Il suicidio di un uomo


20141013_113450Addio Omar, non ti conoscevo

 

Un pensiero, semplicemente un pensiero. Quando la morte la vedi a un passo da te, ti coinvolge in modo speciale. Mi è capitato stamattina, a casa mia. Le sirene passano spesso, ma quando il suono lo senti fermarsi vicino, inevitabilmente guardi. Ambulanza e carabinieri sotto casa. Scendo e vedo il terrazzo al primo piano, quello degli indiani, stranamente coperto da tre teli colorati che pendono dalla tenda da sole abbassata in questo giorno di pioggia. E’ successo lì, da pochi minuti. Omar, quarantenne operaio in una fabbrica di trattori, dopo aver protetto il terrazzo dalla vista dei passanti, si è impiccato al supporto delle tende del terrazzo. L’ha trovato così uno dei suoi numerosi coinquilini, come lui a casa per il turno serale; tutti gli altri sono stati accompagnati qui da poco dai datori di lavoro.

La sera prima, mi racconta un imprenditore, Omar era a cena fuori coi colleghi; stamattina pochi minuti prima di andarsene, era sceso dal tabaccaio a comprare un grattaevinci da un euro, come a volte faceva. Niente che lasciasse prevedere, dicono gli altri indiani del primo piano. Con lui vivono il figlio e un fratello, la moglie gli ha fatto visita poco fa, poi è rientrata in India. Era magro, mi dicono. Chissà quante volte l’ho visto sulle scale o al rientro la sera in motorino, uno dei tanti che vivono in quell’appartamento, con cui ci si saluta e ci si scambia piccole cortesie, ma non so abbinare al suo viso quel nome che ho appreso solo oggi, troppo tardi.

Arriva il figlio, lo riconosco, e sale, ma quando è il momento di caricare il corpo del padre nella bara che lo porterà all’ospedale, è difficile non commuoversi sentendo le urla del ragazzo sulle scale e vedendolo per terra attorniato dai suoi, gridare papà: lo dice in italiano, nella sua lingua si dice pità.

Sono gente tranquilla, sempre sorridente e molto gentile, gli indiani. Una volta, i miei dirimpettai del Rajastan mi hanno suonato alla porta portando in dono un piatto tipico (buonissimo) del loro Paese, perché era la festa nazionale dell’India e ci tenevano a farmi un regalo. Non era mai successo prima da parte dei vicini italiani, perché tra noi non usa più.

Ormai siamo abituati ai suicidi, ma questo mi pare ancora più strano anche perché ad andarsene è un immigrato che il lavoro, la salute e gli affetti li aveva. Omar è la settima persona che conosco che ha deciso di togliersi la vita: gli altri erano Carlos professore peruviano, Giampiero fotografo padovano, Mario poeta veneziano, Cesare artigiano veneziano, Luciano impiegato e Rubinia centralinista di Padova. Ce ne sarebbe una ottava, per me fondamentale, che però non ho mai conosciuto: mio nonno Adolfo . Anche lui a 38 anni aveva tutto, moglie, quattro figli, soldi, salute, lavoro, eppure… Eppure.

Un altro compito ingrato per i carabinieri che, andandosene con delicatezza, commentano quel gesto: E’ sempre una scelta molto personale. I ragazzi indiani salgono sulle auto degli imprenditori per raggiungere l’ospedale; a giorni ci sarà per lui il volo per tornare finalmente a casa dove lo aspettano una catasta di legna, il fuoco e il Gange . Mi lascia un vuoto, Omar , anche se non lo conoscevo.

2 risposte a “Il suicidio di un uomo

  1. Come darle torto?! La speranza è che riusciamo (e riescano le nuove generazioni) a trovare dentro di noi dei motivi che vadano al di là e al di sopra dei miti del possesso di cui questa società è permeata.

  2. abbiamo barattato una società in cui ci si parlava, come dice lei ci si scambiavano piccole cortesie, magari si litigava anche, ma sempre con umanità, con quest’altra non-società in cui ci si impicca senza motivo apparente, in cui i padri incitano i figli a massacrare a calci e pugni uno sconosciuto, in cui si travolgono le persone guidando poi si prosegue la corsa, in cui le madri ammazzano i figli a martellate “perchè sono irrequieti”, in cui le madri incitano le figlie a prostituirsi, in cui i bambini delle medie ritornano a casa con alito di birra e non ci si fa caso e in cui accade tutto quello che ogni giorno leggiamo sui quotidiani. Però quasi tutti abbiamo una casa, tutti abbiamo un’auto che cambiamo spesso, tutti abbiamo, neonati compresi, un cellulare, tutti abbiamo un televisore, una lavatrice, tutti abbiamo, abbiamo, abbiamo……ma non siamo più. Non siamo più niente, non Cittadini perchè la politica procede a modo proprio senza più consultarci, non persone perchè abbiamo perso il rispetto verso noi stessi e gli altri, non siamo più niente e facciamo finta che non sia così. Poi ogni tanto uno se ne rende conto e si impicca. Come dargli torto?

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