Antipolitica


moralit-del-politico-usare-potere-x-il-bene-comune-sandro-pertini1L’antipolitica aiuta a far pulizia

 

Fin troppo facile scagliarsi contro i politici corrotti, chiedere a gran voce onestà a chi siede in alto per legiferare, delegato da noi a ricoprire quello che anticamente era un ruolo nobile a cui ancora viene affibbiato un titolo (onorevole ) che sostituisce il pur nobile signore.

Facile, ma doveroso. Ed è il colmo che oggi la qualità numero uno richiesta a un politico (sempre che si abbia ancora modo di sceglierli in elezioni libere e non più con i listini bloccati) sia la semplice onestà: non la competenza, ma l’onestà. Meglio un inetto onesto che un esperto corrotto.

Chi gestisce la cosa pubblica ( la res publica dei latini ), sia parlamentare o assessore, sindaco, governatore o consigliere, dovrebbe per definizione operare con spirito di servizio a vantaggio della collettività tutta e in particolare dei più deboli, per garantire giustizia e benessere sociale, mettendo temporaneamente da parte gli interessi personali. Una sorta di missionario laico che agisce in nome e per conto di tutti, come il medico che cura in cambio dello stipendio senza chiedere al paziente favori o bustarelle. Dovrebbe.

Ricordo gli anni in cui i giornali titolavano apertamente: l’ente X, la banca Y, la fiera Z, hanno il presidente della Dc, 5 amministratori del Psi, 2 del Pri e così via… Le logiche spartitorie sono sempre presenti, anche se ora non è più chic sbandierarle ai quattro venti. Quante “torte” spartite dimenticando il bene comune, ma calcolando solo gli interessi di partito che si traducono in appalti da gestire, amici ed elettori da accontentare per essere rivotati e poter tenere ancora le mani in pasta!

Purtroppo il detto è tutto un magna magna, quando si parla di res publica non è solo bieco qualunquismo o demagogia. Spesso sono i potenti a gridare alla demagogia per sminuire la portata della protesta: perché la sola cosa che i politici temono davvero è la perdita di consenso, è il terrore di tornare a casa. (Nella foto una frase del presidente Pertini, su una lapide nel Comune romano di Ariccia)

 

onestà_aaOnestà, prima di tutto

Qualcuno deve spiegarmi perché mai un professionista affermato o un ricco imprenditore sono disposti a spendere per la propria campagna elettorale cifre a 4 o 5 zeri, rinunciando per qualche anno al loro lavoro in cambio di un compenso elevato, ma in molti casi inferiore a quello abituale. Possono dirlo in tutta sincerità di farlo per spirito di servizio, per spassionato amore della collettività? La corsa alla poltrona è uno sport in cui non servono allenamento e muscoli; e arrivare primi comporta perlomeno una serie di benefici in termini di favori, vantaggi alle proprie attività personali, ulteriori incarichi di prestigio, ovvero di potere, con prebende e altro. I consigli d’amministrazione di migliaia di enti e di aziende para statali, comunali, provinciali, regionali, interprovinciali ecc… sono lì ad aspettare di distribuire posti e vantaggi ai più meritevoli del rispetto dei partiti. Chi fa strada? Chi ha la tessera, chi ha l’amico giusto al posto giusto, chi sale sul carro dei vincitori, chi si accorge in tempo che l’aria cambia e si accoda alla nuova corrente. Sempre uguale, sempre così.

Il presidente della Repubblica uscente ha recentemente tuonato contro l’antipolitica, dimenticando che questa è il frutto di una malapianta, non ne è certo il seme: la gente comune si disamora della politica quando è stanca di essere circondata da troppi che rubano soldi pubblici per sé e/o per i propri partiti e/o per imprenditori e/o per la criminalità organizzata.

Se l’esempio delle istituzioni è questo, molti cittadini onesti smettono di votare e di credere nelle istituzioni. Certo l’antipolitica degenera in qualunquismo, ma sbaglia chi guarda il dito che indica la luna… ( Nella foto il Vicolo dell’onestà a Firenze, dove si trovava il Magistrato dell’onestà incaricato, dal 1403 al Settecento, di condannare i casi di sodomia)

 

TestTest ai candidati politici

Nella visione comune che hanno gli italiani, l’Italia si sta liquefacendo al sole, morta ormai da chissà quanto tempo. Purtroppo i più che ancora si recano alle urne, tendono a votare i soliti noti perché tanto, dicono: Chi si salva? Sono tutti uguali!

Per salvare da noi stessi questo nostro Paese bisogna smettere di ragionare per emergenze, serve non solo dare regole ai partiti, ma è indispensabile la ricostruzione morale della classe dirigente (e non solo quella), partendo dalla scuola e dalla famiglia. Servono filosofi e psicologi nei punti chiave della Pubblica Istruzione, servono persone illuminate che poco o nulla hanno avuto a che fare con i partiti.

E poi ragioniamo: se per diventare ingegnere o avvocato, idraulico o panettiere, bisogna studiare testi specifici, perché mai per fare il politico non serve nulla? Bastano agganci giusti e una buona parlantina ( a volte manco quella ). Allora perché non istituire per candidati politici a qualsiasi livello, corsi obbligatori di due o tre anni, con tanto di Educazione civica e test psicologici come esame finale incentrato su onestà e senso civico? Certo non basta, ma è meglio di niente.

pericle01I regali, Pericle, li rifiutava

In questi giorni abbiamo sentito dire da una parlamentare che gli italiani sono peggio dei politici perché non pagano le tasse e cercano sempre favoritismi e spinte. Vero, ma non è una buona ragione per sminuire la corruzione che viene dall’alto; e poi non va dimenticato che dalle cariche pubbliche deve venire il buon esempio. Altrimenti è giusto che alle elementari le maestre insegnino che rubare non è poi tanto grave e anzi serve a far carriera.

Come non è accettabile la frase di quel parlamentare che in tv disse: E’ giusto che in Parlamento siedano anche i pregiudicati perché rappresentano una parte del popolo italiano.

Di quanti dei nostri parlamentari, come per il celebrato statista Pericle (morto ad Atene nel 429 a.C.), si potrà dire un giorno che se ne sono andati meno ricchi del proprio padre?

4 risposte a “Antipolitica

  1. Si caro Roberto, è sin troppo facile. Vorrei invece “scagliarmi” contro la stampa nostrana, che tu ben conosci e di cui potrai, se lo vorrai, darmi un’opinione personale dettata dalla tua esperienza “dall’altra parte della barricata”, io ahimè non sono che un lettore. Vedo una totale mancanza di verifica dei dati delle fonti e spesso anche delle fonti stesse e vedo anche uno scollamento fra i titoli degli articoli e gli articoli stessi. Mi spiego meglio. Gli articoli sono redatti prendendo come fonti (quasi sempre) i “si dice” , le chiacchiere di corridoio confondendo così l’etica (se ancora etica c’è) di un quotidiano, magari anche autorevole, con il modo di procedere di una testata di gossip che può permettersi di dire e negare con gran facilità. Le persone intervistata negano di avere detto quello che il giornalista ha scritto asserendo che questi ha “equivocato” il che significa che o il giornalista ha ascoltato una versione riportandola poi diversamente e dovrebbe essere, per questo, pesantemente sanzionato oppure che il personaggio è un palese bugiardo e andrebbe sbugiardato pubblicamente producendo, parola dopo parola, quanto ha asserito durante l’intervista. Per quanto riguarda lo scollamento fra titolo dell’articolo e suo contenuto la cosa si verifica di continuo, specialmente in uno dei più importanti quotidiani nazionali dove il titolo ammicca alle aspettative dei lettori mentre l’articolo devia da proprio titolo per andare in direzione alle volte addolcita ed alle volte addirittura contraria. Questo accade nella certezza, da parte degli Editori, che i lettori si soffermino ai titoli, che i telegiornali ,nella rassegna stampa, citino solo i titoli e che i lettori non leggano. In questo c’è una totale mancanza di etica e anche di onestà di opinione. Il redattore dà un colpo al cerchio (il grosso pubblico) e uno alla botte (l’editore o, in rari casi, la propria coscienza).
    Questo in modo speciale per quanto concerne la politica. Non parliamo della critica di ogni argomento dove si liscia costantemente il pelo a chi è oggetto della critica stessa e che spesso è anche inserzionista o lo potrebbe diventare. Così abbiamo solamente automobili e motociclette ottime e che mai si potrebbero guastare, tutte con consumi bassissimi e prestazioni mirabolanti. Film sempre belli (la classica fantozziana boiata no si legge mai) cantanti bravissimi….attori impareggiabili (anche la Bellucci) e così via.
    Ma questo è giornalismo?
    E allora come possiamo pretendere che vi sia Politica in un Paese dove non c’è nemmeno informazione?

    • Caro Franco, rispondo ai tuoi quesiti. Distinguo subito tra quotidiano (anche online quindi) e periodico, proprio per una questione di tempistica. Nel primo caso chi scrive deve farlo a tamburo battente e quasi mai ha solo un testo da consegnare entro la chiusura della sera: cioè dalla mattina o dal pomeriggio (quando esce la notizia o quando gli viene richiesto di approfondirla) ha poco tempo per cercare le persone da intervistare (a volte recandosi sul posto) e per fare altre necessarie verifiche. Poi ci sono le versioni ufficiali fornite dalle autorità e quelle delle controparti, che in genere non convergono mai: e già questo dà l’idea di come sia difficile (impossibile) comunicare dati che invece si vorrebbe fossero obiettivi. Ecco il perché dei “si dice” che non sono necessariamente chiacchiere di bar (in alcuni casi sì e servono a dare l’idea della possibile verità non detta, non ufficiale, magari conosciuta da tutti, ma taciuta; costituiscono l’atmosfera in cui la notizia si è sviluppata). Senza contare che ci si scontra spesso con la reticenza delle persone che non vogliono dire, che non possono parlare, che hanno paura di ripercussioni. Spesso qualcuno pretende che il proprio nome non venga citato e questo ingenera nel lettore la convinzione che si tratti di invenzioni giornalistiche. Poi però, di contro, ci sono sì anche giornalisti che inventano di sana pianta alcuni particolari per colorire la scena che stanno raccontando…
      Poi c’è un altro aspetto: qualità e quantità delle fonti. Nei casi di cronaca le fonti sono quelle ufficiali, spesso scarne di dati. Mettiamo ci sia stato un omicidio e gli inquirenti ti dicano pochino: tu devi riempire una pagina di giornale con dati sufficienti a 15 righe. Cosa fai? Cerchi altre fonti, cerchi di capire qual è l’ambiente in cui è maturato, intervisti l’entourage… Ma per tutti i casi gravi il giornale non si limita a parlarne per un giorno: tiene viva l’attenzione per quattro- cinque giorni e bisogna trovare sempre notizie nuove da aggiungere.
      Quanto al prodotto finito: i titoli vengono scritti dagli stessi estensori degli articoli solo nel caso che questi siano i redattori del giornale (gli stipendiati che siedono in redazione), altrimenti nel caso di corrispondenti o collaboratori, è chi sta nella cosiddetta “cucina” a fare i titoli. Ecco perché spesso i titoli risultano forzature del testo o prendono spunto solo da una parte di esso. Poi vale il principio che titolare “Delitto in appartamento” non è lo stesso che titolare “Moglie fatta a pezzi”, nel senso che uno è piatto e l’altro incuriosisce; e il senso del titolo sta tutto nel creare curiosità con poche parole per invitare a leggere un testo lungo. Il titolo poi è legato allo spazio: una, due o tre righe in cui deve riassumere il senso in una sintesi estrema. Oggi a computer il titolo lo puoi stringere e rimpicciolire per allungarlo, una volta era impossibile. Poi ovviamente negli articoli e nei titoli esistono forzature (volute o meno), errori, fraintendimenti che fanno parte del gioco: l’importante è che siano onesti e non pilotati ad arte per far credere ciò che non è. Quante volte, citando l’intervento di un politico, leggiamo nei titoli frasi forti che in realtà, nel discorso, volevano essere solo allegorie o paradossi? Mi viene in mente quello di Grillo che si dichiarò peggio di Hitler. Parlando del reddito di cittadinanza e del fatto che si potrebbero tagliare 3 miliardi di spese militari per aiutare chi non ce la fa, disse testualmente (diretta di RAInews su Youtube): “Perché non si può fare? Noi lo facciamo. Ecco il perché. Dicono che io sono Hitler. Io sono oltre Hitler. Questo l’ho fatto per Rete 4 che lo trasmetterà dicendo Ecco chi è Grillo: Io sono oltre Hitler”. Difatti ecco alcuni titoli apparsi poi: Grillo senza freni: “Sono peggio di Hitler, li processiamo tutti”; Beppe Grillo a Torino: “Io sono oltre Hitler”. Processo pubblico a politici e giornalisti; “Hitler? io sono oltre”; “Vinciamo noi, io sono oltre Hitler”; “Sono oltre Hitler. E senza Stalin, Schulz avrebbe la svastica”. Qui le frasi pronunciate sono state riportate correttamente, ma i titoli completi inducono nel lettore il convincimento che il discorso pronunciato sia stato filo nazista. In questi casi sono presenti due componenti: la necessità di condensare in poche battute (caratteri di stampa) i pensieri espressi e magari la voglia di dare al lettore la visione di un proclama apocalittico.
      Dietro un titolo ci stanno molte cose: ecco perché non bisogna mai fermarsi ai titoli, ma è bene approfondire. Anzi, qualcuno suggerisce che, per farsi un’idea di come stanno davvero le cose, sarebbe sempre bene andarsi a leggere cosa riporta la stampa estera, meno coinvolta emotivamente nelle vicende di casa nostra.

    • Caro Angelo, perchè porre un limite temporale al mandato? Per dare a tutti la possibilità di sedere in quegli scranni? Perchè restituire i compensi? Se sono troppo elevati li si riduca. Come è possibile restituire le spese non sostenute? Se non sono state sostenute non devono essere rimborsate, ovviamente. Credo che invece si deva dare agli elettori, ai Cittadini, l’opportunità di eleggere chi essi stessi decidono e non liste listoni e listarelle compilate da partiti che spesso non rappresentano nessuno. Poter chiamare partito solamente la formazione che abbia un numero di firme documentate e certe in numero di almeno uno o due milioni e dare una soglia ai partiti in modo che chi ha meno di una certa percentuale (penso un 8%) non possa sedere in Parlamento così che gruppuscoli non vaghino più da una coalizione all’altra DOPO essere stati votati. Regole, regole certe e non interpretabili e che vengano rispettate

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