Movimento di popoli


somalia-34-1Istinto di sopravvivenza

Se mi sveglio con la fame mi sposto dalla camera da letto, dove notoriamente non c’è cibo, e raggiungo la cucina. Se in città si scatena una lite violenta cerco di non farmi coinvolgere, chiamo aiuto e cambio strada. Se non trovo lavoro nella mia città mi sposto più lontano. Sono le mie naturali reazioni, è il mio istinto di sopravvivenza, sono le mie piccole migrazioni. Ovvietà, ma non per tutti. In tanti, nel cosiddetto primo mondo , non concepiscono che un uomo, una donna, i loro figli e i loro parenti, possano lasciare le proprie case (in pericolo, bombardate o semplicemente poverissime) cercando rifugio altrove per sopravvivere. O meglio, lo sopportano purché questo altrove non sia vicino alla propria, di casa. Perché trovarsi a contatto visivo con la sofferenza non piace a nessuno: ci rende fragili, ci fa abbassare la guardia mettendoci sullo stesso piano degli altri perché ci mette in contatto con l’umanità, con la nostra anima. E l’anima, si sa, è distante dall’auto, dal cellulare e dalla tv hd.

Ma le migrazioni fanno parte della storia dell’Uomo, anzi hanno fatto la storia del nostro pianeta. E non è possibile evitarle. Proviamo a immaginare, per assurdo, che l’ Homo Erectus si fosse trovato così bene in Africa da non sentire l’esigenza (e anche la curiosità) 1,8 milioni di anni fa, di dare il via al fenomeno dei migranti, spostandosi in cerca di cibo e di riparo da un clima divenuto impossibile: oggi al mondo esisterebbero solo africani, tutti concentrati nel loro continente, e non staremmo qui a parlare di immigrazione perché semplicemente noi non esisteremmo.

Ma se queste migrazioni ci sono sempre state, e noi europei siamo il frutto di un miscuglio di genti ( dire razze è sbagliato perché la Terra è popolata da un’unica razza, Homo Sapiens ), possiamo immaginare che le migrazioni accompagneranno la specie umana per sempre e non si potranno arrestare: a meno che tutti i popoli non vivano in una condizione ideale, tale da non obbligarli a scappare dalla loro terra.

botticelli-primaveraI geni degli italiani

Chi siamo noi italiani, popolo adagiato sugli allori di una cultura millenaria e quindi delle nostre origini, se non un coacervo di geni greci, palestinesi, egiziani, turchi, libici, tunisini, albanesi, slavi, scandinavi, tedeschi, francesi, spagnoli, rumeni, ungheresi, inglesi e anche americani, indiani, marocchini? Tutti i popoli che sono venuti da noi (il più delle volte non in pace) hanno lasciato le loro tracce e quel che siamo lo dobbiamo a quest’inevitabile mescolanza. La nostra identità ha radici lontane, nel tempo e nello spazio. Oggi la genetica ci dice che i soli ceppi europei rimasti quasi integri rispetto agli scambi avvenuti, sono soprattutto quelli dei baschi, e poi degli islandesi, dei lapponi e dei sardi.

Mentre in Inghilterra il grado di omogeneità genetica della popolazione (percentuale di non mescolamento con extraeuropei) è tra il 91 e il 92%, in Italia è del 74%: e questo nonostante l’Inghilterra da sempre ospiti sudditi delle sue ex colonie, cosa che per l’Italia non è avvenuta. In Italia le aree più fortemente contaminate a livello genetico rispetto alle primitive migrazioni che hanno dato origine al ceppo italico, sono, ad opera delle invasioni arabe, la Sicilia per circa il 6,5% (un secolo di colonizzazione), e in misura minore Puglia e Campania. Molto meno del 10% di cambiamento quindi, dopo cent’anni di mescolamento.

In Europa esistono 13 aplogruppi (appartenenza genetica in linea paterna, che resta immutata dalle origini) che indicano da dove proveniamo originariamente. Noi italiani apparteniamo all’ R1b che è l’aplogruppo più comune nell’Europa occidentale: arriva con tutta probabilità da una vasta area compresa tra il mar Caspio e l’India settentrionale. Quindi geneticamente abbiamo elementi molto comuni con popoli dell’Armenia, del Turkmenistan, dell’Afghanistan, del Camerun e con i Baschiri degli Urali e gli Uiguri della Cina.

L’aplogruppo R1b si suddivide a sua volta in tre ramificazioni e la nostra (italica) ci accomuna ad Alpini, Baschi, Bretoni, Catalani, Gaelici, Iberici . Solo i Sardi fanno parte di un ramo che li mette in contatto con Ebrei e Africani.

Ecco le distinzioni genetiche esistenti in Italia, rilevate dai genetisti secondo la percentuale di distribuzione degli aplotipi del cromosoma Y sul territorio: dove per aplotipo si intende la combinazione delle varianti lungo un cromosoma che vengono generalmente ereditate insieme. Gli studi identificano due aplotipi europei: Eu18 ed Eu19. Di seguito gli aplotipi presenti in Italia e in altre parti del mondo:

R1b: Europa, Caucaso, Asia Centrale, Sud Asia, Nord Africa, Africa Centrale

J2: Asia centrale, Asia del sud, Europa del sud e nord Africa

E1b1b: Africa est, Africa nord, Medio Oriente, Mediterraneo, Balcani

I1: Nord Europa

R1a: Asia Centrale, Sud Asia, Europa Centrale, Europa del nord e dell’est

I2a e I2b: Europa centrale e del sud, Sardegna

G2a: molti gruppi etnici in Eurasia, molto comune nel Caucaso, in Iran e Anatolia; in Grecia, Penisola Iberica, in Tirolo, Repubblica Ceca

J1: popolazione semitica del Medio Oriente, Etiopia, nord Africa, popolazione caucasica del Daghestan

Q: Asia, Americhe

T+L: Asia, Mediterraneo, Africa

E questa è la suddivisione geografica degli aplotipi:

ITALIA SETTENTRIONALE: 55% di R1b, 11,5% di J2, 11% di E1b1b, 6% di I1, 4,5% di T +L, 3,5% di R1a, 2,5% rispettivamente di I2a, I2b,G2a, 0,5 di J1.

ITALIA CENTRALE: 43% di R1b, 19,5 di J2, 10% di E1b1b, 8,5% di G2a, 5% di I2b, 3,5% di T +L, 3,5% di R1a, 3 di I1, 2 di I2a e di J1.

ITALIA MERIDIONALE: 29% di R1b, 23,5 di J2, 18% di E1b1b, 8,5% di G2a, 5,5% di T +L, 5% di J1 e rispettivamente 2,5% di I1, I2a, I2b, R1a.

SARDEGNA: 37% di I2a, 22% di R1b, 15% di G2a, rispettivamente 10% di J2 e di E1b1b, 2% di Q e 1,5% di T +L.

SICILIA: 30% di R1b, 26,5% di J2, 17,5% di E1b1b, 8% di I1, 6% di T +L, 5,5% di G2a, 4,5% di R1a, 4% di J1 e rispettivamente 1% di I2a, I2b, Q.

42-24534852-1680x1050L’origine degli italiani

L’origine degli italiani risale al Paleolitico superiore (inizio 40.000 anni fa), quando la popolazione del nord (portatrice nel cromosoma Y dell’aplotipo I1a) abbandonò la Scandinavia per trovare riparo dalla glaciazione in aree più temperate.

IMG_6660L’agricoltura ce l’hanno portata i migranti

Se verso l’Africa il mondo intero ha un grande debito, perché dall’Africa tutto ha avuto origine, l’Europa ha un grande debito di riconoscenza verso il Medio Oriente : debito che non ha mai voluto ripagare, ritenendolo acqua passata. Circa 12.000 anni or sono fu un’ondata di migranti mediorientali a portare con sé in Europa e in Italia la grande invenzione del tempo: l’agricoltura. Per loro era stata una rivoluzione e lo divenne presto anche per gli abitanti del continente europeo.

Tra la primissima grande migrazione e questa terza, l’Italia fu interessata da una seconda che tra i 18.500 e i 15.500 anni fa introdusse l’aplotipo mediorientale J2,  mentre non è chiaro quando in Italia sia arrivato l’aplogruppo G ( presente nell’11% dei sardi e nell’8% dei sud tirolesi, ma anche in Nord Africa, Medio Oriente, Europa, India, Malesia).

ScreenHunter_01-Sep.-18-08.31Più europei gli italiani del nord

Nell’Italia settentrionale l’aplogruppo R1b, la linea genetica più arcaica e più presente in Europa, ha oggi una forte concentrazione nella provincia di Bolzano e nel centro Emilia (80%), è del 70% tra Lombardia, Veneto, Emilia e Toscana, del 60% in Piemonte e Valle d’Aosta, del 50% nel Friuli Venezia Giulia, Veneto sud- orientale, Romagna, Liguria, Toscana orientale e Umbria e cala poi nelle altre regioni. Ma già nell’ età della pietra (inizio Neolitico 9.000 anni fa) questo aplogruppo iniziò ad essere contaminato da forti migrazioni asiatiche e anatoliche (aplotipi E3, B1, J2). E dalla Francia 9.000 anni fa entrò in Sardegna l’aplotipo scandinavo I1b2.

Le successive migrazioni e la colonizzazione di epoca romana non hanno molto influito sul patrimonio genetico italiano, che appare sostanzialmente quello di prima di Cristo.

A proposito dell’Italia una ricerca genetica pubblicata su Current Biology parla di grande disomogeneità genetica all’interno della popolazione, pari a quella che si nota tra le regioni europee più distanti tra loro.

22.Neolitico-e1419418717535La mamma d’Italia era N.

Lo studio del DNA mitocondriale ereditato invece in linea materna, ha permesso di risalire alle origini delle mamme europee. Qui vediamo da dove arrivano gli italiani di oggi: per il 33,5% presentano un mitocondrio appartenente all’aplogruppo H (euroasiatici occidentali) originatosi in Europa meridionale e in Medio Oriente circa 20.000 anni fa; seguono un 12,5% di aplogruppo U appartenente a una donna vissuta 55.000 anni fa ( è il più antico in Europa, presente in Scandinavia, Paesi Baltici, Mediterraneo ); un 12% di T originatosi 17.000 anni fa in Mesopotamia; un 7,5% di J che nasce nel Medio Oriente; un 7% di K (arrivato dal Medio Oriente 16.000 anni fa); un 4,5% di V originatosi in Spagna 15.000 anni fa; un 2,5% di W originario del Nordest italiano 25.000 anni fa; un 2% di I europeo di 30.000 anni fa; e un 2% di X2 risalente al nordest europeo di 30.000 anni fa. Segue un 16,5% di aplogruppi minori. In generale la prima originaria mamma italiana (ma anche europea) era eurasiatica: aveva cioè tratti comuni con chi viveva in tutta l’Asia e l’Estremo Oriente, l’Europa meridionale, l’Australia. Apparteneva al macro aplogruppo N, mentre esistono poi gli altri due aplogruppi L e M: dell’L fanno parte quasi tutti gli africani, dell’M Etiopi, Indiani, Siberiani, Somali, alcuni amerindi e alcuni asiatici.

73efea88-ee15-498f-9694-eedf5ce4bf23Migrazioni iniziali

Nelle prime migrazioni l’ Homo Erectus non diede fastidio a nessuno, semplicemente perché al di fuori dell’Africa non c’era nessuno. I primi problemi sorsero con quelle seguenti, praticate circa 75.000 anni fa, quando l’ Homo Sapiens africano proseguì la colonizzazione del continente euro-asiatico-oceanico andando ad occupare territori in cui vivevano le altre due razze umane esistenti: Neanderthal e Denisovianos (stavolta il termine razza, per i genetisti, è appropriata). E con esse si integrò dando vita a quel mix di geni che costituiscono l’uomo moderno.

110815_r21179_g2048-1200Grazie Neanderthal!

Se noi occidentali resistiamo bene al virus dell’HIV e abbiamo un forte sistema immunitario ( e di contro ci ammaliamo più facilmente di atropatia psoriasica e della rara sindrome di Behçet ) è perché più o meno 75.000 anni fa un nostro progenitore Sapiens ha fatto sesso con un Neanderthal. E se gli asiatici resistono bene alla malaria devono ringraziare un iniziale rapporto sessuale tra un loro antenato Sapiens e un loro antenato Denisovan che viveva nell’Asia occidentale. Oggi sappiamo che il 99,7% del nostro Dna è uguale a quello del primitivo Uomo di Neanderthal e che abbiamo fissato nel nostro patrimonio genetico il 2% di quello neanderthaliano. Certo va anche detto che abbiamo il 98,8% del Dna dello scimpanzé: la diversità tra umano e animale sta in quell’ 1,2% , quel po’ di meno di umanità che ha fatto sì che gli scimpanzé non abbiano mai scatenato nemmeno una guerra mondiale!

unhcr-5Il punto di partenza

Ma se l’Africa è il punto di partenza dell’umanità, all’Africa l’uomo occidentale ha sempre sottratto quel che poteva. Ha sottratto uomini, rendendoli schiavi da vendere, ha sottratto animali, da vendere per i giochi nelle arene e nei circhi, ha sottratto risorse del sottosuolo per arricchire l’Occidente. E la usa come bacino per i suoi esperimenti medici e militari. Sembra fin troppo facile corrompere con armi e denaro i potenti del luogo per ottenere enormi vantaggi che non restano mai sul posto. A nessuna grande potenza del mondo, impegnata a sfruttare l’Africa e a venderle le sue armi, interessa (se non a parole) la sopravvivenza della sua gente. E’ una triste storia di sfruttamento che si perpetua. E che oggi l’Europa non solo non vuol ammettere, ma nemmeno prova a correggere. Permettere che questo stato di cose si perpetui, come ineluttabile dato di fatto, è da complici. Senza memoria, senza ragione, senza cuore.

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