Lavoro. Chi lo difende, chi lo uccide


1800_Donne e bambini in filandaLavoro. Chi lo difende, chi lo uccide…

Si fa un gran parlare in questi giorni di articolo 18 e tutela dei lavoratori. Torniamo per un attimo al 1861, l’Italia è finalmente unita. Sotto le insegne del re Vittorio Emanuele II di Savoia gli italiani si contano: 26 milioni e 300.000. Sono giovanissimi perché quasi un terzo della popolazione ha meno di 15 anni; e sono molti se paragonati ai 18 milioni di inglesi, ai 27 milioni di francesi e ai 31 milioni di americani. Molti, ma costretti ad espatriare per cercare un lavoro che qui non c’è. Dieci anni più tardi la città più popolosa del regno sarà Napoli con 489.000 abitanti, seguita da Roma con 242.000, Palermo con 219.000 e la capitale Torino con 212.000. Il Paese appena unificato è molto arretrato: un neonato su cinque non sopravvive, uomini e bambini (vedi foto) lavorano anche 14 ore al giorno con paghe da miseria (1,30 lire al giorno) e lo sfruttamento dei braccianti in campagna ricorda un feudalesimo ancora in auge nei molti latifondi presenti. Può votare solo il 2% degli italiani perché il diritto vale solo per chi, sopra i 25 anni, ha una posizione sociale ed è istruito: ma il 75% della popolazione è analfabeta (l’80% al Sud). Nel 1861 lavorano nell’industria 3.372.002 operai e di questi 300.000 sono bambini con meno di 14 anni. Un operaio con moglie e due figli a carico deve lavorare fino a tutto aprile soltanto per garantire alla famiglia il pane e la pasta quotidiani. Ecco perché gli italiani che vivono in affitto con un misero stipendio indossano un unico vestito e un solo paio di scarpe, buoni per qualsiasi stagione; e perché i bambini poco abbienti girano scalzi.

In questa Italia agricola, povera e arretrata, che mangia pane e pomodori al Sud e polenta al Nord, si sviluppa l’industrializzazione spinta che induce molte braccia a lasciare i campi dove si fa la fame, per trasferirsi in città, vicino al nuovo lavoro. Con la rivoluzione industriale, dall’Inghilterra si importa il modello capitalistico che genera un’improvvisa nuova ricchezza (sempre nelle mani dei pochi che già l’avevano) e si eleva il tenore di vita dei figli dei contadini, convertitisi alla fatica da fare al chiuso e con poca luce, non più all’aria aperta.

 

Pellizza da Volpedo, quarto statoLe radici delle proteste sindacali

Il lavoro industriale porta con sé il benessere, ma paradossalmente anche i germi della protesta che vorrebbe ridimensionare quello stesso sistema, virtuoso solo a metà. Più soldi permettono di avere figli “studiati”, i quali, una volta che imparano a leggere e scrivere si informano, conoscono altre realtà, contestano ciò che non va bene e le angherie che i loro padri e chi li aveva preceduti avevano da sempre sopportato. (quadro Quarto Stato di Pellizza de Volpedo).

 

 

 

30744778_il-museo-ferroviario-di-pietrarsa-apre-anche-la-sera-del-venerdi-0Il Mezzogiorno, scientifica spoliazione

Alla periferia orientale di Napoli il re dei Borboni nel 1840 aveva messo in piedi il Real Opificio Borbonico di Pietrarsa, principale polo siderurgico della penisola che dava lavoro a 1.000 operai con turni umani per quel tempo e, unico caso in Italia, col diritto per gli operai di ottenere la pensione statale. L’orario di lavoro era di 8 ore al giorno: oggi diremmo una conquista sociale: esattamente la metà delle 16 ore di lavoro praticate al Nord Italia (6 giorni su 7) e poche se paragonate alle 13 o 14 richieste agli operai dagli opifici inglesi e alle 13 e anche 15 a cui erano obbligati i bambini di 5 e 6 anni nelle stesse fabbriche e nelle miniere.

Sostituiti i Borboni con i Savoia, gli impianti vengono smembrati per non lasciare troppe risorse in mano all’allora florido Sud: questa strategia geo- economica nordista ha tra i principali fautori il genovese Carlo Bombrini (in foto) Carlo-Maria-Bombrini-1896amico personale di Giuseppe Mazzini, fondatore prima della Banca di Genova e poi della Banca Nazionale (la stessa che dal ’52 al ’66 presta allo Stato sabaudo 295 milioni di lire), ma è anche uno dei fondatori dell’Ansaldo di Genova oltre che ascoltato amico del potente Camillo Benso conte di Cavour. Ed è proprio Bombrini, da governatore della Banca Nazionale del Regno d’Italia tra il 1861 e il 1862 a pronunciare, a proposito dei meridionali, la terribile e profetica frase: Non dovranno mai essere più in grado di intraprendere; frase che accompagna l’alienamento di tutti i beni dell’ex Regno delle Due Sicilie. Per i suoi meriti lo fanno per 5 anni senatore del Regno. Nord e Sud rappresentano due realtà antagoniste che stentano ad assimilarsi: siamo esattamente negli anni in cui in America si svolge la guerra di secessione (1861- 1865) tra nordisti e sudisti.

il ferro bambiniLavoro minorile senza tutele

in aziende con meno di 10 operai

A proposito di lavoro minorile lo Stato unitario cerca di porre rimedio, con una buona dose di ipocrisia, allo status quo tentando nel 1870 di abrogare questa indecenza largamente diffusa in tutto il mondo. Sono però gli stessi politici ad appoggiare gli industriali che vogliono mantenere al lavoro i bambini. Si deve aspettare la legge 3657 dell’11 febbraio 1886 per l’abolizione del lavoro ai minori di 9 anni, a meno che non siano in possesso di certificati che ne attestino l’idoneità (dal 1865 i minori di 10 anni non possono più fare i minatori). Chi ha meno di 15 anni (dice la nuova legge) non può affrontare lavori pericolosi o insalubri e i minori di 12 non possono lavorare più di 8 ore al giorno e più di 6 la notte; vietato il lavoro festivo ai minori di 15 anni.  Questa legge però non tutela tutti, ma solo i minori presenti negli opifici industriali (fabbriche che usano motori) e negli opifici senza motori in cui ci siano almeno 10 operai. Il lavoro minorile in Italia non è mai venuto meno se quest’anno ho potuto conoscere una persona che, quando aveva 13 anni, faceva nientemeno che il gruista impegnato nel 1957 a Milano nella costruzione del grattacielo Pirelli

downloadPrime promesse di reintegro dei licenziati,

prime proteste operaie, primi morti

Nel polo industriale napoletano di Pietrarsa sorge nel 1843 la prima fabbrica di locomotive presente in Italia, nata per servire la prima ferrovia italiana (Napoli- Portici, 7 km, nel quadro) sorta già a doppio binario il 3 ottobre 1839 e comunque dopo le ferrovie già presenti in questi Paesi: Inghilterra, Stati Uniti, Francia, Irlanda, Belgio, Regno di Baviera, Canada, Russia, Cuba, Regno di Sassonia, Austria e Regno di Prussia. Nel 1856 dalle officine di Pietrarsa escono le prime rotaie prodotte in Italia. Ma l’avvento dei Savoia nel 1861 determina le prime relazioni tecniche in cui si invoca lo smantellamento dello stabilimento, dato in affitto due anni più tardi all’industriale milanese Jacopo Bozza, il quale (secondo il modello del Nord) aumenta l’orario di lavoro, diminuisce la paga agli operai e riduce il numero dei dipendenti facendo calare la produzione. E’ la pianificazione della fine. Così, tre anni prima degli incidenti del primo maggio 1886 in America che daranno vita in tutto il mondo alla Festa dei lavoratori , il 23 giugno 1863 nella fabbrica di Pietrarsa scoppiano le prime proteste operaie in Italia, culminate il 6 giugno 1863 in una carica di bersaglieri e carabinieri che lascia a terra 7 morti e 20 feriti. Prima degli scontri napoletani, il proprietario milanese degli impianti promette il reintegro di centinaia di operai licenziati: poi però non mantiene la promessa e anzi trattiene per sé metà di quanto lo Stato italiano elargisce in quello che è il primo abbozzo di cassa integrazione del Paese. Di lì a due mesi il polo siderurgico numero uno d’Italia vede ridotto il personale da 1.000 a 100 dipendenti e a breve chiude definitivamente. Oggi quel luogo è il Museo delle Ferrovie italiane.

6 risposte a “Lavoro. Chi lo difende, chi lo uccide

  1. Ottima analisi. Sarebbe interessante comprendere il significato dell’accenno fatto a Mazzini come amico personale di Carlo Bombrini.

  2. ma il Sud era arretrato. fu liberato da una dinastia di sfruttatori del popolo tanto che il neonato stato impose agli abitanti del Regno delle Due Sicilie la tassa di liberazione. infatti liberò dal lavoro le popolazioni meridionali riducendo gli stabilimento o facendoli chiudere e cancellando alcuni diritti prima riconosciuti al popolo. ma sono passati tanti anni, troppi di illusioni e poche vere speranze.

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