro, un boccone zucca e carote. Dev’essere stato per quei piccoli, avranno avuto cinque anni, come il mio Angelo che se l’è portato via il Signore, senza sangue, così nel sonno molte estati fa.

Ecco il primo sole e io me ne sto qui fuori dal cancello come un sacco vuoto. Che ci son venuto a fare, senza chiavi? E’ vero, per queste foto. Le ho tirate giù da Internet, ieri: sono i bambini del telegiornale, i bambini di Gaza; ma potrebbero essere i bambini di Damasco, nigeriani o della Val Trompia. Sono tutti uguali i bambini: gli cambi colore, gli cambi vestiti, restano uguali. Anime sacre.

Spero si vedano bene, i fogli stampati a colori; sì il sangue si vede bene, anche i corpicini neri carbonizzati. Voglio che li vedano… per bene. Li fisso con lo scotch al cancello e vado via. Non ho voglia di sentire rimproveri, non voglio sentire più niente di niente, ho solo in mente il mio Angelino.

Vado avanti. Salgo fino al ponte e in un attimo raggiungo le chiavi. Sono laggiù in fondo, sul greto del torrente. Le ha il mio piccolo e dolce Angelo. Le tiene strette nella manina. E mi sorride.

© Roberto Brumat   (racconto breve, 30 luglio 2014)

4 risposte a “Le nostre armi che uccidono i bambini

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