Le ragioni dell’empatia


1917 profughi in austria?

Migranti in famiglia

Inutile cercare di ricordare a razzisti, distratti, e a quanti non conoscono la storia italiana, che per tutto il Novecento e già dalla seconda metà dell’Ottocento, i nostri connazionali lasciavano a frotte il Belpaese con la valigia di cartone per sopravvivere più dignitosamente all’estero. Lo fecero più di dieci milioni di italiani. Un esodo biblico. Inutile, perché se l’abbandono della terra dove sei nato non è nel tuo dna, il destino incerto di tanti disperati ti suonerà sempre come qualcosa di lontano che non ti appartiene. Ci ho riflettuto per cercare di capire il perché di tanta resistenza e chiusura in giro per l’Italia (del nord soprattutto) nei confronti di chi fugge dalla guerra e dalla fame.

20150919_092258Se c’è da mangiare per quattro, ce n’è anche per cinque, dicevano i nostri vecchi. Ma oggi sembra che tanti italiani non siano disposti a fare spazio agli altri, nemmeno se a pagare è lo Stato e non loro di tasca propria. Anzi, si indispettiscono pure se qualche albergatore o qualche privato, in cambio del vitto e dell’alloggio di una persona, riceve dallo Stato 37 euro al giorno: come se un hotel con pensione completa costasse meno di 37 euro al giorno!

Allora ho capito che se io verso gli immigrati sento più naturale un sentimento di apertura invece che di chiusura, è perché nelle mie vene corre sangue di immigrati. Non sono solo io ad aver cambiato tre regioni e quattro città per trovare il posto in cui vivere, ma prima di me lo fecero almeno sei dei miei bisnonni e poi tutti i miei nonni. Alcuni di essi, in particolare, furono per l’appunto autentici profughi di guerra. Ricordo i racconti di mia nonna paterna che con genitori e sorella lasciò il Friuli Venezia Giulia austriaco nel 1915 e per 5 mesi dovette sfollare a San Leucio in provincia di Caserta: al ritorno trovarono la casa bombardata e nel 1917 dovettero lasciare di nuovo il paese. Nel 1916 fu la nonna di mamma a lasciare Gorizia per rifugiarsi in Carniola (oggi Slovenia) con le due figlie (i maschi erano stati richiamati in guerra) e al ritorno il più elegante dei tre alberghi di famiglia era un cumulo di macerie e gli altri due erano stati fortemente danneggiati dai cannoni italiani. Nel 1917 fu il mio bisnonno paterno a lasciare il paese per sfollare con una figlia a Firenze mentre casa e negozio finivano incendiati dai bombardamenti.

Quattro dei miei bisnonni hanno trovato il loro futuro cambiando regione a fine Ottocento, due zii nel 1930 hanno tentato fortuna in Australia (rientrando senza successo), uno zio ha scelto di vivere a Monaco di Baviera dopo il ’45, una cugina a Buenos Aires negli anni Settanta, una a Zurigo e mio fratello in Repubblica Domenicana a fine Novecento.

Persiano… Però al gatto vogliamo bene

Facile quindi per me provare empatia per i migranti di oggi. Tuttavia se cerco di trovare giustificazioni per chi bombarderebbe i gommoni per lasciare bloccati in Libia i disperati, o applaude ai muri di filo spinato che proteggono gli europei da chi scappa dalla guerra, o per chi inneggia alla polizia che spruzza gas urticanti in faccia ai profughi o li colpisce con i cannoni ad acqua, beh non ci riesco. Non tutti, è vero, hanno nel loro dna tracce di emigranti e profughi, ma di certo tutti abbiamo il dna di esseri umani. E l’umanità è un sentimento che dovrebbero sentire a maggior ragione quelli che si dicono cristiani (o di altre religioni) e comunque tutti quelli che sono capaci di amare i figli, i  cani, i gatti.

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