Vajont, 51 anni dopo


20140818_121646Vajont, il ricordo di quel 9 ottobre

Tocca il cuore vedere così da vicino quei portarossetto in peltro, i portatovaglioli, le catenine d’oro, gli orologi da uomo e quelli minuscoli da donna, 20140818_120305le posate e i piccoli tesoretti fatti di vecchie monete nascoste chissà dove e in quali case. Ogni oggetto ha un colore strano, è ammaccato o rotto. E commuove leggere dal quadernetto di una bimba i regali fatti per la festa della mamma (… una sottoveste con il mio poco risparmio, e il babbo un fazzoletto da testa, la mamma non sapeva più come ringraziarci…) 20140818_120100nel tema fatto la mattina del 9 ottobre 1963: quel 9 ottobre, nella scuola elementare di un paese della montagna veneta nel Bellunese che aveva la disgrazia di trovarsi proprio sotto la diga del Vajont, prodigio della tecnologia italiana negli anni del boom economico.

Sono alcuni degli oggetti che il fango, piano piano nei giorni seguenti al disastro annunciato, ha riportato in luce: non tutti ovviamente, molti il Piave li ha lasciati chissà dove, molti se li è portati al mare, molti sono rimasti ancora sepolti là dove i soldati e i vigili del fuoco di mezza Italia recuperarono 1.910 corpi. 20140818_122741E a distanza d’anni ancora ne saltano fuori, come l’incredibile “cartoccio” di una Ford Anglia ritrovata scavando nel greto del Piave nel 2003: lo stesso modello di auto che aveva la giornalista de l’Unità Tina Merlin, che da anni sollevava dubbi e preoccupazioni sulla diga costruita dalla Sade.

Quegli oggetti riposano poco più a sud dei paesi bellunesi di Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Castellavazzo, Erto, Casso e di Longarone, spazzati via da 50 milioni di metri cubi d’acqua della sera del 9 ottobre 1963 (alle 22,39). 20140818_123110Li hanno trattenuti a Fortogna nel memoriale delle vittime, monumento nazionale che tiene vivo il ricordo di quell’orrore, davanti al cimitero fatto di cippi tutti uguali dove sono sepolti uomini e donne di ogni età, anche di pochi mesi di vita. Longarone ancora piange 1.458 vittime, Erto e Casso 158, Castellavazzo 111 e altri Comuni 183.

Oggetti e foto in bianco e nero scattate nei giorni seguenti, fanno capire più di tante parole come errore umano e sottovalutazione dei rischi possano rivelarsi fatali. Vajont cimitero delle vittime di Fortogna. Lapidi ai vigili del fuocoNel prato del grande cimitero c’è anche una croce con sei cippi che ricordano il sacrificio di altrettanti vigili del fuoco morti quella notte nel tentativo di salvare i disperati del Vajont: Simone Raffaele, Alberto Olivier, Odino Tancon, Ernesto Colferai, Alberto Teza, Antonio Bolzan.

 

20140818_122627Sarà solido un monte chiamato Marcio?

Il monte da cui quella sera, dopo giorni di brontolii della terra, si staccarono 250 milioni di metri cubi di roccia provocando una frana lunga 2 km finita nell’invaso più alto d’Europa, ha da sempre un nome che non ammette confusioni: Toc, in friulano è l’abbreviazione di patòc, ossia marcio. Bastarono 20 secondi perché quella massa di roccia piombata nell’acqua della diga del Vajont (che curiosamente in lingua ladina significa va giù) facesse svuotare a valle 50 milioni di metri cubi d’acqua, sufficienti a distruggere ogni cosa. Basta la frase pronunciata nell’ambito di un’assemblea generale dell’ONU nel 2008 per indicarne le cause: Fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere la natura del problema che stavano cercando di affrontare. La giustizia italiana ci mise otto anni per condannare due dei tanti imputati, due uomini dello Stato: gli ingegneri Nino Alberico Biadene e Francesco Sensidoni, rispettivamente direttore del Servizio di Costruzioni idrauliche della Sade nonché vice direttore Enel-Sade, e ingegnere capo del Servizio dighe del Ministero nonché membro della Commissione di collaudo scheda del progetto Vajont. Il reato è lo stesso: inondazione aggravata dalla previsione dell’evento, frana e omicidi compresi. La condanna non è esemplare: 3 anni e 8 mesi per Sensidoni, 5 anni per Biadene; e ad entrambi vengono condonati 3 anni. Nel complesso Enel e Montedison sono state condannate a pagare ai Comuni di Longarone ed Erto- Casso 22 miliardi di vecchie lire.

20140818_122800Di Biadene (che non sconterà completamente i due anni di carcere e verrà rilasciato per buona condotta) la mostra riporta un documento a dir poco allucinante. E’ la copia del telegramma che, 21 ore dopo il disastro, inviò all’ingegner Mario Pancini, allora responsabile dell’ufficio lavori del cantiere Vajont (suicidatosi alla vigilia del processo). A Pancini che si trovava in vacanza a Niagara negli Stati Uniti, da Venezia l’ingegner Biadene scriveva 25 parole: IMPROVVISO CROLLO ENORME FRANA HA PROVOCATO TRACIMAZIONE DIGA VAIONT CON GRAVI DANNI LONGARONE STOP DIGA HA RESISTITO BENE BIADENE

 

20140818_120518Gli interessi materiali

Il depliant che viene diffuso al cimitero delle Vittime del Vajont è insieme un ricordo e un monito: Si tratta di vittime innocenti, scomparse in un disastro dovuto alla responsabilità dell’uomo, che non ha rispettato i ritmi secolari della natura e ha voluto invece sfruttarla in modo dissennato per meschini interessi materiali. In questo luogo ogni visitatore avrà l’opportunità non solo di percepire la dimensione immane della tragedia, ma di sentirsi coinvolto emotivamente nell’affetto per gli scomparsi, che sarà indotto a considerare come gente sua.  

 Nel video una scena del film Vajont di Renzo Martinelli (2001) 

28Dolomiti Contemporanee fa rinascere la diga

Dolomiti Contemporanee è un progetto culturale innovativo nato nel 2011 per valorizzare e rilanciare grandi siti della regione territoriale delle Dolomiti-Unesco, abbandonati da decenni. In questo quadro dal 2012 Dolomiti Contemporanee dirige il Nuovo Spazio di Casso, una scuola poco distante dalla diga del Vajont, chiusa a causa della tragedia del 1963 e riaperta dopo 50 anni, per diventare oggi un centro per la cultura contemporanea.

Uno dei progetti attivati in questo periodo è Two calls for Vajont, concorso artistico internazionale che annovera, nella propria giuria, Alfredo Jaar, Marc Augé, Cristiana Collu, Angela Vettese, Franziska Nori, Maria Centonze. Il concorso propone un’idea innovativa e storicamente rivoluzionaria qui: far cambiare faccia alla diga grazie a due opere d’arte contemporanee permanenti che verranno installata sul suo versante friulano.

In questa videointervista, alcune parole significative di Marc Augé, che per una settimana ha lavorato a Casso e a Borca di Cadore collaborando con gli organizzatori del progetto.

Dolomiti Contemporanee  riapre grandi siti industriali abbandonati, come lo straordinario Villaggio Eni di Borca di Cadore (in foto) voluto nel 1956 da Enrico Mattei come grande villaggio vacanze per dipendenti Eni, su cui è partito ora il progetto specifico progettoborca.net; li attrezza con residenze internazionali per artisti e li fa rivivere trasformandoli in luoghi di richiamo e attrazione culturale. Qui un video che introduce alcuni dei cantieri principali del 2014.

Il lavoro di Dolomiti Contemporanee ha portato il suo ideatore, Gianluca D’Incà Levis, a diventare ricercatore del MaclabLaboratorio di economia delle arti e delle culture di Ca’ Foscari Venezia, e di Progetto Iccs.

Il concetto, precisa, è sempre lo stesso: La cultura e l’arte (insieme alle strategie e a un format molto concreto), aprono tutto, aprono sempre, e non esistono tessuti eternamente necrotici.

2 risposte a “Vajont, 51 anni dopo

  1. lo ricordo bene…e a cosa sono serviti quei morti? a niente, assolutamente niente. Dopo il Vajont c’è stata Firenze, poi altre tragedie sempre dovute alla stessa incuria e a leggerezza e certezza d’impunibilità. Le alluvioni i Liguria e nelle Marche sempre per aver gestito gli alvei dei fiumi a proprio comodo e in un futuro (prossimo?) quando erutterà il Vesuvio spazzando via tutte le ville costruite fin quasi sul cratere? Si piangerà, si faranno inchieste, si passerà la palla da uno all’altro e tutto andrà avanti allo stesso modo fra “rabbia e dolore” come recitano sempre e ipocritamente i giornalisti di ogni mezzo di comunicazione e quando il Tribunale commina pene di 3 (TRE) anni ai responsabili di disastri costati centinaia di morti ci si rassegna. Ma in che Paese si vive? Ma che gente siamo?

    • Amara, ma purtroppo reale, la sua constatazione. Siamo nel Paese che dimentica, o se ricorda, giustifica. Da noi vige la cultura cristiana del perdono che, se da un lato ha un valore positivo per chi è sinceramente pentito e vuol riparare, dall’altro assolve le coscienze di chi sbaglia volendo sbagliare per perseguire i propri interessi. E’ l’immoralità diffusa, è il mettere al primo posto il proprio tornaconto personale, costi quel che costi. I rischi? Se ci saranno si vedrà… Le morti? Tragica fatalità. E’ il cinismo che ci ammazza.

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