Ventisei coltellate


cesare-vita-e-opere_c442124cd2b7125435bcaef66f682befLe Idi di Marino

 

Ventisei coltellate, tre più di quelle che 2.059 anni prima al Senato, a pochi metri di distanza dal Campidoglio, fecero concludere la vita terrena di Caio Giulio Cesare. Quelle inferte al dittatore di Roma furono certo più definitive, ma le coltellate simboliche che hanno colpito il sindaco Ignazio Marino, ne hanno comunque provocato il martirio politico segnando un nuovo duro colpo di credibilità per chi quelle pugnalate le ha inferte: il partito di maggioranza che fino a un mese fa quel sindaco (sua espressione diretta) aveva difeso in un momento in cui, per coerenza, sarebbe stato meglio azzerare l’intero Comune di Roma a seguito dell’inchiesta Mafia Capitale.

Il sindaco chirurgo scacciato dal Pd con una sfiducia espressa nelle stanze dei bottoni anziché nell’aula preposta per legge a quel tipo di dialettica, ha dovuto lasciare la guida di Roma in un modo che lascia molte perplessità, e non solo ai romani. E lui stesso, invocando che Renzi (da lui definito l’unico mandante di questo accoltellamento) gli spiegasse il perché, ora si accinge a riunire le forze sociali che lo vedono come vittima del partito del presidente, per ricandidarsi e comunque sfilacciare le già esili possibilità che il Partito Democratico vinca le prossime elezioni comunali della capitale.

Perché lo hanno fatto fuori? Non certo per la faccenda degli scontrini, né per inettitudine, giacché nel primo caso l’iscrizione al registro degli indagati è arrivato solo il giorno prima della fine della bufera; e perché nel secondo caso in Italia esistono esempi di sindaci ben peggio che inetti. Ma perché il Pd continua a mostrare due pesi e due misure? Caccia in malo modo un suo sindaco per il sospetto che abbia pranzato a spese della collettività e non caccia un suo presidente di Regione (Vincenzo De Luca) già condannato dal tribunale in primo grado, e invece in tutte le trasmissioni televisive lo fa difendere a spada tratta dai suoi? Se quel partito che si appella alla legalità e ha effettivamente iniziato un repulisti interno in alcune amministrazioni locali, pensasse davvero al bene comune, dovrebbe allontanare tutti gli amministratori (locali e centrali) macchiati anche solo dal sospetto ingenerato da un procedimento giudiziario avviato nei loro confronti.

Nel caso Marino c’è forse la manina del Papa (con lui tutta l’ex Democrazia Cristiana da cui Renzi proviene) infuriato per le unioni gay certificate da quel sindaco? O è perché in vista dell’imminente Giubileo un commissario prefettizio (ora al suo posto è stato nominato Francesco Paolo Tronca prefetto di Milano) con poteri speciali si muoverà meglio del sindaco? Poi ci sono i maligni tra cui aleggia il sospetto che alcuni provvedimenti anti corruzione attuati da Ignazio Marino nel Comune di Roma abbiano pestato qualche piede e nuociuto alle casse di organismi che contano. Troppi nodi, insomma, perché il pettine potesse essere ancora usato. E poi perché il partito di Marino, per sfiduciarlo, ha preferito convincere uno a uno i consiglieri comunali ad abbandonarlo anziché affrontarlo nella sede istituzionale in cui il sindaco lo attendeva per il chiarimento? Paura di che cosa?

Salta agli occhi, in questi ultimi anni, un fatto abbastanza singolare: è vero o non è vero che persone o formazioni politiche che in questo Paese si impegnano per il bene sociale, predicano il rispetto delle regole e fanno dell’allontanamento dei corrotti la loro battaglia, non solo vengono screditati, ma spesso additati alla collettività come i veri nemici della società civile? Qualche esempio? Roberto Saviano, i giudici dell’antimafia, il Movimento 5 Stelle. Formarsi una coscienza critica corretta è sempre più difficile: e la colpa sta nell’omologazione dell’informazione che spesso non osa punzecchiare il potere, come sarebbe suo compito sociale fare, ma si limita a confondere le acque e a mettere in luce solo certe carte. Per mistificare la realtà non serve per forza mentire, basta far sentire una sola campana.

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