Le ultime testimonianze


SerenaShim1Uomini Isis sui camion Onu ?

Giornalista Usa lo dice , poi muore

C’è una brava giornalista americana, c’è un Paese amico dell’Occidente che l’accusa di spionaggio, c’è un reportage che lascia intendere che quel Paese sta infiltrando terroristi Isis in Siria e c’è un incidente sospetto in cui lei muore. Tutti gli ingredienti di una spy story con annesso intrigo internazionale, e non di poco conto. Peccato che sia accaduto veramente e a farne le spese sia stata una coraggiosa ragazza di 29 anni.

La sua fine riporta alla mente quella della giornalista italiana Italia Alpi e dell’operatore Rai, Milan Hrovatin uccisi in Somalia nel 1994 per aver scoperto qualcosa che evidentemente coinvolgeva troppi interessi economici e politici; fa ricordare anche l’auto dello 007 italiano Nicola Calipari , della giornalista Giuliana Sgrena e del maggiore del Sismi Andrea Carpani crivellata dal fuoco amico americano; ricorda tante altre persone scomode, rimaste uccise in incidenti apparentemente banali. La storia ci ha insegnato che i forti interessi politici ed economici non si fanno troppi scrupoli a eliminare i sassolini che rischiano di inceppare i loro ingranaggi: e la stampa libera finisce a volte nello schiacciasassi. Ecco perché anche se questo, assicurano le autorità locali, è un fortuito incidente stradale, è sempre lecito nutrire qualche dubbio.

La giornalista in questione è finita schiacciata dentro l’auto a noleggio guidata dal suo operatore, Yudi Irish, sua cugina, rimasta leggermente ferita. A prendere in pieno frontalmente l’auto, un camion betoniera. Lei era Serena Shim, 29 anni appena compiuti, nata a Detroit e morta il 19 ottobre 2014 a Suruc in Turchia. Mamma di due bambini piccoli. Islamica di origini libanesi, la conoscenza dell’arabo l’aiutava come corrispondente di guerra per Press Tv, emittente satellitare iraniana che trasmette informazioni 24 ore su 24 in lingua inglese. Per quella tv si trovava in Turchia a testimoniare la situazione del confine con i curdi di Kobane e gli effetti della guerra in Siria: Kobane, la città da cui scappava il piccolo Aylan che abbiamo imparato a conoscere in questi giorni quando il suo corpicino è finito sulle coste turche. Incidente-300x209

Il 17 ottobre 2014 Serena fece sapere alla sua redazione che l’intelligence turca la sospettava di essere una spia e quindi si sentiva in pericolo, temeva di finire in prigione. Il motivo? Probabilmente, disse, un suo servizio in cui aveva riferito di aver visto militanti dell’Isis entrare in Siria dalla Turchia dentro camion con le insegne dell’ong World Food Organisation , organismo delle Nazioni Unite che combatte la fame nel mondo. E tutti sanno che i valichi turchi sono ben presidiati. Lei aveva descritto i passeggeri di quei camion come particolari, per il loro abbigliamento e per le loro tipiche barbe. A proposito di quella testimonianza nel suo ultimo servizio disse: Noi siamo stati tra i primi, se non i primi… Due giorni dopo questo scoop in diretta, di Serena restava solo un ammasso di ossa e carne stritolata tra le lamiere dopo lo scontro frontale col tir lungo una strada a senso unico.

serena-shimin-crashed-croppedIncidente o delitto?

Ora la famiglia della giovane giornalista attende che le autorità americane muovano dei passi nei confronti dell’alleato turco per chiarire se Serena sia davvero morta per la disattenzione della cugina, come sostiene la polizia del posto. Ma da parte americana, dice la madre Judy Poe, l’inchiesta non parte mai, anche perché dalla Turchia si smentiscono connessioni coi servizi segreti…

Resta comunque strano che la giovane sia stata sepolta a Beirut (sua terra di origine) prima che l’ambasciata degli Stati Uniti avvisasse il marito, raggiunto solo una settimana dopo.

 

_80718787_kobane8Gli amici dell’Isis

Se invece la morte di Serena Shim non fosse un tragico errore umano, ma un caso di politica internazionale come da alcune parti si pensa, rientrerebbe nel quadro della lotta senza quartiere che la Turchia da anni ingaggia contro i curdi e forse aprirebbe anche altri inquietanti scenari di possibili complicità tra i Paesi occidentali e gli islamici nemici del dittatore siriano Bashar- al- Assad. Complicità che inducono alcuni a sospettare che Isis possa essere una feroce milizia certamente assassina e fanatica, ma non del tutto spontanea: o meglio, foraggiata da potenze occidentali (attraverso proprie lobby) interessate alla totale destabilizzazione dell’area e a una definitiva conquista dei giacimenti petroliferi e della delicata area geopolitica mediorientale. Manu militari, è solo questione di tempo. E più le azioni Isis attraverso la loro scientifica propaganda suscitano orrore nel mondo intero, più la comunità internazionale si convince dell’esigenza di un intervento armato definitivo. Isis sfida il mondo così come faceva Hitler; e in fondo come il Terzo Reich potrebbe anche essere un movimento fine a se stesso che non gode della complicità degli infedeli. Questo almeno è quello che ci fa vedere con i suoi proclami.

In ogni caso, sia che Isis sia un virus spontaneamente generato dal vuoto di potere apertosi dopo la guerra occidentale contro l’Iraq (poi la Libia e la Siria), sia che sia un alleato di ieri il cui controllo è sfuggito di mano (coraggiosa versione data dal segretario di Stato americano Hillary Clinton) , sia che risulti un’organizzazione sponsorizzata dalle stesse potenze che ufficialmente la combattono, è una realtà con cui il mondo si deve rapportare; nella completa paralisi delle Nazioni Unite, ostaggio perpetuo dei veti dei suoi “grandi elettori”.

E’ una realtà economicamente ben consolidata, che gode di solidi aiuti (si dice di privati cittadini di Quwait, Arabia Saudita ed Emirati). Ma possono privati cittadini, da soli, finanziare un esercito irregolare fatto sì di suv neri sormontati da mitragliatrici, ma anche di cannoni e razzi, che sta conquistando interi Stati, o ci sono altri soggetti che soffiano sul fuoco? C’è insomma la manina che aiuta, o peggio la mente che pianifica? (sopra il titolo la città di Kobane oggi)

1980strage2Pochi Stati davvero indipendenti

Leggendo gli atti del processo Moro saltano fuori connessioni anche impensabili, si legge di Paesi occidentali nostri amici, che facevano il tifo per i brigatisti più feroci; di armi vendute alle Br; e tutto per evitare che in Italia il Partito comunista entrasse al governo con la Dc. Un fatto che sembrava squisitamente di criminalità nazionale era invece qualcosa di estremamente più grande, che rientrava nella strategia della tensione su cui soffiavano potenze straniere di qua e di là dal Muro di Berlino. In tutto il mondo ci sono stati e ci sono Paesi che si danno da fare (con soldi, armi e preparazione militare) per aiutare sollevazioni popolari o golpe che mettano al potere governi fantoccio i quali domani saranno riconoscenti agevolando le loro politiche espansionistiche (una volta lo si chiamava imperialismo ). Nel caso del terrorismo italiano si trattava “solo” della stabilità atlantica dell’area, oggi è in gioco molto di più, come si è visto con le due guerre del Golfo e col loro strascico senza fine. E, come si dice, non c’è due senza tre.

Sarebbe interessante sapere se chi pianifica queste rivoluzioni, che solo in parte hanno il sapore della libertà e della democrazia, progetta anche gli esodi biblici di cui alcuni Paesi europei sono duplicemente protagonisti: prima come coautori della guerra e poi come destinatari dei flussi di quanti da quella guerra fuggono via. (sopra il titolo foto della strage alla stazione di Bologna)

Sarebbe anche interessante approfondire il ruolo avuto dall’Italia come amica dei nemici di Assad, prima che la comunità internazionale trovasse di nuovo utile riprovare simpatie per il dittatore, per frenare l’avanzata del cosiddetto Stato Islamico :

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=64069&typeb=0&007-italiani-hanno-addestrato-militanti-sunniti-poi-passati-con-Isis

 

Mideast-Gaza-Journali_Horo-e140793641419150 giornalisti uccisi nel 2014, 13 solo in Siria

Esiste un elenco dei giornalisti che vengono uccisi nel mondo per quello che raccontano: lo stila il Committee to Protect Journalists . Cinquanta le vittime nel 2014, tra cui gli italiani Andrea Rocchelli fotografo di Cesura Photo Agency (foto in basso) ucciso da colpi di mortaio in Ucraina il 24 maggio e Simone Camilli fotografo e operatore dell’ Associated Press (foto sopra il titolo) ucciso dall’artiglieria israeliana in Palestina il 13 agosto.

Dove la stampa nel 2014 ha lasciato più cadaveri sul campo è la Siria, con 13 morti. Seguono Iraq, Palestina, Somalia, Ucraina con 4; Afghanistan, Brasile e Pakistan con 3; Paraguay con 2; Congo, Egitto, Guinea, India, Libano, Libia, Messico, Myanmar, Repubblica Centrafricana, Yemen. Il 2015 si è aperto con le 8 vittime francesi di Charlie Hebdo, ma il numero dei morti nel mondo è salito a 42. Rocchelli

E 221 sono i giornalisti in carcere nella prima metà del 2015: il numero più elevato dall’anno 2000 dopo i 232 del 2012: 30 sono detenuti in Iran, 23 in Eritrea, 17 in Etiopia, 16 in Vietnam, 12 in Egitto, 10 in Myanmar.

Poi ci sono i giornalisti in fuga dal proprio Paese. Negli ultimi 5 anni scappano soprattutto dalla Siria e molti di loro non sono giornalisti in senso classico, ma cittadini che avevano deciso di raccontare al mondo, con foto, video, articoli, cosa stava succedendo in casa loro.

Nell’elenco dei 50 giornalisti uccisi nel 2014 nel mondo, il nome di Serena Shim non compare, proprio perché morta per incidente stradale.

E’ passato un anno e della giornalista Usa la stampa internazionale si è quasi subito dimenticata: una delle tante vittime dell’informazione coraggiosa che sceglie di andare a vedere cosa succede in prima linea. Quando uno mette a rischio la vita, che la perda non fa troppo notizia.

Video ultimo servizio di Serena Shim su Press Tv 

 

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