Tedeschi smemorati


 

800px-Hermann_Josef_Abs_-_LSA_1953_Unterzeichnung (1)1953. Anche la Grecia dimezza il debito della Germania

 

La Storia si ripete sempre e sempre ci trova impreparati: o abbiamo la memoria corta o non conosciamo ciò che è successo prima che venissimo al mondo. Allora di fronte alla crisi di Atene e al default dello Stato greco, è bene ricordare cos’è accaduto a chi sta facendo di tutto per affossare quel Paese. Parliamo della Germania.

Forse non sappiamo (o abbiamo dimenticato) che il 24 agosto 1953 a Londra dopo 6 mesi di trattative, rappresentanti dei governi di Belgio, Canada, Ceylon, Danimarca, Francia, Grecia, Iran, Irlanda, Italia, Jugoslavia, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Pakistan, Gran Bretagna, Irlanda del Nord, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Unione Sudafricana, firmarono un accordo che azzerò metà del debito della Germania Ovest: 17 dei 32 miliardi di deutschmarks. L’accordo si chiamava Agreement on German External Debts e London Debt Agreement (foto sopra il titolo). Proprio così: anche la Grecia partecipò a cancellare parte del debito che la Germania nazista aveva nei suoi confronti. Con quella decisione non si presero in considerazione i debiti che i tedeschi avevano contratto con l’Europa orientale comunista. Il debito era di 16 miliardi di marchi (contratto per pagare i danni della grande guerra) più altri 16 miliardi prestati dopo il 1945 dagli Usa: debiti non solo statali, ma anche privati, che nel totale costituivano un quarto del reddito nazionale, ossia molto meno dell’80% di debito che oggi hanno Paesi come Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna. L’accordo fissò quindi in 15 miliardi di marchi il debito che la nuova Germania avrebbe dovuto rimborsare in rate trentennali. Ciò permise ai tedeschi di risollevarsi e di diventare il colosso economico- finanziario di oggi. Un colosso dalla memoria corta.

Dopo il 1953 firmarono l’accordo per cancellare il debito tedesco anche i seguenti Stati: Argentima, Cambogia, Cameroun, Congo Belga, Egitto, Federazione di Rodesia, Nuova Guinea, Nyasaland (attuali Malawi, Zambia e Zimbabwe).

Cancellare metà del debito tedesco fu il prezzo che una parte del mondo sopportò per avere una solida roccaforte al confine con il comunismo sovietico, e questo ha fatto la differenza rispetto ad altre crisi seguenti, trattate in modo diverso: America Latina e Africa (anni ’80 e anni ’90), Estremo Oriente (metà anni ’90), Russia e Argentina (fine ‘900), Europa oggi.

deutsche-mark-noteBilancia commerciale in rosso?

Niente rimborso del debito

Oltre al dimezzamento del debito ecco un punto fondamentale dell’accordo firmato nel 1953. La Germania Ovest avrebbe proceduto a rimborsare il debito solo in caso di eccedenza commerciale, mentre in presenza di deficit non avrebbe pagato per non indebitarsi ulteriormente. In caso di bilancia commerciale in passivo la Germania Ovest era autorizzata a limitare le importazioni: quindi chi voleva riavere i soldi prestati era indotto a importare merci tedesche. La svalutazione del marco rese i prodotti tedeschi più convenienti per gli stranieri e l’export crebbe rapidamente permettendo alla Germania di ripagare il debito residuo entro i tempi fissati. Questo fu l’elemento vincente per tutti, creditori e debitrice, dato che la sola esistenza di questa clausola permise alla Germania di ricostruire la sua economia e di sostenere le esportazioni svalutando la moneta.

merkel-3d-glassesDue pesi due misure

Se tra gli anni ’50 e ’60 le eccedenze commerciali della Germania Ovest le consentirono di rimborsare il debito (a parte il 50% abbuonato), oggi esse hanno invece contribuito ad aumentare il debito di Paesi come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna.
Nel 1958 (primo anno di restituzione del debito tedesco) i Paesi creditori si accontentarono di ottenere dalla Germania il 2,9% di quanto essa esportava; oggi invece Fondo Monetario Europeo e Banca Mondiale non ammettono rimborsi inferiori al 15% – 25% del valore delle esportazioni dei Paesi debitori e alla Grecia si chiede di rimborsare valori pari al 30% del suo export (nella foto Angela Merkel)

20140726_amd101Stati e privati nella stessa barca

Altro punto cardine di quell’accordo fu il fatto che il programma di ristrutturazione coinvolse sia gli Stati sia i creditori privati. In questo modo si evitarono le situazioni verificatesi in seguito: quando a inizio Duemila furono cancellati 130 miliardi di debiti nei confronti di 35 tra i Paesi più poveri del mondo, il trattamento escluse le società private che avviarono cause di risarcimento impossibili da sostenere per alcune economie africane stremate.

Lo stesso capitò dopo il default dell’Argentina nel 2001 quando molti creditori privati sottoscrissero un nuovo accordo che prevedeva uno sconto del 70% sul debito nominale: in quel caso alcuni fondi avvoltoio che avevano riacquistato parti del debito durante la crisi oggi esigono in tribunale il rimborso totale del debito all’Argentina. Il rifiuto argentino ha comportato un nuovo default che perdura.

Se oggi gran parte della crisi del debito nasce da debiti inizialmente a carico di società private (soprattutto banche), con l’accordo di Londra tutti i debiti finirono in un unico calderone: difatti perché un’economia esca dalla stagnazione dovuta a debiti eccessivi, vanno ristrutturati sia il debito detenuto dai privati sia quello detenuto dai governi.

Nel 2007 i prestiti contratti dai privati fecero balzare il debito totale dell’Irlanda al 1000% del PIL. Ma in quel caso il governo irlandese poté approfittare di un avanzo di bilancio e il suo debito totale (detenuto sia da risparmiatori irlandesi sia da creditori esteri) era solo l’11% del PIL.

Nel caso tedesco furono previste consultazioni fra il debitore e i creditori sotto la supervisione di un organismo internazionale super partes. Oggi al contrario sono i governi e le istituzioni creditrici (Club di Parigi, FMI, BCE) a imporre i termini dell’accordo ai Paesi debitori e addirittura dettano le politiche di austerità con forti ingerenze sulla sovranità nazionale e vogliono che si realizzino liberalizzazioni sui mercati.

Grecia-poverta-cover_su_vertical_dynIl caso greco

Il debito greco è salito dal 133% al 174% del PIL. Il salario minimo è crollato del 25%, la disoccupazione giovanile è oltre il 50%. E più del 20% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Nel 2011 in Grecia il debito nominale è stato ridotto di oltre il 50% per 9 creditori privati su 10. Malgrado questo i creditori vollero che il nuovo debito fosse sottoposto al diritto britannico. I creditori che detenevano il precedente debito sotto legislazioni diverse sono rimasti fuori dall’accordo, e possono così esigere il pagamento completo della somma originaria. Va detto che molti di questi debiti sono in possesso di fondi speculativi che hanno comprato il debito a prezzi bassissimi per pura speculazione sulla pelle del popolo greco. I prestiti fatti alla Grecia per coprire il debito negli ultimi due anni, hanno di fatto trasferito il debito dai creditori privati al FMI e ai governi dell’Unione Europea e questa parte non ha subito alcuna riduzione, superando di molto il 100% del PIL greco.

La Jubilee Debt Campaign lancia un appello http://jubileedebt.org.uk/ (è possibile sottoscriverlo) per la cancellazione dei debiti ingiusti dei Paesi più indebitati, promuovere una tassazione giusta e progressiva uscendo dalla logica di nuovi prestiti che fanno precipitare i Paesi poveri nella voragine del debito solo per arricchire speculatori e grande finanza. Fonte: jubileedebt.org.uk

zdyazjqtvvvpdp8felcxRaccolta fondi per la Grecia

E mentre l’Europa della politica dice no alla Grecia, gli europei (la gente comune) ha cominciato in silenzio, su Internet, ad aiutare concretamente quel Paese mettendo mano al portafogli. La campagna  Greek Bailout Fund lanciata dal sito Indiegogo in 5 giorni grazie a 85.271 persone (ore 18,46 del 2 luglio 2015) ha raccolto 1.472.992 euro. https://www.indiegogo.com/greek-bailout-fund.html

 

 

Cefalu_Christus_Pantokrator_croppedPadre nostro…

La finanza, si sa, è decisamente laica e strizza l’occhio alla solidarietà solo se intravede un immediato tornaconto d’immagine (quindi sempre e solo economico). Se uomini di governo, investitori e finanzieri che si professano cristiani, si fermassero per un attimo a ragionare sulle ultime parole di una preghiera che recitano meccanicamente la domenica, forse il mondo sarebbe un po’ migliore: Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Amen.

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